“Siamo brutte, ma siamo qui: nou lèd, nou la”

Uno dei racconti più commoventi che ho letto ultimamente arriva da una scrittrice haitiana, nata nel 1969 e che ha vissuto molti anni negli Usa: Edwige Danticat. (vedere in perterjose604@yahoo.com.br). Fondamentalmente racconta le storie che aveva sentito della sua nonna nera, nelle lunghe notti dei soliti blackout della povera Haiti.

In una di quelle notti, la nonna tra molte altre storie, raccontò anche quella che è rimasta nella memoria del popolo fino al giorno d’oggi: il tragico destino di Anacaona. Era una regina della tribù degli Arauaque, poeta, pittrice e ballerina. Governava la parte ovest dell’isola, chiamata Ayiti che nella lingua indigena originale voleva dire “terra di grandezza”, per l’esuberanza del suo paesaggio verde.

Tutti vivevano tranquilli in quella regione, finché per mare arrivarono traditori, gli spagnoli assetati di ricchezze e di oro. Saccheggiavano e ammazzavano in funzione della loro avidità. Così che subito fecero prigioniera la regina Anacaona, che fu stuprata e uccisa. Tutto il villaggio venne saccheggiato e distrutto. Nel secolo XVI, c’erano ancora gli spagnoli, tutti gli indigeni morirono a causa di malattie dei bianchi o semplicemente furono assassinati. Per sostituirli, vennero condotti come schiavi migliaia di africani.

Anche così, fino ad oggi molti bambini neri ricevono il nome di Anacaona in ricordo sia dello splendore del passato quanto della continua agonia del presente.

Ma con la schiavitù degli africani si gettarono le basi dell’impoverimento della bella isola, oggi la più povera dell’America Latina. Nonostante questo, gli haitiani non si sono mai rassegnati, hanno resistito e sono stati i primi, mediante una rivolta di schiavi, a estirpare la schiavitù nel 1794. Dopo, nel 1804, crearono una nazione indipendente. Ma non servì a molto, perché poi vennero francesi e nordamericani che occuparono l’isola, sfruttarono le sue modeste ricchezze e in seguito imposero sanguinose dittature che produssero grande miseria che dura fino ai giorni nostri. Come se questo non bastasse, il 12 gennaio del 2010, fu distrutta da un terremoto di proporzioni catastrofiche, che lasciò circa 200.000 morti e 3 milioni di senzatetto, dramma con conseguenze disastrose ancora non sanate per mancanza di solidarietà internazionale.

Edwige Danticat racconta quel che aveva sentito dalla sua nonna, delle sofferenze della schiavitù, ma anche della sua resistenza e della sua fede. Gli schiavi credevano che, dopo morte, i loro spiriti ritornavano in Africa, in una terra pacifica dal nome Ginen, abitata da dei e dee amici dell’uomo. Così conferivano un senso maggiore alla loro disumanizzazione e aprivano la porta per una vita di libertà e di beatitudine.

Curiosamente svilupparono in mezzo alle maggiori avversità una visione incantata della vita. Secondo questa visione, pensano loro, quello che conta veramente nella vita è essere vivo e sopravvivere. Questa è la cosa che più ha impressionato la scrittrice. La nonna con raccontava che le donne come lei, quando si incontravano nel cammino, o ritornavano stanche e impolverate dalla boscaglia si congratulavano una con l’altra con questa frase «Nou lèd, nou la» che vuol dire: “Siamo brutte ma siamo qui”.

Commenta Edwige: “Forse questo proverbio non è gradito alla sensibilità di alcune donne: è costruito sulla sensibilità delle donne haitiane povere, come mia nonna, più caro che il mantenimento della bellezza naturale o ricercata. Vale la pena di essere celebrato il fatto che stiamo qui, che nonostante tutte le sofferenze, noi esistiamo. L’essenza della vita è la sopravvivenza e poter continuare a vivere”.

Edwige chiude la sua relazione gridando: “Noi siamo figli Anacaona. Noi ci pieghiamo ma non ci spezziamo. Noi non siamo attraenti, ma anche così resistiamo. Ogni tanto dobbiamo gridare questa cosa, il più lontano possibile, perché il vento possa portare le nostre voci:”Nou lèd, nou la”, siamo brutte ma siamo qui”.

A che serve il racconto di questa saga? È la constatazione di fatto che tanti e tanti nella vita attraversano tragedie assurde, soffrono tanto che più non sarebbe possibile, come vedere la figlioletta nella culla morta per una pallottola della polizia o dei trafficanti. E, versate tutte le lacrime, alla fine finiscono dicendo: Siamo vittime e siamo povere, ma siamo qui! La vita dura e combattuta deve continuare. E vanno avanti, “senza contare sull’aiuto di nessuno”, come dice la canzone.

Questa relazione non potrebbe valere anche per il PT attuale? Un pugno di membri corrotti che deve essere giudicato e condannato ha tradito gl’ideali originari. La grande maggioranza, specialmente nelle basi, senza nessuna colpa per i crimini, sono calpestati, umiliati e perseguitati. A loro tocca ripetere quello che dicono le “brutte” donne di Haiti: “Noi ci pieghiamo ma non ci spezziamo. Continueremo a alzare la bandiera dell’etica e la concretizzazione di politiche buone per il popolo. Anche se umiliati, sopravviviamo e qui stiamo per realizzare questo sogno: diventare un paese ricco perché dobbiamo riuscire a diminuire le diseguaglianze e a realizzare qualcosa della giustizia sociale da sempre sperato”.

* LBoff è columnist del Jornal do Brasil on line e ha scritto La grande trasformazione: in politica, in economia e nell’ecologia, Vozes 2014.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

“Somos feas pero estamos aquí: nou lèd, nou la”

Una de las historias más conmovedoras que he leído últimamente es de una escritora haitiana, nacida en 1969, que vive desde hace muchos años en Estados Unidos: Edwidge Danticat (ver en perterjose604@yahoo.com.br). Fundamentalmente cuenta las historias que oyó a su abuela negra, en las largas noches de los apagones habituales del Haití pobre.

En una de aquellas noches, la abuela, entre otras muchas historias, contó también aquella que ha permanecido en la memoria del pueblo hasta el día de hoy: el trágico destino de Anacaona. Era reina, poeta, pintora y danzarina. Gobernaba la parte oeste de la isla, llamada Ayiti, que en la lengua indígena original significaba “tierra de grandeza”, por la exuberancia de su paisaje verde.

Todos vivían tranquilos en aquella parte hasta que llegaron por mar los españoles, sedientos de oro y riqueza. Saqueaban y mataban en función de su provecho. Así que pronto prendieron a la reina Anacaona, la violaron y la mataron. Toda la aldea fue saqueada y destruida. En el siglo XVI con la presencia de los españoles, todos los indígenas murieron a causa de las enfermedades de los blancos o fueron simplemente asesinados. Para sustituirlos trajeron como esclavos a miles de africanos. Así y todo, muchas niñas negras reciben hasta hoy el nombre de Anacaona en recuerdo tanto del esplendor del pasado como de la continuada agonía del presente.

Pero con la esclavización de los africanos se sentaron las bases del empobrecimiento de esta hermosa isla, hoy la más pobre de América Latina. A pesar de eso, los haitianos nunca se resignaron, resistieron y, mediante una revuelta de esclavos, fueron los primeros en erradicar la esclavitud en 1794. Después en 1804 crearon una nación independiente. No les valió de mucho, porque después vinieron los franceses y los norteamericanos, que ocuparon la isla, explotaron sus riquezas y en seguida impusieron sangrientas dictaduras que generaron una gran miseria que perdura hasta el día de hoy. Como si eso no bastase, el 12 de enero de 2010 fue asolada por un terremoto de proporciones catastróficas, dejando cerca de 200 mil muertos y tres millones de personas sin hogar, drama con consecuencias desastrosas, todavía no sanadas por falta de solidaridad internacional.

Edwidge Danticat narra lo que oyó a su abuela sobre los padecimientos de los esclavos, pero también de su resistencia y de su fe. Los esclavizados creían que cuando muriesen sus espíritus volverían a Africa, a una tierra pacífica de nombre Ginen, habitada por dioses y diosas bienhechores. Así daban un sentido mayor a su deshumanización y abrían la puerta a una vida de libertad y bienaventuranza.

Curiosamente, en medio de las mayores adversidades, desarrollaron una visión encantada de la vida. De acuerdo con esta visión, según ellos, lo que cuenta de verdad en la vida es estar vivo y sobrevivir. Fue lo que más impresionó a la autora. La abuela contaba que las mujeres como ella, cuando se encontraban en los caminos, o volvían cansadas y llenas de polvo del trabajo en el campo, se saludaban con esta expresión: “nou lèd, nou la” que quiere decir: “somos feas pero estamos aqui”.
Comenta Edwidge: “Tal vez este dicho no agrade a la sensibilidad estética de algunas mujeres. Pero este dicho es para las mujeres pobres haitianas, como mi abuela, más querido que mantener la belleza real o producida. Lo que vale celebrar es el hecho de que estamos aquí, de que a pesar de todos los sufrimientos, existimos. La esencia de la vida es la supervivencia, es poder seguir viviendo”.

Edwidge concluye su relato clamando: «Nosotras somos hijas de Anacaona. Nos curvamos pero no nos doblamos. No somos atrayentes, pero aun así resistimos. De vez en cuando debemos gritar lo más lejos que el viento pueda llevar nuestras voces: Nou lèd, nou la! Somos feas pero estamos aquí».

¿A que viene la narración de esta saga? Es la constatación del hecho de que tantos y tantas en la vida pasan por tragedias absurdas, sufriendo a más no poder, como al ver a su hijita en la cuna muerta por una bala perdida de la policía o de los traficantes. Y derramadas todas las lágrimas, al final terminan también diciendo: «somos víctimas y somos pobres, ¡pero estamos aquí! La vida dura y luchada debe continuar». Y siguen adelante, “sin nadie con quien contar”, como dice la canción.

¿Este relato no puede valer también para el PT actual? Un puñado de miembros corruptos, que deben ser juzgados y condenados, traicionaron los ideales originarios. La gran mayoría, especialmente en las bases, sin culpa alguna en los crímenes, son despreciados, difamados y perseguidos. A ellos les cabe repetir lo que dicen las mujeres “feas” de Haití dicen: «Nos curvamos pero no nos rompemos. Seguiremos levantando la bandera de la ética y concretando políticas buenas para el pueblo. A pesar de haber sido humillados, sobrevivimos y aquí estamos para realizar este sueño: ser un país rico porque consiguió disminuir las desigualdades y realizar algo de la justicia social anhelada desde siempre».

* Leonardo Boff es columnista del JB online, y escribió La gran transformación: en la política, en la economía y en la ecología, Nueva Utopía, Madrid, 2014.

Traducción de María José Gavito Milano

Como cuidar de nossa Casa Comum

Hoje para cuidar da Terra como nos sugeriu detalhamete o Papa Francisco em sua encíclica “Cuidado da Casa Comum” exige-se “uma conversão ecológica global”, “mudanças profundas nos estilos de vida, nos modelos de produção e de consumo, nas estruturas consolidadas de poder”(n.5). Esse propósito jamais será alcançado senão amarmos efetivamente a Terra como nossa Mãe e soubermos renunciar e até sofrer para garantir sua vitalidade para nós e para toda a comunidade de vida (n.223). A Mãe Terra é a base que tudo sustenta e alimenta. Nós não podemos viver sem ela. A sistemática agressão que sofreu nos últimos séculos tiraram-lhe o equilíbrio necessário. Eventualmente, poderá continuar pelos séculos afora, mas sem nós.

No dia 13 de agosto deste ano de 2015 ocorreu o Dia da Sobrecarga da Terra (The Earth Overshoot Day), dia em que se constatou a ultrapassagem da biocapacidade da Terra em atender as demandas humanas. Precisa-se de 1,6 planeta para atendê-las. Em outras palavras. Isso demonstra que o nosso estilo de vida é insustentável. Nesse cálculo não estão incluidas as demandas da inteira comunidade de vida. Isso torna mais urgente a nossa responsabilidade pelo futuro da Terra, de nossos companheiros de caminhada terrenal e de nosso projeto planetário.

Como cuidar da Terra? Em primeiro lugar há que considerar a Terra como um Todo vivo, sistêmico no qual todas as partes se encontram interdependentes e interrelacionadas. A Terra-Gaia fundamentalmente é constituída pelo conjunto de seus ecossistemas e com a imensa biosdiversdade que neles existe e com todos os seres animados e inertes que coexistem e sempre se interrelacionam como não se cansa de afirmar o texto papal, bem na linha do novo paradigma ecológico.

Cuidar da Terra como um todo orgânico é manter as condições pré-existentes há milhões e milhões de anos que propiciam a continuidade da Terra, um super Ente vivo, Gaia. Cuidar de cada ecosistema é compreender as singularidades de cada um, sua resiliência, sua capacidade de reprodução e de manter as relações de colaboração e mutualidade com todos os demais já que tudo é relacionado e includente. Compreender o ecosistema é dar-se conta dos desequilíbrios que podem ocorrer por interferências irresponsáveis de nossa cultura, voraz de bens e serviços.

Cuidar da Terra é principalmente cuidar de sua integridade e vitalidade. É não permitir que biomas inteiros ou toda uma vasta região seja desmatada e assim se degrade, alterando o regime das chuvas. Importante é assegurar a integridade de toda a sua biocapacidade. Isso vale não apenas para os seres orgânicos vivos e visíveis, mas principalmente para os microorganismos. Na verdade, são eles os ignotos trabalhadores que sustentam a vida do Planeta. Diz-nos o eminente biólogo Edward Wilson que “num só grama de terra, ou seja, menos de um punhado de chão, vivem cerca de 10 bilhões de bactérias, pertencentes a até 6 mil espécies diferentes”(A criação, 2008,p.26). Por aí se demonstra, empiricamente, que a Terra está viva e é realmente Gaia, superorganismo vivente e nós, a porção consciente e inteligente dela.

Cuidar da Terra é cuidar dos “commons”, quer dizer, dos bens e serviços comuns que ela gratuitamente oferece a todos os seres vivos como água, nutrientes, ar, sementes, fibras, climas etc. Estes bens comuns, exatamente por serem comuns, não podem ser privatizados e entrar como mercadorias no sistema de negócios como está ocorrendo velozmente em todas as partes. A Avaliação Ecosistêmica do Milênio, inventário pedido pela ONU de uns anos atrás, no qual participaram 1.360 especialistas de 95 países e revisados por outros 800 cientistas trouxeram resultados amedrontadores. Entre os 24 serviços ambientais, essenciais para a vida, como água, ar limpo, climas regulados, sementes, alimentos, energia, solos, nutrientes e outros, 15 estavam altamente degradados. Isto sinaliza claramente que as bases que sustentama vida estão ameaçadas.

De ano para ano, todos os indices estão piorando. Não sabemos quando esse processo destrutivo vai parar ou se transformar numa catástrofe. Havendo uma inflexão decisiva como o temido “aquecimento abrupto”, que faria o clima subir entre 4-6 graus Celsius, como advertiu a comunidade científica norte-americana, conheceríamos dizimações apocalípticas afetando milhões de pessoas. Temos confiança de que iremos ainda despertar. Mais que tudo cremos que “Deus é o Senhor soberano amante da vida”(Sb 11,26) e não deixará acontecer semelhante Armagedom.

Cuidar da Terra é cuidar de sua beleza, de suas paisagens, do esplendor de suas florestas, do encanto de suas flores, da diversidade exuberante de seres vivos da fauna e flora.

Cuidar da Terra é cuidar de sua melhor produção que somos nós seres humanos, homens e mulheres especialmente os mais vulneráveis. Cuidar da Terra é cuidar daquilo que ela através de nosso gênio produziu em culturas tão diversas, em línguas tão numerosas, em arte, em ciência, em religião, em bens culturais especialmente em espiritualidade e religiosiadade pelas quais nos damos conta da presença da Suprema Realidade que subjaz a todos os seres e nos carrega na palma de sua mão.

Cuidar da Terra é cuidar dos sonhos que ela suscita em nós, de cujo material nascem os santos, os sábios, os artistas, as pessoas que se orientam pela luz e tudo o que de sagrado e amoroso emegiu na história.

Cuidar da Terra é, finalmente, cuidar do Sagrado que arde em nós e que nos convence de que é melhor abraçar o outro do que rejeitá-lo e que a vida vale mais que todas as riquezas deste mundo. Então ela será de fato a Casa Comum do Ser.

Laudato Si :Una Enciclica anti-sistemica:la opinión de un marxista

MICHAEL LÖWY é um dos mais criativos e fecundos intelectuais brasileiros. De ascêndencia hebraica, nasceu no Brasil em 1938 mas passa grande parte do tempo em Paris como Diretor de Pesquisa do Centre National de la Recherche Scientifique. Faz frequentes viagens ao Brasil para cursos e assessorias acompanhando de perto as política nacional, sempre numa perspectiva libertadora. É um dos melhores conhecedores da Teologia da Libertação com obras que cabe serem lidas e estudadas: Marxismo e Teologia da Libertação, Cortez, São Paulo 1991; A guerra dos deuses: religião e políticas na América Latina, Vozes 2000; Redenção e utopia:o judaismo libertador na Europa Central. Companhia das Letras, Rio de Janeiro 1989 entre outros. É um dos fundadores do ecosocialismo em nivel internacional e lançou em 2014 o livro O que é o ecossocialismo? Editora Cortez, São Paulo. Representa um marxismo aberto e humanista sempre em diálogo com as correntes libertárias da Europa e da América Latina, valorizando o aspecto mobilizador da religião e da teologia que se voltam para as questões sociais, especialmente dos mais penalizados. Vale ler sua leitura positiva da encíclica sobre a ecologia integral do Papa Francisco e também avaliar algumas observações críticas que ajudam a aprofundar as intuições básicas do texto papal. O atual texto saíu na Revista espanhola Exodo de 2015:LBoff

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La « Enciclica ecologica » del Papa Francisco es un evento de importancia planetaria, del punto de vista religioso, etico, social y politico. Considerando la enorme influencia mundial de la Iglesia catolica, es una contribucion crucial al desarrollo de una consciencia ecologica critica. Fué recibida con entusiasmo por los verdaderos defensores del medio-ambiente, pero suscito inquietud y rechazo de la parte de religiosos conservadores, representantes del capital, y ideologos de la « ecologia de mercado ».   Se trata de um documento de gran riqueza y complejidad, que plantea una nueva interpretacion de la tradicion judeo-cristiana – en ruptura con el « sueño prometeico de dominio sobre el mundo » – y una refleccion profundamente radical sobre las causas de la crisis ecologica. En varios aspectos, como por ejemplo en la inseparable asociacion del « clamor de la tierra » y del « clamor de los pobres », se percibe que la teologia de la liberacion – en particular la del eco-teologo Leonardo Boff – fué una de sus fuentes de inspiracion.

En las breves notas que siguen, me interesa enfatizar una dimension de la Enciclica que explica las resistencias que encontro en el establishment economico y mediatico : su caracter anti-sistemico.

         Para el Papa Francisco, los desastres ecologicos y el cambio climatico no resultan simplemente de comportamientos individuales – aun si ellos tienen su papel – sino de  los actuales modelos de produccion y de consumo . Bergoglio no es un marxista, y la palabra « capitalismo » no aparece en la Enciclica…Pero queda muy claro que para el los dramaticos problemas ecologicos de nuestra época resultan de « los engranajes de la actual economía globalizada » – engrenajes que constituyen   un sistema global, un « un sistema de relaciones comerciales y de propiedad estructuralmente perverso » (subrayado por nosotros).

         Cuales son, para Francisco, estas caracteristicas « estructuralmente perversas » ? Antes de todo, es un sistema en el cual predominan « los intereses limitados de las empresas » y « una cuestionable racionalidad económica », una racionalidad instrumental que tiene por unico objetivo de  maximizar la ganancia  . Ahora bien, « el principio de maximización de la ganancia, que tiende a aislarse de toda otra consideración, es una distorsión conceptual de la economía: si aumenta la producción, interesa poco que se produzca a costa de los recursos futuros o de la salud del ambiente ».   Esta distorsion, esta perversidad etica y social, no es propria de uno o otro pais, sino de un « sistema mundial, donde priman una especulación y una búsqueda de la renta financiera que tienden a ignorar todo contexto y los efectos sobre la dignidad humana y el medio ambiente. Así se manifiesta que la degradación ambiental y la degradación humana y ética están íntimamente unidas » (subrayado por nosotros).

La obsesion del crescimiento ilimitado, el consumismo, la tecnocracia, el dominio absoluto de la finanza y la divinizacion del mercado son otras caracteristicas perversas del sistema. En su logica destructiva todo se reduce al mercado y al « cálculo financiero de costos y beneficios ». Pero sabemos que « el ambiente es uno de esos bienes que los mecanismos del mercado no son capaces de defender o de promover adecuadamente ».   El mercado es incapaz de llevar en cuenta valors calitativos, eticos, sociales, humanos o naturales, es decir   « valores que exceden todo cálculo ».

         El poder « absoluto » del capital financero especulativo es un aspecto esencial del sistema, como lo ha revelado la reciente crisis bancaria. El comentario de la Enciclica es contundente y desmistificador : « La salvación de los bancos a toda costa, haciendo pagar el precio a la población, sin la firme decisión de revisar y reformar el entero sistema, reafirma un dominio absoluto de las finanzas que no tiene futuro y que sólo podrá generar nuevas crisis después de una larga, costosa y aparente curación. La crisis financiera de 2007-2008 era la ocasión para el desarrollo de una nueva economía más atenta a los principios éticos y para una nueva regulación de la actividad financiera especulativa y de la riqueza ficticia. Pero no hubo una reacción que llevara a repensar los criterios obsoletos que siguen rigiendo al mundo. »

Esta dinamica perversa del sistema global que « sigue rigiendo el mundo » es la razon que ha llevado en el fracaso de las Cumbres mundiales sobre el medio ambiente : « Hay demasiados intereses particulares y muy fácilmente el interés económico llega a prevalecer sobre el bien común y a manipular la información para no ver afectados sus proyectos. »     Encuanto predominem los imperativos de los poderosos grupos economicos « sólo podrían esperarse algunas declamaciones superficiales, acciones filantrópicas aisladas, y aun esfuerzos por mostrar sensibilidad hacia el medio ambiente, cuando en la realidad cualquier intento de las organizaciones sociales por modificar las cosas será visto como una molestia provocada por ilusos románticos o como un obstáculo a sortear ».

En este contexto desarrola la Enciclica una critica radical a la irresponsabilidad de los « responsables », es decir, las elites dominantes, las oligarquias interesadas en la conservacion del sistema, en relacion a la crisis ecologica : « Muchos de aquellos que tienen más recursos y poder económico o político parecen concentrarse sobre todo en enmascarar los problemas o en ocultar los síntomas, tratando sólo de reducir algunos impactos negativos del cambio climático. Pero muchos síntomas indican que esos efectos podrán ser cada vez peores si continuamos con los actuales modelos de producción y de consumo ».

Confrontados con el dramatico proceso de destruccion de los equilibrios ecologicos del planeta y la amenaza sin precedente que representa el cambio climatico, que proponen los gobiernos, o los representantes internacionales del sistema (Banca Mundial, FMI, etc) ? Su propuesta es el pretenso « desarrollo sostenible », una concepto que se hizo cada vez mas vacia de contenido, un verdadero flatus vocis como decian los escolasticos del Medioevo.   Francisco no tiene ninguna ilusion en esta mistificacion tecnocratica : « el discurso del crecimiento sostenible suele convertirse en un recurso diversivo y exculpatorio que absorbe valores del discurso ecologista dentro de la lógica de las finanzas y de la tecnocracia, y la responsabilidad social y ambiental de las empresas suele reducirse a una serie de acciones de marketing e imagen. »

Las medidas concretas que propone la oligarquia tecno-finanzera dominante son perfectamente ineficazes, como por ejemplo los llamados « mercados de carbono ». La critica mordaz que hace el Papa Francisco a esta falsa solucion es uno de los argumentos mas importantes de la Enciclica. Citando a una resolucion de la Conferencia Epiiscopal Boliviana, Bergoglio escribe :

« La estrategia de compraventa de «bonos de carbono» puede dar lugar a una nueva forma de especulación, y no servir para reducir la emisión global de gases contaminantes. Este sistema parece ser una solución rápida y fácil, con la apariencia de cierto compromiso con el medio ambiente, pero que de ninguna manera implica un cambio radical a la altura de las circunstancias. Más bien puede convertirse en un recurso diversivo que permita sostener el sobreconsumo de algunos países y sectores ».

Passages como este explican el poco entusiasmo de los circulos « oficiales » y de los partidarios de la « ecologia de mercado » (o del « capitalismo verde ») por Laudato Si…

         Siempre asociando la cuestion ecologica con la cuestion social, Francisco insiste en la necesidad de medidas radicales, drasticas, es decir, de cambios profundos, para enfrentar este doble desafio.   El principal obstaculo para esto es la naturaleza « perversa » del sistema : « La misma lógica que dificulta tomar decisiones drásticas para invertir la tendencia al calentamiento global es la que no permite cumplir con el objetivo de erradicar la pobreza. »

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Si el diagnostico de Laudato Si sobre la crisis ecologica es de una clareza y de una coerencia impresionantes, las acciones que propone son mas limitadas. Cierto, muchas de sus sugestiones son utiles y necesarias, por ejemplo, « facilitar formas de cooperación o de organización comunitaria que defiendan los intereses de los pequeños productores y preserven los ecosistemas locales de la depredación ».   Es tambien muy significativo que la Enciclica reconozca la necessidad, para las sociedades mas desarrolladas, de « detener un poco la marcha, e poner algunos límites racionales e incluso en volver atrás antes que sea tarde » ; en otras palabras,   « ha llegado la hora de aceptar cierto decrecimiento en algunas partes del mundo aportando recursos para que se pueda crecer sanamente en otras partes ».

Pero hacen falta precisamente las « medidas drasticas », como por ejemplo las que propone Naomi Klein en su ultimo libro Esto cambia todo ! : romper, antes que sea tarde demas, con las energias fosiles (carbon, petroleo), dejandolas bajo el solo.   No se puede pensar en una transicion mas alla de las estructuras perversas del actual modo de produccion y consumo sin un conjunto de iniciativas anti-sistemicas, que ponen en cuestion la propriedad privada, por ejemplo de las grandes multinacionales de la energia fossil (BP, Shell, Total, etc). Cierto, el Papa habla de la necesidad de « grandes estrategias que detengan eficazmente la degradación ambiental y alienten una cultura del cuidado que impregne toda la sociedad », pero este aspecto estrategico es poco desarrollado en la Enciclica.

Reconociendo que « el sistema mundial actual es insostenible », Bergoglio busca una alternativa global, que intitula « cultura ecologica », un cambio que « no se puede reducir a una serie de respuestas urgentes y parciales a los problemas que van apareciendo en torno a la degradación del ambiente, al agotamiento de las reservas naturales y a la contaminación. Debería ser una mirada distinta, un pensamiento, una política, un programa educativo, un estilo de vida y una espiritualidad que conformen una resistencia ante el avance del paradigma tecnocrático ». Pero hay pocas indicaciones sobre la nueva economia, la nueva sociedad que corresponden à esta cultura ecologica. No se trata de pedir al Papa que adopte el ecosocialismo, pero la alternativa futura queda muy abstracta.

El Papa Francisco hace suya la « opcion preferencial por los pobres » de las Iglesias latino-americanas.   La Enciclica lo plantea claramente, como un imperativo planetario :   « en las condiciones actuales de la sociedad mundial, donde hay tantas inequidades y cada vez son más las personas descartables, privadas de derechos humanos básicos, el principio del bien común se convierte inmediatamente, como lógica e ineludible consecuencia, en un llamado a la solidaridad y en una opción preferencial por los más pobres. »

Pero los pobres no aparecen ,   en la Enciclica, como los actores de su propria liberacion – el mas importante planteamiento de la teologia de la liberacion. Las luchas de los pobres, de los campesinos, de los indigenas, en defensa de los bosques, del agua, de la tierra, en contra las multinacionales y el agro-negocio, son una tematica poco presente en Laudato Si. Francisco organizo recien un encuentro – el primero en la milenar vida de la Iglesia Catolica – con los movimientos sociales : se trata de un evento de significacion historica. Pero en la Enciclica hay pocas referencias a los movimientos sociales, que son precisamente los principales actores del combate en contra del cambio climatico : Via Campesina, Climate Justice, el Forum Social Mundial, etc.

Por supuesto, como lo subraya Bergoglio en la Enciclica, no es tarea de la Iglesia sustituir à los partidos politicos, proponiendo un programa de transformacion social. Por su diagnostico anti-sistemico de la crisis, asociando de forma inseparable la cuestion social y la proteccion del medio ambiente, « el clamor de los pobres » y el « clamor de la tierra », Laudato Si es un precioso, un inestimable aporte à la refleccion y a la accion para salvar la naturaleza y la humanidad de la catastrofe.

Michael Löwy

Autor del libro Ecosocialismo, la alternativa radical a la catastrofe ecologica capitalista.