Elogio del padre: chi non vive per servire non è degno di vivere

Snello, di figura elegante, sempre fumando la sua sigaretta di paglia, fu un coraggioso pioniere. Quando i coloni italiani non ebbero più terra da coltivare nella Serra Gaúcha, emigrarono in gruppo nell’entroterra di Santa Catarina in terre ricche di pinete, a Concórdia, oggi sede degli stabilimenti Sadia di confezionamento della carne e nei dintorni, della Perdigão e della Seara.

Non c’era altro, eccetto alcuni caboclos, sopravvissuti alla guerra del Contestado e gruppi di indigeni kaigan, disprezzati e sempre difesi da lui. I pini regnavano, superbi, a perdita d’occhio.

Arrivarono i coloni tedeschi, polacchi e italiani, organizzati in carovane, portando il loro maestro, il loro sacerdote per la preghiera e un’immensa voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere dal nulla.

Lui aveva studiato per diversi anni con i Gesuiti a São Leopoldo, al Colégio Cristo-Rei, nel Rio Grande do Sul. Aveva accumulato vaste conoscenze umanistiche: sapeva qualcosa di latino e di greco e leggeva le lingue straniere. Era venuto per animare la vita di quella gente poverella.

Era un maestro di scuola, una figura di riferimento e di tutto rispetto. Dava lezioni al mattino e al pomeriggio. La sera insegnava portoghese ai coloni che in casa parlavano solo italiano e tedesco, cosa proibita, perché era il periodo della Seconda Guerra Mondiale. A lato di ciò, aveva aperto una scuola per i più intelligenti per formarli contabili (ragionieri) al fine di fare la contabilità delle cantine e dei negozi di vendita della regione.

Poiché gli adulti avevano particolari difficoltà di apprendimento, usava un dispositivo creativo. Divenne rappresentante di un distributore radiofonico di Porto Alegre. Costringeva ogni famiglia ad avere una radio a casa e così imparare il “brasiliano”, ascoltando programmi in portoghese. Aveva installato segnavento e piccole dinamo dove c’era una cascata in modo che potessero ricaricare le batterie.

Come maestro di scuola, era un Paulo Freire avant la lettre. Riuscì a costruire una biblioteca di oltre duemila libri. Costringeva ogni famiglia a portare a casa un libro e a leggerlo. La domenica, dopo aver recitato il rosario in latino, si formava un cerchio, seduti sull’erba, dove ciascuno raccontava in portoghese ciò che aveva letto e compreso.

Noi piccoli ridevamo, più non potevamo, per il goffo portoghese che parlavano. Non insegnava agli alunni, appena le basi scolastiche, ma tutto ciò che un colono doveva sapere: come misurare la terra, quale doveva essere l’angolo del tetto del magazzino, come calcolare gli interessi, come prendersi cura del ciglio del bosco e come trattare i terreni con grande pendenza.

A scuola ci introduceva ai rudimenti della filologia, insegnandoci parole latine e greche. Noi piccoli, seduti dietro la stufa a causa del freddo gelido, dovevamo recitare l’intero alfabeto greco, alfa, beta, gamma, delta, theta…

Più tardi in seminario, io mi sentivo orgoglioso di mostrare agli altri e anche ai professori la filologia di alcune parole. Agli undici figli, ci incoraggiava a leggere molto. Io memorizzavo frasi di Hegel e di Darwin, senza capirle, per dare l’impressione di conoscerle più degli altri. Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire la frase di Parmenide: l’essere è e il non essere non è”. E ancora oggi continuo a chiedermelo.

Ma era un maestro di scuola nel senso classico della parola perché non si confinava tra le quattro mura. Usciva con gli alunni per contemplare la natura, spiegare loro i nomi delle piante, l’importanza delle acque e degli alberi da frutto nativi.

In quelle zone interne lontane da tutto, svolgeva la funzione di farmacista. Ha salvato dozzine di vite usando la penicillina ogni volta che veniva chiamato, spesso, a tarda notte. Studiava in un voluminoso libro di medicina, i sintomi delle malattie e come curarle.

In quegli sconosciuti meandri del nostro paese, c’era una persona preoccupata con i problemi politici, culturali e persino metafisici, che si interrogava sul destino del mondo. Creò addirittura una ristretta cerchia di amici a cui piaceva discutere di “cose serie”, ma soprattutto ascoltarlo.

Senza nessuno con cui inter-scambiare, leggeva i classici del pensiero come Spinoza, Hegel, Darwin, Ortega y Gasset e Jaime Balmes. Trascorreva lunghe ore notturne incollato alla radio per ascoltare programmi stranieri e informarsi sull’andamento della Seconda Guerra Mondiale.

Era critico nei confronti della Chiesa dei sacerdoti perché non rispettavano i protestanti tedeschi, già condannati alle fiamme dell’inferno per non essere cattolici. Molti studenti guardavano quelle ragazze bionde, belle e luterane e commentavano: che peccato che loro, così belle, vadano all’inferno. Mio padre si opponeva a questo e trattava duramente coloro che discriminavano i negriti e gli spuzzetti (i “neri” e i “puzzolenti”), figli e figlie dei caboclos. A noi, suoi figli e figlie, costringeva a sederci a scuola sempre accanto a loro per imparare a rispettarli e a convivere con chi era diverso.

La sua pietà era interiorizzata. Ci ha dato un senso spirituale ed etico della vita: essere sempre onesti, non ingannare mai nessuno, dire sempre la verità e confidare senza riserve nella divina Provvidenza.

Affinché i suoi undici figli potessero studiare e arrivare all’università, vendette, a pezzi, tutta la terra che aveva o aveva ereditato. Alla fine è rimasto senza la propria casa.

La sua allegria era sconfinata quando i suoi figli e le sue figlie venivano in vacanza per poter discutere ore e ore con loro. E ci batteva a tutti. Morì giovane, all’età di 54 anni, sfinito da tanto lavoro e servizio disinteressato per tutti. Sentiva che stava per morire perché il suo cuore stanco si indeboliva giorno dopo giorno. E prendeva come medicina solo la maracujina [un fito terapeutico naturale estratto dal maracujá].

Sognava di parlare in cielo con Platone e Aristotele, discutere con sant’Agostino, ascoltare i maestri moderni e stare tra i saggi. I figli hanno inciso il suo motto di vita sulla sua tomba: Dalla sua bocca abbiamo ascoltato, dalla sua vita abbiamo imparato: chi non vive per servire non è degno di vivere.

Morì di infarto il 17 luglio 1965, nella stessa ora che mi stavo imbarcando su una nave per studiare in Europa. Solo lì, un mese dopo, seppi della sua traversata. Questo maestro creativo, irrequieto, servo di tutti e saggio, lontano dai centri, si interrogava sul senso del cammino su questa terra. Il lettore e la lettrice hanno sicuramente già intuito chi fosse: il mio caro e compianto padre Mansueto che, in questa festa del papà, lo ricordo con affetto e nostalgia infinita, il mio vero maestro.

Figlio Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Pueblos indígenas: nuestros maestros y doctores en ecología

La cuestión de los pueblos originarios ha los titulares nacionales e internacionales con el reciente asesinato del indigenista Bruno Pereira y del periodista inglés Dom Phillips en el Valle del Jari amazónico y sobre todo por el abandono que aquellos han sufrido por parte del gobierno actual, de corte genocida, por largo tiempo y en particular durante la pandemia de Covid-19 que debe haber costado la vida de cerca de mil indígenas.

Sorprendente, aunque tardía, fue la petición de disculpa del Papa Francisco, en su visita a Canadá en julio, a las familias de niños indígenas, arrancados de su medio e internados en colegios católicos en los que hubo muchas muertes. Ellos no se contentaron con esa disculpa papal. Uno de los líderes dijo valientemente al Papa: dejen de empujarnos a superar esta tragedia, queremos que nos entiendan, que respeten nuestra sabiduría ancestral, que favorezcan nuestra curación y nos dejen vivir según nuestras tradiciones. Algo parecido dijeron los indígenas bolivianos con ocasión de la visita del Papa Juan Pablo II: la Biblia que nos traen, dénsela a los europeos, ellos la necesitan más que nosotros porque fueron ellos quien de forma deshumanizadora nos colonizaron y casi acabaron con nosotros.

Nunca hemos pagado la deuda centenaria que tenemos con los pueblos originarios brasileros, latinoamericanos y caribeños. Ellos son los huéspedes originarios de estas tierras que les están siendo invadidas y robadas en función de la voracidad de los madereros, los buscadores de oro y la minería.

El cuidado hacia todo lo que existe y vive

Ahora que estamos en alarma ecológica planetaria, sin saber qué soluciones encontrar ante el creciente calentamiento del planeta, descubrimos finalmente cómo esos pueblos tratan con sabiduría la naturaleza, el cuidado de las selvas y de la Madre Tierra. Ellos son nuestros maestros y doctores en el sentimiento de pertenencia, de hermandad y de respeto por todo lo que existe y vive. Alimentan una profunda concordia entre ellos y con la comunidad de vida, cosa que nosotros hemos perdido desde hace siglos. Estamos sufriendo los daños irreversibles de nuestra devastación. Aún no hemos sacado las lecciones que Gaia, la Pachamama y Madre Tierra nos está dando con la irrupción del Covid-19. Buscamos volver al orden anterior, que es justamente el que propició la irrupción de numerosos virus, el último, la viruela del mono.

Enumeremos algunos valores de su modo de estar en este mundo natural.

Integración sinfónica con la naturaleza

El indio se siente parte de la naturaleza y no un extraño dentro de ella. Por eso en sus mitos, los seres humanos y otros seres vivos conviven y se casan entre sí. Intuyeron lo que sabemos por ciencia empírica: que todos formamos una cadena única y sagrada de vida. Ellos son eximios ecologistas. La Amazonia, por ejemplo, no es tierra intocable. A lo largo de miles de años, las decenas de naciones indígenas que viven allí interactuaron sabiamente con ella. Casi el 12% de toda la selva amazónica de tierra firme ha sido manejada por ellos, promoviendo “islas de recursos”, desarrollando especies vegetales útiles o bosques con alta densidad de castaños de Brasil y frutas de toda especie. Fueron plantadas y cuidadas para sí y para aquellos que por ventura pasasen por allí.

Los Yanomami saben aprovechar el 78% de las especies de árboles de sus territorios, teniendo en cuenta la inmensa biodiversidad de la región, que es del orden de 1200 especies por área del tamaño de un campo de fútbol . Para ellos la Tierra es la Madre del indio. Está viva y por eso produce todo tipo de seres vivos. Debe ser tratada con la reverencia y el respeto que se debe a las madres. Nunca hay que abatir animales, peces o árboles por puro gusto, sino solo para atender necesidades humanas. Incluso así, cuando se derriban árboles o se hacen cazas y pescas mayores, organizan ritos de disculpa para no violar la alianza de amistad entre todos los seres.

Esa relación sinfónica con la comunidad de vida es imprescindible para garantizar el futuro común de la propia vida y el de la especie humana.

Sabiduría ancestral

Conociendo un poco las distintas culturas indígenas, identificamos en ellas una profunda capacidad de observación de la naturaleza con sus fuerzas y de la vida con sus vicisicitudes. Su sabiduría se tejió a través de la sintonía fina con el universo y de la escucha del lenguaje de la Tierra. Saben mejor que nosotros unir el cielo con la tierra, integrar vida y muerte, compatibilizar trabajo y diversión, confraternizar el ser humano con la naturaleza. En este sentido ellos son altamente civilizados aunque su tecnología sea finísima pero no contemporánea.

Intuitivamente acertaron con la vocación fundamental de nuestro efímero paso por este mundo que es captar la majestad del universo, saborear la belleza de la Tierra y sacar del anonimato al Ser que hace ser a todos los seres, llamándolo con mil nombres Palop, Tupã, Ñmandu y otros. Todo existe para brillar. Y el ser humano existe para danzar y festejar ese brillo.

Esa sabiduría necesita ser rescatada por nuestra cultura secularista y nada respetuosa de las distintas formas de vida. Sin ella difícilmente pondremos límites al poder que será capaz de destruir nuestro sonriente Planeta vivo.

Actitud de veneración y de respeto

Para los pueblo indígenas, así como para algunos de nuestros pensadores contemporáneos, como el recientemente fallecido James Lovelock, el formulador de la teoría de la Tierra como Gaia, todo está vivo y todo viene cargado de mensajes que hay que descifrar. El árbol no es solo un árbol. Él se comunica por sus olores. Tiene brazos que son sus ramas, tiene mil lenguas que son sus hojas, une el Cielo con la Tierra por sus raíces y por la copa. Ellos consiguen naturalmente captar el hilo que liga y re-liga todas las cosas entre sí y con la Divinidad. Cuando danzan y toman las bebidas rituales realizan llevan una experiencia de encuentro con lo Divino y con el mundo de los ancianos y de los sabios que están vivos en el otro lado de la vida. Para ellos lo invisible es parte de lo visible. Es importante aprender esta lección de ellos.

La libertad, la esencia de la vida indígena

La falta de libertad de los días actuales nos atormenta. La complejidad de la vida, la sofisticación de las relaciones sociales generan sentimientos de prisión y de angustia. Los pueblos indígenas nos dan testimonio de una inconmensurable libertad. Bástenos la declaración de los grandes indigenistas, los hermanos Orlando y Cláudio Villas Boas: “El indio es totalmente libre, sin tener que dar satisfacción de sus actos a nadie… Si una persona da un grito en el centro de São Paulo, una radiopatrulla puede llevarlo preso. Si un indio diera un tremendo chillido en medio de la aldea, nadie le mirará ni le preguntará por qué gritó. El indio es un hombre libre”. Esa libertad está muy bien representada por el extraordinario liderazgo de Ailton Krenak y por sus escritos.

La autoridad, el poder como servicio y despojamiento

La libertad vivida por los índígenas confiere una marca singular a la autoridad de sus caciques. Estos nunca tienen poder de mando sobre los demás. Su función es de animación y de articulación de las cosas comunes, respetando siempre el don supremo de la libertad individual. Especialmente entre los Guaraní se vive ese elevado sentido de la autoridad, cuyo atributo esencial es la generosidad. El cacique debe dar todo lo que le piden y no debe guardar nada para sí. En algunas comunidades se puede reconocer al jefe en la persona de quien lleva los ornamentos más pobres, pues todo el resto ha sido donado. Nosotros los occidentales definimos el poder bajo su forma autoritaria: “la capacidad de conseguir que el otro haga lo que yo quiero”. Debido a esta concepción, las sociedades están desgarradas permanentemente por conflictos de autoridad.

Imaginemos el siguiente escenario: en el caso de que el cristianismo se hubiese encarnado en la cultura social guaraní y no en la greco-romana, tendríamos entonces curas pobres, obispos miserables y el papa, un verdadero mendigo. Pero su marca registrada sería la generosidad y el servicio humilde a todos. Entonces sí, podrían ser testigos de Aquel que dijo: “estoy entre vosotros como quien sirve”. Los indígenas habrían captado ese mensaje como connatural a su cultura y, tal vez, se habrían adherido libremente a la fe cristiana.

Como se deduce de todas estas cosas, reafirmo, los indígenas puede ser nuestros maestros y nuestros doctores, como se decía de los pobres en la Iglesia primitiva.

*Leonardo Boff ha escrito El casamiento entre el Cielo y la Tierra, cuentos de indígenas brasileros (con un suplemento sobre datos actualizados de su universo), Planeta 2022.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Der Zustand der Welt: Zivilisationskrise, Drama oder Tragödie?

                                        Leonard Boff*

Folgen Sie mir bei diesem Gedanken: Kann jemand sagen, wohin wir gehen? Weder der Dalai Lama, noch Papst Franziskus oder irgendeine andere Autorität werden es sagen können. Es gibt jedoch drei ernste Warnungen: eine von Papst Franziskus in seiner jüngsten Enzyklika Fratelli tutti von 2020: “Wir sitzen alle im selben Boot: Entweder sind wir alle gerettet oder niemand ist gerettet” (Nr. 32). Eine andere, ebenfalls sehr wichtige, ist die Erd-Charta von 2003: “Die Menschheit muss sich für ihre Zukunft entscheiden, und die Wahl ist folgende: eine globale Gesellschaft zu bilden, die sich um die Erde und um einander kümmert, oder die Zerstörung von uns selbst und der Vielfalt des Lebens zu riskieren” (Präambel). Die dritte stammt von UN-Generalsekretär António Guterres Mitte Juli 2022 auf einer Konferenz zum Klimawandel in Berlin: “Wir haben die Wahl: kollektives Handeln oder kollektiver Selbstmord. Es liegt in unserer Hand.”

Die meisten sitzen nicht im selben Boot, sorgen sich nicht um andere und führen keine gemeinsamen Aktionen durch. Betrachten wir einige Phänomene: Brasilien erlebt eine Welle des Hasses, der Lügen und der Gewalt gegen eine Vielzahl von Menschen, die feige verachtet und diffamiert werden, eine Welle, die von dem Präsidenten gefördert wird, der Folter und Diktaturen lobt und ständig die Verfassung verletzt. Ohne jeden Beweis stellt er die Sicherheit der Wahlen in Frage. Er ruft alle Botschafter auf, unsere Rechtsinstitutionen schlecht zu machen, und deutet an, dass er einen Staatsstreich durchführen wird, wenn er nicht wiedergewählt wird. Er begeht ein Verbrechen gegen das Land, ein Grund, seine Kandidatur in Frage zu stellen. Und damit meinen wir nicht den Hunger und die Arbeitslosigkeit von Millionen von Menschen im Lande.

Die ökologische Situation in der Welt ist nicht weniger besorgniserregend: Mitten im europäischen Sommer hat das Wetter 40 Grad oder mehr erreicht. In praktisch allen Ländern der Welt gibt es Brände. Das sind die Extremereignisse, die durch die globale Erwärmung noch verschärft werden. In diesem Jahr hatten wir in unserem Land große Überschwemmungen im Süden von Bahia, im Norden von Minas, am Tocantins-Fluss und am Amazonas sowie tragische Erdrutsche in Petrópolis und Angra dos Reis mit unzähligen Opfern und gleichzeitig eine lang anhaltende Dürre im Süden. Es gibt 17 Kriegsausbrüche in der Welt, der sichtbarste von allen in der Ukraine, die von Russland mit einer hohen Zerstörungskraft angegriffen wird.

Die Entscheidung der westlichen Länder, die der NATO angehören, deren Hauptakteur die Vereinigten Staaten sind, eine “neue strategische Verpflichtung” einzugehen und von einem Defensivpakt zu einem Offensivpakt überzugehen, ist sehr schwerwiegend. Sie erklärt ipsis litteris Russland zum gegenwärtigen Feind, und später auch China. Es handelt sich nicht um einen Konkurrenten oder Gegner, sondern um einen Feind, der aus der Sicht des Hitler-Juristen Carl Schmitt mit allen Mitteln bekämpft und vernichtet werden muss, auch mit militärischen und in letzter Konsequenz mit nuklearen Mitteln. Wie der renommierte Umweltökonom Jeffrey Sachs, bekräftigt durch Noam Chomsky, feststellte: Wenn dies geschähe, wäre es das Ende unserer Gattung. Das wäre die große Tragödie.

Die vielleicht größte Bedrohung geht von der bereits erwähnten beschleunigten globalen Erwärmung aus. Mit den gemeinsamen Anstrengungen aller Länder sollte die Erwärmung bis 2030 auf 1,5 Grad Celsius begrenzt werden. Jetzt wissen wir, dass sie sich beschleunigt hat; mit dem massiven Eintritt von Methan durch das Schmelzen der Polkappen und des Permafrostes wurde bis 2027 gerechnet. Der letzte dreibändige Bericht des Zwischenstaatlichen Ausschusses für Klimaänderungen (bekannt unter der englischen Abkürzung IPCC), der vor einigen Monaten veröffentlicht wurde, warnte davor, dass es schon viel früher so weit sein könnte. Es besteht die Gefahr eines “abrupten Sprungs”, der die Temperatur um 2,7 oder mehr Grad Celsius ansteigen lassen kann, worauf zuvor die Nordamerikanische Akademie der Wissenschaften hingewiesen hatte. Der IPCC kommt zu dem Schluss, “dass die Auswirkungen auf der ganzen Welt eine Bedrohung für die Menschheit darstellen”.

Ein großer Teil der lebenden Organismen kann sich nicht anpassen und verschwindet schließlich. Genauso können Scharen von Menschen schrecklich leiden und auch vor ihrer Zeit sterben. Ein solches Ereignis kann in den nächsten 3-4 Jahren eintreten. Es scheint, dass Analysten und Planer diese Möglichkeit nicht in Betracht ziehen. Daher ist es verständlich, dass einige Klimawissenschaftler Technofatalisten und Skeptiker sind. Sie behaupten, dass wir mit den Milliarden Tonnen CO2 und anderen Treibhausgasen, die sich bereits in der Atmosphäre angesammelt haben (wo sie fast 100 Jahre lang verbleiben), nicht in der Lage sind, die globale Erwärmung zu verhindern. Wir sind zu spät dran. Extremereignisse werden unweigerlich kommen, häufiger werden und mehr Schaden anrichten und Teile der terrestrischen Biome und Meeresküsten verwüsten. Da wir über Wissenschaft und Technologie verfügen, können wir die schädlichen Auswirkungen nur abmildern, aber nicht verhindern. Es handelt sich um eine Krise unserer Zivilisation, die die natürlichen Lebensgrundlagen der Erde verwüstet.

Zu diesem dramatischen Bild kommt noch die Überlastung der Erde hinzu: Wir verbrauchen mehr, als sie uns bieten kann, denn wir brauchen mehr als anderthalb Erden (1,7), um den Bedarf an menschlichem Konsum zu decken, vor allem den üppigen der Oberschicht. Angesichts dieses unbestreitbar dramatischen Szenarios stellt sich die Frage, was wir denken sollen. Dass wir vielleicht an der Reihe sind, vom Angesicht der Erde ausgeschlossen zu werden? Angesichts der Unersättlichkeit des globalisierten Produktionsprozesses, der keine Mäßigung kennt, verschwinden jedes Jahr fast 100.000 Arten von Lebewesen.

Hier können wir die Worte des bedeutenden französischen Naturforschers Théodore Monod aufgreifen, die wir schon einige Male zitiert haben: “Wir sind zu wahnsinnigem und irrsinnigem Verhalten fähig; von nun an können wir alles fürchten, auch die Vernichtung der menschlichen Rasse: Das wäre der gerechte Preis für unsere Torheiten und unsere Grausamkeit”. Diese Meinung wird von anderen namhaften Persönlichkeiten wie Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky u. a. geteilt.

Wir können nicht wissen, wie unsere Zukunft aussehen wird. Aber sie kann nicht eine Verlängerung der Gegenwart sein. Das Wesen der kapitalistischen Logik wird sich nicht ändern, denn sonst müsste sie aufgeben, was sie ist und sein will: unbegrenzte Akkumulation ohne Rücksicht auf die externen Effekte. Wie Hans Jonas in seinem Buch „Das Prinzip Verantwortung“ gezeigt hat, kann der Faktor Angst und Furcht entscheidend sein. Wenn der Mensch erkennt, dass er verschwinden kann, wird er alles tun, um zu überleben, wie die antiken Schiffe, die, wenn sie zu sinken drohten, ihre gesamte Ladung ins Meer warfen. Es wird zu radikalen Veränderungen kommen, insbesondere in der Produktionsweise und im sparsamen und solidarischen Konsum.

Es gibt noch das Prinzip des Unwägbaren und des Unerwarteten der Quantenmechanik. Die Evolution ist nicht linear. In Momenten hoher Komplexität und großen Chaos kann sie einen Sprung zu einer neuen Ordnung machen und ein anderes Gleichgewicht erreichen. In unserem Fall ist das nicht unmöglich. Aber es wird sicherlich auch unter Einsatz vieler Menschenleben geschehen. Das ist unser Drama.

Schließlich haben wir die theologische Hoffnung, das jüdisch-christliche Erbe, das ebenfalls als ein Ergebnis des evolutionären Prozesses und nicht als etwas Exogenes verstanden werden muss. Sie bekräftigt das Prinzip des Lebens und des lebendigen und lebensspendenden Gottes, der alles aus Liebe geschaffen hat. Er wird in der Lage sein, die Bedingungen dafür zu schaffen, dass sich die Menschen auf einen anderen Weg ihres Schicksals begeben und sich so selbst retten können. Aber “chi lo sa”? Es liegt an uns, die Hoffnung von Paulo Freire zu haben, d. h. die Bedingungen für eine lebensfähige Utopie zu schaffen, die Hoffnung, dass das Unerwartete geschieht und dass das Leben immer eine Zukunft hat und dazu bestimmt ist, sich zu verändern, um weiterzugehen und weiter zu leuchten.
 * Leonardo Boff ist Autor der Bücher Die schmerzhafte Geburt von Mutter Erde: A Society of Fraternity Without Borders and Universal Love, Vozes 2021 und Inhabiting the Earth, Vozes 2022; mit Mark Hathaway, The Tao of Liberatioon: explorind the ecology of transformation, Orbis Books, NY 2010.

Popoli indigeni: nostri maestri e medici in ecologia

Con il recente assassinio dell’indigenista Bruno Pereira e quello del giornalista inglese Dom Phillips nella valle del Jari amazzonico e, soprattutto, per l’abbandono subito dall’attuale governo, con un orientamento genocida, per lungo tempo, durante la pandemia del Covid- 19 che, in tutto, deve essere costata la vita a migliaia d’indigeni, la questione dei popoli originari ha guadagnato i titoli dei media a livello nazionale e internazionale.

Sorprendenti, nonostante il ritardo, le scuse di Papa Francesco nella sua visita di luglio in Canada, alle famiglie dei bambini indigeni, strappati dal loro ambiente e internati nelle scuole cattoliche con molti morti. Loro non si sono accontentati di questa scusa papale. Uno dei leader ha detto coraggiosamente al Papa: smettetela di farci superare questa tragedia, vogliamo che ci capiate, che rispettiate la nostra saggezza ancestrale, che favorisca la nostra cura e ci lasci vivere secondo le nostre tradizioni. Qualcosa di simile hanno detto gli indigeni boliviani in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II: la Bibbia che ci date, datela agli europei, perché ne hanno bisogno più di noi perché sono stati loro che, in modo disumanizzante, ci hanno colonizzato e ci hanno quasi decimati.

Non abbiamo mai pagato il debito secolare che abbiamo con i popoli originari brasiliani, latino-americani e caraibici. Loro sono gli ospiti originari di queste terre che vengono invase e rubate a causa della voracità dei taglialegna, dei cercatori d’oro e dell’industria mineraria.

La cura di tutto ciò che esiste e vive

Ora che siamo sotto un allarme ecologico planetario, non sapendo quali soluzioni trovare di fronte all’aumento del riscaldamento globale, scopriamo, finalmente, come loro trattano la natura con saggezza, si prendono cura delle foreste e della Madre Terra. Loro sono i nostri maestri e medici nel sentimento di appartenenza, di fratellanza e rispetto per tutto ciò che esiste e vive. Nutrono una profonda concordia tra di loro e con la comunità della vita, qualcosa che noi abbiamo perso da secoli. Stiamo subendo il danno irreparabile della nostra devastazione. Non abbiamo ancora imparato le lezioni che Gaia, la Pacha Mama e la Madre Terra ci stanno dando con l’intrusione del Covid-19. Cerchiamo di tornare all’ordine precedente, proprio quello che ha portato allo scoppio di innumerevoli virus, l’ultimo, il vaiolo delle scimmie. Elenchiamo alcuni valori del loro modo di essere in questo mondo naturale.

Integrazione sinfonica con la natura.

L’indio si sente parte della natura e non un estraneo al suo interno. Pertanto, nei loro miti, gli esseri umani e gli altri esseri viventi convivono e si sposano. Hanno intuito ciò che sappiamo dalla scienza empirica che tutti noi formiamo una catena di vita unica e sacra. Loro sono esimi ecologisti. L’Amazzonia, ad esempio, non è terra intoccabile. In migliaia di anni, le decine di nazioni indigene che vi abitano hanno saggiamente interagito con essa. Quasi il 12% dell’intera foresta amazzonica di ‘terra ferma’ è stata gestita da loro, promuovendo “isole di risorse”, sviluppando specie vegetali utili o foreste ad alta densità di castanheiras e frutti di ogni tipo. Essi furono piantati e curati per se stessi e per coloro che, per avventura, passavano di lì.

Gli Yanomami sanno utilizzare il 78% delle specie di alberi presenti dei suoi territori, tenendo conto dell’immensa biodiversità della regione, nell’ordine di 1.200 specie per un’area delle dimensioni di un campo da calcio.

Per loro la Terra è la Madre dell’indio. Lei è viva e per questo produce tutti i tipi di esseri viventi. Dovrebbe essere trattata con la riverenza e il rispetto dovuti alle madri. Mai si dovrebbero abbattere animali, pesci o alberi per puro piacere, ma solo per soddisfare i bisogni umani. Anche così, quando si tagliano gli alberi o si pratica la caccia e la pesca, sono organizzati riti di scuse in modo da non violare l’alleanza di amicizia tra tutti gli esseri.

Questo rapporto sinfonico con la comunità della vita è imprescindibile per garantire il futuro comune della propria vita e della specie umana.

Saggezza ancestrale.

Conoscendo un po’ le diverse culture indigene, identifichiamo in esse una profonda capacità di osservare la natura con le sue forze e la vita con le sue vicissitudini. La loro saggezza è stata intessuta attraverso la sintonizzazione con l’universo e l’ascolto attento del linguaggio della Terra. Sanno meglio di noi, sposare il cielo con la terra, integrare vita e morte, conciliare lavoro e divertimento, fraternizzare l’essere umano con la natura. In questo senso sono altamente civilizzati sebbene la loro tecnologia sia molto raffinata, ma non contemporanea.

Intuitivamente, hanno capito la vocazione fondamentale del nostro effimero passaggio in questo mondo, che è catturare la maestosità dell’universo, assaporare la bellezza della Terra e togliere dall’anonimato quell’Essere che fa essere tutti gli esseri, chiamandolo con mille nomi Palop, Tupã, Ñmandu e altri. Tutto esiste per brillare. E l’essere umano esiste per ballare e festeggiare questo bagliore.

Questa saggezza ha bisogno di essere riscattata dalla nostra cultura secolarizzata e irrispettosa delle varie forme di vita. Senza di essa, difficilmente potremmo porre limiti al potere che potrebbe distruggere il nostro Pianeta vivo e ridente.

Attitudine di venerazione e rispetto.

Per i popoli indigeni, così come per alcuni contemporanei, come il compianto James Lovelock, l’ideatore della teoria della Terra come Gaia, tutto è vivo e tutto viene caricato di messaggi che devono essere decifrati. L’albero non è appena un albero. Lui comunica con i suoi profumi. Possiede braccia che sono i suoi rami, ha mille lingue che sono le sue foglie, unisce il Cielo con la Terra attraverso le sue radici e la sua chioma. Loro sono in grado, naturalmente, di cogliere il filo che collega e ricollega tutte le cose tra loro e con la Divinità. Quando ballano e bevono le bevande rituali, sperimentano un incontro con il Divino e con il mondo degli anziani e dei saggi che sono vivi dall’altra parte della vita. Per loro, l’invisibile fa parte del visibile. È importante imparare da loro questa lezione.

La libertà, l’essenza della vita indigena.

Attualmente la mancanza di libertà ci tormenta. La complessità della vita, la sofisticazione delle relazioni sociali generano sentimenti di prigionia e angoscia. I popoli indigeni ci danno testimonianza di una libertà incommensurabile. Ci basta la testimonianza dei grandi indigenisti, i fratelli Orlando e Cláudio Villas Boas: “L’indio è totalmente libero, senza bisogno di dare soddisfazione per le sue azioni a chiunque sia… Se una persona grida nel centro di São Paulo, una pattuglia della polizia potrebbe portarla in galera. Se un indio lancia un urlo tremendo in mezzo al villaggio, nessuno lo guarderà, né gli chiederà perché ha urlato. L’indio è un uomo libero». Questa libertà è talmente in mostra attraverso la straordinaria leadership Krenak e dai suoi scritti, Ailton Krenak.

La autorità, potere come servizio e spoliazione.

La libertà vissuta dai popoli indigeni conferisce un segno unico all’autorità dei loro capi. Questi non hanno mai potere di comando sugli altri. La loro funzione è di animazione e articolazione delle cose comuni, sempre nel rispetto del dono supremo della libertà individuale. Soprattutto, tra i Guarani si vive questo alto senso di autorità, il cui attributo essenziale è la generosità. Il capo deve dare tutto ciò che gli viene chiesto e non deve tenere nulla per sé. In alcune comunità indigene si può riconoscere il capo nella persona che indossa gli ornamenti più poveri, poiché il resto è stato tutto donato. Noi occidentali definiamo il potere nella sua forma autoritaria: “la capacità di conseguire che l’altro faccia quello che io voglio”. A causa di questa concezione, le società sono permanentemente dilaniate da conflitti di autorità.

Immaginiamo il seguente scenario: se il cristianesimo si fosse incarnato nella cultura sociale guarani e non in quella greco-romana, allora avremmo sacerdoti poveri, vescovi miserabili e il papa un vero mendicante. Ma il suo segno distintivo sarebbe la generosità e il servizio umile a tutti. Allora sì, potremmo essere testimoni di Colui che ha detto: “sono in mezzo a voi come uno che serve”. Gli indigeni avrebbero colto questo messaggio come connaturale alla loro cultura e, chissà, avrebbero aderito liberamente alla fede cristiana.

Come si vede, in tante cose, lo ripeto, gli indigeni possono essere nostri maestri e nostri medici, come si diceva dei poveri nella Chiesa primitiva.

*Ecoteologo ha scritto il Matrimonio fra il Cielo e la Terra.

Miti  dei indigeni brasiliani, Planeta, São Paulo 2022.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)