Natal: a atualidade do PUER AETERNUS, da Eterna Criança

O Natal representa sempre oportunidade de voltarmos ao cristianismo originário. Em primeiro lugar, existe a mensagem de Jesus: a experiência de Deus como Pai com características de mãe, o amor incondicional, a misericórdia e a entrega radical a um sonho: o do Reino de Deus. Em segundo lugar, existe o movimento de Jesus: daqueles que, sem aderir a alguma confissão ou dogma, se deixam fascinar por sua saga generosa e radicalmente humana e o tem como uma referência de valor. Em terceiro lugar, há as teologias sobre Jesus, já contidas nos evangelhos, escritos 40-50 anos após sua execução na cruz.

As comunidades subjacentes a cada um dos evangelhos, elaboraram suas interpretações sobre a vida de Jesus, sua prática, seu conflito com os as autoridades, sua experiência de Deus e sobre o significado de sua morte e ressurreição. No entanto, cobrem sua figura com tantas doutrinas que se torna difícil saber quem foi realmente o Jesus histórico que viveu entre nós. Por fim, existem as Igrejas que tentam levar avante o legado de Jesus, uma delas, a católica, com a reivindicação de ser a única verdadeira guardiã de sua mensagem e a exclusiva intérprete de seu significado. Tal pretensão torna praticamente impossível o diálogo ecumênico e a unidade das igrejas a não ser mediante à conversão.

Hoje tendemos a dizer que Jesus não pode ser apropriado por nenhuma Igreja. Ele pertence à humanidade e representa um dom que Deus ofereceu a todos, de todos os quadrantes.

Tomando como referencia a Igreja Católica, notamos que em sua milenar história, duas tendências, entre outras menores, ganharam grande curso. A primeira se funda muito na culpa, no pecado e na penitência. Sobre tais realidades paira o espectro do inferno, do purgatório e do medo.

Efetivamente, podemos dizer, que o medo foi um dos fatores fundamentais na penetração do cristianismo, como o mostrou J. Delumeau em seu clássico “O medo no Ocidente” (1978). O método no tempo de Carlos Magno era: converta-te ou serás passado ao fio da espada. Lendo os primeiros catecismos feitos na América Latina como o primeiro de Frei Pedro de Córdoba “Doctrina Cristiana” (1510 e 1544), vê-se claramente esta tendência com apelo explícito ao medo. Começa-se com a descrição idílica do céu e depois a terrificante do inferno “onde estão todos os vossos antepassados, pais, mães, avós e parentes…e para onde vós todos ireis se não vos converterdes”. Podemos imaginar a confusão que isso criava na cabeça dos aztecas e outros ao ouvir que seus pais, mãe, parentes e todas as pessoas que amavam, estavam sofrendo no inferno.Setores da atual Igreja manejam ainda hoje as categorias do medo e do inferno.

Outra tendência, mais contemporânea, e penso, mais próxima de Jesus, põe a ênfase na compaixão e no amor, na justiça original e no fim bom da criação. Entende que a história da salvação se dá dentro da história humana e não como uma alternativa a ela. Daí surge um perfil de cristianismo mais jovial, em diálogo com as culturas e com os valores modernos pois neles vê também a presença do Espírito Santo que chega sempre antes do missionário.

A festa do Natal se liga a esta última tendência do Cristianismo. O que se celebra é um Deus-menino, que choraminga entre a vaca e burrinho, que não mete medo nem julga ninguém. É bom que os cristãos voltem a esta figura. Arquetipicamente ele representa o “puer aeternus” a eterna criança que, no fundo, nunca deixamos de ser.

Uma das melhores discípulas de C. G. Jung, Marie-Louise von Franz, analisou em detalhe este arquétipo em seu livro “Puer Aeternus” (Paulinas 1992). Essa figura possui certa ambiguidade. Se colocamos a criança atrás de nós, ela deslancha energias regressivas de nostalgia de um mundo que passou e que não foi totalmente superado e integrado. Continuamos, de certa forma, infantis.

Mas se colocamos a criança eterna à nossa frente então ela suscita em nós renovação de vida, inocência, novas possibilidades de ação que correm em direção do futuro.

Pois estes são os sentimentos que queremos alimentar neste Natal no meio de uma situação sombria da Terra e da Humanidade. Sentimentos de que ainda teremos futuro e que podemos nos salvar porque a Estrela é magnânima e o “puer” é eterno e porque ele se encarnou neste mundo e não permitirá que afunde totalmente. Nele se manifestou a humanidade e a jovialidade do Deus de todos os povos. Tudo o mais é vaidade.

Leonardo Boff escreveu O Sol da Esperança: Natal, Histórias, Poesias e Símbolos (Mar e Idéias, Rio 2007)

Quali sono i bisogni fondamentali?

L’essere umano è per sua natura un essere carente sotto molti aspetti. Ha bisogno di un grande impegno per sodisfarle e poter vivere, non una vita miserabile ma una vita di qualità.

Dietro ogni bisogno, si nasconde un desiderio e un timore: desiderio di poter soddisfarlo nella forma più conveniente possibile e il timore di non riuscirci e quindi dover soffrire. Chi possiede, teme di perdere: chi non ha, desidera avere. Questa è la dialettica dell’esistenza.

Maestri delle più grandi tradizioni dell’umanità e delle scienze dell’umano. convengono più o meno sui seguenti bisogni fondamentali: abbiamo bisogni biologici: in una parola dobbiamo mangiare, bere, abitare, vestirci e avere sicurezza. Gran parte del tempo è impegnato nel soddisfare tali bisogni. Le grandi maggioranze dell’umanità li soddisfano in forma precaria o per mancanza di lavoro o perché la solidarietà e la compassione sono beni scarsi.

La prima petizione del Padre Nostro, è per il pane quotidiano perché la fame non può aspettare. Ma noi non chiediamo a Dio che ogni giorno faccia miracoli e così ci lasci liberi di produrre il pane. Chiediamo che il clima e la fertilità dei suoli siano favorevoli.

Oltre a questo abbiamo bisogno di sicurezza. Possiamo ammalarci e soccombere a rischi che ci privano della vita. Possono provenire dalla natura, dalle tempeste, dai fulmini, da secche prolungate, dasmottamenti di terreno, da qualsiasi tipo di incidente. Possono provenire soprattutto dall’essere umano, che ha dentro di sé non solo l’istinto della vita, ma anche quello della morte. Può perdere l’autocontentamento e eliminare l’altro. Tutto questo genera in noi paura. E nutriamo la speranza di neutralizzarlo. Il fatto che siamo vissuti in caverne e poi in case dimostra la nostra ricerca di sicurezza.

Il fatto è che mai controlliamo tutti i fattori. Sempre possiamo essere vittime innocenti o colpevoli. E’ a questo punto che gridiamo invocando Dio, non perché ci allontani dall’abisso, ma perché dia il coraggio di evitarlo e così continuare a vivere.

In terzo luogo abbiamo bisogno di appartenenza: siamo esseri societari, apparteniamo a uma famiglia, a una etnia, a un determinato luogo, a un paese, al Pianeta Terra. Quello che rende penosa la sofferenza è la solitudine, il non poter contare con una spalla amica e una mano accogliente, dato che siamo il frutto delle attenzioni delle nostre mamme, che ci hanno tenuti in braccio, vogliamo moriré stringendo la mano di qualche vicino o di chi ci ama.

In fondo all’abisso esistenziale invochiamo gridando la mamma o Dio e sappiamo che lui ti dà retta, perché lui è sensibile alla voce dei suoi figli e delle sue figlie, e sente il batticuore del nostro cuore spaventato.

Per questo bisogna garantire il sentimento di appartenenza, caso contrario noi ci sentiamo come cani sperduti e abbandonati.

In quarto luogo abbiamo bisogno di autostima. Esistere non basta. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: “Sii benvenuto in mezzo a noi, tu sei importante per noi. Il rifiuto ci fa provare ancora da vivi l’esperienza della morte. Abbiamo quindi bisogno di essere riconosciuti come persone con le nostre differenze e individualità. Caso contrario siamo come una pianta senza nutrienti che va peggiorando fino a morire. E come è importante quando qualcuno ci chiama per nome e ci abbraccia. La nostra umanità negata ci viene resa e possiamo continuare il cammino con speranza e senza paura.

Infine abbiamo necessità di autorealizzazione. Questo è il grande miraggio, la grande e sfida dell’essere umano: di poter realizzarsi e diventare umano. Siamo un mistero per noi stessi. Non è che non sappiamo niente dell’essere umano. Al contrario, quanto più sappiamo, tanto più si allargano le dimensioni di quello che non sappiamo. Abbiamo nostalgia delle stelle da cui siamo venuti.

Ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro, al Tutto. Per quanto andiamo alla ricerca dell’oggetto che sazi il nostro desiderio, non lo troviamo tra gli esseri che ci stanno intorno, ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro. Siamo esseri dal desiderio illimitato. Desideriamo l’essere essenziale e troviamo solo esseri accidentali. Come riusciremo dunque la nostra autorealizzazione, se ci percipiamo come progetto infinito?

E’ in questo cammino affannoso há um senso parlare di Dio come essere essenziale e oscuro oggetto del nostro desiderio infinito. Autorealizzarsi pertanto implica un coinvolgersi con Dio. Coinvolgersi con Dio è risvegliare in noi la spiritualità, quella capacità di sentire un’energia poderosa e amorosa, che sorpassa tutta la realtà. È poter vedere il mare in un’onda e in una goccia d’acqua l’immensità dell’Amazzonia.

Spiritualità è avere sete e fame di un estremo abbraccio riposante, dove finalmente tutte le nostre necessità saranno soddisfatte, dove spariscono tutti i timori e ci riposeremo. Fino a quando non elaboriamo questo centro, ci sentiamo nella preistoria di noi stessi, esseri interi ma non rifiniti e letteralmente frustrati. Entrando in comunione con l’essere essenziale, per abbandonarci a lui, silenziosamente e senza condizioni, con l’orazione e la meditazione, apriamo una fonte di energie incomparabile e irresistibile. Effetto: gioia pura, leggerezza di vita, beatitudine come consentita a viandanti.

Traduzione; Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Satisfaccón de las necesidades fundamentales?

El ser humano es, por naturaleza, un ser de muchas carencias. Necesita un gran empeño para atenderlas y así poder vivir, no miserablemente, sino una vida de calidad. Tras cada necesidad se esconde un temor y un deseo: el deseo de poder satisfacerla de la forma más satisfactoria posible y el temor de no conseguirlo y entonces sufrir. Quien tiene, teme perder: quien no tiene, desea tener. Así es la dialéctica de la existencia.

Maestros de las más diferentes tradiciones de la humanidad y de las ciencias de lo humano convergen más o menos en las siguientes necesidades fundamentales:

Tenemos necesidades biológicas: en una palabra, necesitamos comer, beber, vestirnos y tener seguridad. Gran parte del tiempo lo empeñamos en atender tales necesidades. Las grandes mayorías de la humanidad las satisfacen de forma precaria, o por falta de trabajo o porque la solidaridad y la compasión son bienes escasos. La primera petición del Padrenuestro es el pan de cada día, porque el hambre no puede esperar.

Pero no pedimos a Dios que haga milagros cada día y así nos evite producir el pan. Pedimos que los climas y la fertilidad de los suelos sean favorables y que haya cooperación en la producción y en la distribución de los alimentos. Sólo entonces exorcizamos el miedo y atendemos a nuestro deseo básico.

Además, tenemos necesidad de seguridad: podemos enfermar y sucumbir a peligros que nos quitan la vida. Pueden provenir de la naturaleza, de las tempestades, de los rayos, de las sequías prolongadas, de los deslizamientos de tierra, de todo tipo de accidentes. Pueden provenir, principalmente, del propio ser humano que no sólo tiene dentro de sí el instinto de vida sino también el instinto de muerte; puede perder el autocontrol y eliminar al otro. Todo esto nos produce miedo. Y tenemos la esperanza de sortearlo. El hecho de haber vivido en las cavernas y después en casas muestra nuestra búsqueda de seguridad.

La realidad es que nunca controlamos todos los factores. Siempre podemos ser víctimas inocentes o culpadas. Y entonces clamamos a Dios, no para que nos saque del borde del abismo, sino para que nos dé coraje para evitarlo y sobrevivir.

Tenemos, en tercer lugar, necesidad de pertenencia: somos seres societarios. Pertenecemos a una familia, a una etnia, a un determinado lugar, a un país, al planeta Tierra. Lo que hace penoso el sufrimiento es la soledad, el no poder contar con un hombro amigo y una mano acogedora. Como somos frutos del cuidado de nuestras madres que nos llevaron en sus brazos, queremos morir dando la mano a alguien próximo o a quien nos ama.

En el fondo del abismo existencial clamamos por la madre o por Dios. Y sabemos que Él nos atiende porque es sensible a la voz de sus hijos e hijas y siente el latir de nuestro corazón atemorizado. Ser reducido a la soledad es ser condenado al infierno existencial y a la ausencia de cualquier comunión. Por eso es importante satisfacer el sentimiento de pertenencia, de lo contrario nos sentimos cual perros abandonados vagando por el mundo.

En cuarto lugar, tenemos necesidad de autoestima. No basta existir. Necesitamos que nuestra existencia sea acogida, que alguien con sus palabras y actos nos diga: «sé bienvenido a nuestro medio, tú cuentas para nosotros». El rechazo nos hace tener, aun vivos, la experiencia de muerte. Necesitamos, pues, ser reconocidos como personas, con nuestras diferencias y particularidades. De lo contrario, somos como una planta sin nutrientes que se va mustiando hasta morir. Qué importante es cuando alguien nos llama por nuestro nombre y nos abraza. Nos devuelve nuestra humanidad negada y podemos seguir adelante con esperanza y sin miedo.

Finalmente, tenemos necesidad de autorrealización. Este es el gran anhelo y desafío del ser humano: poder realizarse a sí mismo y volverse humano. ¿Qué es lo humano del ser humano? No lo sabemos exactamente porque hasta lo inhumano pertenece a lo humano. Somos un misterio para nosotros mismos. No es que no sepamos nada de lo humano. Al contrario, cuanto más sabemos, más se amplían las dimensiones de aquello que no sabemos. Tenemos saudades de las estrellas de donde venimos.

Pero sabemos lo suficiente para descubrirnos como seres de apertura, al otro, al mundo y al Todo. Somos seres de deseo ilimitado. Por más que busquemos un objeto que sacie nuestro deseo, no lo encontramos entre los seres de nuestro alrededor. Deseamos al Ser esencial y nos topamos solo con entes accidentales. ¿Cómo, entonces, vamos a conseguir autorrealizarnos si nos percibimos como un proyecto infinito?

En este afán gana sentido hablar de Dios como el Ser esencial y el oscuro objeto de nuestro deseo infinito. Sólo Él llena las características del Infinito, adecuadas a nuestro proyecto infinito. Autorrealizarse, por lo tanto, implica envolverse con Dios. Envolverse con Dios es despertar la espiritualidad en nosotros, aquella capacidad de sentir una Energía poderosa y amorosa que atraviesa toda la realidad. Es poder ver en la ola, el mar y en la gota de agua, la inmensidad del Amazonas. Espiritualidad es sentir el hambre y la sed de un último refugio, un sentirse seguro en los brazos de alguien en quien se confía, donde, por fin, todas nuestras necesidades serán satisfechas, donde mueren todos los temores y podremos descansar.

Mientras no elaboremos en nosotros ese Centro, nos sentiremos siempre en la prehistoria de nosotros mismos; seres enteros pero inacabados y en último término, frustrados.

Cuando entramos en comunión con el Ser esencial por la entrega silenciosa e incondicional, por la oración y por la meditación, abrimos un manantial de energías incomparable e insustituible. El efecto es la pura alegría, la levedad de la vida, la bienaventuranza posible a los caminantes.

Traducción de María Gavito Milano

Der ethische und humanistische Kommunismus Oscar Niemeyers

Ich hatte zwar nicht viele Begegnungen mit Oscar Niemeyer, doch wenn wir uns trafen, waren diese lang und intensiv. Worüber sonst sollten ein Architekt und ein Theologe miteinander reden, wenn nicht über Gott, Religion, Ungerechtigkeit den Armen gegenüber und über den Sinn des Lebens? In unseren Gesprächen spürte ich, dass ich es mit jemandem zu tun hatte, der eine starke Sehnsucht nach Gott verspürte. Er beneidete mich, denn als intelligenter Mensch (für den er mich hielt) glaubte ich doch an Gott, wozu er nicht in der Lage war. Ich beruhigte ihm, indem ich sagte: Was zählt, ist nicht so sehr, an Gott zu glauben oder nicht zu glauben, sondern ethisch zu leben, in Liebe, Solidarität und Mitgefühl für diejenigen, die am meisten zu leiden haben. Denn das ist, was zählt, wenn sich unser Leben dem Ende zuneigt. Und dies traf durchaus auf ihn zu. Sein Blick verlor sich in der Weite, mit einem sanften Schimmern in den Augen.

Er war einmal sehr beeindruckt, als ich ihm diesen Satz eines mittelalterlichen Theologen zitierte: „Würde Gott so existieren, wie Dinge existieren, dann existierte er nicht.“ Woraufhin er fragte: „Was bedeutet das?“ Ich antwortete: „Gott ist kein Objekt, das man irgendwo finden kann. Wäre es so, dann wäre Gott ein Teil der Welt und nicht Gott.“ Auf seine Frage: „Was für ein Gott ist das?“, antwortete ich, nahezu flüsternd: „Gott ist eine Art kraftvolle und liebende Energie, die solche Bedingungen schafft, dass Dinge existieren können. Gott ist in etwa wie das Auge: es sieht, doch es kann sich selbst nicht sehen. Oder wie der Gedanke: die Kraft, mithilfe derer er denkt, kann nicht gedacht werden.“ Er blieb nachdenklich, doch fragte weiter: „Und das besagt die christliche Theologie?“ Und ich gab zur Antwort: „Das tut sie, doch sie schämt sich, es zu sagen, denn dann müsste sie schweigen anstatt zu reden. Doch sie redet ständig, vor allem die Päpste.“ Doch zum Trost fiel mir der Satz des großen Argentiniers Jorge Luis Borges ein: „Die Theologie ist eine kuriose Wissenschaft: in ihr ist alles wahr, denn alles ist erfunden.“ Dieser Satz gefiel Niemeyer gut. Und noch mehr gefiel ihm das Bonmot des berühmten Straßenkehrers Gari Sorriso aus Rio de Janeiro: „Gott ist der Wind und der Mond; er ist die Dynamik des Wachsens. Er besteht im Applaudieren für den, der hinaufsteigt, und in der Hilfe für den, der herabsteigt.“ Ich vermute, Oscar hatte kein Problem damit, sich einen solchen Gott vorzustellen, der sich so menschlich und so nah zeigt. Er lächelte sanft, und bei der Gelegenheit sagte ich: „Ist es in deiner Architektur nicht genauso? In der Architektur ist alles einfach und schön, nicht weil es rationell ist, sondern weil alles erfunden ist und Frucht der Vorstellungskraft.“ Er war der gleichen Meinung und fügte hinzu, dass er mehr Inspiration für Architektur in der Lektüre von Gedichten, Romanen und Science Fiction findet als in der Hingabe an intellektuelle Tüftelei. Ich sagte: „In der Religion ist es mehr oder weniger so: Die Größe der Religion ist die Fantasie und die utopische Fähigkeit, Reiche der Gerechtigkeit und Himmel des Glücks zu projizieren. Und große moderne Denker wie Bloch, Goldman, Durkheim, Michael Löwy, Rubem Alves u. a. sagen nichts anderes: Unser Fehler war, die Religion in der Vernunft zu verankern, während sich ihr natürliches Umfeld im Imaginären und im Prinzip Hoffnung befindet. Dort offenbart die Religion ihre Wahrheiten und kann uns auf der Suche nach dem Sinn des Lebens inspirieren.“

Für mich besteht Oscar Niemeyers Größe nicht nur in seiner Genialität, die weltweit anerkannt und geschätzt wird, sondern auch in seinem Lebenskonzept und in der Tiefe seines Kommunismus’. Für ihn war „das Leben eine Windböe“, hell und flüchtig, doch in aller seiner Fülle zu leben. Vor allem bestand das Leben für ihn nicht nur aus reiner Freude, sondern aus Kreativität und Arbeit. Er arbeitete bis an sein Lebensende, wie Picasso, und schuf mehr als 600 Werke. Und als authentische Persönlichkeit interessierte er sich für Kunst, Literatur und Wissenschaft. Noch im hohen Alter begann er, Kosmologie und Quantenphysik zu studieren. Die unermessliche Größe des Universums erfüllte ihn mit Bewunderung und Staunen.

Doch über alles kultivierte er Freundschaften, Solidarität und den Respekt vor jeder Person. „Architektur ist nicht das Wichtigste,“ wiederholte er immer wieder. „Was zählt, ist das Leben.“ Doch nicht irgendein Leben; ein Leben gelebt in der Suche nach den notwendigen Veränderungen, um die Ungerechtigkeit gegenüber den Armen zu überwinden, ein Leben, das diese verdrehte Welt verbessert, ein Leben, das zu Solidarität und Freundschaft führt. In der Zeitung „Jornal do Brasil“ vom 21.04.2007 bekannte er: „Es ist von grundlegender Wichtigkeit zu erkennen, dass das Leben ungerecht ist und dass wir das Leben nur dann besser leben können, wenn wir einander als Brüder und Schwestern helfend die Hände reichen.“

Sein Kommunismus ähnelt stark dem Kommunismus der frühen Christen, wie er in der Apostelgeschichte in den Kapiteln 2 und 4 beschrieben wird. Dort heißt es, dass die Christen alles miteinander teilten und es keine Armen unter ihnen gab. Folglich war es kein ideologischer Kommunismus, sondern ein ethischer Kommunismus mit menschlichem Antlitz: zu teilen, in Bescheidenheit zu leben. Dies pflegte Oscar immer zu tun und schenkte denen von seinem Geld, die es brauchten. Alles sollte allen gehören. Einem Journalisten, der ihn befragte, ob er eine Tablette nehmen würde, die ihm ewige Jugendlichkeit verleihen könnte, antwortete er: „Ich würde sie nehmen, wenn es für jeden in der Welt eine gäbe; Unsterblichkeit für mich allein möchte ich nicht.“

Eine Begebenheit, die mir unvergesslich ist, trug sich zu Beginn der 1980er Jahre zu. Oscar war in Petropolis, wo ich wohne und lud mich zum Essen ein. An diesem Tag kam ich gerade aus Kuba zurück, wo ich seit mehreren Jahren, gemeinsam mit Frei Betto, auf Wunsch Fidel Castros mit Regierungsvertretern unterschiedlicher Ranghöhe im Dialog stand (stets unter Beobachtung durch den Geheimdienst), um zu versuchen, sie von ihren dogmatischen und strengen Konzepten zu lösen, die dem sowjetischen Marxismus eigen waren. Dies waren ruhige Zeiten in Kuba. Mit der Unterstützung durch die Sowjetunion konnte das Land großartige Projekte für Gesundheit, Bildung und Kultur durchführen. Ich teilte Oscar mit, dass wohin auch immer ich in Kuba gegangen war, ich niemals Slums gesehen hätte, sondern eine würdevolle Armut. Ich erzählte ihm tausend Dinge über Kuba, das laut Frei Betto zu diesem Zeitpunkt wie “der zchwartze Budestaat Bahia war“. Seine Augen glänzten. Er aß fast nichts. Er war so begeistert zu erfahren, dass irgendwo in dieser Welt sein Traum von Kommunismus zumindest teilweise Wirklichkeit geworden war und der Mehrheit der Bevölkerung diente.

Mein Erstaunen war groß, als ich zwei Tage später einen Artikel von ihm in der Folha de São Paulo mit einem hübschen Bild der drei Berge mit Gipfelkreuz sah. An einer Stelle im Artikel hieß es: „Als ich vom Hochland von Petropolis nach Rio de Janeiro herunterkam, betete ich, der ich Atheist bin, zum Gott von Bruder Boff, dass die Lebenssituation des kubanischen Volkes einst Realität in Brasilien werden.“ Das war die warme, sanfte und radikal menschliche Güte Oscar Niemeyers.

Mir bleibt eine immerwährende Erinnerung an ihn. Von Darcy Ribeiro, der ihm ein brüderlicher Freund war, erwarb ich ein kleines Appartment nahe des Alto de Boa-Vista im Vale Encantado. Von dort aus kann man die ganze Barra de Tijuca sehen bis zum Ende des Recreio de los Bandeirantes. Oscar hatte dieses Appartment für seinen Freund umgebaut, sodass Darcy (der von kleiner Statur war) immer das Meer sehen konnte. Er baute eine Plattform von ca. 50 cm Höhe und, anders konnte es ja nicht sein, eine schöne Kurve über der Ecke wie eine Meereswelle auf dem Körper einer geliebten Frau. Dorthin ziehe ich mich zurück, wenn ich schreiben oder ein bisschen meditieren möchte, denn auch ein Theologe muss sich um sein Seelenheil kümmern.

Zweimal bot er an, für das Grundstück in Araras in Petropolis, auf dem ich lebe, das Modell einer kleinen Kirche zu entwerfen. Ich lehnte dies ab, denn es erschien mir ungerecht, meinen Besitz mit dem Werk eines Genies wie Niemeyer aufzuwerten. Letztlich ist Gott weder im Himmel noch auf der Erde zu finden, sondern dort, wo offene Türen einladen.

Das Leben ist nicht dazu bestimmt, mit dem Tod zu verschwinden, sondern um durch den Tod alchimistisch verwandelt zu werden. Oscar Niemeyer ist nur auf die andere Seite des Lebens gegangen, auf die unsichtbare Seite. Doch die unsichtbare Seite ist ein Teil der sichtbaren. Aus diesem Grund ist er nicht abwesend, sondern anwesend, er ist nur unsichtbar. Doch stets mit derselben Milde, Sanftheit, Solidarität und Liebe, die ihn immer gekennzeichnet haben. Und wo auch immer er jetzt ist, so wird er sich Welten ausdenken, projizieren und erschaffen, die schön sind, kurvenreich und von Leichtigkeit erfüllt.

Übersetzt von Bettina Gold-Hartnack