Un’escalation della guerra Russia-Ucraina potrebbe mettere in pericolo la vita sulla Terra

               Leonardo Boff

Sempre più spesso si sente parlare di un’escalation della guerra tra Russia e Ucraina, provocata dallo stesso Putin che alla fine ha ammesso, l’eventuale uso di armi nucleari tattiche. Non distruggono molto, ma la radioattività emessa potrebbe rendere la regione inabitabile per molti anni. La ragione fondamentale è che la Russia non può perdere la guerra.

Questa situazione è peggiorata quando la NATO, sotto la pressione degli Stati Uniti, ha esteso la sua azione offensiva dall’Atlantico al Pacifico con l’adesione del Giappone, della Corea del Sud, dell’Australia e della Nuova Zelanda.

La NATO si è vergognosamente sottomessa alla volontà imperiale degli USA. Sembra che non abbia imparato nulla dalle due guerre del XX secolo in Europa che hanno fatto 100 milioni di vittime.

Si sa oggi che dietro la guerra che si sta svolgendo in Ucraina, c’è uno scontro tra USA e Russia/Cina al fine di chi detiene il dominio geopolitico del mondo. Finora ha prevalso un mondo unipolare con il predominio completo degli USA.

Il nostro maestro in geopolitica Luiz Alberto Moniz Bandeira (1935-2017) nel suo minuzioso libro ‘A desordem mundial:o espectro da total dominação (Civilização Brasileira, RJ 2016) ha evidenziato, chiaramente, i tre mantra fondamentali del Pentagono e della politica estera nord-americana:

  • one World-one Empire (USA);
  • full spectrum dominance: dominare l’intero spettro della realtà, sulla terra, nel mare e nell’aria con circa 800 basi militari distribuite in tutto il mondo;
  • destabilizzare tutti i governi dei paesi che resistono o si oppongono a questa strategia imperialista come è avvenuto in Honduras, in Bolivia e nel Brasile con il golpe contro Dilma Rousseff nel 2016 e poi con l’ingiusta detenzione di Lula.

Gli USA non rinunciano al loro proposito di essere l’unica potenza mondiale. Si dà il caso che l’impero nord-americano sia alla deriva, per quanto faccia ancora appello al suo eccezionalismo e al “destino manifesto”, secondo il quale gli USA sarebbero il nuovo popolo di Dio che porterà alle nazioni democrazia, libertà e diritti (sempre inteso all’interno del codice capitalista).

Nel frattempo, la Russia si è armata con potenti armi nucleari, con missili inattaccabili e sta disputando per essere parte della leadership nel processo di globalizzazione. Ha fatto irruzione la Cina con nuovi progetti come la ‘via della seta’ e come potenza economica che ha già superato quella nord-americana. In parallelo a ciò è emerso nel Sud Globale, un gruppo di paesi il cui acronimo è BRICS di cui il Brasile partecipa. In altre parole, non esiste più un mondo unipolare, ma multipolare.

Questo fatto esaspera l’arroganza dei suprematisti neocon che affermano che è necessario continuare la guerra in Ucraina per dissanguare ed eventualmente devastare la Russia e neutralizzare la Cina per affrontarla in una fase successiva. In questo modo torneremmo al mondo unipolare.

Ecco qui gli elementi che possono generare una terza guerra mondiale che sarà terminale. Papa Francesco, nella sua chiara intuizione, ha più volte detto che siamo già nella “terza guerra mondiale a pezzi”. Per questo afferma con tono quasi disperato (ma sempre personalmente speranzoso) che “siamo tutti sulla stessa barca; o ci salviamo tutti o non si salva nessuno” (Fratelli tutti n.32). È la ragione diventata irrazionale e impazzita. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha spesso ripetuto: “l’unica alternativa è la cooperazione di tutti o il suicidio collettivo”.

Perché l’occidente europeo ha optato per la volontà di potenza e non per la volontà di vivere di pacifisti come Albert Schweitzer, Leon Tolstoy, Mahatma Gandhi, Luther King Jr e Dom Helder Câmara? Perché l’Europa, che ha prodotto una grande cultura e tanti geni, santi e sante, ha scelto questa strada che potrebbe devastare l’intero pianeta fino a renderlo inabitabile? Ha lasciato irrompere, senza controllo, il più pericoloso degli archetipi – secondo C.G.Jung – quello del potere, capace di auto-distruggerci? Ecco un mistero della storia umana da decifrare.

Perché è in questo Dio vivente e fonte di vita che riponiamo la nostra ultima speranza. Questo va oltre i limiti della scienza e della ragione strumentale-analitica. È l’atto di fede che rappresenta anche una virtualità presente nel processo cosmo-genico globale. L’alternativa a questa speranza è l’oscurità. Ma la luce ha più diritti dell’oscurità. In questa luce noi crediamo e speriamo.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Due antropologie in opposizione, presupposte nell’IA

       Leonardo Boff

Nell’enciclica Laudato Si’, sulla cura della casa comune (2015), Papa Francesco ha sottoposto a una rigorosa critica la tecno-scienza, per essere una delle cause del degrado della natura. Riguarda il prevalere del paradigma del “dominus” (essere il padrone), imperante in tutta l’era della modernità senza che gli esseri umani si sentissero parte della natura. A questo paradigma del “dominus” il Papa nella Fratelli tutti (2020), contrappone il paradigma del “frater” (fratello e sorella). Tutti gli esseri sono nostri fratelli e sorelle perché proveniamo tutti dalla stessa polvere della Terra. Inoltre, tutti, dai più antichi, passando per i dinosauri, per gli uccelli e arrivando a noi, possediamo lo stesso codice genetico di base, i 20 amminoacidi e le quattro basi fosfatiche. Da ciò deriva una fraternità universale, tra gli esseri umani e tra questi e tutti gli altri esseri della natura. Un legame di amore e amicizia, sottolinea l’enciclica, dovrebbe coinvolgere tutti.

Questa fraternità universale proietta un altro tipo di mondo, di politica, di economia, partendo dal basso, dalla regione, sempre al servizio della comunità di vita, sia essa della natura, sia degli esseri umani, in particolare dei più vulnerabili. Da qui nasce una nuova etica di solidarietà e di cooperazione che trova nella parabola del Buon Samaritano, analizzata nel dettaglio dalla Fratelli tutti, il suo punto di riferimento esemplare.

1. L’antropologia della sorveglianza e del controllo

Alla base dell’enciclica Magnifica Humanitas si trovano due antropologie analizzate criticamente dal Papa: quella della sorveglianza e quella della cura. Nella metafora del Papa, Babilonia e Gerusalemme. La prima, quella della sorveglianza, è stata formulata per la prima volta dalla filosofa e psicologa americana Shoshanna Zuboff nel 2021. È stata poi assunta dal fondatore di Palantir, Peter Thiel. Non si concentra sul processo economico, ma sul controllo e sulla sorveglianza delle persone. Peter Thiel parte da un’antropologia estremamente riduzionista: “l’uomo è un essere pericoloso, segnato dalle passioni, naturalmente incline al conflitto, bisognoso di contenimento”.

La strategia consiste nel monitorarlo, sottraendogli spazi di libertà in modo da poterlo confinare all’interno del sistema dominante, il capitalismo neoliberista speculativo. Questa strategia trova nomi più blandi per essere meglio assimilata, senza però alterarne la logica: “democrazia di mercato” o “capitalismo democratico”.

Questa antropologia ha portato il pensatore Garrett Hardi ad affermare: “Avendo eliminato tutti gli altri nemici, l’uomo è ora il peggior nemico di se stesso; avendo eliminato tutti i suoi predatori, l’uomo è il predatore di se stesso”.

Questa strategia di controllo e sorveglianza, dovuta alla crisi climatica, si troverà ad affrontare grandi sconvolgimenti sociali. Pretendendo salvare l’umanità dalla sua naturale perversità, la soggioga completamente.

È in questo senso che la Magnifica Humanitas sottopone a una rigorosa critica, pur riconoscendone alcuni meriti, il trans-umanesimo e il post-umanesimo. Il trans-umanesimo mira a sfruttare al massimo le capacità umane attraverso mezzi tecnici e biologici, ricercando una maggiore efficienza in nome dell’accumulazione. Il post-umanesimo è più radicale, poiché si propone di fondere l’essere umano con la macchina e con la natura in modo tale da innovare la storia e fondare una nuova era geologica simile all’Antropocene.

Tutte queste proposte sono derivazioni dal paradigma della modernità, del “dominus“, dell’essere umano che si appropria di ogni cosa e si pone al di fuori e al di sopra della natura. Per quanto severa possa essere l’osservazione, è importante riconoscere che questo progetto, che esclude la trascendenza e si basa unicamente sulle azioni umane, realizza la costruzione di Babilonia denunciata dal Pontefice. Non indica una maggiore umanizzazione e relazioni sociali più armoniose. Data la sua logica interna di competizione senza solidarietà, un simile progetto può condurci all’autodistruzione. Di questo aveva già messo in guardia il cosmologo Carl Sagan, considerando il rischio della diffusione delle armi letali. Egli coniò l’espressione “il principio dell’autodistruzione“.

2. L’antropologia della cura e della prevenzione

A questa antropologia della sorveglianza e del controllo si contrappone l’antropologia della cura e della prevenzione, la ricostruzione di Gerusalemme che, accanto allo sforzo umano, include un riferimento al trascendente, a Dio. Il vantaggio di questa categoria della cura è che appartiene all’essenza stessa dell’essere umano, come si evince dalla favola 220 di Igino nell’antichità romana e come è stato approfondito da Martin Heidegger nel suo Essere e tempo e dall’infermiera inglese Florence Nightingale. La Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco hanno il sottotitolo: Sulla cura della casa comune.

La cura rappresenta una relazione non aggressiva e amichevole con tutto ciò che esiste e vive. Se le Big Tech e l’IA fossero permeate di cura e del principio di prevenzione dei possibili mali, non metterebbero mai a repentaglio la vita umana e il futuro del pianeta con tutta la sua biodiversità.

Questo paradigma della cura emerge come il più adeguato alla proposta di Papa Francesco e di Papa Leone XIV e della migliore riflessione ecologica, di un mondo caratterizzato dall’amore e dall’amicizia. È alla portata delle possibilità umane. La visione antropologica di Peter Thiel dimentica che l’essere umano è essenzialmente un essere d’amore, come dimostrato dai biologi James Watson, Humberto Maturana e Francisco Varela, entrambi cileni. Ugualmente è un essere di solidarietà, attraverso la quale ha compiuto il salto dall’animalità all’umanità. La new science contemporanea afferma che la spiritualità è un dato oggettivo della natura umana, così come la ragione e la volontà. Essa si rivela attraverso l’amore, la cooperazione e l’apertura al Mistero del mondo, chiamato nel linguaggio dei cosmologi All-nourishing Abyss (Abisso che tutto nutre).

La società della sorveglianza e del controllo addestra le persone, la società della cura le educa. Questa educazione è urgente se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta, la nostra patria e madrepatria comune. Altrimenti, l’avvertimento di Papa Francesco in Fratelli tutti non si avvererà: “Siamo tutti sulla stessa barca. Nessuno si salva da solo. O ci salviamo tutti insieme o nessuno si salva“. Papa Leone XIV, con la sua Magnifica Humanitas, ci offre valide linee guida per garantire un buon futuro all’umanità, alla nostra Casa Comune e alla natura.

Vale l’affermazione piena di speranza di uno studioso di cultura patriarcale, il brasiliano Antonio Sales Rios Neto, che certamente si allinea alla linea positiva della Magnifica Humanitas e della nuova ecologia: “Nasceranno iniziative tali da rendere possibile una democrazia planetaria, che abbracci il pluralismo dei modi di vivere e un’economia che riscopra il suo significato originario – la salvaguardia della vita e la cura della nostra unica Casa Comune – in tempo per evitare l’interruzione prematura dell’esperienza umana. Non costa molto immaginare e provare!”. Così lo voglia Dio.

Leonardo Boff è un eco-teologo e filosofo che scrive per la rivista LIBERTA dell’ICL (https://www.revistaliberta.com.br) ed è autore di: “Cuidar da Casa Comum: pistas para protelar o fim do mundo”, Editora Vozes 2024 (https://www.leonardoboff.org).

 ¿Qué se entiende realmente por crisis?

 ¿Qué se entiende realmente por crisis?

            Leonardo Boff

Actualmente parece que todo está en crisis: el orden del capital, la economía, la política, las ciencias, las éticas, los valores, las religiones y, entre nosotros, en Brasil, hasta el fútbol. En una palabra, nos enfrentamos a una crisis de civilización, es decir, de nuestra forma de estar en el mundo, de cómo organizamos la sociedad y establecemos los valores y las leyes que nos rigen. No existe ningún ámbito que permanezca al margen de esta crisis, especialmente en lo que concierne al futuro.

Ella puede representar una tragedia cuyo desenlace sea destructivo, como en el teatro griego, o un drama cuyo final pueda ser bienaventurado, como en la liturgia cristiana, que celebra la Pascua de la resurrección después del Viernes Santo de la pasión.

La humanidad se encuentra ante esta decisión: o continúa como hasta ahora, con el riesgo de encaminarse hacia una tragedia civilizatoria, o abre un nuevo camino, marcado ciertamente por un drama, pero que promete un futuro mejor.

La Carta de la Tierra, uno de los principales documentos de las Naciones Unidas que reflexiona sobre el futuro del planeta, afirma:

«Las bases de la seguridad mundial están amenazadas; estas tendencias son peligrosas, pero no inevitables. La elección es nuestra: o formamos una alianza mundial para cuidar la Tierra y cuidarnos unos a otros, o nos arriesgamos a destruirnos a nosotros mismos y a destruir la diversidad de la vida» (preámbulo). He aquí la crisis radical a la que nos enfrentamos.

Expliquemos, en primer lugar, qué entendemos por crisis. La mayoría recurre al ideograma chino de la crisis: entendido como riesgo y oportunidad, lo que considero una interpretación iluminadora. Sin embargo, prefiero la rica significación de la palabra «crisis» en sánscrito, por ser la matriz de nuestra lengua y por resonar en otras palabras derivadas de ella.

En sánscrito, «crisis» proviene de kir o kri, que significa purificar y limpiar. De kri deriva crisol, el recipiente donde se depura el oro separándolo de las impurezas. En un lenguaje más refinado, acrisolar también significa decantar.

Una enfermedad grave produce una profunda crisis en quien la padece. Al salir de ella, la persona reevalúa el sentido de la vida y redescubre el valor de las cosas más cotidianas. En este sentido, la crisis significa un proceso crítico de depuración de todo aquello que no es esencial. Lo accidental sigue siendo accidental.

Abordemos ahora la naturaleza de la crisis. Quien primero profundizó en la relación entre crisis y angustia fue Søren Kierkegaard (1813-1855), considerado uno de los fundadores del existencialismo. Filósofo y teólogo, escribió El concepto de la angustia (Vozes, 2010) y también La crisis y una crisis en la vida de una actriz. Para él, la vida es un proceso permanente de angustias y crisis, así como de superación de esas angustias y crisis.

Otro pensador fundamental fue el filósofo español José Ortega y Gasset (1883-1955), conocido por la célebre frase: «Yo soy yo y mi circunstancia». En 1942 escribió un ensayo, publicado posteriormente con el título En torno a Galileo: esquemas de las crisis históricas (Vozes, 1989). En él mostró que la historia, debido a sus rupturas y recomienzos, posee la estructura misma de la crisis.

Según Ortega y Gasset, esta obedece a la siguiente lógica:  (1)El orden dominante deja de ofrecer un sentido evidente.  (2) Surge la percepción de que un muro se levanta frente a nosotros; por ello reinan la duda, el escepticismo y una crítica generalizada.  (3) Se hace urgente una decisión capaz de crear nuevas certezas y un nuevo sentido. Pero ¿cómo decidir cuando no se ve con claridad? Sin embargo, sin decisión no habrá salida de la crisis.  (4) Una vez tomada la decisión, aun con riesgos, se abre un nuevo camino y un nuevo espacio para la libertad. La crisis ha sido superada y puede comenzar un nuevo orden.

Este nuevo orden se traducirá en un curso diferente de los acontecimientos. Más adelante, siguiendo la lógica propia de la crisis, también entrará en crisis. Y permitirá, tras un proceso crítico de depuración y purificación, la emergencia de un nuevo orden. Así se estructura, sucesivamente, la historia humana.

La crisis posee también una dimensión personal, especialmente la gran crisis representada por la muerte. Revela igualmente una dimensión cósmica: el fin del universo. A mi juicio, este no culminará en una muerte térmica y en un vacío absoluto, sino en una explosión e implosión hacia el interior de la Realidad Suprema.

Sin embargo, todo proceso de purificación implica cortes y rupturas. De ahí la necesidad de la de-cisión. La de-cisión produce una escisión con lo anterior e inaugura lo nuevo. Recuperemos, pues, el sentido griego de la palabra crisis.

En griego, krísis significa el proceso de decisión adoptado por un juez o por un médico. El juez sopesa los argumentos a favor y en contra; el médico articula los diversos síntomas de una enfermedad. Sobre la base de ese proceso, ambos toman una :  para el tipo de sentencia que debe dictarse o el tipo de enfermedad que debe tratarse. Ese proceso de decisión recibe el nombre de crisis. Una vez encontrada la solución, la crisis desaparece.

El Evangelio de san Juan utiliza treinta veces la palabra «crisis» en el sentido de decisión. La mayoría de los traductores, poco sensibles a la riqueza del término griego krísis, la traducen simplemente como «juicio». Sin embargo, el hecho es que Jesús apareció como «la crisis del mundo» (krisis tou kosmou), porque obligaba a las personas a decidirse a favor o en contra de su mensaje y de su persona.

Brasil vive desde hace siglos postergando sus crisis porque sus dirigentes carecen de la audacia histórica necesaria para tomar decisiones que rompan con un pasado perverso. Siempre se han realizado —y se siguen realizando— conciliaciones negociadas con el pretexto de garantizar la gobernabilidad (cf. José Honório Rodrigues, Conciliación y reforma en Brasil, 1965). De este modo, se preservan sutilmente los privilegios de las élites del atraso y, una vez más, las grandes mayorías son condenadas a permanecer en la miseria o en la marginalidad.

La crisis del capitalismo es evidente. Como mostró Carl Polanyi en La gran transformación (Campus, 2000), se pasó de una sociedad con mercado a una sociedad de mercado. Todo se convierte en mercancía, incluso los órganos humanos, algo que Marx ya había previsto en 1847 al hablar de «la época de la corrupción general y de la venalidad universal» (La miseria de la filosofía). Hoy predomina el capital especulativo, que no produce ni siquiera un clavo, sino únicamente dinero y más dinero. Con toda seguridad terminará desembocando en una crisis de enormes proporciones que afectará cruelmente a millones de pobres.

Platón expresó acertadamente, en medio de la crisis de la cultura griega: «Las grandes cosas solo suceden en el caos, en la krisis.» Con la de-cisión, el caos y la crisis desaparecerán y podrá nacer un nuevo orden. Con estas palabras concluía también Martin Heidegger —quien durante un tiempo adhirió al nazismo— su lección inaugural como rector de la Universidad de Friburgo, en Alemania.

Ojalá que de esta crisis planetaria surja un nuevo ensayo civilizatorio que sea más integrador, más humanitario, más espiritual y más cuidadoso. De lo contrario…

Leonardo Boff escribe para la revista LIBERTA del ICL(https://www.revistaliberta.com.br) . Es autor también de La gran transformación en la economía, la política y la ecología (Vozes, 2014).

 ¿Qué se entiende realmente por crisis?

                     Leonardo Boff

Actualmente parece que todo está en crisis: el orden del capital, la economía, la política, las ciencias, las éticas, los valores, las religiones y, entre nosotros, en Brasil, hasta el fútbol. En una palabra, nos enfrentamos a una crisis de civilización, es decir, de nuestra forma de estar en el mundo, de cómo organizamos la sociedad y establecemos los valores y las leyes que nos rigen. No existe ningún ámbito que permanezca al margen de esta crisis, especialmente en lo que concierne al futuro.

Ella puede representar una tragedia cuyo desenlace sea destructivo, como en el teatro griego, o un drama cuyo final pueda ser bienaventurado, como en la liturgia cristiana, que celebra la Pascua de la resurrección después del Viernes Santo de la pasión.

La humanidad se encuentra ante esta decisión: o continúa como hasta ahora, con el riesgo de encaminarse hacia una tragedia civilizatoria, o abre un nuevo camino, marcado ciertamente por un drama, pero que promete un futuro mejor.

La Carta de la Tierra, uno de los principales documentos de las Naciones Unidas que reflexiona sobre el futuro del planeta, afirma:

«Las bases de la seguridad mundial están amenazadas; estas tendencias son peligrosas, pero no inevitables. La elección es nuestra: o formamos una alianza mundial para cuidar la Tierra y cuidarnos unos a otros, o nos arriesgamos a destruirnos a nosotros mismos y a destruir la diversidad de la vida» (preámbulo). He aquí la crisis radical a la que nos enfrentamos.

Expliquemos, en primer lugar, qué entendemos por crisis. La mayoría recurre al ideograma chino de la crisis: entendido como riesgo y oportunidad, lo que considero una interpretación iluminadora. Sin embargo, prefiero la rica significación de la palabra «crisis» en sánscrito, por ser la matriz de nuestra lengua y por resonar en otras palabras derivadas de ella.

En sánscrito, «crisis» proviene de kir o kri, que significa purificar y limpiar. De kri deriva crisol, el recipiente donde se depura el oro separándolo de las impurezas. En un lenguaje más refinado, acrisolar también significa decantar.

Una enfermedad grave produce una profunda crisis en quien la padece. Al salir de ella, la persona reevalúa el sentido de la vida y redescubre el valor de las cosas más cotidianas. En este sentido, la crisis significa un proceso crítico de depuración de todo aquello que no es esencial. Lo accidental sigue siendo accidental.

Abordemos ahora la naturaleza de la crisis. Quien primero profundizó en la relación entre crisis y angustia fue Søren Kierkegaard (1813-1855), considerado uno de los fundadores del existencialismo. Filósofo y teólogo, escribió El concepto de la angustia (Vozes, 2010) y también La crisis y una crisis en la vida de una actriz. Para él, la vida es un proceso permanente de angustias y crisis, así como de superación de esas angustias y crisis.

Otro pensador fundamental fue el filósofo español José Ortega y Gasset (1883-1955), conocido por la célebre frase: «Yo soy yo y mi circunstancia». En 1942 escribió un ensayo, publicado posteriormente con el título En torno a Galileo: esquemas de las crisis históricas (Vozes, 1989). En él mostró que la historia, debido a sus rupturas y recomienzos, posee la estructura misma de la crisis.

Según Ortega y Gasset, esta obedece a la siguiente lógica:  (1)El orden dominante deja de ofrecer un sentido evidente.  (2) Surge la percepción de que un muro se levanta frente a nosotros; por ello reinan la duda, el escepticismo y una crítica generalizada.  (3) Se hace urgente una decisión capaz de crear nuevas certezas y un nuevo sentido. Pero ¿cómo decidir cuando no se ve con claridad? Sin embargo, sin decisión no habrá salida de la crisis.  (4) Una vez tomada la decisión, aun con riesgos, se abre un nuevo camino y un nuevo espacio para la libertad. La crisis ha sido superada y puede comenzar un nuevo orden.

Este nuevo orden se traducirá en un curso diferente de los acontecimientos. Más adelante, siguiendo la lógica propia de la crisis, también entrará en crisis. Y permitirá, tras un proceso crítico de depuración y purificación, la emergencia de un nuevo orden. Así se estructura, sucesivamente, la historia humana.

La crisis posee también una dimensión personal, especialmente la gran crisis representada por la muerte. Revela igualmente una dimensión cósmica: el fin del universo. A mi juicio, este no culminará en una muerte térmica y en un vacío absoluto, sino en una explosión e implosión hacia el interior de la Realidad Suprema.

Sin embargo, todo proceso de purificación implica cortes y rupturas. De ahí la necesidad de la de-cisión. La de-cisión produce una escisión con lo anterior e inaugura lo nuevo. Recuperemos, pues, el sentido griego de la palabra crisis.

En griego, krísis significa el proceso de decisión adoptado por un juez o por un médico. El juez sopesa los argumentos a favor y en contra; el médico articula los diversos síntomas de una enfermedad. Sobre la base de ese proceso, ambos toman una decsión :  para el tipo de sentencia que debe dictarse o el tipo de enfermedad que debe tratarse. Ese proceso de decisión recibe el nombre de crisis. Una vez encontrada la solución, la crisis desaparece.

El Evangelio de san Juan utiliza treinta veces la palabra «crisis» en el sentido de decisión. La mayoría de los traductores, poco sensibles a la riqueza del término griego krísis, la traducen simplemente como «juicio». Sin embargo, el hecho es que Jesús apareció como «la crisis del mundo» (krisis tou kosmou), porque obligaba a las personas a decidirse a favor o en contra de su mensaje y de su persona.

Brasil vive desde hace siglos postergando sus crisis porque sus dirigentes carecen de la audacia histórica necesaria para tomar decisiones que rompan con un pasado perverso. Siempre se han realizado —y se siguen realizando— conciliaciones negociadas con el pretexto de garantizar la gobernabilidad (cf. José Honório Rodrigues, Conciliación y reforma en Brasil, 1965). De este modo, se preservan sutilmente los privilegios de las élites del atraso y, una vez más, las grandes mayorías son condenadas a permanecer en la miseria o en la marginalidad.

La crisis del capitalismo es evidente. Como mostró Carl Polanyi en La gran transformación (Campus, 2000), se pasó de una sociedad con mercado a una sociedad de mercado. Todo se convierte en mercancía, incluso los órganos humanos, algo que Marx ya había previsto en 1847 al hablar de «la época de la corrupción general y de la venalidad universal» (La miseria de la filosofía). Hoy predomina el capital especulativo, que no produce ni siquiera un clavo, sino únicamente dinero y más dinero. Con toda seguridad terminará desembocando en una crisis de enormes proporciones que afectará cruelmente a millones de pobres.

Platón expresó acertadamente, en medio de la crisis de la cultura griega: «Las grandes cosas solo suceden en el caos, en la krisis.» Con la de-cisión, el caos y la crisis desaparecerán y podrá nacer un nuevo orden. Con estas palabras concluía también Martin Heidegger —quien durante un tiempo adhirió al nazismo— su lección inaugural como rector de la Universidad de Friburgo, en Alemania.

Ojalá que de esta crisis planetaria surja un nuevo ensayo civilizatorio que sea más integrador, más humanitario, más espiritual y más cuidadoso. De lo contrario…

Leonardo Boff escribe para la revista LIBERTA del ICL(https://www.revistaliberta.com.br) . Es autor también de La gran transformación en la economía, la política y la ecología (Vozes, 2014).

O que se entende mesmo por crise?

Leonardo Boff

Atualmente parece estar tudo em crise: a ordem do capital, a economia, a política, as ciências, as éticas,  os valores, as religiões e, entre nós,no Brasil até o futebol. Numa palavra, temos a ver com uma crise de civilização, vale dizer,  da nossa forma de estar no mundo, como organizamos a sociedade e estabelecemos os valores e leis que nos regem.Não há campo livre,especialmente concernente ao futuro.

Ela pode representar uma tragédia cujo desfecho pode ser destrutivo, como no teatro grego ou um drama cujo termo pode ser bem-aventurado como na liturgia cristã que celebra a páscoa da ressurreição depois da sexta-feira santa da paixão.

A humanidade está posta diante desta decisão: ou continuar como está e poderemos ir ao encontro de uma tragédia civilizatória ou  abrir um novo caminho, marcado, certamente, por um drama mas que promete um futuro melhor.

A Carta da Terra,um dos principais documentos da ONU pensando o futuro do planeta Terra afirma:“As bases da segurança global estão ameaçadas;essas tendências são perigosas mas não inevitáveis. A escolha é nossa: ou formar uma aliança global para cuidar da Terra e uns dos outros ou arriscar a nossa destruição e a destruição da diversidade da vida”(preâmbulo). Eis com que crise radical somos confrontados.

Expliquemos primeiramente o que entendemos por crise. A maioria recorre ao ideograma chinês de crise: como risco e como oportunidade,o que  julgo iluminador. Mas prefiro a rica significação de crise em sânscrito, por ser a matriz de nossa língua e por possuir ressonâncias em outras palavras derivadas daí.

Em sânscrito, crise vem de kir ou kri que significa purificar e limpar. De kri vem crisol, o cadinho para depurar o ouro das gangas. Acrisolar, na linguagem elegante, quer dizer também decantar. Uma doença grave produz uma crise profunda no enfermo. Ao sair da crise, reavalia o sentido da vida e resgata o valor das coisas mais cotidianas. Então, a crise significa um processo critico, de depuração de tudo o que não é essencial. O acidental permanece acidental.

Abordemos a natureza da crise. Quem por primeiro aprofundou a crise associada à angústia foi  Sören Kierkegaard (2013-1855:O conceito de angústia, Vozes 2010)  tido um dos fundadores do existencialismo. Era filósofo e teólogo.Escreveu outro com o título A crise e uma crise na vida de uma atriz.   Para ele a vida é entendida como processo permanente de angústias e crises e de superação de angústias e de  crises.

Outro pensador fundamental da crise foi o filósofo espanhol Ortega y Gasset(1883-1955), conhecido como o autor da frase “eu sou eu e minha circunstância”.Escreveu um ensaio de 1942, mais tarde publicado como Ao redor de Galileo Galilei: esquemas das crises históricas (Vozes 1989). Mostrou que a história, por causa de suas rupturas e  retomadas, possui a estrutura da crise.

Esta obedece,segundo o autor, à seguinte lógica: (1) a ordem dominante deixa de realizar um sentido evidente; (2) anuncia-se  a percepção de que um muro se levanta à nossa frente, por isso reinam dúvida,  ceticismo e uma crítica generalizada; (3) urge uma decisão que cria novas certezas e um outro sentido; mas como decidir se não se vê claro? mas sem decisão não haverá saída para a crise; (4) tomada a decisão, mesmo sob risco, então abre-se, novo caminho e outro espaço para a liberdade. Superou-se a crise. Nova  ordem pode começar.

Ela se traduzirá por um curso diferente das coisas. Depois, seguindo a lógica da crise, esta ordem também entrará em crise. E permitirá, após processo crítico de acrisolamento e purificação, a emergência de nova ordem. E assim sucessivamente se estrutura a história humana.

A crise possui também uma dimensão pessoal, especialmente, a grande crise  representada pela morte. Ela revela também uma dimensão cósmica que é o fim do universo. Este, creio eu, não acaba na morte térmica e no completo vazio mas numa explosão e implosão para dentro da Suprema Realidade.

Entretanto, todo processo de purificação não se faz sem cortes e rupturas. Dai a necessidade da de-cisão. A de-cisão opera uma cisão com o anterior e inaugura o novo. Assim resgatemos  o sentido grego de crise.

Em grego krísis, crise, significa o processo de decisão tomada por um juiz ou um médico.  O juiz pesa e sopesa os argumentos prós e os contra e o médico conjuga os vários sintomas da doença. À base deste processo  ambos tomam suas  decisões pelo tipo de sentença a ser proferida ou pelo tipo de doença a ser tratada. Esse processo decisório é chamado crise. Encontrada a solução, a crise desaparece.

O evangelho de São João usa 30 vezes a palavra crise no sentido de decisão que a maioria dos tradutores, insensíveis às riquezas da palavra original krísis, traduzem por juízo. O fato real é que Jesus compareceu como “a crise do mundo”(krisis tou cósmou), pois obrigava as pessoas a se decidirem em favor ou em contra de sua mensagem e pessoa.

O Brasil vive, há séculos,  protelando suas crises porque as lideranças não possuem a ousadia histórica de tomar decisões que cortassem com o passado perverso. Sempre se fizeram e se fazem conciliações negociadas a pretexto da governabilidade(cf.o clássico José Honório Rodrigues, Conciliação e Reforma no Brasil, 1965). Desta forma sutilmente se preservam os privilégios das elites do atraso e novamente as grandes maiorias são condenadas continuar na sua miséria ou na marginalidade.

A crise do capitalismo é notória.Como mostrou Carl Polanyi em sua obra A grande Transformação,(Campus,2000),de uma sociedade com mercado se passou para uma sociedade de mercado, Tudo é feito mercadoria (até órgãos humanos), coisa que Marx em  1847 o previu e chamou de “o tempo da corrupção geral e da venalidade universal”(A miséria da filosofia). Hoje predomina o capital especulativo que não produz sequer um prego, apenas dinheiro e mais dinheiro.  Seguramente terminará numa crise fenomenal afetando cruelmente milhões de pobres. 

Bem disse Platão em meio à crise da cultura grega:“as coisas grandes só acontecem no caos, na krisis”. Com a de-cisão, o caos e a crise desaparecerão e pode nascer  nova  ordem. Assim terminava Martin Heidegger,feito nazista por um tempo, sua preleção inaugural como reitor da universidade de Friburgo i,B. na Alemanha.

Oxalá desta crise planetária, surja um novo ensaio civilizatório que, esperamos, seja mais integrador, mais humanitário,mais espiritual e mais cuidadoso.Caso contrário….

Leonardo Boff escreve para a revista LIBERTA do (ICL: (https://www.revistaliberta.com.br;escreveu também A grande transformação na economia, na política e na ecologia (Vozes 2014:https://www.leonardoboff.org).