Particella Dio o di Dio? Implicazioni filosofiche e teologiche

Fin dagli anni 60 del secolo passato, i fisici teorici si facevano la domanda: come possono le particelle elementari senza massa, nate con il big bang, acquistare massa, dopo miliardesime frazioni di secondo? qual è stata la particella o il campo magnetico che ha conferito massa alle particelle virtuali facendo così irrompere la materia che compone tutto l’universo? Sappiamo, e lo dico in modo estremamente terra terra, che la materia (secondo Einstein è energia altamente condensata) è composta da particelle elementari: topquarks e leptoni. Quando questi si mettono insieme danno origine ai protoni e ai neutroni. Questi, a loro volta, si uniscono e formano il nucleo atomico. I leptoni, di carica negativa, sono attratti dal nucleo atomico, con carica positiva e insieme formano gli atomi. Di atomi si compongono tutti gli esseri esistenti. Pertanto topquarks e leptoni sono mattoncini di base  con i quali tutto l’universo e noi stessi siamo costruiti.

Insieme a queste particelle elementari agiscono le quattro forze originarie che ordinano tutto l’universo e la cui natura la scienza non è ancora riuscita ad decifrare. Esse lavorano insieme e sono responsabili dell’espansione, dell’ordinamento e della complessificazione di qualsiasi  processo cosmogenico: la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, quella nucleare debole e la forte. Peter Higgs (*1929), un tranquillo ricercatore di fisica teorica dell’Università di Edimburgo in Scozia (Regno Unito), suggerì che dovrebbe esistere una particella, un bosone, ossia un campo energetico, responsabile per la massa di tutte le particelle. Il fisico Leon Lederman  (Nobel per la fisica) l’ha chiamata particella di Dio. Altri l’hanno chiamata particella Dio, perché  è la creatrice di tutta la materia dell’universo.

Che sarebbe questo bosone Higgs o campo  Higgs ? i fisici lo immaginano come un fluido viscoso finissimo, che riempie tutto l’universo, simile all’etere di Aristotele e della fisica classica. Quando le particelle elementari senza massa, puramente virtuali, toccano questo bosone o interagiscono con il campo Higgs trovano resistenza, sono frenate, spinte e consolidate e immediatamente acquistano massa e peso.

Il giorno 4 luglio del 2012, nel LHC il grande collisore di atomi, fra la Svizzera e la Francia, dopo aver accelerato particelle in collisione, quasi alla velocità della luce, gli scienziati del Centro Europeo di Ricerca Nucleare (CERN) identificarono una particella che ha le caratteristiche attribuite a bosoni di Higgs. Si suppone che sia questo o un’altra particella simile, ma che effettivamente conferisce massa alle particelle elementari. Questa verifica conferma il modello standard dell’universo originato dal big bang; da questo la sua importanza.

Ma che cosa c’entra Dio con tutto questo? Se diciamo che questa particella è Dio, sicuramente la teologia non accetta perché farebbe di Dio una parte dell’universo. Lui è di più. È quell’Energia di fondo, quell’Abisso che rende possibile l’universo e lo sostiene, antecedente al big bang. Esso starebbe al di là del «muro di Planck», il limite non superabile, anteriore al tempo zero a partire dal quale nel tempo di dieci alla 43ª secondi  dopo il big bang sarebbe nata la materia dell’universo. Dietro a questo muro si scorge quell’Energia potente e amorevole che a tutto dà origine, irraggiungibile dalla fisica ma accessibile alla  mistica. Se diciamo che il bosone di Higgs è la particella di Dio possiamo teologicamente accettarlo; sarebbe il mezzo attraverso il quale Dio porterebbe all’esistenza le particelle materiali e così tutto l’universo: un atto esclusivamente divino.

Questa è la ontologia originaria di Dio. La particella di Dio ci mostra come si crea tutto quello che a noi è dato vedere. Filosoficamente e teologicamente  direi: essa ci rivela come Dio ha fatto nascere il mondo. È questo atto non lo troviamo al passato, ma si realizza ad ogni istante e in tutte le parti dell’universo e pure in noi che siamo completamente dipendenti  da questa particella di Dio. Caso contrario tutto cesserebbe di essere, tornerebbe nel nulla. Siccome la creazione è continua, eccoci qua.

Il libro Il Tao della liberazione: esplorando l’ecologia della trasformazione di M. Hathaway e di Leonardo Boff è stato premiato negli USA nel 2010 con la medaglia d’oro in scienza e cosmologia. In portoghese è pubblicato da Vozes (2012) e in traduzione in italiano.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

L’eredità della crisi attuale: rivedere e reinventare concetti novi

Nutro la convinzione, condivisa da altri analisti, che la crisi sistemica attuale ci lascerà come eredità e sfida l’urgenza di ripensare la nostra relazione con la Terra, affinché attraverso i modi di produzione e consumo, reinventiamo una forma di governance globale e una convivenza che includa tutti nell’unica e identica Casa Comune. Per questo è obbligatorio rivedere i concetti-chiave, che come una bussola ci possano indicare il nuovo Nord. Buona parte della crisi attuale scaturisce da premesse false.

Il primo concetto da rivedere è quello di «sviluppo». In pratica esso viene identificato con la crescita materiale, che si esprime attraverso il PIL. La sua dinamica è di essere il più grande possibile, il che implica sfruttamento spietato della natura e generazione di grandi diseguaglianze nazionali e mondiali . Occorre abbandonare questa comprensione quantitativa e assumere quella qualitativa, questa sì come sviluppo, ben definito da Amartya Sen (premio Nobel) come «processo di espansione delle libertà sostanziali», vale a dire, l’ampliamento delle opportunità di modellare la propria vita e dargli un senso che valga la pena. La crescita è imprescindibile perché sta nella logica di qualsiasi essere vivente, ma questo vale a partire dalle interdipendenze delle reti della vita, che garantiscono la biodiversità. Invece di crescita/sviluppo dovremmo pensare a una ridistribuzione di quello che è già stato accumulato.

Il secondo è il concetto manipolato di sostenibilità che, nel sistema vigente, è irraggiungibile. Al suo posto dovremmo introdurre la tematica, già approvata dall’ONU dei diritti e la Terra e della natura. Se noi li rispettassimo, avremmo garantita la sostenibilità, frutto dell’adattameto alla logica della vita.

Il terzo concetto è quello del medio ambiente. Questo non esiste. Quello che esiste è l’ambiente intero nel quale tutti gli esseri convivono e si mettono in relazione. Invece che medio ambiente faremmo meglio usare l’espressione della Carta della Terra: comunità di vita. Tutti gli esseri viventi posseggono lo stesso codice genetico di base, per questo tutti sono parenti tra di loro: una reale comunità vitale. Questo modo di vedere ci porterebbe ad avere rispetto per ogni essere, dato che hanno valore in se stessi, al di là del loro uso da parte degli umani.

Il quarto concetto è quello di Terra. Bisogna superare la visione povera della modernità che la vede soltanto come realtà estesa e senza intelligenza. La scienza contemporanea ha mostrato e questo è già stato incorporato perfino nei manuali di ecologia, che la Terra non solo alloggia la vita su di lei ma è viva; è un super organismo, Gaia, che articola il fisico, il chimico ed energie terrene e cosmiche per produrre sempre vita.
Il 22 aprile 2010 l’ONU ha approvato la denominazione di Madre Terra. Questo nuovo modo di vedere, ci porterebbe a ridefinire la nostra relazione con lei, non più di sfruttamento ma di uso razionale e di rispetto nostra madre. Alla mamma noi non vendiamo nulla, da lei non compriamo; la mamma, si rispetta e ama. Così con la Madre Terra.

il quinto concetto è quello di essere umano. Questi nella modernità è stato pensato come slegato, fuori e sopra dalla natura, facendone il «maestro e signore» di lei (Descartes). Oggi l’essere umano è inserito nella natura, nell’Universo, e come quella porzione di Terra che sente, pensa, ama e venera. Questa prospettiva ci porta ad assumere la responsabilità per il destino della Madre Terra e dei suoi figli e figlie, se sentendoci curatori e guardiani di questo bello piccolo e minacciato Pianeta.

Il sesto concetto è quello di spiritualità. Questa è stata delegata alle religioni mentre è la dimensione del profondo umano universale. La spiritualità sorge quando la coscienza si percepisce come parte di Tutto e intuisce ogni essere e l’universo intero sostenuti e penetrati da una forza potente e amorevole: quell’Abisso di energia, generatore di ogni essere. È possibile captare l’asse misterioso che lega e rilega tutte le cose, formando il cosmo e non il caos. La spiritualità ci conferisce sentimento di venerazione per la grandezza dell’universo e ci riempie di autostima per perché possiamo ammirare, godere e celebrare tutte le cose. Dobbiamo ancora cambiare molto perché tutto questoi diventi un dato di coscienza collettiva! Ma è quello che si deve fare. È quello che deve essere ha forza di essere realizzato.

Leonardo Boff è autore de Opzione-Terra: la soluzione per la terra non cade dal cielo, Record 2010.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Molhando as raízes

 

Na vida experimentamos um paradoxo curioso: quanto mais avançamos em idade, mais regredimos para os tempos da infância. Parece que a vida nos convida a unir as duas pontas e começar a fazer uma síntese final. Ou quem sabe, o ocaso da vida com a perda inevitável da vitalidade, com os ritmos mais calmos e os limites incontornáveis desta última fase   inconscientemente nos levam a buscar fortalecimento lá onde tudo começou. A cansada existência vem molhar as raízes naqueles começos de antanho para ainda tentar se rejuvenescer e chegar bem à travessia final.

Pois foi o que me ocorreu nesta primeira semana de fevereiro. Voltei à terra, às velhas terras (“terre vecchie”como dizemos entre os familiares): Concórdia, no interior de Santa Catarina. A cidade e as vizinhas são conhecidas em todo Brasil por seu produtos: quem não comprou frangos Sadia de Concórdia,  presunto da  Perdigão de Herval do Oeste, defumados da Aurora de Chapecó e salames de Seara? Pois todos estes frigoríficos distam poucos quilômetros uns dos outros. É uma região rica, de colonos italianos, alemães e poloneses, lugares onde o Brasil parece ter dado certo. Tudo é praticamente integrado, as casas são elegantes e coloridas, o bem-estar generalizado e não se conhecem favelas como as tantas que cercam a maioria das cidades do pais.

Primeiramente visitamos os sobreviventes da família. Do lado de minha mãe, apenas uma tia carregada de anos e de dores, do lado do meu pai ninguém mais. Só restam primos e primas. A maioria foi para as cidades, um trabalha em Montreal, como criador de jogos da internet, outro é diplomata, os demais em profissões liberais. Alguns ficaram  na terra.

Em seguida, os lugares queridos da infância.Eles marcaram nossa psiqué porque os levamos entro: cada morro, cada curva do caminho, cada  subida ou descida e os vastos horizontes por todos os lados, vislumbrando-se montanhas do Rio Grande do Sul e os elevados do Campos Gerais de Santa Catarina. O olhar infantil exagera nas proporções. O que considerávamos uma subida penosa e íngreme, não passa de singela descida ou subida. Os montes imensos são apenas coxilhas. Mas ficaram iguais as profundas canhadas, as pedras por todo canto que tornavam penosa a lavoura dos colonos: o cultivo do trigo e do milho. Os parreirais tão abundantes, um para cada casa, praticamente, despareceram, pois o vinho de qualidade se tornou acessível.     

Aqui nos sentimos parte daquela paisagem, aqui estão nossas raízes, o lugar a partir de onde começamos a alimentar  sonhos, a contemplar as estrelas nas frias noites de inverno e a nos situar no mundo. Curiosamente quando tenho que falar em lugares tidos importantes como na Assembleia Geral da ONU ou em Harvard, remeto-me ao tempo da pedra lascada de onde vim; lembro  o piá de pés descalços e cheios de bichos do pé que fui, alimentado com muita polenta e leitura temporã de livros. Por mais esplêndidas paisagens que tenha tido ocasião de contemplar, nenhuma é  interiormente mais bela do que aquela de minha infância. Porque ela é única no mudo. Tudo o que é único no universo nunca mais volta a ocorrer e por isso é intrinsecamente belo.

Mas o que me marca cada vez que visito os parentes são as festas que improvisam: come-se muito, a comida regional, a polenta, os “radicci” os vários tipos de “biscotti” e “cucas alemães”,  a “fortaia” as massas. os queijos e salames caseiros e naturalmente o churrasco. A maioria que ficou na terra teve pouca escolarização: falam um mistura deliciosa de dialeto vêneto e de português. A cantilena é a mesma, com forte sotaque italiano, do qual eu mesmo nunca me libertei. As mãos rudes do trabalho e os rostos vincados da luta pela vida causam forte impressão. E vigora entre todos uma benquerença e cordialidade de fazer chorar. Os abraços são de vergar as costelas e os beijos das primas mais idosas, da nossa idade, são longos e estalados. De algumas sinto o cheiro de minha própria mãe, o mesmo olhar, a mesma forma de colocar a mão à cintura.Quem resistirá a emoção? Lágrimas  benfazejas escorrem dos olhos.

Os tempos voltam ao início misterioso da caminhada da vida.  Mas temos que prosseguir. Eles vão junto no coração, agora leve e rejuvenescido porque molhou as raízes na essência da vida que é o sangue, o laço, o afeto e o amor.

*Leonardo Boff é teólogo, filosofo e escritor.

 

Der Hl.Georg un der Drache: zwei Dimensionen menschlichen Seins.

Jede Religion, einschließlich des Christentums, hat viele Facetten. Sie haben in Gott ihre Mitte, und gleichzeitig bilden sie Erzählungen über das paradoxe Drama der Menschheit heraus, die Deutungsversuche darstellen und Interpretationen der Wirklichkeit, der Geschichte und der Welt.

Ein Beispiel hierfür ist die Legende über den Hl. Georg und seinen heftigen Kampf mit dem Drachen, den ich im vorigen Artikel nacherzählte. Zuerst einmal war der Drache ein Drache und damit ein schlangenartiges Wesen. Doch eines mit Flügeln und einem riesigen Maul, das Feuer spie und das Rauch und einen tödlichen Geruch verströmte.

Im westlichen Kulturkreis steht die Schlange für das Böse und für die bedrohliche Welt der Finsternis. Im Fernen Osten ist die Schlange ein positiv belegtes Symbol, das nationale Symbol Chinas, der Herrscher des Wassers und der Fruchtbarkeit (long). Bei den Azteken ist die geflügelte Schlange (Quezalcoatl) ein positives Symbol ihrer Kultur. Für uns im Westen ist der Drache immer etwas Schreckliches und repräsentiert die Bedrohungen des Lebens und die großen Schwierigkeiten, um zu überleben. Die Armen sagen: „Ich muss täglich einen Drachen umbringen, so hart ist mein Überlebenskampf.“

Doch der Drache, wie in der psychoanalytischen Tradition C. G. Jungs bei Erich Neumann, James Hillmann, Etienne Perrot u. a. aufgezeigt, steht für einen der ursprünglichsten und kulturübergreifenden Archetypen (strukturelle Elemente des kollektiven Unbewussten oder  grundlegende Bilder, die die Psyche strukturieren) der Menschheit.

Und gemeinsam mit dem Drachen wird immer der heldenhafte Reiter dargestellt, der ihn im grausamen Kampf stellt. Was bedeuten diese beide Figuren? Folgen wir den Kategorien C. G. Jungs und seiner Schüler, besonders Erich Neumann, der diesen Archetypus besonders erforschte (Ursprungsgeschichte des Bewusstseins, Patmos Verlag 2004) und der existentiell-humanistischen Psychotherapie Kirk J. Schneiders (The paradoxical self, Humanity Books, 1999), so können wir versuchen zu verstehen, worum es in dieser Begegnung geht. Sie lehrt uns etwas und fordert uns heraus.

Auf dem Weg der Evolution wird die Menschheit vom Unbewussten zum Bewusstsein geführt, von der kosmischen Fusion mit dem Ganzen (Uroboros) zum Aufkommen der Selbständigkeit des Ichs. Dieser Schritt ist, wenn er ganz vollzogen ist, dramatisch: deshalb muss das Ich ihn immer wieder gehen, will es sich der Freiheit und der Selbständigkeit erfreuen.

Es ist wichtig zu erkennen, dass der schreckliche Drache und der heldenhafte Reiter zwei maßgebliche Dimensionen des menschlichen Seins darstellen. Für uns ist der Drache unser althergebrachtes, finsteres Universum, die Schatten, von denen ausgehend wir uns in Richtung des Lichts des Verstandes und der Unabhängigkeit des Ichs bewegen. Nicht ohne Grund sieht man auf Ikonografien, vor allem in denen Kataloniens (dessen Schutzpatron der Hl. Georg ist), wie der Drache den ganzen Körper des Reiters umhüllt. In einer Gravur von Rogério Fernandes (com.br) wird gezeigt, wie der Drache den Körper des Hl. Georg umfasst, diesen mit seinem Arm stützt und sein – ganz und gar nicht bedrohliches – Gesicht auf gleicher Höhe mit dem Gesicht des Heiligen hat. Auf anderen Bilden (auf Google gibt es 25 Seiten mit Abbildungen des Hl. Georg mit dem Drachen) erscheint der Drache als ein gezähmtes Tier, das der Hl. Georg gelassen zu Fuß neben sich führt, und zwar nicht mit einer Lanze, sondern mit einem Stock.

Die Handlung des Helden, in unserem Fall der Hl. Georg in seinem Kampf mit dem Drachen, zeigt die Stärke des Ichs, das sich mutig und erleuchtet durchsetzt und Autonomie erobert, sich jedoch stets in Spannung mit der dunklen Dimension des Drachen befindet. Sie koexistieren, doch niemals beherrscht der Drache das Ich.

Neumann sagt: „Die Handlung des Bewussten ist heldenhaft, wenn das Ich den archetypischen Kampf mit dem Drachen des Unbewussten aufnimmt und für sich selbst vollzieht und dabei zu einer zufriedenstellenden Synthese findet“ (a.a.O. S. 244). Wer sich auf diesen Weg begibt, leugnet den Drachen nicht, sondern behält ihn bei als gezähmten Anteil seiner inneren Schattenseite. Darum tötet der Hl. Georg in den meisten Erzählungen den Drachen nicht, sondern zähmt ihn nur und verweist ihn auf seinen Platz, wo er nicht mehr bedrohlich ist. Dies ist die glückliche Synthese der Gegensätze; das paradoxe Ich findet sein Gleichgewicht, denn es versöhnt sich selbst mit dem Drachen, das Bewusste mit dem Unbewussten, das Licht mit dem Schatten, die Vernunft mit der Leidenschaft, das Rationale mit dem Symbolischen, die Wissenschaft mit der Kunst und der Religion (s. Schneider, S. 138).

Den Widersprüchen entgegenzutreten und das Gleichgewicht anzustreben sind Eigenschaften reifer Persönlichkeiten, die die Dimensionen von Finsternis und Licht integriert haben. Wir finden dies bei Buddha, Franz von Assisi, Jesus, Gandhi und bei Martin Luther King.

Die Cariocas sind große Verehrer des Hl. Georg, den sie noch mehr verehren als den Hl. Sebastian, welcher der offizielle Schutzpatron der Stadt ist. Der Hl. Sebastian ist ein von Pfeilen durchbohrter Krieger und infolgedessen ein Besiegter. Das Volk verspürt die Notwendigkeit eines heiligen Kriegers, der die Feindschaften überwindet. Und der Hl. Georg gibt den idealen Heiligen ab.

Vielleicht ist das denjenigen, die den Hl. Georg verehren, nicht bewusst. Das macht nichts. Ihr Unbewusstes weiß es und aktiviert und verwirklicht sein Werk in ihnen: der Wunsch zu kämpfen, sich als unabhängiges Ich zu behaupten, das sich der Mühsal (dem Drachen) stellt und diese innerhalb eines positiven Lebensprojekts (der Hl. Georg, der siegreiche Held) in sich aufnimmt. Und dadurch gehen sie gestärkt für den Lebenskampf hervor.

Übersetzt von Bettina Gold-Hartnach