Il riscato della categoria “spirito”

 

Nella cultura attuale la parola “spirito” ha perso considerazione su due fronti: nella cultura dei letterati e nella cultura popolare. Nella cultura dominante fra letterati, “spirito” è ciò che si oppone a materia. La Materia sappiamo tutti più o meno quello che è, perché può essere misurata, pesata, manipolata e trasformata, mentre «spirito» si trova nel campo dell’intoccabile, dell’indefinito, e persino del nebuloso. La materia è la parola-fonte di valori assiali dell’esperienza umana degli ultimi secoli. La scienza moderna si costruisce sull’investigazione e sul dominio della materia. È penetrata fino alle sue ultime dimensioni, fino alle particelle elementari, fino al campo di Higgs, dentro al quale sarebbe avvenuta la prima condensa dell’energia originaria in materia: i tanto ricercati bosoni e hadrioni e la cosiddetta “particella di Dio”. Einstein ha dimostrato che  materia e energia sono equipollenti. La materia non esiste. È energia altamente condensata e un campo ricchissimo di interazioni.

I valori spirituali, nell’accezione moderna convenzionale, sono situati nella super-struttura e non stanno negli schemi scientifici. Il loro posto è il mondo della soggettività, abbandonati all’arbitrio di ciascuno o a gruppi religiosi. Esprimendo in questo modo un po’ grottesco, ma neanche tanto, possiamo dire insieme a José Comblin, grande specialista su questo argomento: «Quando si parla di “valori spirituali”, tutti immaginano che sta parlando un borghese, in una riunione del Rotary o dei Lions Clubs, al termine di una cena abbondante, accompagnata da vini o gli è servita con piatti sopraffini; per il popolo in generale l’espressione “valori spirituali” equivale a “parole belle ma vuote”.

Oppure appartiene al repertorio del discorso ecclesiastico moraleggiante, spiritualizzate e in relazione ostile con il mondo moderno. Perciò, l’espressione “valori spirituali” nasce con più frequenza nella bocca di preti e vescovi conservatori. Da loro sentiamo ad ogni istante che la crisi del mondo contemporaneo risiede fondamentalmente nell’abbandono del mondo spirituale: la non frequenza alla messa e di qualche altra pratica esplicita comandata dalla Chiesa gerarchica. Ma con gli scandali avvenuti negli ultimi tempi che hanno coinvolto preti pedofili e con gli scandali finanziari legati alla Banca vaticana, il discorso ufficiale dei “valori spirituali” ha perso molta della sua efficacia. Non ha perso valore, ma l’autorità ufficiale che li propone ha pochissimo ascolto. Nella cultura popolare, la parola “spirito” possiede una grande forza. Essa traduce una certa concezione magica del mondo a dispetto della razionalità appresa a scuola. Per grande parte del popolo specialmente per quelli influenzati dalla cultura afro brasiliana e indigena, il mondo è abitato da spiriti cattivi e spiriti buoni che intervengono in precise situazioni della vita come la salute e della malattia, la vita affettiva, i successi e i fallimenti, la buona e la cattiva sorte. Lo spiritismo ha codificato questa visione del mondo con la vita di reincarnazione. Possiede più adepti di quello che noi sospettiamo.

Nel frattempo, negli ultimi decenni ci siamo resi conti che l’eccesso di razionalità in tutte le sfere e il consumismo esacerbato hanno generato saturazione esistenziale e anche molte delusioni. La felicità non si trova nella materialità delle cose ma in dimensioni legate al cuore, all’affetto, alle relazioni di amore, di solidarietà e di compassione. Da tutte le parti, si ricercano esperienze spirituali nuove, cioè sensi di vita che vadano al di là degli interessi immediati della lotta quotidiana per sopravvivere. Essi aprono una prospettiva di illuminazione e di speranza in mezzo al mercato delle idee e a proposte convenzionali, veicolate attraverso i mezzi di comunicazione e anche dalle cosiddette “istituzioni del senso” che sono le religioni, le chiese e le filosofie di vita. Queste sono diventate forti attraverso i programmi di TV e dei grandi show  religiosi che obbediscono alla logica della spettacolarizzazione massiva e che, proprio per questo, si allontanano dal carattere reverente e sacro di tutta la religiosità. In una società di mercato, la religione e la spiritualità si sono trasformate pure in  merci a disposizione del consumo generale. E rendono molto denaro.

Nonostante la riferita mercantilizzazione del religioso, il mondo spirituale ha cominciato a guadagnare un suo fascino sia pure nella maggior parte dei casi in forma di esoterismo e di letteratura da autodidatti. Anche così esso ha aperto una breccia nella profanità del mondo e nel carattere grigio della società di massa. Negli ambienti cristiani sono emerse le chiese pentecostali, i movimenti carismatici e la centralità della figura dello Spirito. Questi fenomeni suppongono un riscatto della categoria “spirito” nel senso positivo e perfino anti-sistemico. Lo “spirito” costituisce un referente saldo e non sarà più sospettato dalla critica della modernità che solo accettava quello che passava al vaglio della ragione.

Il caso è che la ragione non è tutto e non spiega tutto. C’è l’irrazionale e l’arazionale. Nell’essere umano c’è l’universo della passione, dell’affetto e del sentimento che si esprime attraverso l’intelligenza cordiale e emozionale. Lo spirito non si rifiuta alla ragione, anzi, ha bisogno di lei. Ma va oltre, inglobando la su un piano più alto che ha a che vedere con l’intelligenza, la contemplazione e il senso superiore della vita della storia. In termini della nuova cosmologia, e esso sarebbe antico quanto l’universo, questo pure portatore di spirito. L’era dello spirito?

Uscirà per i tipi della Vozes, dell’autore: Fuoco dal cielo: Lo Spirito Santo nell’universo, nell’umanità, nelle Chiese e nelle religioni, 2013.

Traduzione: Romano Baraglia

romanobaraglia@gmail.com

El rescate de la categoría “espiritu”

En la cultura de hoy, la palabra “espíritu” está desvalorizada en dos frentes: en la cultura letrada y en la cultura popular.

En la cultura letrada dominante “espíritu” es lo que se opone a la materia. La materia sabemos más o menos lo que es, ya que puede ser medida, pesada, manipulada y transformada, mientras que el “espíritu” cae en el campo de lo intangible, indefinido, y hasta nebuloso. La materia es la palabra-fuente de los valores axiales de la experiencia humana de los últimos siglos. La ciencia moderna se ha construido sobre la investigación y el dominio de la materia. Ha penetrado hasta sus últimas dimensiones, las partículas elementales, hasta el campo de Higgs en el que se habría dado la primera condensación de la energía originaria en materia: los tan buscados bosones y hadrones y la  llamada “partícula de Dios”. Einstein demostró que la materia y la energía son equivalentes. La materia no existe. Es  energía  altamente condensada y un campo riquísimo de interacciones.

Los valores espirituales en el sentido moderno convencional, se sitúan en la superestructura y no caben en los esquemas científicos. Su lugar es el mundo de la subjetividad, entregado a la discreción de cada uno o de los grupos religiosos. Expresándolo de una manera un tanto grotesca, pero no demasiado, podemos decir con José Comblin, gran especialista en el tema: «Cuando se habla de “valores espirituales “, todo el mundo piensa que está hablando un burgués en una reunión de los Rotarios o del Club de Leones después de una copiosa cena regada con buenos vinos y a base de comida fina. Para el pueblo en general, “valores espirituales” equivale a “palabras bonitas pero vacías”. O pertenece al repertorio del discurso eclesiástico moralizante, espiritualizante y en relación hostil con el mundo moderno.

Como resultado de ello, la expresión “valores espirituales” aparece con más frecuencia en los labios de los sacerdotes y obispos de tendencia conservadora. De ellos es común escuchar que la crisis del mundo contemporáneo se encuentra fundamentalmente en el abandono del mundo espiritual: la no asistencia a misa o cualquier otra referencia explícita a la Iglesia jerárquica.

Pero con los escándalos de los últimos tiempos, con los sacerdotes pedófilos y con los escándalos financieros vinculados al Banco Vaticano, el discurso oficial de los “valores espirituales” se ha devaluado. No ha perdido su valor, pero la entidad oficial que los anuncia tiene muy poca audiencia.

En la cultura popular, la palabra “espíritu” tiene gran validez. Traduce cierta concepción mágica del mundo en contra de la racionalidad aprendida en la escuela. Para gran parte del pueblo, especialmente los influidos por la cultura afrobrasileña e indígena, el mundo está habitado por espíritus buenos y malos que afectan a las diferentes situaciones de la vida, como la salud y la enfermedad, la vida afectiva, los éxitos y los fracasos, la buena o la mala suerte. El espiritismo ha codificado esta visión del mundo por la vía de la reencarnación. Cuenta con más seguidores de los que se piensa.

Sin embargo, en las últimas décadas nos hemos dado cuenta de que la racionalidad excesiva en todos los ámbitos y el consumismo exacerbado generan saturación existencial y también mucha decepción. La felicidad no está en la materialidad de las cosas, sino en las dimensiones relacionadas con el corazón, el afecto, las relaciones de amor, de solidaridad y de compasión.

Por todas partes se buscan experiencias espirituales nuevas, es decir, sentidos de vida que van más allá de los intereses inmediatos y de la lucha diaria por la vida. Ellos abren una perspectiva de esperanza y luz en medio del mercado de ideas y propuestas convencionales, difundidas por los medios de comunicación y también por las llamadas “instituciones de sentido” que son las religiones, las iglesias y las filosofías de vida. Han adquirido fuerza a través de los programas de televisión y de los grandes shows religiosos que obedecen a la lógica del espectáculo masivo y que, por eso mismo, se desvían del carácter reverente y sagrado de toda religiosidad. En una sociedad de mercado, la religión y la espiritualidad se han convertido en mercancías disponibles para el consumo general. Y producen un montón de dinero.

No obstante esta mercantilización de lo religioso, el mundo espiritual ha empezado a incrementar su fascinación aunque, la mayoría de las veces, en forma de esoterismo y de literatura de autoayuda. Aún así, ha abierto una brecha en el mundo profano y en el carácter gris de la sociedad de masa. En los medios cristianos han surgido las Iglesias pentecostales, los movimientos carismáticos y la centralidad de la figura del Espíritu Santo.

Estos fenómenos suponen un rescate de la categoría “espíritu” en un sentido positivo e incluso anti-sistémico. El “espíritu” es una referencia consistente y ya no está colocado bajo sospecha por la crítica de la modernidad que sólo aceptaba lo que pasaba por el tamiz de la razón. Pero la razón no lo es todo, ni lo explica todo. Hay lo arracional y lo irracional. En los seres humanos hay el universo de la pasión, del afecto y del sentimiento que se expresa mediante la inteligencia emocional y cordial. El espíritu no rechaza la razón, antes bien, la necesita. Pero va más allá, englobándola en un nivel superior que tiene que ver con la inteligencia, la contemplación y el sentido superior de la vida y de la historia. En términos de la nueva cosmología él sería tan ancestral como el universo, éste también portador de espíritu. ¿La era del espíritu que existe desde el primer princípio?

Che Papa dobbiamo sperare, che son sia un Benedetto XVII?

 

Intervista a Leonardo Boff che può essere riprodotta.

Come ha ricevuto la rinuncia di Benedetto XVI?

R. Fin dal principio mi faceva tanta pena, perché, per quello che io conoscevo, specialmente a causa della sua timidezza, immaginavo lo sforzo che doveva fare per salutare il popolo, salutare le persone, baciare bambini. Avevo la certezza che un giorno lui avrebbe approfittato di qualche occasione sensata, come i limiti fisici della sua salute e il minore vigore mentale per rinunciare.
Anche se ha dimostrato di essere un Papa autoritario, non era attaccato alla poltrona. Io mi sono sentito alleggerito perché la Chiesa era senza leadership spirituale che risveglia speranza e coraggio. Abbiamo bisogno di un diverso profilo di Papa più pastore che  professore, non un uomo della istituzione-Chiesa, ma un rappresentante di Gesù che ha detto: “se qualcuno viene da me io non  lo mando via” (Gv. 6,37), che sia omosessuale,prostituta, transessuale.

2. Com’è la personalità dei Benedetto 16º, visto che lei ha vantato una certa amicizia con lui?

R. Ho conosciuto Benedetto 16º nei miei anni di studio in Germania tra il 1965-1970. Sono andato a sentire molte conferenze sue ma io non sono stato suo alunno. Lui ha letto la mia tese di dottorato: “ Il posto della Chiesa nel mondo secolarizzato” e gli è piaciuta  al punto che ha trovato un’editrice disposta a pubblicarla, un pesta lardo di più di 500 pagine. In seguito abbiamo lavorato insieme nella rivista internazionale “Concilium”. Gli editori si riunivano tutti gli anni la settimana di Pentecoste  in qualche posto in Europa. Io curavo le edizioni in portoghese. Tra il 1975-1180. Mentre gli altri facevano la siesta, io e lui si passeggiava e si conversava discutendo temi di teologia, oppure si parlava della fede in America Latina, o si commentava San Bonaventura e Sant’Agostino, materie in cui lui è specialista e io a tutt’oggi li consulto spessissimo.  Dopo, dal 1984, siamo entrati in un momento conflittuale. Lui come mio giudice al processo dell’ex Santo Uffizio, mosso contro il mio libro «Chiesa: carisma e potere» (Vozes, 1981). Lì dovetti sedermi sul seggiolino dove Galileo Galilei e Giordano Bruno tra gli altri si erano seduti.

Mi impose un periodo di “silenzio rispettoso”; dovetti lasciare la cattedra mi si proibì di pubblicare qualsiasi cosa.

Come persona è ‘finissimo’ timido e estremamente intelligente.

3. Lui come cardinale è stato il suo inquisitore dopo essere stato suo amico: come vedeva questa situazione?

R. Quando lui è stato nominato presidente della Congregazione per la dottrina della fede (ex Santo Offizio), io ne fui profondamente felice. Pensavo tra me e me: finalmente avremo un teologo alla guida di una istituzione che ha la fama più brutta che si possa immaginare. Quindici giorni dopo mi rispose, ringraziando e disse: vedo qui nella Congregazione varie pendenze a suo riguardo e dobbiamo risolverle subito.

Il fatto è che praticamente a ogni libro che pubblicavo venivano da Roma domande di chiarificazione alle quali io tardavo a rispondere. Nulla viene da Roma se prima non è stato inviato a Roma. Avevamo qui dei vescovi conservatori e persecutori di teologi della liberazione che inviavano le lamentele della loro ignoranza teologica a Roma col pretesto che la mia teologia poteva far male ai fedeli. A questo punto io mi resi conto: ormai gli lui è stato contaminato dal bacillo romano che fa sì che tutti quelli che lavorano lì in Vaticano rapidamente trovano mille  ragioni per essere moderati e persino conservatori. Così rimasi più che sorpreso, veramente deluso.

4. Lei come ha ricevuto la punizione del “silenzio rispettoso”?

R. Dopo l’interrogatorio e la lettura della mia difesa scritta che sta come appendice nella nuova edizione di «Chiesa: carisma e potere (Record), 2008» sono 15 cardinali che opinano e decidono. Ratzinger è soltanto uno di loro. Dopo sottomettono la decisione al Papa. Credo che fu un voto a favore perché conosceva altri libri miei di teologia, tradotti in tedesco e mi aveva detto che gli erano piaciuti, finché, una volta, davanti al Papa in una udienza a Roma fece un riferimento e li elogiò.

Io ricevetti il “silenzio rispettoso” come un cristiano legato alla Chiesa farebbe: con tutta calma lo accolsi. Ricordo che disse: “È meglio camminare con la Chiesa che  con la mia  teologia, ma da solo”. Per me fu relativamente facile accettare l’imposizione perché la presidenza della CNBB mi aveva sempre appoggiato e due cardinali, Dom Aloysio Lorscheider e Dom Paolo Evaristo Arns mi accompagnarono a Roma e parteciparono, in un scondo tempo, al dialogo con il cardinale Ratzinger e con me. Eravamo tre contro uno. Qualche volta mettemmo cardinale Ratzinger a disagio perché i cardinali brasiliani lo rassicuravano che le critiche contro la teologia della liberazione che lui aveva fatto in un documento uscito recentemente erano l’eco dei detrattori non un’analisi obiettiva. E chiesero un nuovo documento positivo; raccolse l’idea è realmente lo fece due anni dopo. E persino chiesero a me e al mio fratello teologo  Clodovis, che stava a Roma, che scrivessimo uno schema e lo consegnassimo alla Sacra Congregazione. In un giorno e una notte lo scrivemmo e lo consegnammo.

5. Lei ha lasciato la Chiesa nel 1992. Ha conservato qualche dispiacere di tutto questo affaire in Vaticano?

R. Io non ho mai lasciato la Chiesa. Ho lasciato una funzione dentro ad essa, quella di prete. Ho continuato come teologo e professore di teologia in varie cattedre qui e fuori del paese. Coloro che comprendono la logica di un sistema autoritario e chiuso, che poco si apre al mondo, e non coltiva il dialogo e lo scambio (i sistemi viventi vivono nella misura in cui si aprono e scambiano) sanno che se  qualcuno, come me, non si allinea totalmente a tale sistema, sarà vigilato, controllato e eventualmente punito. Somiglia al regime di Sicurezza Nazionale che abbiamo conosciuto in America latina sotto i regimi militari, in Brasile, in Argentina, in Cile e in Uruguay. Dentro questa logica l’allora presidente della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-Santo Uffizio, ex-Inquisizione), il cardinale J.Ratzinger condannò, obbligò al silenzio, privò della cattedra o trasferì più di 100 teologi. In Brasile siamo stati due: la teologa Ivone Gebara e io. Per intendere la suddetta logica, e lamentela, so che quelli sono condannati a fare quello che fanno con la maggiore volontà. Ma come diceva Biagio Pascal: “Mai il male viene fatto così bene come quando si fa con buona volontà”. Solamente che questa buona-volontà non è buona, perché crea vittime. Io non conservo nessuna amarezza e nessun risentimento, anzi ho provato compassione e misericordia per quelli che si muovono dentro questa logica, che a mio modo di vedere dista anni luce  dalla pratica di Gesù. Tra l’altro son cose del secolo passato, già passato. E cerco di evitare di tornare indietro a quel tempo.

6. Lei come valuta il pontificato di Benedetto 16º? Ha saputo governare le crisi interne ed esterne della Chiesa?

R. Benedetto 16º è stato un eminente teologo ma un Papa frustrato. Non aveva il carisma per dirigere, e animare la comunità, come invece l’aveva Giovanni Paolo II. Purtroppo sarà marchiato, informa  riduttiva, come il Papa dove proliferavano i pedofili, quando gli omosessuali non erano riconosciuti e le donne erano umiliate come negli Stati Uniti, con la negazione di cittadinanza a una teologia fatta partire dal genere. E anche e in generale nella storia come il Papa che ha censurato pesantemente la Teologia della Liberazione, interpretata alla luce dei suoi detrattori, e non alla luce delle pratiche pastorali  liberatrici di vescovi, preti, teologi, religiosi, religiose e laici che avevano fatto una seria opzione per i poveri contro la povertà e a favore della vita e della libertà per questo motivo giusto e nobile furono incompresi dai loro fratelli nella fede, e molti di loro furono presi, torturati e uccisi dagli organi di sicurezza dello Stato militare. Tra loro c’erano vescovi come Dom Angelelli, in Argentina e Dom Oscar Romero a El Salvador. Dom Helder fu il martire che non ammazzarono. Ma la Chiesa è maggiore che non i suoi papi ed essa continuerà, tra ombre e luci, a prestare un servizio all’umanità, nel senso di mantenere viva la memoria di Gesù, di offrire una fonte possibile di senso della vita, che va al di là di questa vita.

Oggi sappiamo da Vatileaks che dentro alla curia romana si ingaggia una feroce disputa per il potere, specialmente tra l’attuale segretario di Stato Bertone e l’emerito ex-segretario Sodano. Tutti e due hanno i loro alleati. Bertone, approfittando dei limiti del Papa, ha praticamente messo in piedi un governo parallelo. Gli scandali dei documenti segreti trafugati dalla scrivania del Papa e della Banca vaticana, usata dai miliardari italiani, alcuni mafiosi, per lavare denaro sporco e mandarlo all’estero, hanno scosso molto il Papa. Lui è andato a poco a poco isolandosi sempre di più. La sua rinuncia è dovuta ai limiti dell’età e agli acciacchi ma aggravata da queste crisi interne che lo hanno indebolito e che lui non ha saputo o potuto stroncare a tempo.

7. Il papa Giovanni XXIII disse che la Chiesa non può diventare un museo, ma deve essere una casa con porte e finestre aperte. Lei pensa che Benedetto 16º non ha tentato ancora una volta di trasformare la Chiesa in qualcosa come un museo?

R. Benedetto XVI è un nostalgico della sintesi medievale. Lui ha reintrodotto il latino nella messa, ha scelto  paramenti e guardaroba su modelli rinascimentali  e di altri periodi del passato, ha mantenuto abiti e cerimonie di palazzo; a quelli a cui dava la comunione, offriva innanzitutto l’anello papale da baciare e dopo dava l’Ostia cosa che non si faceva più da tempo. La sua visione era di tipo restaurativo e nostalgico di una sintesi tra cultura e fede come esiste molto visibile nella sua terra natale, la Baviera, cosa che esplicitamente commentava. Quando nell’università dove lui ha studiato, e io pure, a Monaco, vide un manifesto che annunciava me come professore visitatore per fare lezioni sulle nuove frontiere della teologia della liberazione chiese al rettore che rimandasse sine die l’invito già accettato. I suoi idoli teologici sono Sant’Agostino e San Bonaventura che mantennero sempre una sfiducia su tutto quello che veniva dal mondo, contaminato dal peccato e  bisognoso di essere riscattato dalla Chiesa. È una delle ragioni che spiegano la sua opposizione alla modernità che la vede sotto l’ottica del secolarismo e del relativismo e fuori dal campo dell’influenza del cristianesimo che ha aiutato a formare l’Europa.

8. La Chiesa cambierà, secondo lei, la dottrina sull’uso del preservativo e in generale la morale sessuale?

R. La Chiesa dovrà mantenere le sue convinzioni, alcune che  stima irrinunciabili come la questione dell’aborto e della non manipolazione della vita. Ma dovrebbe rinunciare allo status di esclusività come se fosse l’unica portatrice di verità. E egli deve intendersi dentro lo spazio democratico, nel quale la sua voce si fa sentire insieme ad altre voci. E le rispetta e perfino si dispone a imparare da loro. E quando viene sconfitta nei suoi punti di vista, dovrebbe offrire loro la sua esperienza e tradizione per migliorare fin dove possibile e rendere più leggero il peso dell’esistenza. In fondo essa , la su voce, ha bisogno di essere più umana, umile e avere più fede, nel senso di non avere paura. Quello che si oppone alla fede non è l’ateismo, ma la paura. La paura paralizza e isola le persone dalle altre persone. La Chiesa ha bisogno di camminare insieme all’umanità perché l’umanità è il vero popolo di Dio. Essa lo mostra più coscientemente ma non se ne appropria con esclusività.

9. Che cosa dovrebbe fare un futuro papa per evitare l’emigrazione di tanti fedeli verso altre chiese, specialmente verso le pentecostali?

R. Benedetto XVI ha frenato il rinnovamento della Chiesa incentivato dal concilio Vaticano secondo. Lui non accetta che nella Chiesa ci siano rotture. Così ha preferito una visione lineare, rinforzando la tradizione. Ma avviene che la tradizione a partire dal secolo 18º e 19ºsi oppose a tutte le conquiste moderne, della democrazia, della libertà religiosa e di altri diritti. Lui ha tentato di ridurre la Chiesa ha una fortezza contro queste modernità. E vedeva nel Vaticano secondo il cavallo di Troia attraverso il quale poteva sarebbero potuti entrare. Lui non ha rinnegato il Vaticano II  ma lo ha interpretato alla luce del Vaticano I completamente centrato sulla figura del Papa con un potere monarchico, assolutista e infallibile. Così si è prodotto una grande centralizzazione di tutto a Roma sotto la direzione del Papa che poveraccio, deve dirigere una popolazione cattolica della grandezza della Cina. Tale opzione ha portato grande conflitto nella Chiesa e perfino tra interi episcopati come quello tedesco e francese e ha contaminato l’atmosfera interna della Chiesa con sospetti, creazioni di gruppi, emigrazione di molti cattolici dalla comunità e con accuse di relativismo e di magistero parallelo. In altre parole nella Chiesa non si viveva più la fraternità franca e aperta, un focolare spirituale comune a tutti.

Il profilo del prossimo Papa, nel mio a mio modo di vedere, non dovrebbe essere di un uomo di potere o dell’istituzione. Dove c’è potere non esiste amore e sparisce la misericordia. Dovrebbe essere un pastore, vicino ai fedeli e a tutti gli esseri umani, poco importa la sua situazione morale e etnica e politica. Dovrebbe prendere come motto la frase di Gesù che ho già citato prima: «se qualcuno viene da me, io non lo manderò via», perché accoglieva tutti, da una prostituta come Maddalena fino al teologo come Nicodemo. Dovrebbe essere un uomo dell’Occidente che ormai è visto come un accidente nella storia. Ma un uomo del vasto mondo globalizzato che sente la passione dei sofferenti e il grido della terra devastata dalla voracità consumista. Non dovrebbe essere un uomo di certezze ma uno che stimolasse tutti a cercare i migliori sentieri.

Logicamente si rientrerebbe con il Vangelo ma senza spirito di far proseliti, con la coscienza che lo spirito arriva sempre prima del missionario e il verbo illumina tutti coloro che vengono a questo mondo, come dice l’evangelista San Giovanni. Dovrebbe  essere un uomo profondamente spirituale e aperto a tutti i sentieri religiosi per mantenere viva tutti insieme la fiamma sacra che esiste in ogni persona: la misteriosa presenza di Dio. E infine un uomo di profonda bontà, sullo stile di papa Giovanni 23º, con tenerezza verso gli umili e con fermezza profetica per denunciare chi promuove l’accertamento e fa della violenza e della guerra strumenti di dominazione degli altri e del mondo.

Che negli accordi stipulate dai cardinali in conclave e nelle tensioni  delle tendenze prevalga un nome con un simile profilo. Come agisca lo spirito Santo lì dentro è un mistero. Lui non ha nessuna voce e nessun’altra testa che quella  dei cardinali. Che lo Spirito non venga loro a mancare.

Traduzione: Romano Baraglia

O resgate da categoria “espírito”

Na cultura atual a palavra “espírito” é desmoralizada em duas frentes: na cultura letrada e na cultura popular.

Na cultura letrada dominante, “espírito” é o que se opõe à matéria. Materia sabemos mais ou menos o que é, pois pode ser medida, pesada, manipulada e transformada, enquanto “espírito” cai no campo do intangível, indefinido,  e até  nebuloso. A matéria é a palavra-fonte de valores axiais da experiência humana dos útimos séculos. A ciência moderna se construiu sobre a investigação e a dominação da matéria. Penetrou até as suas últimas dimensões, às partículas elementares, até o campo Higgs no qual se teria dado a primeira condensação da energia originária em matéria: os tão buscados bósons e hádrions e a chamda “partícula de Deus”. Einstein comprovou que matéria e energia são equipolentes. Matéria não existe. É energia altamente condensada e um campo riquíssimo de interações.

Os valores espirituais, na acepção moderna convencional, situam-se na super-estrutura e não cabem nos esquemas científicos. Seu lugar é o mundo da subjetividade, entregues ao arbítrio de cada um ou a grupos religiosos. Exprimindo-o de uma maneira um tanto grotesca, mas nem tanto, podemos dizer com José Comblin, grande especialista no tema:“quando se fala em ‘valores espirituais’, todo mundo imagina que está falando um burguês numa reunião do Rotary ou dos Lions Club depois de uma abundante ceia regada a bons vinhos e servida com comidas finas; para o povo em geral ‘valores espirituais’ equivale a ‘palavras belas mas ocas”. Ou então pertence ao repertório do discurso eclesiástico moralizante, espiritualizante e em relação hostil com o mundo moderno.

Em razão disso, a expresão “valores espirituais” surge com mais frequência na boca de padres e de bispos de viés conservador. Deles se ouve amiúde que a crise do mundo contemporâneo reside fundamentalmente no abandono do mundo espiritual:  a não frequência da missa ou de qualquer referência explícita à Igreja hierárquica.

Mas com os escândalos havidos nos últimos tempos com os padres pedófilos e com os escândalos financeiros ligados ao Banco do Vaticano, o discurso oficial dos “valores espirituais” se desmorlizou. Não perdeu valor, mas a instância oficial que os anuncia conta com muito pouca audiência.

Na cultura popular, a palavra “espírito” possui grande vigência. Ela traduz certa concepção mágica do mundo à revelia da racionalidade aprendida na escola. Para grande parte do povo, especialmente os influenciados pela cultura afrobrasileira e indígena, o mundo é habitado por bons e maus espíritos que  afetam as distintas situações da vida como a saúde e as doenças, a vida afetiva. os sucessos e os fracassos, a boa ou a má sorte. O espiritismo, codificou esta visão de mundo pela vida da reencarnação. Possui mais adeptos do que se suspeita.

No entanto, os últimos decênios nos demos conta de que o excesso de racionalidade em todas as esferas e o consumismo exacerbado geraram saturação existencial e também muita decepção. A felicidade não se encontra na materialidade das coisas mas em dimensões ligadas ao coração, ao afeto, às relações de amor,  de solidariedade e de compaixão.

Por toda as partes, buscam-se experiências espirituais novas, quer dizer, sentidos de vida que vão além dos interesses imediatos e da luta cotidiana pela vida. Eles abrem uma perspectiva de iluminação e de esperança no meio do mercado de idéias e de propostas convencionais, veiculadas pelos meios de comunicação e também pelas assim chamadas “instituições do sentido” que são as religiões, as igrejas e as filosofias de vida. Elas ganharam força através dos programas de TV e dos grande shows religiosos que obedecem à lógica da espetacularização massiva e que, por isso mesmo, se afastam do caráter reverente e sagrado de toda religiosidade. Numa sociedade de mercado, a religião e a  espiritualidade se transformaram também em mercadorias à disposição do consumo geral. E rendem muito dinheiro.

Não obstante a referida mercantilização do religioso, o mundo espiritual começou a ganhar fascínio embora, na maioria das vezes, na forma de exoterismo e de literatura de auto-ajuda. Mesmo assim ele abriu uma brecha na profanidade do mundo e no caráter cinzento da sociedade de massa. Nos meios cristãos emergiram as Igrejas pentecostais, os movimentos carismáticos  e a centralidade da figura do Espírito Santo.

Estes fenômenos supõem um resgate da categoria “espírito” num sentido positivo e até anti-sistêmico. O “espírito” constitui uma referência consistente e não mais colocada sob suspeita pela crítica da modernidade que somente aceitava o que passava pelo crivo da razão. Ocorre que a razão não é tudo nem  explica tudo. Há o irracional e aracional. No ser humano há o universo da paixão, do afeto e do sentimento que se expressa pela inteligência cordial e emocional. O espírito não se recusa à razão, antes, precisa dela. Mas vai além, englobando-a num patamar mais alto que tem a ver com a inteligência, a contemplação e o sentido superior da vida e da história. Em termos da nova cosmologia ele seria tão ancentral quanto o universo, este tambem portador de espírito. A era do espírito?

A sair pela Vozes, do autor: Fogo do céu: o Espirito Santo no universo, na humanidade, nas Igrejas e religiões 2013.