Per evitare un nuovo imminente colpo di Stato

L’eminente giurista Fabio Konder Comparato, in un’ intervista a Carta Capital del 12 aprile 2017, calcolava che a fronte della perdita dei valori morali dei dirigenti politici e della corruzione ambientale “è ben possibile un ulteriore intervento estralegale, per impedire che tutto questo continui; non è un’ipotesi cervellotica immaginare un nuovo colpo di Stato.

Gli attori di questo nuovo golpe sarebbero, secondo Comparato, gl’impresari (minoranza ricca) e i proprietari da un lato e dall’altro i componenti principali dell’establishment statale. Questi ultimi, deduco,sarebbero dipendenti del Ministero Pubblico, dell’OAB e aggiungerei anche della Polizia Federale, e alcuni ministri del STF.

Il mio timore è che i gruppi sopra citati utilizzino la stessa strategia che andò in vigore nel 1964: le oligarchie usarono il potere militare per fare un golpe di classe come è stato dimostrato in modo irrefutabile da René Dreifuss: nella sua tesi di Glasgow: “A conquista do Estado, açao politica, poder e golpe di classe” (Vozes 1981, 841 p.p.): “o que houve no Brasil não foi un golpe militar, mas um golpe di classe com uso da força militar” (p. 397).

La baraonda totale dell’attuale politica, corrosa dalla corruzione da cima a fondo, smascherata dalle delazioni della Odebrecht (e ne verranno altre) rende la durata dell’attuale governo altamente problematica.

L’illegittimità del presidente e di gran parte dei parlamentari delle due camere sotto accusa per delitti gravi, rende vergognosa la rapidità del ritmo impressa ai cambiamenti, chiaramente anti-popolari e perfino anticostituzionali.

Questo golpe può scattare a qualsiasi istante, dato che gl’impresari stessi si sentono danneggiati in prima persona, considerando i ritmi tradizionali di alta accumulazione.

Resta da sapere se i militari accetterebbero o no questo compito così problematico. Il fatto è che essi si sentono guardiani della Repubblica, perché sono stati loro a mettere fine alla monarchia. In momenti così gravi come quello attuale, potrebbero sentirsi spinti, sia pure obtorto collo, ad assumersi questa responsabilità nazionale.

Se questo succedesse, probabilmente un triumvirato di generali

assumerebbe il potere, chiuderebbe il parlamento, farebbe arrestare i principali politici accusati di corruzione, non risparmiando, ma solo lasciando un posto privilegiato al presidente Temer, obbligherebbe ad andare in pensione Gilmar Mendes il più parziale dei ministri del STF, obbligherebbe alla rinuncia governatori implicati nella corruzione e instaurerebbe un regime “purga” dei corrotti e dei loro alleati e impresari corruttori, e avrebbe certamente l’appoggio della stampa conservatrice che sempre ha scommesso su un golpe. Questo non è contraddittorio con la politica degli organi di sicurezza degli USA, specialmente sotto Donald Trump, e che sarebbe in servizio “full spectrum dominance”. Quello che verrebbe dopo sarebbe una incognita, perché il potere è uno dei archetipi più tentatori della psiche umana. I militari potrebbero non volere più lasciare il potere assunto.

Un’altra possibilità sempre dentro ai confini della democrazia, sarebbe la convocazione in questo stesso anno di elezioni generali perché il soggetto fonte del potere è il popolo che, mentre sceglie i suoi politici conferisce loro la legittimità. La Lava Jato continuerebbe a sfornare dati, per riempire i tribunali di processi, in tutti i gradi dell’operazione giudiziaria.

Altra strada sarebbe l’annullamento, da parte del TSE, della candidatura Dilma-Temer, seguita da una elezione indiretta, in Parlamento, di un nuovo Presidente. Non sappiamo che forza potrebbe avere lui una volta eletto in forma indiretta, con una base parlamentare largamente corrotta e implicata in vari processi criminali.

Una terza via più radicale sarebbe ispirata dalla Commissione per la Verità e Riconciliazione del Sudafrica, coordinata dal vescovo Desmond Tutu, che qui presento come possibile. Lì si trattava di conoscere la verità su alcuni delitti commessi contro la popolazione nera, per decine d’anni, senza escludere delitti commessi dai neri stessi.

Le colonne portanti del processo erano tre: la verità, la responsabilizzazione e la giustizia restaurativa e curativa. Tutto avveniva all’ombra di un valore culturale comune lo Ubuntu che significa: “io posso essere io soltanto attraverso te”.

Questo valore conferiva e conferisce coesione alla società del Sudafrica, perché con slancio supera l’individualismo tipico della nostra società occidentale.

La verità aveva una dimensione fattuale : conoscere i fatti come sono avvenuti. Un’altra dimensione era personale: come la persona soggettivamente aveva coscienza del delitto commesso. La terza era sociale: come la società interpretava e discuteva la gravità dei crimini. Infine, la verità restaurativa e curativa: la riprovazione morale del passato e disposizione a costruire una nuova memoria.

La amnistia era concessa a coloro che riconoscevano pubblicamente la responsabilità dei crimini commessi.

La pubblica confessione delle loro azioni era la grande punizione morale. E’ l’amnistia attraverso la verità che possiede una funzione restaurativa e curativa: rifare il tessuto sociale e disporsi a non commettere gli stessi delitti all’ombra del motto: ”perché non si dimentichi e che mai più avvenga”. Per i crimini contro l’umanità c’era la punizione legale opportuna e non scattava l’amnistia.

Si discuteva pertanto e ancora oggi si discute: se la legge non punisce quelli che l’hanno trasgredita, non perde valore la nozione stessa di imperio della legge, base di uno Stato di diritto?

Qui, in vista dell’Ubuntu, di mantenere la coesione e di non lasciare piaghe aperte, siamo arrivati a un compromesso pragmatico tra dimensione politica e dimensione del principio.

Logicamente esiste un ordine legale necessario senza il quale la società diventa caotica. Ma essa riposa sopra un ordine etico e assiologico. Questo è stato invocato. Ciò implica andare al di là del discorso giuridico e politico e entrare nel campo antropologico profondo, dei valori che danno un senso trascendente alla vita personale e sociale. Si tratta di un atto di fiducia nell’essere umano nel senso che è riscattabile. E’ stato quello che ha dimostrato Hannah Arendt a Gerusalemme in occasione del processo e condanna di Eichmann, sterminatore di ebrei sotto il regime nazista. Lei spiegò il valore del perdono non propriamente come valore religioso, ma come capacità umana di poter liberarsi dalla dipendenza dal passato e inaugurare una nuova pagina della storia collettiva.

Tali procedimenti si potrebbero applicare al caso brasiliano. Marcello Odebrecht e suo padre Emilio Odebrecht hanno riaffermato che praticamente tutti i politici (con l’eccezione di persone conosciute per la loro integrità etica) furono eletti attraverso la “caixa 2”. La “caixa 2” è descritta come crimine nell’articolo 350 del codice elettorale e dall’articolo 317 del codice penale. E’ quanto ha ripetuto molte volte il presidente del STF .

Di fatto però, siccome la corruzione si è generalizzata e ha infiltrato la grande maggioranza dei partiti si potrebbe applicare un’amnistia nel quadro della Commissione della Verità e della Riconciliazione del Sudafrica. Tutti coloro che si sono avvalsi della “caixa 2” verrebbero pubblicati, confesserebbero il loro delitto e manifesterebbero il proposito di non più ricorrere a questo espediente per farsi eleggere. La rivelazione dei loro nomi e la loro confessione pubblica sarebbe un’autentica punizione morale.

Una cosa pertanto sono le mazzette provenienti da imprese e legate alla promessa di far loro pervenire vantaggi legali e altra cosa la corruzione che consiste nello sviare denaro pubblico, a milioni e milioni, al punto di portare al fallimento uno Stato come quello di Rio de Janeiro. Qui si tratta direttamente di crimini che devono essere adeguatamente giudicati e puniti e soprattutto di recuperare per le casse dello Stato il denaro rubato. In questo ambito sono avvenuti crimini di lesa-umanità come i trecento milioni deviati dalla sanità do Rio de Janeiro, fatto che ovviamente ha danneggiato migliaia di persone portandone molte a morte. Per costoro occorrono pene più severe. Questo cammino sarebbe altamente umanitario, rafforzerebbe la nostra democrazia che è sempre stata a bassa intensità e porterebbe un’atmosfera morale e etica nel cielo della politica, come ricerca comune del bene comune.

L’attuale crisi della politica brasiliana che copre di incertezza qualsiasi futuro di speranza ci obbliga a pensare e a cercare uscite possibili che evitino convulsioni sociali foriere di conseguenze inprevedibili. E’ il senso di questa nostra riflessione.

*Leonardo Boff ex Professore di etica della UERJ e dr. H. in scienze politiche all’università di Torino, titolo concesso da Norberto Bobbio.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

Globalisierung oder Planetisierung?

Es gibt aktuell einen starken Widerstand gegenüber dem Prozess der Globalisierung, der durch Donald Trump verstärkt wird, der mit Macht die Idee des „Die Vereinigten Staaten zuerst“ oder besser „Nur die Vereinigten Staaten“ vorantrieb. Trump unterstützt den Krieg gegen globale Unternehmen zugunsten derer, die nur innerhalb der USA arbeiten.

Es ist wichtig zu verstehen, dass es sich hierbei um einen Kampf gegen die gigantischen finanzökonomischen Konglomerate handelt, die einen großen Teil des weltweiten Reichtums in den Händen einer sehr kleinen Anzahl von Personen kontrollieren. Joseph Stiglitz, dem Nobelpreisträger von 2001 für Ökonomie, zufolge haben wir 1 % Multimillionäre, die 99 % abhängiger oder verarmter Personen gegenüber steht.

Diese Art von Globalisierung trägt einen finanzökonomischen Charakterzug, der an Dinosaurier erinnert, Edgar Morin zufolge die Eisenzeit der Globalisierung. Doch Globalisierung ist mehr als nur Ökonomie. Es geht um einen irreversiblen Prozess, einen neuen Entwicklungsstatus der Erde, der zu dem Zeitpunkt begann, als wir sie vom Blick von außen entdeckten, als die Astronauten sie uns von ihrem Raumschiff aus zeigten. Da wurde klar, dass Erde und Menschheit eine einzigartige komplexe Einheit bilden.

Der Augenzeugenbericht des nordamerikanischen Astronauten John W. Young auf der fünften Reise zum Mond am 16. April 1972 ist eindrucksvoll: „Da unten ist die Erde, der blaue und weiße Planet, unglaublich schön, strahlend, die Heimat der Menschheit. Von hier aus gesehen würde der Mond in meine Handfläche passen. Aus dieser Perspektive gibt es weder Weiße noch Schwarze auf der Erde, keine Trennung zwischen Ost und West, Kommunisten und Kapitalisten, Nord und Süd. Gemeinsam bilden wir eine einzige Erde. Wir müssen lernen, diesen Planeten zu lieben, dessen Teil wir sind.“

Aus dieser Erfahrung werden die Worte von Pierre Teilhard de Chardin von 1933 prophetisch und provokativ: „Das Zeitalter der Nationen ist vorüber. Wenn wir nicht sterben wollen, ist dies der Augenblick, die alten Vorurteile über Bord zu werfen und die Erde zu bilden. Die Erde wird ihrer selbst bewusst sein durch kein anderes Mittel als durch eine Krise aus Konversion und Transformation.“ Diese Krise ist in unsere Köpfe eingedrungen: Jetzt sind wir für das einzige Gemeinsame Heim, das wir besitzen, verantwortlich. Und wir haben die Mittel unserer eigenen Selbstzerstörung erfunden, was unsere Verantwortung für den ganzen Planeten nur noch verstärkt.

Wenn wir genauer hinsehen, entstand dieses Bewusstsein früh im 16. Jahrhundert, genau genommen im Jahr 1521 als Ferdinand Magellan zum ersten Mal den Globus umrundete und bewies damit empirisch, dass die Erde rund ist und dass wir überall hin kommen können, unabhängig davon, an welchem Ort wir uns befinden.

Die Globalisierung nahm mit der Verwestlichung der Welt Form an. Europa begann das koloniale und imperialistische Abenteuer von Eroberung und Beherrschung aller entdeckten und noch zu entdeckenden Länder, indem es sie den Interessen Europas zu Diensten mache, wie der Wille zur Macht zeigte, den man gut übersetzen kann mit dem Willen zu unbegrenzter Bereicherung, der Durchsetzung der Weißen Kultur, seiner politischen Institutionen und seiner christlichen Religion.

Aus der Sichtweise der Opfer dieser Entwicklung wurde dieses Abenteuer gewalttätig durchgeführt, was zu großen Vernichtungen von Völkern, Ethnien und der Umwelt führte. Dieses Abenteuer war ein Trauma und eine Tragödie für die Mehrheit der Völker, und dessen Konsequenzen sind noch heute zu spüren, selbst unter denen, die die Kolonialmacht stellten, die Sklaverei einführten und zur Unterwefung unter die großen imperialistischen Mächte zwangen.

Wir müssen nun die positive und essentielle Bedeutung des Begriffs Planetisierung sicherstellen, ein Wort, das besser ist als „Globalisierung“ wegen seinen ökonomischen Konnotationen. Am 22. April 2009 machten die Vereinten Nationen die Nomenklatur Mutter Erde offiziell, um ihr die Konnotation etwas Lebendigen zu verleihen, das respektiert werden und verehrt werden muss wie eine Mutter. Papst Franziskus benutzte den Ausdruck Gemeinsames Haus, um die tiefe Verbundenheit der Menschen herauszustreichen, die den gemeinsamen Platz bewohnen.

Dieser Moment ist ein Schritt nach vorn im Prozess der Geo-Genese. Wir können nicht zurückgehen mit einem verringerten Bewusstsein und uns abschotten wie Donald Trump vorgibt, innerhalb unserer nationalen Grenzen. Wir müssen uns selbst für diesen neuen Schritt vorbereiten, den die Erde gegeben hat, dieser lebendige Super-Organismus, gemäß der Gaia-These. Wir sind das Momentum von Bewusstsein und Intelligenz auf der Erde. Wir sind die Erde, die fühlt, denkt, liebt, Achtsamkeit pflegt und verehrt. Wir sind die einzigen Wesen der Natur, deren ethische Mission darin besteht, sich um dieses geheiligte Erbe zu kümmern, zu sichern, dass es ein bewohnbarer Ort für uns alle bleibt und für die ganze Gemeinschaft der Lebewesen.

Wir sind noch nicht aufgestanden, um diesem Ruf der Erde zu folgen. Daher müssen wir jetzt aufwachen und diese edle Berufung annehmen, an dieser Planetisierung mitzuwirken.

Leonardo Boff
07.04.2017

Para evitar un inminente nuevo golpe de estado

El eminente jurista Fábio Konder Comparato en una entrevista a Carta Capital del 12 de abril de 2017, considera que debido a la desmoralización de los líderes políticos y la corrupción generalizada “es muy posible otra intervención extralegal para evitar la continuación de todo esto; no está fuera de la cuestión un nuevo golpe de Estado”.

Los agentes de este nuevo golpe serían, según Comparato, los empresarios (la minoría rica) y los propietarios, por un lado, y por otro, los principales agentes del estado. Por agentes del estado deduzco que se trata del Ministerio Público, del Colegio de Abogados y añadiría la Policía Federal y algunos ministros del STF.

Mi temor es que los grupos mencionados anteriormente utilicen la misma estrategia que estuvo en vigor en 1964: las oligarquías utilizaron el poder militar para dar un golpe de clase, como muestra irrefutablemente René Dreifuss en su tesis de Glasgow, La conquista del Estado, acción política, poder y golpe de clase (Voces 1981, 841 págs.): “lo que ocurrió en Brasil no fue un golpe militar, sino un golpe de clase con uso de la fuerza militar” (p.397).

La confusión total de la política actual, corroída por la corrupción de arriba a abajo, desenmascarada por las denuncias de Odebrecht (faltan aún por venir) hace altamente problemática la continuidad del actual gobierno. La ilegitimidad del presidente y de gran parte de los parlamentarios de las dos Cámaras por cargos de delitos graves, convierten en vergonzosa la celeridad de los cambios, claramente antipopulares e incluso inconstitucionales.

Este golpe se puede dar en cualquier momento, pues los empresarios están sintiéndose perjudicados, especialmente en los niveles habituales de alta acumulación. Queda por saber si los militares aceptarían tan espinosa tarea. Pero se sienten los guardianes de la República, ya que fueron ellos los que pusieron fin a la monarquía. En momentos tan graves como los actuales, pueden sentirse urgidos, aunque de mala gana, a tomar esta responsabilidad nacional.

Si esto ocurre, probablemente un triunvirato de generales asumiría el poder, clausuraría el Congreso, mandaría arrestar a los principales líderes políticos acusados de corrupción, no exceptuando, aunque dándole un tratamiento privilegiado al presidente Temer, retiraría coercitivamente a Gilmar Mendes, el más parcial de los ministros del STF, forzaría la renuncia de los gobernadores involucrados en la corrupción y establecería un sistema de “purga” de los corruptos y de sus aliados y empresarios corruptores y contaría, sin duda, con el apoyo de la prensa conservadora que siempre apostó por un golpe. Esto no contradice la política de los organismos de seguridad de Estados Unidos, especialmente bajo Donald Trump, pues estaría al servicio del “full spectrum dominance”. Lo que vendría después es una incógnita, porque el poder es uno de los arquetipos más tentadores de la psique humana. Los militares podrían no querer dejar el poder asumido.

Otra salida, aún dentro del marco democrático, sería convocar para este año elecciones generales porque el sujeto originario del poder es el pueblo que, al elegir a sus políticos, les daría legitimidad. Lava Jato continuaría llenando los tribunales de procesos en las diferentes instancias del poder judicial.

Otra vía sería la anulación por el TSF de la candidatura Dilma-Temer, seguida de una elección indirecta por el Parlamento de un nuevo presidente. No sabemos qué fuerza tendría al ser elegido indirectamente, con una base parlamentaria en gran medida desmoralizada y con varios casos criminales.

Una tercera vía, más radical, estaría inspirada por la Comisión de Verdad y la Reconciliación de Sudáfrica, coordinada por el obispo Desmond Tutu, que presenté aquí como viable. En ella se trataba de conocer la verdad sobre los crímenes cometidos contra la población negra durante décadas, no excluidos los crímenes cometidos por los negros.

Tres ejes estructuraban el proceso: la verdad, la responsabilidad y la justicia restaurativa y curativa. Todo se hizo en el marco de un valor cultural común que nos falta: Ubuntu, que significa: yo sólo puedo ser yo a través de ti. Este valor daba y da cohesión a la sociedad de Sudáfrica, ya que supera el individualismo, típico de nuestra cultura occidental.

La verdad tenía dimensión factual: conocer los hechos tal como ocurrieron. Otra dimensión era personal: cómo la persona sentía subjetivamente el delito cometido. La tercera era social: cómo la sociedad interpretaba y analizaba la gravedad de los crímenes. Por último, la verdad restauradora y curativa: restauración moral del pasado y disposición a construir una nueva memoria.

Se concedió amnistía a los que reconocían públicamente la responsabilidad por los crímenes cometidos. La confesión pública de sus acciones era el gran castigo moral. Es la amnistía por la verdad que tiene una función reparadora y curativa, rehacer el tejido social y estar dispuesto a no cometer los mismos crímenes bajo el lema “para que no se olvide y para que no vuelva a suceder”. Para los crímenes contra la humanidad había castigo legal conveniente y no había amnistía.

Se discutió entonces y todavía se discute hoy: si la ley no castiga a los que delinquen ¿no se devalúa la noción misma del imperio de la ley, base de un estado de derecho?

Aquí, en vista del Ubuntu, de mantener la cohesión y no dejar heridas abiertas, se alcanzó un compromiso pragmático entre la dimensión política y la dimensión del principio.

Lógicamente, no existe un orden legal, necesario, sin el cual la sociedad se vuelve caótica. Pero ella reposa en un orden ético y axiológico. Este fue invocado. Esto significa ir más allá del discurso jurídico y político y entrar en el campo antropológico profundo, de los valores que dan un sentido trascendente a la vida personal y social. Es un acto de confianza en el ser humano que es redimible. Eso es lo que mostró Hannah Arendt en Jerusalén con motivo del juicio y condenación de Eichmann, el exterminador de los judíos bajo el régimen nazi. Ella adujo el valor del perdón, no exactamente como valor religioso, sino como capacidad humana para poder librarse de la dependencia del pasado y abrir una nueva página de la historia colectiva.

Tales procedimientos podrían aplicarse al caso brasileño. Marcelo Odebrecht y su padre Emilio Odebrecht reafirmaron que prácticamente todos los políticos (con excepciones conocidas por su integridad ética) fueron elegidos a través de la caja 2. La caja 2 se considera un delito en virtud del artículo 350 del Código Electoral y el artículo 317 del Código Penal. Esto es lo que ha repetido muchas veces la presidenta del Tribunal Supremo.

Debido, sin embargo, a la corrupción que se generalizó y afectó a la gran mayoría de los partidos, se podría aplicar una amnistía en los moldes de la Comisión de la Verdad y la Reconciliación de Sudáfrica. Todo el que se aprovechó de la caja 2 confesaría su delito en público y manifestaría su propósito de no volver a recurrir a este recurso para ser elegido. La revelación de sus nombres y su confesión pública sería un castigo moral real.

Otra cosa, sin embargo, es el soborno recibido de las empresas con la promesa de darles ventajas legales y la corrupción como desvío de los fondos públicos, millones y millones, hasta el punto de arruinar un estado como Río de Janeiro. Aquí se trata directamente de delitos que deben ser procesados y castigados de manera adecuada y, sobre todo, recuperar para las arcas públicas el dinero robado. En este contexto ha habido crímenes de lesa humanidad como los 300 millones desviados de la Salud de Río de Janeiro que, evidentemente, han perjudicado a miles de personas, causando muchas muertes. Para estos, las penas más severas.

Este camino sería muy humanitario, fortalecería nuestra democracia que siempre ha sido de baja intensidad y traería una atmósfera moral y ética al campo de la política, como búsqueda colectiva del bien común.

La crisis actual de la política brasileña, oscureciendo cualquier futuro esperanzador, nos obliga a pensar y a buscar posibles formas de evitar una convulsión social de consecuencias imprevisibles. Este es el significado de estas reflexiones.

*Leonardo Boff es profesor emérito de ética de la UERJ y dr.h.c. en ciencias políticas por la Universidad de Turín, título otorgado por Norberto Bobbio.

Traducción de Mª José Gavito Milano

O Padre Cícero à luz do Papa Francisco

Acompanhando, lendo e ouvindo as palavras e especialmente os gestos do bispo de Roma, como gosta de ser chamado, o Papa Francisco e a imagem que ele se faz do padre para os dias de hoje logo me veio à mente, o Padre Cicero Romão Batista.

Surpreso disse para mim mesmo: o que ele está apresentando é exatamente aquilo que o Padre Cícero fazia. O estilo de padre vivido pelo Padre Cicero agradaria, seguramente, o atual Papa.

         1.Características do Papa Francisco

Para começar, permitam-me dizer algumas palavras sobre Francisco, porque é uma das melhores bençãos que aconteceu para a Igreja e para a Humanidade nos últimos anos.

Em primeiro lugar ele trouxe uma primavera para a Igreja depois de um longo inverno que significaram os pontificados de João Paulo II e de Bento XVI. Papas da de volta à grande disciplina e às doutrinas severas

Em segundo lugar, fez da Igreja uma casa com portas e janelas abertas no lugar de uma fortaleza fechada e imaginriamente cercada de inimigos.

Em terceiro lugar, ele quis se chamar bispo de Roma, em vez de Papa. Propô-se dirigir a Igreja com a caridade e não com o direito canônico. Disse claramente, excetuando os pedófilos e os ladrões do Banco Vaticano, não quer condenar ninguém.

Em quarto lugar, deixou o palácio papal e foi morar numa hospedaria onde os padres que vem a Roma se hospedam. Ele quis um quarto comum como o dos hóspedes. Come junto com todos, na fila, dizendo, com humor: “assim é mais difícil que me envenenem”.

Em quinto lugar, prefere o encontro existencial com Cristo do que a proclamação de doutrinas sobre Cristo. E disse: é a pessoa de Cristo que nos salva não as doutrinas.

Em sexto lugar deve-se passar da exclusão para a inclusão. A Igreja Católica deve incluir e reconhecer as outras Igrejas que também levam avante a herança de Jesus e juntas porem-se a serviço do mundo, especialmente dos mais pobres. E dialogar com total abertura com as demais religiões e caminhos espirituais.

Em sétimo lugar, o centro não é ocupado pela Igreja mas pelo mundo que precisa de esperança, de alegria e de salvação. A Igreja deve ser uma espécie de hospital de campanha que não olha se o ferido é muçulmano, negro ou cristão. Basta saber que está sangrando e que deve ser cuidado.

Em oitavo lugar, devemos passar do mundo aos pobres. Francisco deseja “em saida para as periferias existenciais”, antes de tudo uma Igreja dos pobres, com os pobres e para os pobres. Para onde chega, sempre vai visitar os pobres, entra em suas casas, abraça-os, beija-os e toma um cafezinho com eles.

Em nono lugar, quer que os pastores, padres e bispos tenham cheiro de ovelhas, quer dizer, que andam no meio do povo, que” tenham sempre um sorriso de um pai que contempla os seus filhos e os seus netos, que não tenham cara de vinagre, nem tristes como se fossem ao próprio enterro”. Que sejam testemunhos da alegria do evangelho, uma categoria essencial de sua pregação.

Em décimo lugar quer que todos façam a revolução da ternura e da misericórdia, acolhendo a todos com o coração aberto, exercendo a misericórdia ilimitada diante dos que fracassaram e pecaram, mostrando-se como o pai do filho pródigo que se alegrou com o filho que se perdeu e voltou à casa paterna.

Estes são os pontos mais relevantes da figura de Francisco que veio do fim do mundo, do caldo cultural e eclesial que se criou na nossa América Latina.

Depois de ouvir as lições da teologia da libertação na versão argentina, que é a teologia do povo oprimido e da cultura silenciada, isso o diz seu professor ainda vivo, Juan Carlos Scannone, ficou tão impressionado que já como estudante fez uma opção pelos pobres e prometeu visitar toda semana uma favela.

Como Cardeal, não morava no palácio, ia de ônibus, de metro ou a pé. E fazia sua própria comida. Como bispo de Roma, se despojou de todos os títulos de honra e glória, especialmente o manto sobre os ombros cheio de joias, simbolo do poder absoluto dos imperadores e dos papas e começou a usar um mantozinho branco. A cruz é de prata barata sem qualquer adorno. E vai sozinho ao barzinho perto do Vaticano comer um pastel que gosta.

E coisa espantosa, que nunca ocorreu antes na história da Igreja: por quatro vezes, tres em Roma e uma em Santa Cruz de la Sierra na Bolívia convocou os representantes dos movimentos sociais populares do mundo inteiro. Queria saber da boca deles os sofrimentos que padacem e que indicassem quem no mundo coloca essa cruz nas costas deles. Nenhum Papa antes deles condenou tanto a idolatria do dinheiro, e aqueles que saqueiam os escassos bens e serviços da Mãe Tera. Pensa sempre no capitalismo como um sistema anti-vida.

É dele a encíclica “Laudato Si: cuidando da Casa Comum” que o colocou, segundo os especialistas, na ponta da discussão ecológica integral, do mundo inteiro.

  1. O Padre Cícero antecipador do tipo de padre querido pelo Papa Francisco

Vamos agora refletir rapidamente sobre a prática pastoral do Padre Cícero, o grande Patriarca do Nordeste, o Padrinho Universal, o Intercessor junto a Deus em todos os problemas da vida, o Santo cuja intercessão nunca falha. Os devotos e os romeiros sabem disso.

Não vou resumir sua história que todos conhecem. Apenas digo que, para mim, há três fases principais na vida dele que têm a ver com aquilo que ensina o Papa.

A primeira é a fase de Juazeiro que começa no dia 11 de abril de 1872. Quando era jovem sacerdote de 28 anos foi chamado rezar uma missa em Juazeiro, uma vilazinha com duas ruas, 36 casas e uma capelinha dedicada a Nossa Senhora das Dores. Atendeu aquele povo mas não gostou do lugar. Pensava ser professor no seminário da Prainha em Fortaleza.

Foi quando, cansado de ouvir confissões, foi tirar uma soneca na escolinha próxima. E ai teve um sonho que mudou a sua vida. Como sabemos, o sonho é uma forma como Deus se comunica, como com São José que nunca disse uma palavra mas que teve sonhos, nos quais acreditou. O Padre Cícero viu em sonho o Sagrado Coração de Jesus, sentado à mesa com os 12 Apóstolos. De repente entrou na sala uma multidão de retirantes, famintos e maltrapilhos. Jesus começou a falar com eles. E de repente voltou-se ao Padre Cícero e disse:”E você Padre Cícero tome conta deles”.

O Padre Cícero, perplexo e até assustado, logo entendeu a mensagem: devia ficar em Juazeiro. Foi para Crato, trouxe a mãe, as duas irmãs e uma jovem escrava liberta e se mudou definitivamente para Juazeiro.

A segunda é a fase do milagre do sangue na hóstia, fase da Maria de Araújo. Começa no dia primeiro de março de 1889. Às 5 da manhã o Padre Cícero deu a comunhão, antes da missa, às várias mulheres piedosas, chamadas de beatas. Deu a comunhão a Maria de Araújo, negra, costureira e lavadeira, de 28 anos. Sem nenhuma explicação ela caiu por terra e junto foi a hóstia consagrada. De repente viu que a hóstia estava tingida de sangue. O mesmo se repetiu por dezenas de vezes, sempre recolhendo o sangue num paninho.

Para o Padre Cícero e assistentes, não havia dúvida: era o sangue sagrado de Cristo. Os panos foram colocados numa urna de vidro. Durante dois anos multidões do vale do Cariri começaram a chegar a Juazeiro par ver os panos e tocar na urna. Contam que aconteciam muitos milagres.

O bispo de Fortaleza Dom Joaquim José Vieira mandou por duas vezes analisar a situação. Na primeira se concluiu tratar-se realmente de um milagre. Mas esse resultado não agradou o Bispo. Mandou teólogos ao lugar que acabaram concluindo tratar-se de um embuste. Esta versão foi acolhida pelo bispo.

Devido a ocorrência cada vez maior de romeiros, o Bispo Dom Joaquim intepretrou aquele fenômeno como um cisma, quer dizer, uma divisão na Igreja. De forma muito autoritária suspendeu o Padre Cícero, proibindo-o de pregar, confessar e orientar os fiéis. Mas podia celebrar a missa.

O bispo Joaquim, temeroso, mandou toda uma documentação para o Santo Ofício, a antiga Inquisição, em Roma. Esta não reconheceu o milagre. Ao contrario disse     que se tratava de “gravíssima e detestável irreverência e ímpio abuso à Santíssima Eucaristia”. Bastou esta declaração para o Bispo Joaquim interditar todos os atos religiosos em Juazeiro e proibir o Padre Cícero de celebrar Missa.

Mais tarde em 1916 veio de Roma a excomunhão mas que nunca foi aplicada e nem o Padre Cícero teve conhecimento dela, creio que por medo do bispo Dom Joaquim da reação dos romeiros.

Deixando para trás estes fatos, perguntamos: como agia pastoralmente o Padre Cícero? Aqui, me parece que ele se coloca na linha do que o Papa Francisco gostaria que todos os pastores fizessem. O Padre Cícero usava três métodos:

1) Convivência direta com o povo, cumprimentado a todos.

2) Visita a todas as casas dos sítios, falando com todos, abraçando as crianças e abençoando a casa, os animais e as pessoas. Andava quase sempre a pé com o seu bastão.

3) Orientar o povo nas pregações e nas novenas; ao anoitecer, diante da casa fazia reuniões diárias com povo onde incentivava a vivência dos bons costumes, o estudo nas escolinhas, encaminhava para os vários ofícios e dava dicas de ecologia como veremos logo a seguir.

A fama correu pelo sertão todo. De longe vinham receber seus conselhos e suas bençãos, porque era inteiramente dedicado ao povo, sempre disponível, atento em ouvir, carinhoso em receber a todos até ricos que vinham conhecê-lo. Era impecável em sua vida pessoal, vivendo pobremente e não cobrava nada por seu trabalho pastoral (José Comblin, O Padre Cícero do Juazeiro, Paulus 2011).

Era extremamente obediente. Nunca se queixou dos castigos pesados que recebeu. Amava profundamente a Igreja e respeitava a figura do Papa e dos bispos.

De todas as partes vinham romeiros pedir-lhe conselhos. Tinha a fama de pacificador e de resolver todos os conflitos; conhecia as ervas e remedios caseiros para as doenças e até tinha a fama de bom casamenteiro.

Ele se interessava pelo bem estar do povo: criou centros onde se aprendiam as profissões de marcineiro, ferreiro, alfaiate, artesão com couro ou palha e outros ofícios. Até criou uma relogoaria que fabricava bons relógios. Abriu 12 escolinhas particulares e duas publicas além de um orfanato e a primeira Escola Normal Rural..

A Terceira fase é do Padre Cícero politico. As portas da Igreja se fecharam para ele. Mas para continuar a servir o povo entrou na política.

Aqui cabe lembrar uma frase do Papa Francisco quando esteve no Brasil: “É uma obrigação para o cristão envolver-se na política. Devemos envolver-nos na política, pois a política é uma das formas mais altas da caridade”. Vai mais longe o Papa Francisco ao afirmar: ”Atualmente, se um cristão não é revolucionário não é cristão. Deve ser revolucionário da graça.”

Importa esclarecer que o Padre Cícero entrou na política a contragosto, com a idade de 67 anos, mas aceitou para ser o mediador-conciliador entre vários coronéis em litígio. Por 20 anos até 1927 foi prefeito de Juazeiro, comparecendo como a figura mais respeitada do Cariri. Em 1912 foi eleito vice-governador do Ceará por dois mandatos. Mas cansado se retirou da política pública e atendia os romeiros e politicos em sua casa.

Sua preocupação maior era poder continuar com sua missão pastoral e voltar a celebrar missa. Chegou ir a Roma em 1898 ficando lá oito meses. Conheceu os salesianos e entusiasmou-se com o seu caarisma a ponto de herder a eles quase tudo o que possuia em Juazeiro. Pôde encontrar-se rapidamente com o Papa Leão XIII que lhe permitiu rezar missa em Roma e na volta novamente em Juazeiro. Mas foi em vão. O bispo manteve a proibição.

Mas vendo as multidões que vinham pedir conselho, ele, por amor ao povo, exerceu a desobediência leal: desobediência a uma lei eclesiástica e humana em função de uma lealdade ao mandamento maior do amor e do serviço aos pobres que ela amava do fundo do coração.

Era tido como o pai dos pobres. Foi padrinho de batismo de dezenas de crianças (daí a expressão “meu padim Padre Cícero),o consolador dos abandonados dos sertões. Distribuía com calma e serenidade, por horas a fio, conselhos e bençãos a todos os que o procuravam. Essa desobediência não era opor-se pura e simplesmente às autoridades eclesiásticas, mas etendender que o amor ao pobre e vulnerável possui autoridade maior, pois vem do Evangelho e de Jesus.

O Padre Cícero, pai dos pobres, incansavelmente dedicou 62 anos de sua vida à causa dos deserdados do Nordeste. Faleceu a 20 de julho de 1934.

3.Qualidades do sacerdote pregadas pelo Papa e vividas pelo Padre Cícero.

Muitas vezes o bispo de Roma falou aos sacerdotes e aos estudantes dos vários colégios pontificios. Ai delineia qualidades para o sacerdote, qualidades essas que o Padre Cícero viveu em antecipação.

-Ao Espiscopado italiano em 16 de maio de 2016 diz”O padre não pode ser burocrático mas alguém que é capaz de sair de si, caminhando com o coração e o ritmo dos pobres”. Não viveu a vida inteira assim o Padre Cicero?

-Na missa do crisma na Basílica Vaticana no dia 17 de abril de 2014 afirma:”a disponibilidade do sacerdote faz da Igreja a casa dos pobres, o lar dos que andam pelas ruas, o acampamento dos jovens e o lugar da cura dos doentes”. Na vida inteira o Padre Cícero não fez outra coisa.

-Aos bispos recém sagrados em 18 de setembro de 2016 proclama:”o pastor deve ser capaz de escutar e de encantar e atrair as pessoas pelo amor e pela ternura”. Essa era uma qualidade eminente do Padre Cicero, testemunhada por todos.

– Falando aos seminaristas lombardos lhes diz:”busquem o caminho da simplicidade que facilita encontrar o outro, simplicidade na linguagem e evitar doutrinas complicadas de modo que todos os possam entender e encontrar o Cristo vivo, morto e ressuscitado”. A simplicidade extrema do Padre Cícero era notória e permitia que todos se aproximassem confiantes de serem abraçados por ele.

-Num sermão de 6 de março de 2014 o Papa Francisco foi enfático ao dizer:” o sacerdote está chamado a ter um coração que se comove; deve ser uma pessoa de compaixão e de misericórdia. Deve ser como Jesus que se comovia diante do povo disperso e desalentado; deve estar cheio de ternura para com os excluidos e fracos; por amor é preciso consolar e curar as feridas dos machucados”.

Foi o que o Padre Cícero viveu a vida inteira em seu contacto com o povo.

  1. O Padre Cícero, antecipador da ecologia integral

Como é sabido, o Papa Francisco publicou uma importantíssima encíclica Laudato Si: cuidando da Casa Comum (2015). Não se trata de uma encíclica verde, meramente ambientalista, mas uma encíclica sobre a ecologia integral que incorpora a natureza, a sociedade, a política, a educação e a espiritualidade. Com grande surpresa nossa, o Padre Cícero publicou seus 10 famosos mandamentos ecológicos que me permito transcrever mas enfatizando apenas alguns, válidos até hoje:

não derrube o mato nem mesmo um só pé de pau.

não toque fogo nem no roçado nem na caatinga.

-não cace mais e deixe os bichos viverem.

-não crie o boi nem o bode soltos: faça cercados e deixe o pasto descansar para se refazer.

-não plante em serra acima, nem faça roçado em ladeira   muito em pé;

deixe o mato protegendo a terra para que a   água não a arraste e não se perca a sua riqueza.

faça uma cisterna no oitão de sua casa para guardar água da chuva.

represe os riachos de cem em cem metros ainda que seja  com pedra solta.

plante cada dia pelo menos um pé de algaroba, de caju, de sabiá ou outra árvore qualquer até que o sertão seja uma mata só.

Aprenda a tirar proveito das plantas da caatinga, como a maniçoba, a favela e a jurema; elas podem ajudar a conviver com a seca.

Se o sertanejo obedecer a estes preceitos, a seca vai aos poucos se acabando, o gado melhorando e o povo terá sempre o que comer.

-Mas, se não obedecer, dentro de pouco tempo o sertão todo vai virar um deserto só”. (Pensamento vivo do Padre Cícero, Ediouro, Rio de Janeiro 1988).

5.Conclusão: a atualidade do modelo sacerdotal do Padre Cícero.

Para a Igreja popular, o Padre Cícero sempre foi reconhecido como santo. Padeceu sob a mão dura do bispo de Fortaleza e da Inquisição, sem queixa e livre de qualquer amargura e sem deixar de amar a Igreja e seus pastores. Nunca se rebelou.

Mas está chegando o o tempo de a Grande Igreja se reconciliar com com os romeiros que o veneram e com o Padre Cícero, tido como pastor ideal.

Vale uma Igreja que distribui sacramentos, missas, confissões, batismos, casamentos e enterra mortos embora corra o risco de se fazer burocrática. Mas é importante que a Igreja seja, além disso, a grande companheira do povo, participando de seus padecimentos e alegrias, acolhendo com ternura a todos, dando conselhos e benções.

É esse tipo de Igreja, preferida pelo atual Papa, sem deixar de dar valor ao outro tipo mais tradicional. E é dessa Igreja popular que o povo mais aprecia e mais precisa não só no Nordeste mas no Brasil todo.

Graças ao bispo local, Dom Fernando Panico, beneficiado com uma cura de um cancer incurável, pela intercessão do Patriarca do Nordeste e do Brasil, tudo está tomando o rumo da reconciliação. Dom Frei Luiz Cappio, meu ex-aluno em Petrópolis, conversou em 2010 com o Papa Francisco sobre a figura excepcional de sacerdote e de santo que foi o Padre Cícero. O Papa conhecia o caso e prometeu acelerar o processo de reabilitação e de reconciliação.

A Congregação da Doutrina da Fé de 27 de outubro de 2014 afirmou num documento “não poder proceder à solicitação de reabilitação do sacerdote” Padre Cícero Romão Batista (primeiro Omnes). Mas, quase de forma contraditória assevera que “julga oportuna uma certa forma de reconciliação histórica…que coloque em luz também os lados positivos de sua figura”(segundo Omnes).

Para entender esta aparente contradição devemos entender a forma como esta instância doutrinária profere suas sentenças. Estas são de suas ordens: de tuto e de vero. Afirmação de tuto significa afirmação de “segurança” e de “prevenção” sem querer decidir acerca da verdade do fato analisado. De vero é quando se quer decidir sobre a “verdade” do fato. Esta é a sentença mais peremptória. Tudo leva a entender, dada a segunda observação (Omnes 2) que a Congregação para a Doutrina da Fé se ateve ao aspecto da segurança (de tuto) que possui um valor menor e não ao aspecto da verdade(de vero) que fecharia totalmente a questão.

Isso fica mais claro na carta do Secretário de Estado do Vaticano, a primeira pessoa depois do Papa em autoridade, o Card. Pietro Parolin, enviada ao bispo Dom Fernando Panico, bispo diocesano do Crato em 20 de outubro de 2015.

Este documento vem de uma instância mais alta que aquela da Congregação da Doutrina da Fé. O Card. Parolin como Secretário de Estado é a primeira pessoa após o Papa. Explicitamente escreve em nome do Papa Francisco. Deixa para trás a discussão do passado, e vai logo ao centro da questão que é pastoral:”põe em realce a figura de Padre Cícero Romão Batista e a nova Evangelização, procurando concretamente ressaltar “os bons frutos que hoje podem ser vivenciados pelos inúmeros romeiros que, sem cessar, peregrinam a Juazeiro atraíados pela figura daquele sacerdote”. Insiste que se deve “por em evidência aspectos positivos de sua vida e figura, tal como atualmente é percebida pelos fiéis”.

O ponto alto da afirmação do Card Parolin se encontra no númer 5 de sua carta onde afirma:”No momento em que a Igreja inteira é convidada pelo Papa Francisco a uma atitude de saída, ao encontro das periferiais existenciais, a atitude do Padre Cícero em acolher a todos, especialmente aos pobres e sofredores, aconselhando-os e abençoando-os, constitui, sem dúvida,um sinal importante e atual”.

Por fim enfatiza que “a presente mensagem foi redigida por expressa vontade de sua Santidade o Papa Francisco”.

Temos aqui, portanto, um pronunciamento da autoridade papal, a mais alta da Igreja, abrindo o caminho para a reconciliação. E dadas as virtudes eminentes do Padre Cícero e a conclamação a “agradecer ao Senhor por todo bem que ele suscitou por meio do Padre Cícero” se criam as condições para a sua beatificação e, por graça do Altíssimo e por amor dos romeiros, seja também oficialmente canonizado para ser santo não apenas do Nordeste, mas de toda a Igreja Universal, podendo ser venerado em todos os países onde há católicos.

O Padre Cícero será o grande santo do novo estilo de caminhar com o povo, com “cheiro de ovelha” porque o ama e sabe conduzi-lo pelo caminho das verdes campinas e das águas límpidas como o diz o Bom Pastor do salmo 23.

Que nossa geração possa ainda ver esta glória como veremos no dia 15 de agosto de 2017 a canonização pelo Papa Francisco, do bispo Dom Oscar Arnulfo Romero de El Savador, mártir dos direitos humanos e da libertação dos oprimidos.

Estou seguro de que o dia chegará para o Padre Cícero Romão Batista: será beatificado e canonizado como um santo original e típico de nossa terra, batida pela seca e terra dos homens e das mulheres fortes e invencíveis e cheios de fé.

Leonardo Boff, teólogo e escritor.

Bibliografia essencial

-José Comblin, O Padre Cícero do Juazeiro, Paulus,    2011.

-Ralph della Cava, Milagre em Juazeiro, Paz e Terra   1985.

-Amália Xavier de Oliveira, O Padre Cícero que eu     conheci, Editora Massangana, Recife 1981.

-Azarias Sobreira, O Patriarca de Juazeiro, Vozes,      Petrópolis 1968.

-Therezinha Stella Guimarães e Anne Dumoulin, O Padre Cícero por ele mesmo, Edições INESP, Fortaleza 2015.

-Annette Duloulin, Em sonho.. Uma boa conversa entre o romeiro Sebastião e Padre Cícicero, Paulinas 2017.

-Antônio Romero Siqueira Dodou, De Tabuleiro a Juazeiro. Reflexões sobre Cícero:o homem,o padre e o líder, Edição do autor 2016.

-Ercíclia Maria Braga de Olinda, Adriana Maria Simão da Silva (org.) Vidas em romaria, Ed UECE, Fortaleza 2016.

-Pe. Neri Feitosa, Análise juridica das Pastorais de Dom Joaquim sobre o Padre Cícero e o milagre de Juazeiro, Canindé 2005.

-Carlos Alberto Tolovi, Mito, religião e política: Padre Cícero e Juazeiro do Norte, Editora Primas, Curitiba 2017.

-Maria do Carmo Pagan Forti, Padre Cícero e Dom Fernando: uma relação que deu certo, edição da autora, Juazeiro 2013.

-Pe.José Oscar Beozzo, Pe. Cicero nos textos e no contexto do seu tempo Anaes do II Simpósio Internacional de 12 de outubro de 2004.

-Pe. José Oscar Beozzo, Uma cronologia comparada da vida do Pe.Cícero com os eventos eclesiásticos e civis de seu tempo, pesquisa inédita, São Paulo 2004.