Munera

Francesco di Roma e Francesco d’Assisi: la fraternità universale secondo Leonardo Boff

di Andrea Grillo
Pubblicato il 29 settembre 2021 nel blog: Come se non

abitareMele

Un gustoso libretto, introdotto da una ricca Prefazione di Pierluigi Mele – L. Boff, Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale? Roma, Castelvecchi, 2021, pp.76 – offre una rilettura appassionata del “magistero fraterno” di papa Francesco, in una forte sintonia con la tradizione francescana. E lo fa collocandolo nell’ambito delle reazioni contro la crisi ecologica e culturale, economica e politica, che sta minacciando la vita umana e il sistema complessivo di esistenza del nostro pianeta.

Di fronte alle gravi minacce che vengono elencate nelle prime pagine del volume, le grandi reazioni “pubbliche” sono state soprattutto tre: la Carta della Terra (2003) e poi le due encicliche Laudato sì (2016) e Fratelli tutti (2020) di papa Francesco. Di fronte a questo allarme, che gli ultimi venti anni hanno potentemente sollevato alla attenzione comune, la reazione è stata spesso quella che Boff trova bene rappresentata da un apologo di Kierkegaard, ripreso da J. Ratzinger all’inizio del suo libro forse più famoso, Introduzione al cristianesimo: le grida di allarme vengono spesso interpretate come il trucco di un clown, come uno scherzo, e così il circo brucia! La radice di questa indifferenza, simile a quella dei tempi di Noé, è il capitalismo liberista e neo-liberista: la aggressione alla natura e all’uomo, in nome di una libertà-dominio, determina progressivamente una ingiustizia ecologica e una ingiustizia sociale che arriva a giustificare l’assassinio. In tal modo “la razionalità analitico strumentale si è rivelata assolutamente irrazionale” e votata alla autodistruzione.

Al cospetto di questa situazione, l’enciclica Fratelli tutti propone una rilettura della tradizione fondata sul concetto di “fraternità”, come condizione per incidere davvero sulla questione ecologica. Si tratta, in sostanza, di passare, nella comprensione dell’uomo, dalla figura del dominus alla figura del frater. Questo è il sogno e il progetto di Fratelli tutti, come proposta di un “nuovo paradigma per la società mondiale”. Per arrivare a questo nuovo paradigma, occorre anzitutto mettere in questione il modello attuale di sviluppo, basato su quattro pilastri assai fragili, ossia quelli del mercato, del neoliberismo, dell’individualismo e della devastazione della natura: il profilo economico, politico, culturale ed ecologico sono strettamente connessi e devono essere discussi in modo unitario.

Come si risponde a questa deriva, che anche la pandemia globale rischia solo di accentuare, con una concentrazione ancora più forte di tutto il potere effettivo nelle mani di pochissimi? La risposta viene da ciò che di più tipico c’è nell’uomo e nella donna: l’amore, un amore liberato dalla sua dimensione solo individuale, e che si fa amicizia, fraternità, istituzione di cura, principio di assistenza, cooperazione. Si tratta di “generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale”: questa è la novità proposta da papa Francesco. Qui L. Boff trova la radice di un “nuovo paradigma”, quello del frater, per illustrare il quale procede ad un confronto con il modello classico, quello del dominus.

Il modello dell’uomo-dominus appare autocentrato e indifferente agli altri e all’ambiente. Al di là delle radici a cui attinge – che secondo Boff vanno sorprendentemente da Descartes alla Scuola di Francoforte – può essere rappresentato da un “pugno chiuso che sottomette”, mentre il modello dell uomo-frater si lascia intendere come una “mano che accarezza e che si intreccia con le altre”. Va detto, tuttavia, che il primo modello ha strutturato moltissime esperienze politiche e sociali, non solo in Europa, mentre il secondo resta in larga parte una utopia, un sogno, con poche realizzazioni confinate o in regioni isolate del mondo o in forme limitate di esperienza religiosa.

Che fare, allora? Con una serie di virtù – tenerezza, gentilezza, solidarietà – che hanno nella parabola del Buon Samaritano la loro figura narrativa, si tratta di “partire dal basso”. Dimensione locale, regionale, nazionale e mondiale si susseguono in questo ordine. Ma la ispirazione di questo “nuovo paradigma”, che esige forme concrete assai innovative, riposa comunque sul contributo che le grandi religiosi potranno dare a questa rivoluzione. Universalità di Dio e particolarità degli ultimi sono l’orizzonte di senso primario della fratellanza, che solo può sorreggere questo impegno. Francesco papa, ispirato da Francesco poverello, ci indica la strada e ci dà speranza.

Per comprendere questo testo intenso di L. Boff, come interprete di papa Francesco, occorre rammentare che l’uno, come l’altro, sono figli dell’america latina. Dove la storia moderna inizia, in qualche modo, con una “shoah anticipata”. Il terribile dato che si legge a p. 47 – in 70 anni la popolazione del Messico, all’inizio della conquista, passò da 20 milioni a 1,7 milioni! – fa comprendere come il “sogni di fraternità” venga dal primo papa americano. Ma questo conferma anche la tendenza intrinseca, nell’uomo, alla “volontà di potenza”, che annulla l’amore. Un discorso “ecologico” e un discorso “antropologico” sono così strettamente legati.

Per frenare in un modo efficace questa inclinazione distruttiva e autodistruttiva, Boff indica la via offerta da Francesco di Assisi: “umiltà radicale e pura semplicità” (52). L’ultima parte del testo è una meditazione accorata, segnata anche da una componente autobiografica, in cui l’autore medita a lungo sulle svolte nella vita di Francesco di Assisi, per comprendere a fondo come la possibilità di una “fraternità universale” passi per una conversione dello sguardo dell’uomo, per una singolare sintonia con tutto il creato. Già in lui la tensione tra carisma e potere non tardò ad emergere. Francesco accettò questa come una necessità. Ma gli sviluppi della sua esperienza furono in larga parte di carattere personale, non sociale. La condizione per un tale sviluppo – che sarebbe appunto il nuovo paradigma di Fratelli tutti – è “ che ogni persona si metta in una posizione di umiltà, di prossimità con l’altro e la natura, superando le disuguaglianze e vedendo in ciascuno un fratello e una sorella con i quali condividiamo lo stesso humus, la terra delle nostre comuni origini” (58).

Occorre allora “scommettere sulla fraternità”. Questo si può fare solo a certe condizioni, ossia riconoscendo che:

a) la “condizione umana” è di essere in equilibrio tra sapiens e demens, tra ordine e caos.

b) la rinuncia al potere-dominio è il solo spazio per l’incontro fraterno

c) occorre amare il prossimo non solo “come”, ma “più” di se stessi.

La sintesi che Francesco di Assisi ha offerto come un grande profeta nel cuore del Medioevo diventa oggi di una nuova ed esigente attualità, soprattutto dopo la crisi pandemica, che ha mostrato in modo nuovo e sorprendente la correlazione radicale in cui vivono tutti gli uomini e le donne anche oggi: di fronte ad essa la parola del Francesco medievale e quella del Francesco contemporaneo risuonano non anzitutto come proposta ascetica, ma come ispirazione ad un nuovo ordine mondiale, che ha condizioni istituzionali e personali. Questo è il sogno che Boff presenta nel suo “picciol libro”, ad un tempo libro spirituale e libro politico, che non solo da Pierluigi Mele è introdotto con accurata dedizione, ma a Pierluigi Mele è anche dedicato con fraterna amicia.

Josué de Castro e a descoberta da fome: por sua filha Anna Maria de Castro

22 set 2021 (22 Set 2021 às 17h40)

Como poucas vezes em nossa história, a fome grassa aos milhões em nosso país, no contexto da intrusão do coronavírus. Josué de Castro foi o mestre que inaugurou a nível nacional e intternacional o tema-tabu da fome. Sua filha ANA MARIA DE CASTRO neste artigo resume a trajetória e as ideias de seu pai sobre a fome. Esta não é natural, nem querida por Deus, mas é fruto de políticas de exclusão que um estado, ocupado pela classe dominante, submete grande parte da população. Seu clássico “A geografia da fome” mostrou seu caráter humano e social. Não se trata da geografia física, mas da geografia humana e política, como exemplarmente o mostrou um de seus seguidores, mundialmente conhecido, Milton Santos. Hoje a fome do Brasil é pecaminosa, injusta e cruel. Somos como país um dos maiores produtores de alimentos e de proteinas. Mas esta produção não se destina à matar a fome da nossa população. A maior parte dela vai para a exportação, até para, como é o caso da soja, servir de alimento para os bovinos na China. Neste contexto da fome generalizada neste país, vale resgatar as reflexões críticas e inspirdoras de Josué de Castro (ele também cassado pela insensibilidde dos militares de 1964). Elas são um anúncio de suas origens políticas, da vontade humana excludente e acumuladora de riqueza e uma denúncia destes mesmos mecanismos atualmente ainda vigentes e aprofundados. O MST, o maior produtor de arroz orgânico do Brasil e da América Latina e um dos maiores doadores de alimentação agroecológica para as periferias famélicas de nossas cidades, recolheu e divulgou o presente texto. LBoff

No contexto em que a fome e a miséria persistem como resultado de uma cruel concentração de renda, poder e da propriedade, a obra e as propostas de Josué de Castro devem continuar a ser lidas e estudadas. Josué de Castro foi uma destas figuras marcantes de cientista que teve uma profunda influência na vida nacional e grande projeção internacional nos anos que decorreram entre 1930 e 1973, data de seu falecimento em Paris. Ele dedicou o melhor de seu tempo e de seu talento para chamar a atenção para o problema da fome e da miséria que assolavam e que, infelizmente, ainda assolam o mundo.

Nascido no Recife, cidade do nordeste brasileiro, lá, ainda nos primeiros anos de vida, teve contato com o objeto de seus trabalhos de cientista e de escritor – problema da fome. Seus livros mais importantes sempre mantiveram o rigor científico e a verve do romancista, desejo guardado em seu íntimo. Josué de Castro sempre admirou os escritores capazes de contar dos homens e das coisas dos homens com uma linguagem universal, melhor do que os cientistas.

Assim é que ao escrever seu principal livro, a Geografia da Fome, dedicou-o a dois escritores, Rachel de Queiroz e José Américo de Almeida, romancistas da fome no Brasil. A obra também é dedicada à memória de Euclides da Cunha e Rodolfo Teófilo, sociólogos da fome no Brasil. Anos antes, junto com Cecilia Meirelles, havia escrito a Festa das Letras, uma cartilha de alimentação. Tentou desenvolver seu gosto pela literatura ao editar, em 1935, a obra “Documentário do Nordeste”. Entre os contos então publicados, encontra-se o Ciclo do Caranguejos que só mais tarde desenvolveu como uma novela sob o nome de Homens e Caranguejos.

Nestes escritos descreve a fome como fenômeno social: “o tema deste livro é a história da descoberta da fome nos meus anos de infância, nos alagados da cidade do Recife. Procuro mostrar neste livro de ficção que não foi na Sorbonne nem em qualquer outra universidade sábia que travei conhecimento com o problema da fome. Esta se revelou espontaneamente a meus olhos nos mangues do Capibaribe, nos bairros miseráveis da cidade do Recife, fervilhando de caranguejos e povoada de seres humanos feitos de carne de caranguejos, pensando e sentindo como caranguejos.”

Estas imagens de infância e o exercício da medicina foram fundamentais na trajetória científica de Josué de Castro. Nos idos de 1935, ao coordenar o inquérito sobre as condições de vida da população do Recife, já era evidente que as velhas e insustentáveis teorias, falsas interpretações, deploráveis preconceitos raciais e climáticos, bem como o Malthusianismo praticado em detrimento das populações subdesenvolvidas, precisavam ser substituídos. A fome não podia continuar a ser tratada como um tabu, matéria proibida da qual ninguém se atrevia a falar, senão com circunlóquios que desfiguravam a realidade.

Ao escrever a “Geografia da Fome” afirmava que a fome não era um problema natural, isto é, não dependia nem era resultado dos fatos da natureza – ao contrário, era fruto de ações dos homens, de suas opções, da condução econômica que davam a seus países

Antes deste inquérito pioneiro cuja conclusão indicava que o grande mal dos operários da fábrica que servira de modelo para o trabalho, não era doença, mas a fome, Josué já produzira expressivos trabalhos como Problemas da alimentação no Brasil, Alimentação e Raça, A Alimentação à Luz da Geografia Humana e a Geografia da Fome que recebeu em 1946, o Prêmio Jose Verissimo da Academia Brasileira de Letras. Mesmo em pleno pós-guerra – imaginemos o Brasil com suas bibliotecas desatualizadas, sem computador, sem internet, portanto, não dispondo de todo o instrumental de que dispõem hoje os estudiosos – Josué não se omitiu: a realidade da fome era tão forte e o mal que causava era de tamanha magnitude que ele não podia deixar de se empenhar para enfrentar os preconceitos que encobriam tal calamidade. A partir daí, procurou com os meios de que dispunha estudar este, ainda hoje, fenômeno universal.

Ao escrever a “Geografia da Fome” afirmava que a fome não era um problema natural, isto é, não dependia nem era resultado dos fatos da natureza – ao contrário, era fruto de ações dos homens, de suas opções, da condução econômica que davam a seus países. Incompreendida à época, esta afirmação foi ganhando força ao longo do tempo e tem sido objeto de importantes abordagens por brasileiros e pensadores estrangeiros. Frei Beto, um dos idealizadores do Programa Fome Zero, em entrevista concedida ao jornalista pernambucano Vandek Santiago, autor do livro Josué de Castro “O Gênio Silenciado”, afirmou: “as obras de Josué tiveram o mérito de quebrar o tabu em torno do tema da fome. Provaram que ela não é uma consequência do clima do Nordeste e desmistificaram de que a fome é castigo de Deus. Ele, Josué, foi o primeiro a mostrar a fome como questão política.”

No mesmo livro, João Pedro Stédile, líder nacional do MST, pontua sobre a obra de Josué : “a fome é parceira e consequência da pobreza e da falta de distribuição de renda. Não é por falta de produção de alimentos; esse tema não é tabu, é um problema de poder político. De dominação de classe”. Mais adiante na mesma entrevista, esclarece sobre o autor da “Geografia da Fome”: “ele foi um dos maiores pensadores brasileiros do século 20. Por sua formação científica ampla, de médico, biólogo, e geógrafo, conseguiu nos dar uma leitura correta das causas e das raízes dos problemas brasileiros relacionados com a pobreza e fome.”

O médico pernambucano Jamesson Ferreira Lima, amigo e contemporâneo de Josué, em texto integrante de livro que coordenei sobre os últimos textos de meu pai “Fome, um Tema Proibido” abordou de maneira esclarecedora o pensamento de Josué acrescentando novo viés: “a origem de seu trabalho acarretou mudança de perspectiva. Inicialmente, pensava-se que a fome era um problema natural, irremediável, ligado à seleção e competição vitais, um dos caracteres da condição humana. Foi a cidade do Recife em que nasceu, localizada no Nordeste brasileiro, com um terço da população vivendo miseravelmente, em subemprego e ou desemprego, atingida pela economia, a monocultura da cana de açúcar – um fenômeno artificial – e de secas periódicas que lhe propiciou a consciência da fome e do subdesenvolvimento.”

A publicação deste importante livro assinalou o ponto de maior amadurecimento de suas reflexões sobre a fome. Enfrentando o problema sem subterfúgios não temeu em afirmar “uma das características dos países subdesenvolvidos é que a maioria padece de fome” e procurou demonstrar que o problema é fruto de distorções econômicas. Ou seja, a fome é um fenômeno artificial criado pelo homem, ou mais precisamente por certo tipo de homem.

Manifestava ainda toda sua indignação ao declarar que: “o maior absurdo de nossa sociedade é termos deixado morrer centenas de milhões de indivíduos de fome num mundo com capacidade quase infinita de aumento de sua produção e que dispõe de recursos técnicos adequados à realização deste aumento.” Enfatizava dramaticamente em sua obra, lembrando escritores que apreciava: “não é somente agindo sobre o corpo dos flagelados, roendo-lhes as vísceras e abrindo chagas e buracos em sua pele, que a fome aniquila a vida do sertanejo, mas também atuando sobre sua estrutura mental, sobre sua conduta social. Nenhuma calamidade é capaz de desagregar tão profundamente e num sentido tão nocivo a personalidade humana como a fome quando alcança os limites da verdadeira inanição. Fustigados pela fome, fustigados pela imperiosa necessidade de se alimentar, os instintos primários exaltam-se e o homem como qualquer outro animal esfomeado apresenta uma conduta que pode parecer a mais desconcertante.”

Josué foi um cientista de múltiplos saberes, médico, na origem de sua formação, como consequência de suas pesquisas logo compreendeu que necessitava estender seus conhecimentos a outros ramos científicos, assim a geografia, a sociologia, o estudo do meio ambiente, foram ganhando espaço em sua biblioteca e em sua mente. Por conta destes estudos é que entendeu, quando escreveu a “Geografia da Fome”, que o melhor método para analisar este fenômeno presente em nossa sociedade liberal capitalista seria o contido na geografia humana.

“Resolvemos encarar o problema de uma nova perspectiva de um plano mais distante, de uma visão de conjunto, destacando de maneira mais compreensiva as ligações, as influências e as conexões dos múltiplos fatores. O uso do método geográfico, único método que, a nosso ver, permite estudar o problema na sua realidade total, não o uso do método descritivo da antiga geografia, mas o método interpretativo que se corporificou dentro dos pensamentos fecundos de Ritter, Humboldt, Jean Brunhes, Vidal de La Blanche, Criffith Taylor e tantos outros.” E, mais adiante afirma “neste ensaio de natureza ecológica tentamos portanto, analisar os hábitos alimentares dos diferentes grupos humanos ligados a determinadas áreas geográficas, procurando, de um lado, descobrir as causas naturais e as causas sociais que determinaram o seu tipo de alimentação, com suas falhas e defeitos característicos e, de outro lado, procuramos verificar até onde esses defeitos influenciam a estrutura econômico social.”

A decisão de escolher o método geográfico para a estrutura da obra foi, sem dúvida, parte importante para seu êxito ao longo dos anos. Além da originalidade, influenciou novas pesquisas e até ajudou a formar outros importantes cientistas brasileiros, como, por exemplo o consagrado Milton Santos, geógrafo brasileiro de projeção internacional, autor de expressivas obras científicas que em longa entrevista concedida a Marina Amaral, entre outros intelectuais, a propósito de sua formação esclarecida, diante de uma indagação: “o que levou o senhor à geografia era mais conhecimento físico ou sociológico?”

“Sociológico. Desde menino, a noção de movimento me impressionava ver as pessoas se movendo. Também um fato muito importante no Ginásio, o livro de texto era a ‘Geografia Humana’ de Josué de Castro, era uma espécie de história contada através do uso do planeta pelo homem, aquilo me impressionou”. Mais adiante, na mesma entrevista: “o livro ‘Geografia da Fome’ também o influenciou?”, indaga o entrevistador. “Muito”, responde Milton. “Esse, vamos dizer assim, aprendizado da generosidade que aparece em Josué de Castro, e essa vontade de oferecer uma interpretação não conformista, isso cala no espírito do menino, do jovem, essa vontade de buscar outra coisa. Acho que teve sobre mim uma influência extremamente grande.”

Josué de Castro teve a ousadia de sonhar com um mundo onde não houvesse fome de alimentos, de conhecimento, de liberdade, onde não se ocultasse a verdade e onde todos os problemas pudessem ser discutidos. Pagou um alto tributo pela ousadia.

Em 1964, aos 56 anos Josué de Castro, embaixador do Brasil junto aos Órgãos Das Nações Unidas, em Genebra, teve seus direitos políticos cassados. Interrompia-se, pelo arbítrio, a profícua atividade intelectual do humilde médico brasileiro que aos 21 anos iniciara sua carreira no Recife e chegara a ser representante de seu país.

Lamentavelmente, a fome continua a ser um problema mundial e também no Brasil. Entre nós, a fome e a miséria persistem como resultado de uma cruel concentração de renda, poder e da propriedade que provoca um imenso abismo entre ricos e pobres.

É certo que ao longo do tempo, nos anos compreendidos entre 2003 e 2015 o Brasil soube construir sólidas políticas de inclusão social que foram responsáveis por nossa saída do mapa da fome mundial. Entretanto, a não continuidade destas medidas e até o abandono de muitas delas nos fizeram retornar à infamante situação de integrante do rol de países que têm parte importante de sua população passando fome.

Não hesito em afirmar: Josué de Castro deve continuar a ser lido e suas propostas estudadas.

Anna Maria de Castro é professora titular da UFRJ (aposentada) e livre-docente em sociologia aplicada. Algumas de suas obras são “Introdução ao pensamento sociológico “; “Nutrição e desenvolvimento – análise de uma política” e “Fome, um tema proibido”. É pesquisadora convidada da Cátedra J. Castro/USP (Cátedra Josué de Castro de Sistemas Alimentares Saudáveis e Sustentáveis).

O MITO VERDADEIRO E O MITO FALSO (BOLSONARO)

Leonardo Boff

Quando uma massa imbecilizada começou a ovacionar a Jair Bolsonaro como mito houve um estremecimento em todo o universo cultural dos mitos. Todas as culturas possuem e cultuam seus mitos. Chamar de mito a alguém de mente assassina, um ser movido por ódio, exaltação da tortura, covarde desprezo de afrodescendentes, indígenas, quilombolas e LGBTI e que se propõe “destruir tudo o que está aí”, culminando com a dizimação de milhares de compatriotas vitimados pelo Covid-19 por sua intencionada omissão sem mostrar qualquer sentimento de empatia é atingir no coração o ancestral sentido do mito.

Há uma infinidade de excelentes estudos sobre o resgate do sentido originário do mito. Cito apenas os mais notáveis: a vasta obra em vários tomos de Karl Kerényi, Bronislav Malinovski (seu clássico Myth in Primitive Psychology de 1926), C.G.Jung e sua escola, particularmente Ginette Paris e James Hillman; ainda Micea Eliade, Joseph Campbell, Georges Dumézil, o brasileiro J.Souza Brandão e entre outros e outras. Com referência às religiões de matriz afro ou surgidas aqui como o Santo Daime e a Umbanda compareceram pesquisasores notáveis como Roger Bastide, A. Carneiro, R. Ribeiro, J.Elbein dos Santos entre outros e outras.

O mesmo pode-se dizer do politeismo dito pagão. O monoteismo judaico-cristão foi severíssimo contra o politeísmo, em especial, do romano. Logicamente os neocristãos não possuíam o nível de consciência e os instrumentos de interpretação de que hoje  dispomos com as constribuições da nova hermenêutica, da psicologia do profundo,do estruralismo e da nova antropologia. Eles tomaram aquelas divindades, como também no Brasil concernente às entidades das religiões afro (o axé,os orixás etc) como realidades existentes fora de nós. A pesquisa contemporânea vê nelas não entidades externas mas expressões de energias psíquicas internas, poderosas e primordiais, expressas por figuras concretas externas que devem ser adequadamente interpretadas com os critérios referidos. Já observava E.Durkheim; a religião tem mais a ver com energias poderosas  do que com  doutrinas.

Estas energias são tão profundas e misteriosas que não se deixam captar conceptualmente nem ontem nem hoje. Usam-se então figuras arquetítipicas, narrativas plásticas que dão corpo a estas energias que irrompem, se agitam e vivem dentro de cada ser humano. Nesse sentido elas são transculturais e perenes como perene é a condiçãa humana. O exacerbado monoteismo combatendo o politeismo, fechou muitas janelas da alma e lançou para o inconsciente energias que teriam colaborado enormemente para a humanização e o enriquecimento do psiquismo humano (evitando o surgimento  do machismo e do patriarcalismo que tantos males produzem), caso fossem entendidas em seu sentido originário profundo.

Sirva de exemplo a deusa grega Afrodite: é uma energia arquetípica (das profundezas do inconsciente coletivo) concernente àquilo que subiste em nós:  a sexualidade, o enamoramento, a beleza e a  sedução e,em seu lado de sombra,  a infidelidade e a prostiuição. Ou a figura simpática do Preto Velho, sempre sábio e protetor ou o  tão incompreendido e difamado Exu, o portador da energia cósmica do Axé que vitaliza todos os seres. São energias vitais que movem  a vida humana. Que linguagem adequada encontrar para exprimi-las consoante a sua natureza? O  mito e as dividades (Orixás,Oxóssi, Iansã, Xangô ou panteão católico de santos e santas) tentaram expressar plasticamente a vigência destas forças primordiais.

Pelo que sabemos,foram  os gregos os primeiros a usar a palavra mito num duplo sentido: como força originária de vida ou como um história inventada. No sentido primeiro e originário, o mito constitui uma realidade arquetípica, uma energia fontal que sustenta o ser humano vivo,criativo e aberto a todo tipo de relação.O mito não é inicialmente uma narrativa, mas uma realidade vivida que enraiza o ser humano no seu chão e com toda a realidade à sua volta e lhe confere sentido de pertença e orientação. Abro um parêntesis para ilustrar o significado originário do mito.

Quando fui lançar na UFRJ meui livro “O Casamento do Céu com a Terra:contos dos povos indígenas do Brasil”(2014) comecei dizendo: “Quero apresentar aqui uma série de mitos indígena”…Nisso me atalhou imediatamente Ailton Krenak, grande liderança nacional indígena:”Esses mitos não são mitos como vocês entendem, coisa obsoleta de indígenas; são verdades vitais que nós vivemos e nos oferecem luz para o nosso caminho. O rio Doce é nosso irmão e as montanhas devordas pela fúria impiedosa da mineradora Vale são nossas mães e irmãs violentadas”. E arrematou: “vocês têm seus mitos dos quais não têm sequer consciência: o mito da tecno-ciência, do desenvolvimento ilimitado, do consumismo..; o que eles trouxeram para vocês senão desigualdade, conflitos, ansiedade e acumulação de bens materiais que não satisfazem os anseios da alma”?

Produziu-se um grande silêncio. Foi então que antes de falar dos belíssimos “mitos” vivenciais  indígenas, especialmente, aqueles ecológicos que nos ensinam a criar um laço afeitivo com a natureza e com os animais, tentei explicar aquilo que estou explanando agora: os mitos são as realidades fundadoras do sentido da vida humana situada na  região da qual nos sentimos parte e  parcela, aquela vivência que nos liga à Terra e ao Céu e nos oferece uma significação integradora da interdependência de todos com todoe com todos com os seres da natureza. Nesta acepção positiva até se fala em teologia no “mito cristão”: tudo aquilo de sagrado e de  divino que representa o designio de Deus para o nosso mundo,através de sua auto-comunicação por Jesus e por seu Espírito.

Nossa cultura tecnificada e materialista perdeu esta percepção do sentido originário do mito e se alimenta de falsos mitos, especialmente, projetados pelo marketing comercial e também político. Por isso andamos errantes, solitários e perdidos no meio de um mundo de aparatos e do consumismo sem alimentar o melhor de nós mesmos: a nossa interioridade, nossa capacidade de admirar o despontar de uma flor, de sentir a brisa leve, de se encantar com o nascer e o pôr do sol, de celebrar a alegria de estarmos juntos e dialogarmos sobe nossas vidas, sucessos e dissabores.

Os mesmos gregos que refletiram tão profundamente sobre o mito vivencial também nos advertiram acerca do mito inventado, descolado da vivência da “anima”(a dimensão sensível e simbólica da realidade), construído como uma narrativa falaciosa para atrair as pessoas e deixá-las fascinadas e fanatizadas em função de interesses excusos e de sentimentos indignos.

Tal mito forjado, falso,impiedoso, insensível e odiento é esta triste e lamentável figura que escandaliza a polis, a vida social e degrada a política como  forma civilizada e humanizada de convivência entre os cidadãos.E o faz, descaradamente, até no Foro mais alto que é a ONU. Este (des) governa nosso país sem qualquer sentido de dignidade do cargo, usando continuamente mentiras e ataques autoritários à democracia, ao STF e às instituições políticas nacionais. Seu nome sequer merece ser citado para não ofender a linguagem.

Tudo o que representa um falso mito e vem construído sobre o ódio e a  mentira, como ele está fazendo, jamais foi e será fundamento de uma convivência humana aceitável. Ele ruirá como um castelo de areia.E grande será sua queda. Isso não é profecia, é lição da história.

Leonardo Boff é teólogo e filósofo e escreveu “Brasil:concluir a refundação ou prolongar a dependência”, Vozes, 2018, reponsável pela tradução da obra completa de C.G.Jung (19 tomos, Vozes).

Una increíble revolución, vivida por pocos y rechazada por muchos (II)

Leonardo Boff*

La primera palabra de Jesús cuando apareció públicamente fue: “El Reino tan ansiado ha llegado; cambien de mente y de corazón” (Mc 1,14). Reino, contrariamente a la expectativa de los judíos, no era el restablecimiento del antiguo orden, la liberación política de la dominación romana que los avergonzaba. Para Jesús, el Reino de Dios es otra cosa: consiste en una nueva relación de amorosidad entre las personas, incluyendo a todos, hasta a los ingratos y malos (Lc 6,35). Lo que prevalece ahora es esa proximidad de Dios hecha de amor y de misericordia ilimitada.

No hay condenación eterna, sólo temporal

La condenación es una invención de las sociedades. Dios no conoce una condenación eterna, pues su misericordia no tiene límites. Si hubiese una condenación eterna, Dios habría perdido. Él no puede perder nunca nada “de aquello que creó con amor, pues no odia a ninguno de los seres que ha puesto en la existencia; si no, no los habría creado, porque es el apasionado amante de la vida” (cf. Sab 11,24-26). Deja 99 ovejas a buen recaudo y se va a buscar la oveja perdida hasta encontrarla.

Afirma el salmo 103, uno de los más esperanzadores textos bíblicos: “Dios no nos está acusando siempre. Como un padre siente ternura hacia sus hijos, así de tierno es Dios… porque conoce nuestra naturaleza, se acuerda de que somos polvo; su misericordia es desde siempre para siempre” (Sl 103:6-17).

Este mensaje innovador de Jesús –la proximidad incondicional y la misericordia ilimitada de Dios-Abba– fue y es tan innovador que ha sido y es vivido por pocos y rechazado por la gran mayoría, como ocurrió en el tiempo en que él andaba por los pedregosos caminos de Palestina. No debemos olvidar que fueron los políticos y principalmente los religiosos quienes lo condenaron y lo llevaron a la cruz. En palabras del padre Julio Lancellotti hemos sido desafiados a vivir el “Amor a la manera de Dios” (título de su libro, Planeta, 2021) empezando por la gente de la calle, por los discriminados a causa del color de su piel o de su origen, los quilombolas, las mujeres lesbianas, los homoafectivos y los LGBTI, los pobres cobardemente odiados por la “élite del atraso” (la mayoría cristiana culturalmente pero a siglos-luz de la Tradición de Jesús), ignorantes de la amorosidad y de la proximidad de Dios-Abba a ellos también.

La gran tragedia vivida por Jesús fue que esa proximidad de Dios amoroso no fue acogida: “vino a los suyos, pero los suyos no le recibieron”(Jn 1,11). Por eso lo crucificaron, porque no hubo correspondencia. Ese rechazo se viene manteniendo durante siglos y siglos hasta el día de hoy, tal vez con más ferocidad aún, pues el odio y la discriminación campan por el ancho mundo.

No importa. Aunque se sintiese Hijo de Dios-Abba identificándose con Él, no se aferró a esta situación de Hijo bienamado; por solidaridad se presentó como simple hombre en la condición de siervo, aceptando el más vergonzoso castigo, morir en la cruz, que significaba morir en la maldición divina (cf. Flp 2,6-8).

El gran rechazo a la proximidad de Dios

Por causa de este amor que ardía dentro de él, Jesús asumió sobre sí solidariamente ese tipo de muerte maldita y todos los dolores del mundo; todo tipo de maledicencia contra él; soportó la traición de los apóstoles, Judas y Pedro, la suerte de aquellos que ya no creen o se sienten abandonados por Dios, y recibió una seria amenaza de muerte que después se cumplió. Como tantas personas en el mundo, él también se llenó de angustia y de pavor, hasta el punto que “el sudor se volvió gruesas gotas de sangre” (Lc 22,41) en el Jardín de Getsemaní. En la cruz, casi al límite de la desesperación, que muchos sufren también y que él quiso también sentir en comunión con todos ellos, gritó: “Dios mío, ¿por qué me has abandonado?” (Mc 15,34). La proximidad de Dios estaba en Jesús pero encubierta, para que él pudiese participar del infierno humano de la muerte de Dios, sufrida por no pocas personas. Todos estos, no estarán jamás solos en su sufrimiento. El credo cristiano reza “descendió a los infiernos”, que significa: sintió estar absolutamente sólo, sin que nadie lo pudiese acompañar. Pero Dios-Abba estaba también allí como ausente. Desde ese momento nadie más estará solo en el infierno de la absoluta soledad humana. Jesús estuvo y estará con todos ellos.

La resurrección de Jesús que representa una verdadera insurrección contra la religión de la Ley y la justicia de su tiempo, es como una luz que va a mostrar, en total plenitud, esta proximidad de Dios que nunca se ausentó. Ella estaba totalmente allí, sufriendo con los que sufren. Los negadores y los ateos son libres de ser lo que son, de no acoger o de ni siquiera saber de esta proximidad de Dios, pero eso no cambia nada para Dios-Abba, que nunca los abandona porque no dejan de ser sus hijos e hijas, sobre los cuales repite: “Vosotros sois mis hijas e hijos bienamados, con vosotros me regocijo”.

Pero vale la pena considerar: si no puedes ver una estrella en el cielo límpido, la culpa no es de la estrella, sino de tus ojos. Por su amor ilimitado y su misericordia sin fronteras también ellos son abrazados por Dios-Abba aunque se nieguen a abrazarlo. Aunque no la vean, la estrella estará brillando.

El cristianismo verdadero y real es vivir esta Tradición de Jesús. La mayoría de las iglesias cristianas, no excluida la romano-católica, se organizan en torno al poder sagrado que crea desigualdades, se apoyan sobre un grueso libro doctrinario llamado Catecismo, están vinculadas a cierto orden moral, a una vida piadosa, a la recepción de los sacramentos, a la participación en la fiestas litúrgicas. Todo esto no es que no tenga importancia. Pero difícil y raramente se proponen vivir el amor incondicional y ensayar a amar al modo de Dios y al modo de Jesús, privilegiando a aquellos que él privilegió, los últimos, los que no son, ni cuentan. Donde impera el poder, no brota el amor ni florece la ternura y la proximidad de Dios-Abba y su misericordia, siempre presentes.

No hay cómo negar que, históricamente, gran parte de la Iglesia católica romana estaba más cerca de los palacios que de la gruta de Belén, teniendo en mayor consideración el madero de la cruz que aquel que está crucificado en él por solidaridad con todos, con los perdidos y caídos en los caminos.

La gran inversión: la conversión del padre y no la del hijo pródigo

Qué diferente sería todo si esta inaudita revolución hubiese prosperado en nuestro mundo. No habría lo que estamos presenciando en nuestro país y, en general, en tantas partes, la prevalencia del odio, de la discriminación, de la violencia contra los que no pueden defenderse, y especialmente hoy contra la naturaleza que nos asegura las bases que sustentan la vida y a la Madre Tierra.

Por esta razón, Jesús, aun resucitado, continúa dejándose crucificar con todos los crucificados de la historia de las más diversas modalidades.

La parábola del hijo pródigo revela cómo es la Tradición de Jesús. El hecho nuevo y sorprendente no es la conversión del hijo que vuelve arrepentido a casa de su padre, sino la conversión del padre que, lleno de amor y de compasión, abraza, besa y organiza una fiesta para ese hijo que derrochó su herencia. El único criticado es el hijo bueno, seguidor de la Ley. Todo en él era perfecto. Para Jesús, sin embargo, no basta ser bueno. Le faltaba lo principal: la misericordia y la percepción de la proximidad de Dios-Abba hasta en su hermano perdido por el mundo.

El futuro de la increíble revolución de Jesús

Hemos experimentado de todo en la ya larga historia humana, pero todavía no hemos experimentado colectivamente amar al modo de Jesús y de Dios-Abba. No obstante, ha habido muchos hombres y mujeres que lo han entendido y vivido: son los verdaderos portadores del legado de Jesús, testimonios de la proximidad de Dios, especialmente a aquellos mencionados en el evangelio de san Mateo: “yo era forastero y me hospedaste, estaba desnudo y me vestiste, tenía hambre y me diste de comer, estaba en la cárcel y me fuiste a ver” (Mt 25,34-30). En eso se revela la Tradición de Jesús que se sentía tan unido a Dios-Abba hasta el punto de decir: “Quien me ha visto a mí, ha visto al Padre” (Jn 14,9). Y dice a todos estos: “Cuando lo hicisteis a mis hermanas y hermanos más pequeños, a mí me lo hicisteis” (Mt 25,34-40).

¿Llegaremos a ver aceptada un día la proximidad de Dios, independientemente de la situación moral, política e ideológica de las personas (pensemos en los torturadores de las dictaduras militares) aunque lo rechacen explícitamente y abusen de su nombre (como nuestro jefe de Estado, enemigo de la vida)? ¿Ganará centralidad esta verdadera revolución transformadora del mundo?

Francisco de Asís y Francisco de Roma, junto con un ejército de personas, muchas de ellas anónimas, osaron emprender esta aventura, creyeron y creen que por ahí pasa la liberación de los seres humanos y la salvaguarda de la vida y de la Madre Tierra amenazadas. La gravedad de la situación actual nos coloca ante esta disyuntiva: “o nos salvamos todos o nadie se salva” como lo dijo enfáticamente el Papa Francisco en la Fratelli tutti (n.32). La Madre Tierra se encuentra en permanentes dolores de parto hasta que nazca, ese día que sólo Dios sabe, el ser nuevo, hombre y mujer; juntos con la naturaleza habitarán la única Casa Común. Como profetizó el filósofo alemán del principio esperanza, “el verdadero Génesis no se encuentra al comienzo sino al final”. Sólo entonces “Dios vio todo lo que había hecho y le pareció que era muy bueno” (Gen 1,31).

O hacemos esta conversión al sueño del Nazareno, que nos trajo la novedad de la proximidad de Dios que siempre nos está buscando, hasta en las sombras del valle de la muerte, o si no, debemos temer por nuestro futuro. En vez de ser los cuidadores del ser, hemos venido a ser su amenaza mortal. Pero aquel que está en medio de nosotros y jamás nos retira su proximidad, tiene el poder de forjar de las ruinas un nuevo cielo y una nueva Tierra. Entonces todo esto habrá pasado. Las lágrimas serán enjugadas y todos serán consolados por Dios-Abba. Comenzará la verdadera historia de Dios-Abba con sus hijas e hijos bienamados por toda la eternidad.

*Leonardo Boff es teólogo y ha escrito: Jesucristo el Liberador (Vozes,1972/2012); Pasión de Cristo-pasión del mundo (Vozes, 2012); La resurrección de Cristo: nuestra resurrección en la muerte (Vozes 2010), publicados todos en español por la editorial Sal Terrae.