La morte come invenzione della vita

                 Leonardo Boff

Nella vita facciamo molte svolte. Nell’ultima, incontriamo la morte. Lei è l’unica certezza inarrestabile. Perché siamo, per essenza, esseri mortali. Stiamo morendo lentamente, ogni secondo un po’, a rate, finché non finiamo di morire.

Il significato che diamo alla morte rappresenta anche il significato che diamo alla vita. Ogni popolo con la sua cultura interpreta la morte a modo suo.

Voglio citare alcuni punti di vista che meritano la mia considerazione.

Come cristiano comincio da me stesso, da come intendo la morte.

Non considero la morte come la fine della vita. Morire è finire di nascere. La vita va oltre la morte. Ecco perché il mio libro sull’argomento non si intitola: La vita dopo la morte”, ma La vita oltre la morte”.

La vita è strutturata su due linee:

In una, la vita comincia a nascere e nasce nel tempo, imparando a camminare, a parlare, a pensare, a comunicare e ad auto-costruirsi fino a finire di nascere. È il momento della morte. Nell’altra, la vita comincia a morire, nel momento stesso in cui nasce, perché il capitale vitale si consuma lentamente negli anni fino a finire per morire.

All’incrocio delle due linee – finire di nascere e finire di morire – c’è un passaggio ad un altro livello di vita che i cristiani chiamano risurrezione: è la vita che arriva, nella morte, alla piena realizzazione delle sue potenzialità ed irrompe in Dio. Ma non in qualunque modo, perché siamo imperfetti e peccatori. Passeremo attraverso la clinica di Dio in cui ci purifichiamo e maturiamo fino a raggiungere la nostra pienezza. È il giudizio purificatore. Altri lo chiamano purgatorio, l’anticamera del paradiso e non dell’inferno.

In ogni caso, non viviamo per morire, come dicevano gli esistenzialisti. Moriamo per risorgere come dicono i cristiani.

C’è una frase ispiratrice della grande figura cubana, José Marti, scrittore, poeta, filosofo e combattente nella liberazione del suo paese dal dominio di un tiranno. Per Marti morire è chiudere gli occhi per vedere meglio”.

Quando vogliamo concentrarci e approfondire i nostri pensieri, chiudiamo naturalmente gli occhi. Quando moriamo, chiudiamo gli occhi per vedere meglio il cuore dell’universo, il nostro posto al suo interno e la Suprema Realtà che fa esistere e persistere ogni cosa.

Ho un amico ugandese che lavora alla radio vaticana, Filomeno Lopes, che mi ha descritto la concezione della morte più diffusa tra gli africani:

“In Africa, quando muore una persona anziana, non si piange, ma si celebra il trionfo della vita sulla morte, perché la vita ha percorso il suo cammino normale e abbiamo potuto raccogliere l’eredità prima della morte dei nostri genitori. Ecco perché diciamo che “i nostri morti non se ne sono mai andati”. Smettono semplicemente di stare con noi nell’immanenza della nostra vita quotidiana, per “essere, abitare in noi”. In questo modo si instaura tra noi e loro quella comunione profonda, che a volte è più forte di quando erano fisicamente tra noi. Questo ci permette di chiamarli in preghiera e chiedere loro di intercedere per noi nelle nostre quotidiane circostanze vitali, poiché noi siamo l’unico motivo per cui sono ancora presenti, come vivi, su questa faccia della terra. La vita umana, nei fatti, non nasce con te, ma rinasce sempre con te. In questo senso la vita stessa è “filosofia”, in quanto non ricomincia mai una volta sola, ma ricomincia sempre in ogni momento, in ogni spazio, tempo o circostanza storica”.

Per la maggior parte dei nostri popoli originari, la morte è solo un passaggio dall’altra parte della vita. Coloro che sono passati oltre, specialmente i saggi e gli anziani, li visitano nei loro sogni e li consigliano. Percepiamo che ancora stanno sul lato di qua. Sono solo invisibili ma mai assenti.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales Ayma, mi ha raccontato che è indigeno e vive la cultura del suo popolo: quando si sente pressato dai problemi politici, di notte o all’alba, si ritira in un angolo e con la faccia a terra, consulta i saggi e gli anziani della sua etnia. Entra in profonda comunione con loro. Qualche tempo dopo, si alza con le ispirazioni ricevute. La mente si chiarisce.

Voglio onorare Sandra Mara Herzer che, essendo una ragazza, si sentiva un ragazzo. Si vestiva come un ragazzo. Ha assunto il nome di Anderson Herzer. Ha sofferto molto alla FEBEM [n.r. carcere minorile nello Stato di São Paulo]. Aveva una sensibilità estrema nel voler aiutare tutti i malati che incontrava. Con poche lettere scrisse un libro commovente, promosso da Supliciy Matarazzo, A Queda para o Alto. Racconta di tutta la sua vita e della sofferenza causata dalla sua situazione. Alla fine del libro ha pubblicato alcune poesie. Una è impressionante con il titolo “Ho trovato quello che volevo”. In questa breve poesia parla della morte: “Volevo che il fuoco mi cremasse / per essere la cenere di chi nasce oggi. Volevo morire adesso, in questo istante,/ solo per essere di nuovo un embrione, e nascere;/ volevo solo nascere di nuovo, per insegnarmi a vivere”.

Questa bellezza e questa generosità non hanno bisogno di commenti.

Infine, la testimonianza di uno dei più grandi esseri umani nati in Occidente e di cui possiamo essere orgogliosi: Francesco d’Assisi. Ha stabilito un legame affettivo con tutti gli esseri chiamandoli con il dolce nome di fratello e sorella. Nel suo cantico delle creature dice: “Laudato sii, mio ​​Signore, per nostra sorella morte corporale, alla quale nessun essere umano vivente può sfuggire!” La morte non è una “strega” che viene a prendersi la nostra vita. È la cara sorella che ci apre la porta dell’eternità felice.

La morte non è l’ultima barriera. È un ponte che ci fa passare dallo spazio e dal tempo passeggero all’eternità senza fine. La morte è un’invenzione della vita per fare un salto e continuare a vivere più a lungo e meglio.

Leonardo Boff ha scritto Vida para além da morte, Vozes, muitas edições. A nossa ressurreição na morte, Vozes 2005. 

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

          La muerte como invención de la vida

Leonardo Boff*

        

En la vida damos muchas vueltas. En la última de ellas encontramos la muerte. Ella es la única certeza indiscutible. Porque somos, por esencia, seres mortales, vamos muriendo lentamente, un poco cada segundo, en prestaciones, hasta acabar de morir.

El sentido que damos a la muerte es también el sentido que damos a la vida. Cada pueblo con su cultura interpreta, a su manera, la muerte. Quiero referir  algunas visiones que merecieron mi consideración.

Como cristiano, conmigo mismo, cómo entiendo la muerte.

No considero la muerte como el fin de la vida. Morir es un acabar de nacer. La vida va  más allá de la muerte. Por eso mi libro sobre el tema no se titula Vida después de la muerte, sino Vida más allá de la muerte. La vida se estructura dentro de dos líneas: en una, la vida comienza a nacer y sigue naciendo a lo largo del tiempo, aprendiendo a caminar, a hablar, a pensar, a comunicarse y a construirse hasta acabar de nacer. Es el momento de la muerte. En la otra, la vida comienza a morir en el mismo momento en que nace, porque el capital vital se va consumiendo lentamente a lo largo de los años hasta acabar de morir.

En el cruce de las dos líneas –acabar de nacer y acabar de morir– se da el paso a otro nivel de vida que los cristianos llaman resurrección: es la vida que llega en la muerte a la plena realización de sus potencialidades e irrumpe hacia dentro de Dios. Pero no de cualquier manera, pues todos somos imperfectos y pecadores. Pasaremos por la clínica de Dios, en la cual nos  purgaremos y maduraremos hasta llegar a nuestra plenitud. Es el juicio purificador. Otros lo llaman purgatorio, antesala del cielo y no del infierno.

En todo caso, no vivimos para morir, como decían los existencialistas. Morimos para resucitar, como dicen los cristianos. Hay una frase inspiradora de la gran figura cubana, José Martí, escritor, poeta, filósofo y combatiente por la liberación de su país de la dominación de un tirano. Para Martí “morir es cerrar los ojos para ver mejor”.

Cuando queremos concentrarnos e ir al fondo de nuestro pensamiento, cerramos los ojos de forma natural. Al morir, cerramos los ojos para ver mejor el corazón del universo, nuestro lugar en él y la Realidad Suprema que hace existir y persistir todo.

Tengo un amigo de Uganda que trabaja en la radio vaticana, Filomeno Lopes, que me describió así el concepto de muerte más frecuente entre los africanos:

“En África, cuando muere un anciano, no se llora, sino que se celebra el triunfo de la vida sobre la muerte, porque la vida ha recorrido su camino normal y hemos podido recoger la herencia antes de la muerte de nuestros padres. Por eso decimos que “nuestros muertos nunca se han ido”. Sólo dejan de estar con nosotros en la inmanencia de nuestra vida cotidiana para habitar en nosotros. Así es como se establece esa profunda comunión entre nosotros y ellos, que a veces resulta ser más fuerte que cuando estaban físicamente entre nosotros. Esto nos permite llamarlos en la oración y pedirles que intercedan por nosotros en las circunstancias de nuestra vida cotidiana, pues nosotros somos la única razón por la que ellos siguen presentes, como vivos, sobre la faz de la tierra. La vida humana, de hecho, no nace contigo, sino que renace siempre contigo. En este sentido, la vida es en sí misma ‘filosofía’  ya que nunca empieza una sola vez, sino que vuelve a empezar siempre en cualquier momento, en cualquier espacio, tiempo o circunstancia histórica”.

Para la mayoría de nuestros pueblos originarios, la muerte es solo pasar al otro lado de la vida. Los que han pasado al otro lado, especialmente los sabios y los ancianos, los visitan en sueños y les aconsejan. Acompañan a los que aún están en el lado de acá. Solo están invisibles, pero nunca ausentes.

Me contó el presidente de Bolivia, Evo Morales Ayma, que es indígena y vive la cultura de su pueblo: cuando se siente presionado por los problemas políticos, de noche o de madrugada, se retira a un rincón y con el rostro en tierra consulta a los sabios y a los ancianos de su etnia. Se concentra. Entra en profunda comunión con ellos. Después se levanta con las inspiraciones recibidas. La mente se aclaró.

Quiero honrar a Sandra Mara Herzer, que siendo una niña se sentía niño. Se vestía como un niño. Asumió el nombre de Anderson Herzer. Sufrió mucho en la FEBEM. Tenía una extrema sensibilidad y quería ayudar a todos los sufridores que encontraba. Con pocas  letras, escribió un libro conmovedor, promovido por Suplicy Matarazzo, A Queda para o Alto. Cuenta toda su vida y los padecimientos que su situación provocaba. Al final del libro publicó algunos poemas. Uno con el título “Encontré lo que quería” es   impresionante. En ese pequeño poema habla de la muerte: “Yo quería que el fuego me cremase/ para ser las cenizas de quien hoy nace./ Yo  quería morir ahora, en este instante,/ solo para ser nuevamente embrión, y nacer;/ yo solo quería nacer de nuevo, para enseñarme a vivir”.

Esa belleza y esa generosidad no necesitan comentario.

Finalmente, el testimonio del que fue uno de los mayores seres humanos nacidos en Occidente del cual podemos enorgullecernos: Francisco de Asís. Estableció un lazo de afecto con todos los seres, a los que llamaba con el dulce nombre de hermano y hermana. En su cántico a todas las criaturas dice:

“Alabado seas mi Señor por nuestra hermana la muerte corporal, de la cual ningún ser humano puede escapar!”

La muerte no es ‘una bruja’ que viene a quitarnos la vida. Es la hermana querida que nos abre la puerta de la eternidad feliz. La muerte no es la última barrera. Es un puente que nos hace pasar del espacio y del tiempo pasajeros a la eternidad sin fin. La muerte es una invención de la vida para dar un salto y seguir viviendo más y mejor.

*Leonardo Boff ha escrito Vida para além da morte, Vozes, muchas ediciones; publicado en español con el título Hablemos de la otra vida, editorial Sal Terrae.

A nossa ressurreição na morte, Vozes 2005; también publicado en español por Sal Terrae, con el título La resurrección de Cristo, nuestra resurrección en la muerte.

Traducción de María José Gavito Milano

A morte como invenção da vida

Na vida damos muitas voltas. Na última dela, encontramos a morte. Ela é a única certeza inarredável. Porque somos, por essência, seres mortais. Vamos morrendo lentamente,cada segundo um pouco, em prestações, até acabar de morrer.

O sentido que damos à morte representa também o sentido que damos à vida. Cada povo com sua cultura interpreta, a sua maneira, a morte.

Quero referir algumas visões que mereceram minha consideração. Como cristão começo comigo mesmo, como entendo a morte.

Não considero a morte como o fim da vida. Morrer é um acabar de nascer. A vida vai para além da morte. Por isso meu livro sobre o tema não se intitula: “Vida depois da morte”, mas “Vida para além da morte”. A vida se estrutura dentro de duas linhas:

Numa, a vida começa a nascer e vai nascendo ao longo do tempo, aprendendo a caminhar, a falar, a pensar, a se comunicar e a se autoconstruir  até acabar de nascer. É o momento da morte. Na outra, a vida começa a morrer,no momento mesmo em que nasce, pois lentamente o capital vital vai se consumindo ao longo dos anos até acabar de morrer.

No cruzamento das duas linhas – acabar de nascer e acabar de morrer – se dá a passagem para outro nível de vida que os cristãos chamam de ressurreição: é a vida que chega, na morte, à plena realização de suas potencialidades e irrompe para dentro de Deus. Mas não de qualquer jeito, pois somos imperfeitos e pecadores. Passaremos pela clínica de Deus na qual nos purgamos e amadureceremos até chegar à nossa plenitude. É o juízo purificador. Outros chamam de purgatório, antessala do céu e não do inferno.

Em todos os casos, não vivemos para morrer, como diziam os existencialistas. Morremos para ressuscitar como dizem os cristãos.

Há uma frase inspiradora da grande figura cubana, José Marti, escritor, poeta, filósofo e combatente na libertação de seu país,da dominação de um tirano. Para Marti “morrer é fechar os olhos para ver melhor”.

Quando queremos nos concentrar e ir fundo no pensamento, fechamos naturalmente os olhos. Ao morrer, fechamos os olhos para vermos melhor o coração do universo, nosso lugar dentro dele e a Suprema Realidade que tudo faz existir e persistir.

Tenho um amigo de Uganda que trabalha na rádio vaticana, Filomeno Lopes, que me descreveu assim a concepção da morte  mais vigente entre os africanos:

“Na África, quando morre um idoso, não se chora, mas celebra-se o triunfo da vida sobre a morte, pois a vida percorreu o seu caminho normal e pudemos recolher a herança antes da morte dos nossos pais. Por isso dizemos que “os nossos mortos nunca partiram”. Só deixam de estar conosco na imanência do nosso quotidiano, para “ser, habitar em nós“. Assim estabelece-se entre nós e eles aquela profunda comunhão, que se revela por vezes mais forte do que quando estavam fisicamente entre nós. Isto permite-nos chamá-los na oração e pedir-lhes que intercedam por nós nas nossas circunstâncias vitais quotidianas, pois somos a única razão pela qual ainda estão presentes, como vivos, na face da terra. A vida humana, de fato, não nasce contigo, mas renasce sempre contigo. Nesse sentido, a vida é ela mesma, “filosofia”, enquanto nunca começa apenas uma vez, mas recomeça sempre a qualquer momento, em qualquer espaço, tempo ou circunstância histórica”.”Na África, quando morre um idoso, não se chora, mas celebra-se o triunfo da vida sobre a morte, pois a vida percorreu o seu caminho normal e pudemos recolher a herança antes da morte dos nossos pais. Por isso dizemos que “os nossos mortos nunca partiram”. Só deixam de estar conosco na imanência do nosso quotidiano, para “ser, habitar em nós“. Assim estabelece-se entre nós e eles aquela profunda comunhão, que se revela por vezes mais forte do que quando estavam fisicamente entre nós. Isto permite-nos chamá-los na oração e pedir-lhes que intercedam por nós nas nossas circunstâncias vitais quotidianas, pois somos a única razão pela qual ainda estão presentes, como vivos, na face da terra. A vida humana, de fato, não nasce contigo, mas renasce sempre contigo. Nesse sentido, a vida é ela mesma, “filosofia”, enquanto nunca começa apenas uma vez, mas recomeça sempre a qualquer momento, em qualquer espaço, tempo ou circunstância histórica”.

Para a maioria de nossos povos originários a morte é apenas passar para o outro lado da vida. Os que passaram para o outro lado,especialmente os sábios e os anciãos, acompanham os que ainda estão do lado de cá, visitam-nos nos sonhos e aconselham-nos. São apenas invisíveis mas nunca ausentes.

Contou-me o presidente da Bolívia, Evo Morales Ayma que é indígena e vive a cultura de seu povo: quando se sente pressionado pelos problemas políticos, de noite ou de madrugada, retira-se num canto e com o rosto em terra consulta os sábios e anciãos de sua etnia.Concentra-se. Entra em profunda comunhão com eles. Tempos depois, levanta-se com as inspirações recebidas. A mente se clareou.

Quero honrar  a Sandra Mara Herzer que sendo menina sentia-se menino. Vestia-se como um menino. Assumiu o nome de Anderson Herzer. Sofreu muito na FEBEM.Tinha extrema sensibilidade querendo ajudar a todos os sofredores que encontrava. Com poucas letras, escreveu um livro comovedor, promovido por Suplicy Matarazzo, A Queda para o Alto. Conta toda sua vida e os padecimentos que sua situação provocava. No final do livro publicou alguns poemas. Um é impressionante com o título “Encontrei o que queria”. Nesse pequeno poema fala da morte:”Eu queria que o fogo me cremasse/ para ser as cinzas de quem hoje nasce. Eu queria morrer agora, nesse instante,/ sozinho para novamente ser embrião, e nascer;/ eu só queria nascer de novo, para me ensinar a viver”

Essa beleza e essa generosidade dispensam qualquer comentário.

Por fim, o testemunho daquele que foi um dos maiores seres humanos nascidos no Ocidente e de quem nos podemos orgulhar: Francisco de Assis. Estabeleceu um laço afetivo com todos os seres chamando-os com o doce nome de irmão e de irmã. Em seu cântico a todas as criaturas diz:”Louvado sejas, meu Senhor, pela nossa irmã a morte corporal, da qual nenhum ser humano vivo pode escapar!” A morte não é uma “bruxa” que nos vem tirar a vida. É a irmã querida que nos abre a porta da eternidade feliz.

A morte não é a última barreira. Ela é uma ponte que nos faz passar do espaço e do  tempo passageiros para a eternidade sem fim. A morte é uma invenção da vida para dar um salto e continuar a viver mais e melhor.

Leonardo Boff escreveu Vida para além da morte, Vozes, muitas edições. A nossa ressurreição na morte, Vozes 2005.

Hat die Ära des globalen Siedens des Planeten begonnen?  

Dieser Satz stammt nicht von mir, sondern von UN-Generalsekretär António Guterrez, der ihn am 27. Juli 2023 sagte, als er von der unerwarteten Beschleunigung der globalen Erwärmung erfuhr. Diese hat den Punkt erreicht, an dem der Planet in einen kochenden Prozess eintritt, angesichts der Sorglosigkeit menschlicher Prozesse, insbesondere des Industrialismus und des kapitalistischen Produktivismus (einschließlich Chinas), die fossile Energie, Kohle und andere Treibhausgas erzeugende Elemente missbrauchen.

Die Durchschnittstemperatur auf der Erde beträgt 15 Grad Celcius. Aber dieser Durchschnitt hat begonnen, so stark zu steigen, dass er im Juli 2023 bereits 17 Grad Celcius übersteigt.

All dies ist auf die Tatsache zurückzuführen, dass jedes Jahr etwa 40 Milliarden Tonnen CO2 in die Atmosphäre freigesetzt werden, die mehr als 100 Jahre lang dort verbleiben, plus salpetrige Säure und Methan, das 28-mal schädlicher ist als CO2, obwohl es etwa 9-10 Jahre lang in der Atmosphäre verbleibt.

Die Folgen dieses Anstiegs zeigen sich in lang anhaltenden Dürren, Überschwemmungen ganzer Regionen und Städte, Wirbelstürmen, außertropischen Wirbelstürmen wie im Süden Brasiliens und Bränden fast überall auf der Erde. Die Auswirkungen auf das Leben der Menschen sind enorm. Die bekannte Fachzeitschrift Nature Medicine schätzt, dass die große Hitze im Jahr 2022 allein in Europa 61.000 Todesfälle verursacht hat. Ganz zu schweigen von Afrika und Asien oder den ärmeren Ländern, in denen Tausende von Kindern und älteren Menschen ums Leben gekommen sind, insbesondere in Zentralindien, wo die Temperaturen in die Höhe schossen.

Wenn man sich ansieht, wie wenig die großen Konzerne und Staaten tun, um diesen langsamen, aber allgegenwärtigen Temperaturanstieg zu stoppen, deutet alles darauf hin, dass wir bereits den Punkt erreicht haben, an dem es kein Zurück mehr gibt. Wissenschaft und Technologie sind zu spät gekommen, sie können den Anstieg nicht aufhalten. Sie helfen nur, die unvermeidlichen schädlichen Auswirkungen abzumildern.

Aber nicht alles ist fatal. Es lohnt sich, daran zu erinnern, dass das Unwahrscheinliche passieren kann: Der Mensch, der sich der Gefahr seines Verschwindens bewusst ist, macht einen Bewusstseinssprung, hin zur Noosphäre, wie Teilhard de Chardin sie 1933 projizierte, das heißt, er vereint Herz und Verstand (noosefera), um die Art und Weise zu ändern, wie er produziert, konsumiert und vor allem mit der Natur umgeht, indem er sich als Teil von ihr fühlt, nicht als ihr Herr, und sich um sie kümmert.

Wenn wir die Biografie der Erde betrachten, sehen wir, dass die Erwärmung zur Evolution unseres Planeten gehört. Als wir noch nicht als Spezies auf der Erde existierten, vor 250 Millionen Jahren, erreichte das Klima 32 Grad Celsius und blieb für Tausende und Abertausende von Jahren auf dieser Temperatur. Es kam zu einem massiven Aussterben von Arten von Lebewesen. Später, vor 50 Millionen Jahren, erreichte die Erde 21 Grad Celsius; Krokodile und Palmen passten sich an diese Erwärmung an, aber auch hier kam es zu einem großen Aussterben von Lebewesen. Vor 130.000 Jahren erreichte die Erde die Temperatur, die wir heute erleben, nämlich 17 Grad Celsius. Viele Lebewesen verschwanden, und das Meer stieg um 6-9 Meter an, was die gesamten Niederlande und die tief liegenden nördlichen Teile der Eurozone bedeckt hätte.

Dieser Anstieg des Erdklimas gehört zur Geoevolution. Aber die gegenwärtige wird von den Menschen selbst verursacht, nicht so sehr von den großen armen Mehrheiten, sondern von den Bevölkerungen der üppigen Länder, die weder bei den Angriffen auf die Natur noch bei den Formen des üppigen und rücksichtslosen Konsums das richtige Maß finden. Man sagt, dass wir ein neues geologisches Zeitalter, das Anthropozän, eingeläutet haben. Dieses Konzept besagt, dass die größte Bedrohung für das Leben auf dem Planeten und für die Zukunft der Natur vom Menschen ausgeht. Nach den Worten des Biologen Edward Wilson hat sich der Mensch wie der Satan der Erde verhalten und den Garten Eden in ein Schlachthaus verwandelt. Manche gehen sogar noch weiter und sprechen angesichts des zunehmenden Sterbens (necro) von Arten von Lebewesen in der Größenordnung von 70-100 Tausend pro Jahr von der Nekrozän. In letzter Zeit spricht man vom Pyrozän also dem Zeitalter des Feuers. Auch das ist vom Menschen verursacht, aber vor allem deshalb, weil die Böden trockener und die Felsen heißer geworden sind; es braucht nur trockenes Laub und Stöcke darauf, um fast überall auf der Erde, selbst im feuchten Sibirien, große und verheerende Brände zu erzeugen.

Welche Szenarien könnten auf uns zukommen? Sie sind alle düster, wenn es keinen Quantensprung gibt, der einen anderen Weg und ein anderes Schicksal für das Lebenssystem und das System Erde definiert. Es lässt sich nicht leugnen, dass der Planet von Tag zu Tag wärmer wird. Die UN-Organisationen, die die Entwicklung dieses katastrophalen Ereignisses überwachen, warnen uns, dass wir zwischen 2025 und 2027 die im Pariser Abkommen von 2015 für 2030 vorhergesagten 1,5 Grad Celsius überschritten haben werden. Alles wurde vorausgesehen, und bis zu diesem Zeitpunkt, zwischen 2025 und 2027, werden wir das erreichen, was heute geschieht: ein Klima, das sich über 35 Grad stabilisieren und in einigen Regionen der Erde 38-40 Grad erreichen könnte. Millionen von Menschen werden auswandern müssen, weil sie in ihrer geliebten Heimat nicht mehr leben können, und die Ernten werden vollständig ausfallen. Brasilien, derzeit einer der größten Exporteure von Nahrungsmitteln, wird seine Produktion stark einschränken müssen. Laut James Lovelock (Veja, Gelbe Seiten, 25. Oktober 2006) wird Brasilien aufgrund seiner großen sonnigen Ausdehnung mit am stärksten von der globalen Erwärmung und dem Klimawandel betroffen sein. Diejenigen, die in der Agrarindustrie tätig sind, sollten diese Warnungen beherzigen, denn wie Papst Franziskus in seiner Enzyklika „Laudato Si: Wie wir für unser gemeinsames Haus sorgen“, die sich an die gesamte Menschheit und nicht nur an Christen richtet, schrieb “Katastrophenvorhersagen können nicht länger mit Spott und Ironie betrachtet werden; wir würden den nächsten Generationen zu viele Ruinen, Wüsten und Müll hinterlassen” (Nr. 161).

Das ist es, was niemand für seine Kinder und Enkelkinder will. Aber dazu müssen wir den Mut und die Kühnheit aufbringen, den Kurs zu ändern. Nur ein radikaler ökologischer Wandel kann die Bedingungen retten, die unseren Fortbestand auf diesem herrlichen Planeten Erde ermöglichen.

Leonardo Boff ist Ökotheologe und Autor von: Die Würde der Erde: der Schrei der Armen und der Schrei der Erde, Vozes, verschiedene Ausgaben; Die Erde bewohnen, Vozes 2022; Mitglied der Internationalen Initiative für die Initiative der Erdcharta; Der Schutz der Erde, Vozes 2022.