Ritornare alle radici per ringiovanire

Per quanto lontano camminiamo sul nostro pianeta o anche al di fuori di esso, come gli astronauti, portiamo sempre con noi la forza delle radici. Di volta in volta, si animano e suscitano in noi un irrefrenabile desiderio di tornare verso di loro. Non sono al di fuori di noi . Sono la nostra base incosciente di sostegno e di forza vitale. Quindi, le portiamo sempre con noi e ringiovaniamo ogni volta che ritorniamo a loro. Il 9 e il 10 settembre di quest’anno, ho vissuto un’esperienza inusuale quando ho visitato la casa del nonno nel nord della Italia.

Sentimenti profondi, provenienti dal nostro inconscio personale e collettivo, improvvisamente irruppero in me. Mi sentivo ricollegato a quella fonte: La vecchia casa, le stanze annerite, le porte che scricchiolano quando si aprono, i letti duri e di grandi dimensioni (con alcuni dormivano insieme), la stufa a legna, gli armadi pieni di ciotole e vasi antichi, il grande tavolo con le loro lunghe panche, su ogni lato, per far stare a tavola tutti. Era il paesaggio interno. Dal balcone, il paesaggio esterno, dà lassù una lunga valle, con piccole case distribuite tra il verde dei campi e, in lontananza, il famoso Monte Grappa di quasi duemila metri di altezza, dove sanguinose battaglie furono combattute durante la prima guerra mondiale tra l’esercito italiano e l’austro-ungarico

La casa del nonno paterno è nella Valle di Seren del Grappa, vicino a Feltre e Belluno, nella regione italiana del Triveneto. In realtà, è un piccolo agglomerato di case, incollate insieme, chiamato Col dei Bof. È in alto, a metà altezza della grande montagna. Era, fino a poco tempo fa, completamente abbandonato, come molte altre case della montagna. Fino a quando la ” Fondazione di Seren”, formata da persone di Bolzano, di Belluno e Feltre, con alcuni mezzi ed un forte senso di recupero ecologico della regione, l’ha adottata e trasformata in un centro di incontro e di cultura . Di notte è illuminata. Sembra sospesa in aria, con la montagna scura sullo sfondo.

La popolazione della valle era povera, l’agricoltura di sussistenza appena alimentava la famiglia, perché i suoli non erano molto fertili. Molti hanno sofferto la fame. Alcuni hanno avuto la “pellagra” ( fame estrema, perché mangiavano solo polenta ed acqua fino ad appassire) .

In questo contesto, gran parte della popolazione, di poco più di due mila persone, emigrò, alcuni verso Rio Grande do Sul nel 1880. Gli antenati, in particolare i due antenati Rech e Boff (si scriveva Boeuf), del secolo XV, provenivano dalla Germania (Alsazia e Lorena, Francia oggi). Erano esperti nel tagliare gli alberi di queste valli e montagne per fare il carbone, venduti poi in tutto il Veneto (Bolzano e Venezia) .

Raggiunto il luogo, mi aspettava una manciata di antichi parenti. Essi avevano decorato la casa con spighe di grano, fiori e frutti di stagione. Un coretto cantava canzoni in dialetto veneziano che conoscevamo da casa. Improvvisamente, posizionato davanti alla vecchia casa –un borgo di grandi dimensioni– ho percepito quei muri impregnati con lo spirito del “poro nonno Boff “. Sì, lui era lì. I morti sono solo invisibili , ma mai assenti. Ho visto la sua figura sempre grave, ma di un’ eleganza coltivata, con il fazzoletto al collo, su un cavallo sellato che veniva a farci la visita dal villaggio vicino. Mi metteva sulle sue ginocchia e mi raccontava barzellette nello stile divertente degli italiani. E alla fine, di nascosto da mio padre, mi dava qualche soldo, quello che aspettavo di più .

Dovevo parlare ai presenti. La voce mi si è strozzata in gola. Ho lasciato che le lacrime del ricordo e della nostalgia mi scendessero dagli occhi per la barba. Sentii, con una percezione transrazionale, che lui era lì. Ho immaginato il suo coraggio: aveva abbandonato tutto, la casa, la terra degli antenati, la campagna amata, per affrontare l’ignoto e costruire la “Merica”, come dicevano: Merica, Merica, Merica, che cosa sarà questa Merica? Un massolin di fior” ( America , America, America , che cosa sará questa America? Un mazzo di fiori). Ho visitato ogni angolo e ho anche sfogliato vecchi libri rimasti lì.

Di notte ho parlato con la gente. Oggi sono due mila persone. La chiesa era gremita. Ho raccontato le storie eroiche dei nonni come all’inizio attraversarono il Rio Grande e poi i figli (miei genitori) esplorarono la zona di Concordia nel ovest di Santa Caterina. Come pregavano il rosario di domenica, cantavano le litanie della Madonna in latino e come mio padre, maestro di scuola, insegnava il portoghese ai vecchi, perché in casa parlavano solo il dialetto veneto .

Vengo del tempo della pietra scheggiata, ho perlustrato tutte le fasi della evoluzione culturale ed oggi, ho detto: sono qui con voi, a ritrovare le radici antiche ma sempre nuove. Alla fine, ho cantato quello che cantavamo nella colonia italiana: “Sia dottore o avvocato, deve tutto al suo papà. Ma ragazzii, sapete che il vostro nonno avanti sempre va”.

Nel tramonto nella vita, ho avuto un’esperienza di ringiovanimento ritornando all’alba delle mie radici.

Morte e sepoltura della Piccola Sorella di Gesù, Genova, ostetrica del popolo Tapirapé

 

 Il 24 settembre 2013, nel villaggio degli indigeni Tapirapé, vicino al fiume Araguaia è morta la Piccola Sorella di Gesù Genoveva, di origine francese. Lei e le sue compagne hanno vissuto un’esperienza che l’antropologo Darcy Ribeiro considera una delle più esemplari nella storia dell’antropologia: l’incontro e la convivenza di persone della cultura bianca con la cultura indigena.

 

Ecco la testimonianza di Canuto, che conosce bene la vita e l’opera della piccola sorella Genoveva. Così descrive la sua morte:

 

“Genoveva la mattina di Martedì 24 era ben disposta. Aveva impastato dell’argilla per riparare la casa. Pranzato tranquillamente con la sorella Odile. Stavano riposando quando inizia a lamentarsi per dolori al petto. Odile fa subito trovare un’auto per portarla all’ospedale di Confresa. Lungo la strada il respiro diventa sempre più difficile. È morta prima di raggiungere l’ospedale.

 

Tornando al villaggio, costernazione generale. Genoveva ha dato alla luce quasi il 100% degli Apyãwa (così chiamavano i Tapirapé loro stessi. E così si chiamano loro oggi), in questi 61 anni di vita insieme. Gli Apyãwa hanno voluto seppellirla secondo i loro costumi, come se un’altra Apyãwa fosse morta. I canti funebri, con passi ritmici si sono prolungati per molto tempo durante la notte e il giorno seguente. Si sono sentite molti lamenti e grida.

 

Secondo il rituale Apyãwa, Genoveva è stata sepolta all’interno della casa dove viveva. La fossa è stata aperta con cura dai Apyãwa, accompagnato dei canti rituali. Ad una altezza di circa 40 cm dal pavimento sono stati collocati due traverse, una a ciascuna estremità della fossa. A queste traversine è stata legata l’amaca nella stessa posizione nella quale si dorme. Sopra hanno messo poi delle assi. E sulle assi hanno messo la terra. Tutta la terra è stata setacciata dalle donne, come è la tradizione. Il giorno dopo la terra è stata bagnata e lavorata in modo tale che rimanesse solida come terra battuta. Il tutto accompagnato con cantici rituali.

 

            Nell’amaca dove dormiva ogni giorno, Genoveva dorme il sonno eterno tra coloro che ha scelto come suo popolo.

 

            La notizia della sua morte si diffuse attraverso la regione, il Brasile e il mondo. Molti operatori della pastorale sono venuti. I coordinatori del CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), di Cuiabá, sono arrivati dopo un viaggio di oltre 1.100 km, quando il corpo era già nella tomba, ancora coperto solo con degli assi. Gli Apyãwa hanno ritirato gli assi perché quelli che erano appena arrivati potessero vederla per l’ultima volta nella su amaca.

 

            Ai cantici rituali Tapirapé si sono mescolati canti e testimonianze della tradizione cristiana della Piccola Sorella Genoveva. Alla fine, il capo ha detto che gli Apyãwa erano tutti molto addolorati per la morte della sorella. Parlando in portoghese e tapirapé ha sottolineato il rispetto con il quale sono stati sempre trattati dalle sorelle nel corso di questi sessant’anni di convivenza. Ha ricordato che gli Apyãwa devono la loro sopravvivenza alle sorelle, perché quando sono arrivate erano molto pochi e oggi sono quasi un migliaio di persone.

 

            Sepolta nel territorio dei Tapirapé è Genoveva, un monumento di coerenza, silenzio e umiltà, di rispetto e riconoscimento del diverso, dimostrando come è possibile, con azioni semplici e piccole, salvare la vita di tutto un popolo.

 

Saluti. Canuto”.

 

 Nel settembre 2002, dopo un incontro con la sorella Genoveva ho scritto un piccolo articolo sul Giornale del Brasile, qui in parte riporto qui.

 

Le Piccole Sorelle di Foucauld hanno iniziato una nuova forma di evangelizzazione, sognata da molti in America Latina, piuttosto che convertire le persone, dare loro la dottrina e costruire chiese , hanno deciso di incarnarsi nella cultura indigena e di vivere e convivere con loro.

 

Nei nostri tempi questo percorso è stato vissuto dal fratello Charles de Foucauld, che nei primi anni del XX secolo è andato a vivere con i musulmani nel deserto algerino, non per annunciare, ma per vivere con loro e abbracciare la differenza della loro cultura e la loro religione.

 

La stessa cosa hanno fatto le Piccole Sorelle di Gesù tra gli indiani Tapirapé del nord-ovest del Mato Grosso, vicino al fiume Araguaia. Il 17 settembre 2002 ho visto la celebrazione del cinquantesimo anniversario della sua presenza con i Tapirapé. C’era ancora la pioniera, la piccolla sorella Genoveva, che dall’ottobre 1952 aveva iniziato la sua vita con la tribù.

 

            Come sono arrivate lì? Le Piccole Sorelle hanno appreso attraverso i frati domenicani, missionari nelle terre del Araguaia, che i Tapirapé erano in pericolo di estinzione. In precedenza erano 1500 e si erano ridotti a 47 a causa delle incursioni kayapó, delle malattia dei bianchi e della mancanza di donne. Nello spirito del fratello Charles, di convivere e non di convertire, hanno deciso di unirsi all’agonia di un popolo.

 

            Al suo arrivo, la Piccolla Sorella Genoveva ha sentito il capo Marcos: “I Tapirapé scompaiono. I bianchi ci finiranno. La terra ha valore, la pesca ha valore, la caccia ha valore. Solo l’indiano non vale niente”. Avevano interiorizzato che erano inutili e che loro erano inesorabilmente destinati a scomparire.

 

            Le sorelle andarono accanto loro e gli chiesero ospitalità. E iniziarono a vivere con loro il Vangelo della fraternità: nei campi, nella lotta per la manioca di ogni giorno, nell’apprendimento delle lingua, nell’incoraggiamento su tutto ciò che gli apparteneva, inclusa la loro religione, in un percorso di solidarietà senza ritorno. Con il tempo sono state inserite come membri della tribù.

 

            Hanno restituito a quel popolo il senso di autostima. Attraverso la loro mediazione, sono riuscite a convincere le donne Tapirapé a sposare uomini Karajà e garantire in tal modo la moltiplicazione delle persone. Da 47 oggi sono diventati quasi un migliaio. In 50 anni non hanno convertito neanche un membro della tribù. Ma hanno ottenuto molto di più: essere le ostetriche di un popolo alla luce di colui che ha capito essere la sua missione quella di “portare vita e vita in abbondanza”, Gesù.

 

            Quando ho visto il viso di una indigena Tapirapé e il viso invecchiato della sorella Genoveva, ho notato: se lei avesse tinto i capelli bianchi con tucum, sarebbe stata presa per una perfetta donna Tapirapé. Hanno realizzato, infatti, la profezia della Fondatrice: “Le Piccole Sorelle saranno Tapirapé, per andare di qui verso gli altri ed amarli, ma saranno sempre Tapirapé”.

 

Non è questo come dovrebbe essere il cristianesimo, se vuole avere un futuro in un mondo globalizzato: un Vangelo senza potere e la convivenza tenera e fraterna?

 

 

 

Leonardo Boff è teologo e scrisse America Latina: dalla conquista alla nuova evangelizzazione, 1992.

 

Offener Brief an Papst Franziskus: Einberufung einer Versammlung zum Schutz des Lebens

Lieber Papst Franziskus,


wir, die unterzeichneten Christen sowie Personen anderer Religionen und Menschen guten Willens, richten diesen offenen Brief an Sie mit einer ganz besonderen Petition. Wir möchten gern, dass Sie zu einem weltweiten Ereignis aufrufen, eine Art Versammlung zum Schutz des Lebens auf der Erde.
Das Leben ist heute tödlich verletzt: durch Hunger (900 Millionen Menschen weltweit), durch Durst (1,2 Milliarden Menschen mangelt es an täglichem sauberen Trinkwasser, und 2,4 Milliarden Menschen haben keine elementare sanitäre Einrichtung), durch Krieg, durch Zerstörung der Umwelt (Boden, Wasser, Artenvielfalt, Luft) und vor allem sind die Menschheit und alle Lebensarten durch den unglaublichen Klimawandel bedroht. Wie das Aparecida Dokument sagt, erleben wir nicht nur eine Epoche des Wandels, sondern einen Wandel der Epoche (DAP 44). Eine am Konsum orientierte und raffgierige Gesellschaft wie die heutige kann der Menschheit als Ganze keine Zukunft bieten.

Als Gott die Welt schuf, vertraute Gott die Erde den Männern und Frauen an, „um sie zu bebauen und zu bewahren“ (Gen 2,15). Nach der Flut, als Noah mit seiner Familie und all den Tieren die Arche verließ, schloss Gott mit ihnen einen ureigenen Bund mit den Worten: „Hiermit schließe ich meinen Bund mit euch und mit euren Nachkommen und mit allen Lebewesen bei euch, mit den Vögeln, dem Vieh und allen Tieren des Feldes, mit allen Tieren der Erde, die mit euch aus der Arche gekommen sind.“ (Gen 9,9-10) Der Apostel Paulus sagt uns: „Auch die Schöpfung soll von der Sklaverei und Verlorenheit befreit werden zur Freiheit und Herrlichkeit der Kinder Gottes.“ Das heißt, Gott liebt alles von Gott Geschaffene und hat uns beauftragt, für diese göttliche Schöpfung Sorge zu tragen.

Die autochthonen und indigenen Völker sowie vor kurzem auch die Wissenschaftler warnten uns, dass alle Lebensarten auf dem Antlitz der Erde in Gefahr sind. Noch gibt es keine Antwort von der politischen und ökonomischen Seite, die auf Augenhöhe mit der Herausforderung dieses historischen Augenblicks wäre. Wie Sie selbst sagten, können wir nicht einfach passiv die Globalisierung der Gleichgültigkeit hinnehmen.

Sie sind eine moralische und spirituelle Instanz und besitzen daher die Autorität der Menschheit gegenüber, zu dieser dringend notwendigen Debatte und zu den noch dringenderen notwendigen Schritten aufzurufen. Diese Petition ist unser Mittel, zur Effizienz Ihrer Gesten beizutragen, die uns aufrufen, für das bedrohte Leben zu sorgen und es zu beschützen. Sie brachten diese Gestern auf Ihrer Reise nach Lampedusa zum Ausdruck, während des Weltjugendtags in Brasilien, während Ihres Besuchs bei den Immigranten in Italien und durch das Fasten gegen den Krieg. Falls Sie zu einer Versammlung zum Schutz des Lebens in seiner Fülle aufrufen, so hören Sie nicht nur auf die Spezialisten, sondern auch auf die autochthonen Völker, die durch die Zerstörung ihrer Umwelt in Mitleidenschaft gezogen wurden, und auf diejenigen, die vom Klimawandel betroffen sind und sich seinetwegen auf der Flucht befinden, auf die Opfer von Hunger und Durst. Ganz gewiss wird ein Großteil der Menschheit diesem Aufruf nachkommen.

Dies wünschen auch wir, die Unterzeichneten. Mit Respekt und einer geschwisterlichen Umarmung, im Geist des Hl. Franz von Assisi, in Gemeinschaft mit allen Lebensarten und der ganzen Menschheit bekräftigen wir unsere Petition.

Brasilia-DF, den 16. September 2013

 

Diejenigen, die diesen Brief unterzeichnen möchten, gehen bitte auf folgende  e-mail: robertomalvezzi@oi.com.br

oder direkt auf den Link von Avaaz: http://www.avaaz.org/po/petition/Convocacao_para_a_defesa_da_vida_na_Terra_Carta_Publica_ao_Papa_Francisco/?wjKSWdb

 

 

 

Tod und Begräbnis der Kleinen Schwester Geneviève, Hebamme des Tapirapé-Volks

Am 24. September 2013 starb im Dorf der Tapirapé, in der Nähe des Flusses Araguaia, die Kleine Schwester Jesu, Geneviève, aus Frankreich. Sie und ihre Gefährtinnen machten eine Erfahrung, die der Anthropologe Darcy Ribeiro als eine der beispielhaftesten in der Geschichte der Anthropologie erachtet: die Begegnung und das Zusammenleben einer Weißen mit der indigenen Kultur.

 

Canuto, der das Leben und Werk der Kleinen Schwester Geneviève kennt, beschreibt ihren Tod folgendermaßen:

 

„Am Morgen des Dienstag, 24. September, ging es Geneviève gut. Sie hatte Ton angerührt, um das Haus zu reparieren. Sie aß in aller Ruhe mit Schwester Odile. Als sie sich ausruhten, beklagte sie sich über Schmerzen im Brustkorb. Odile organisierte sogleich ein Auto, um sie zum Krankenhaus von Confresa zu bringen. Auf dem Weg dorthin wurde Genevièves Atmung immer mühsamer. Sie starb noch vor ihrer Ankunft im Krankenhaus.

 

Im Dorf herrschte große Bestürzung. Geneviève hatte während der 61 Jahre ihres gemeinsamen Lebens mit ihnen bei fast 100 % der Geburten der Apyãwa (wie sich die Tapirapé früher nannten und auch heute wieder selbst nennen) Beistand geleistet. Die  Apyãwa wollten sie nach ihrem eigenen Ritus beerdigen, so als handele es sich um eine der Ihren. Die Trauerlieder, begleitet von den sich im Rhythmus befindlichen Schritten, dauerten lange an, die ganze Nacht hindurch und am folgenden Tag. Viel Jammern und Weinen war zu hören.

Dem Ritus der  Apyãwa gemäß wurde Geneviève im Innern des Hauses begraben, in dem sie gelebt hatte. Das Grab wurde sorgfältig von den  Apyãwa ausgehoben, begleitet von rituellen Gesängen. Auf ca. 40 cm Bodenhöhe wurde an jeder Extremität des Grabs je ein Querbalken platziert. An diesen beiden Enden wurde ihre Hängematte befestigt, so als schliefe sie darin. Darüber wurden Bretter gelegt. Auf die Bretter folgte Erde, die zuvor, der Tradition gemäß, von den Frauen gesiebt worden war. Am darauf folgenden Tag wurde die Erde befeuchtet und so bearbeitet, dass sie dick und fest wurde wie gestampfte Erde. All dies wurde von rituellen Gesängen begleitet.  

 

In der Hängematte, in der sie täglich schlief, hält Geneviève nun den ewigen Schlaf inmitten derer, die sie als ihr Volk ausgewählt hatte.

 

Die Nachricht ihres Todes breitete sich schnell in der ganzen Region aus sowie in  Brasilien und in der ganzen Welt. Viele Vertreter aus Kirchengemeinden kamen. Die Koordinatoren des CIMI (Rat der Indigenen Missionare) aus Cuiabá kamen nach einer Reise von mehr 1100 km, als der Leichnam bereits im Grab lag und vorerst nur mit Brettern bedeckt war. Damit diejenigen, die gekommen waren, um sie ein letztes Mal in ihrer Hängematte zu sehen, einen letzten Blick auf sie werfen konnten, nahmen die  Apyãwa die Bretter nochmals heraus.

 

Unter die Gesänge der Tapirapé mischten sich andere Gesänge und Schilderungen des christlichen Lebenswegs der Kleinen Schwester Geneviève. Zum Abschluss sagte das Oberhaupt, die  Apyãwa seien alle sehr betrübt über den Tod der Schwester. Indem er auf Portugiesisch und in der Sprache der Tapirapé sprach, brachte er den Respekt zum Ausdruck, mit dem die Apyãwa während der sechzig Jahre gemeinsamen Lebens mit den Schwestern immer behandelt worden waren. Und er erinnerte daran, dass die  Apyãwa ihr Überleben den Schwestern zu verdanken hätten, denn als diese kamen, waren die  Apyãwa nicht sehr zahlreich. Heute hingegen bestehen sie aus fast 1000 Personen.

 

 In die Erde der Tapirapé eingebettet, ruht Geneviève als ein Denkmal für Kohärenz, Stille und Demut, Respekt und Anerkennung des Anderen und als Zeugnis, dass es möglich ist, mit einfachen und kleinen Gesten das Leben eines ganzen Volkes zu retten.

 

Ein letzter Gruß, Canuto“

 

 ***

Im September 2002 schrieb ich nach einem Treffen mit Schwester Geneviève einen kleinen Artikel für eine Zeitung in Brasilien, den ich hier auszugsweise wiedergebe:

 

Die Kleinen Schwestern von Foucauld zeugen von einer neuen Form der Evangelisierung, von der viele in Lateinamerika träumen: statt die Menschen zu bekehren, ihnen Doktrinen zu geben und Kirchen zu bauen, beschlossen sie, sich ganz in die Kultur der indigenen Völker einzuleben und mit ihnen zu leben und  zu sein.Nur danach hat einen Sinn von Evangelium zu reden.

In unserem Zeitalter wurde dieser Weg  von Bruder Charles de Foucauld beschritten, der zu Beginn des 20. Jahrhunderts zu den Moslems in die algerische Wüste zog, nicht um zu verkündigen, sondern um mit ihnen zu leben und die Unterschiedlichkeit ihrer Kultur und ihrer Religion offen anzunehmen. Das Gleiche taten die Kleinen Schwestern Jesu bei den Tapripé, den Indios im Nordwesten des Mato Grosso in der Nähe des Flusses von Araguaia. Am 17. September 2002 nahm ich an der Feier des 50. Jahrestags ihrer Anwesenheit bei den Tapirapé teil. Da war die Pionierin noch da, die Kleine Schwester Geneviève, die im Oktober 1952 begann, mit dem dortigen Volk zu leben.

 

Wie kamen sie dorthin? Die Kleinen Schwestern erfuhren durch die französischen Dominikanerbrüder, die im Land des Araguaia missionierten, dass sich die Tapirapé in Gefahr befänden. Ihre frühere Anzahl von 1500 war durch die Überfälle der Kayapós, die Krankheiten der Weißen und durch den Mangel an Frauen auf 47 Personen geschrumpft. So beschlossen sie im Geiste des Bruders Charles de Foucauld, zusammen zu leben statt zu bekehren, sich dem leidenden Volk anzuschließen.

 

Bei ihrer Ankunft hörte die Kleine Schwester Geneviève das Oberhaupt Marcos sagen: „Die Tapirapé werden untergehen. Die Weißen werden uns auslöschen. Die Erde hat einen Wert, die Fische haben einen Wert, die Jagd hat einen Wert. Nur der Indio ist wertlos.“ Sie hatten verinnerlicht, wertlos zu sein und sogar, dass sie unausweichlich zum Aussterben verdammt seien.

Die Kleinen Schwestern standen ihnen zur Seite und baten um eine Unterkunft. Sie begannen, mit ihnen das Evangelium der Geschwisterlichkeit zu leben: auf den Feldern, im Kampf ums tägliche Maniok, im Erlernen ihrer Sprache und in der Ermutigung zu allem, was ihnen eigen war, einschließlich ihrer Religion. Dies geschah auf einem Weg der Solidarität ohne Umkehr. Mit der Zeit wurden sie als Stammesmitglieder aufgenommen. 

Das Selbstwertgefühl der Tapirapé kam zurück. Durch die Vermittlung der Kleinen Schwestern, wurde es möglich, Karajá-Frauen dazu zu bringen, Tapirapé-Männer zu heiraten und so deren Volk zu Nachkommen zu verhelfen. Aus den damaligen 47 sind inzwischen fast 1000 geworden. In 50 Jahren haben sie nicht ein einziges Stammesmitglied bekehrt. Doch sie erreichten viel mehr: Sie wurden zu Hebammen eines Volkes im Lichte dessen, der seine Mission verstand als „das Leben zu geben, und es in Überfülle zu geben“: Jesus.

 

Als ich das Gesicht der Tapirapé-Frauen sah und das gealterte Gesicht von Schwester Geneviève, dachte ich: Hätte sie ihre weißen Haare mit  Tucum gefärbt, hätte man sie voll und ganz für eine Tapirapé-Frau halten können. Sie setzte tatsächlich die Prophezeiung der Begründerin um: „Die Kleinen Schwestern werden Tapirapé sein, um von hier aus auf die anderen zu zu gehen und sie zu lieben, doch sie werden immer Tapirapé sein.“ 

 

Ist es nicht genau dieser Weg, den das Christentum einschlagen muss, wenn es in dieser globalisierten Welt eine Zukunft haben will: den Weg eines Evangeliums des sanften und geschwisterlichen Zusammenlebens und frei von Macht? 

 

 

 

 Übersezt von Bettina Gold-Hartnack