Si rifiutano di vivere nella democracia: il senso del golpe demenziale in Brasilia

Sono molti gli interrogativi sollevati dal fallito golpe dell’8 gennaio a Brasilia. Storditi, ci chiediamo come siamo potuti arrivare a questo livello di barbarie al punto da distruggere i simboli del governo di una nazione: i tre poteri, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario? Questo non accade per caso. È una conseguenza di precedenti fattori storici e sociali che si sono concretizzati negli atti di vandalismo all’interno dei tre palazzi.

Filosoficamente possiamo dire che la dimensione del demens (follia, eccesso, assenza della giusta misura) ha soffocato l’altra dimensione del sapiens (della razionalità, dell’equilibrio) che sempre l’accompagna, perché questa è la condizione umana. Si è verificato che il demens ha prevalso sul sapiens e ha inondato la coscienza di numerosi gruppi umani.

Questo fatto mostra il lato perverso della cordialità descritta da Sérgio Buarque de Holanda quando in Raízes do Brasil (1936) parla del brasiliano come di un uomo cordiale. La maggior parte degli analisti dimentica la nota a piè di pagina che l’autore fa quando spiega che la cordialità viene dal cuore. In questo cuore c’è la gentilezza, la buona volontà, l’ospitalità. Ma c’è anche l’odio, il male e la violenza. Entrambi hanno il loro quartier generale nel cuore dei brasiliani.

Il popolo brasiliano ha mostrato la cordialità in queste due dimensioni, quella luminosa e quella oscura. A Brasilia è disceso lo spirito della pura demenza, senza alcun accenno di razionalità, distruggendo gli organismi che rappresentavano la democrazia e la repubblica.

Perché è scoppiata la demenza? È il frutto di una storia demenziale iniziata con il genocidio dei popoli originari, si è impiantata la colonia come una impresa commerciale, un’azienda per fare soldi e non per fondare una nazione. Ciò si è aggravato oltre misura per i 300 anni di schiavitù, quando le persone sradicate dall’Africa sono state rese qui cose, animali da lavoro, schiavi sottoposti a ogni tipo di sfruttamento e violenza al punto che la loro età media, secondo Darcy Ribeiro, non superava i 22 anni, tale fu la brutalità che subirono. L’abolizione della schiavitù li ha gettati nelle mani della provvidenza, per strada e nelle favela senza alcuna tutela. Questo debito grida al cielo fino ad oggi.

Terminata la colonizzazione, il popolo brasiliano, nelle parole del grande storico mulatto Capistrano de Abreu, “ha resistito ed è stato riconquistato, ha sanguinato e risanguinato”. Questa logica non è stata abolita in quanto è presente nei 30 milioni di affamati, nei 110 milioni con insufficienza alimentare e con più della metà della nostra popolazione (54% di origine africana) povera che vive nelle periferie delle città, nelle favela e in condizioni disumane.

I padroni del potere, “l’élite dell’arretratezza” come la chiama giustamente Jessé Souza, hanno sempre controllato il potere politico anche nelle varie fasi della repubblica e nei pochi periodi di democrazia rappresentativa. Le classi abbienti hanno fatto tra loro una politica di conciliazione, mai di riforme e di inclusione. Logicamente, sono state create diverse costituzioni, ma quando hanno regolato e limitato l’avidità dei potenti?

Il nostro capitalismo è uno dei più selvaggi del mondo, al punto che Chomsky ha detto: Il Brasile è una specie di caso speciale; raramente ho visto un paese in cui elementi dell’élite nutrono un tale disprezzo e odio per i poveri e i lavoratori”. Non si è mai lasciato civilizzare. Non c’è stata quasi lotta di classe perché loro [l’elite al potere] l’hanno schiacciata spietatamente con la violenza (sostenuti dal braccio militare).

Abbiamo avuto e abbiamo a democrazia, ma sempre è stata fragile ed è stata ed è continuamente minacciata, come si è visto nei vari golpe contro Vargas, Jango, Dilma Rousseff e l’8 gennaio di quest’anno. M è sempre risorta.

Bisogna tener conto di tutto questo per avere un quadro che ci faccia capire il recente golpe demenziale e frustrato. Vale la pena notare l’osservazione di Veríssimo su Twitter: l’anti-petismo non è nuovo, l’anti-popolo è nel DNA della classe dominante. Questa non ha mai permesso a chi veniva dal piano più basso di salire a un altro, occupando il centro del potere, come è successo con Lula/Dilma e ancora con Lula nel 2023. Ha fatto ogni tipo di opposizione e manovre golpiste, appoggiata dal braccio ideologico della grande stampa aziendale.

C’è un altro punto da considerare: la cultura del capitale ha esasperato l’individualismo, la ricerca del benessere individuale o aziendale, mai di un intero popolo. Tale ethos ha permeato la società, i processi di socializzazione, le scuole, le menti e i cuori delle persone meno critiche. Siamo tutti, in un certo senso, ostaggi della cultura del capitale perché ci costringe a consumare beni superflui e si è impiantata in tutto il mondo, generando la disgrazia planetaria, gettando nell’emarginazione gran parte dell’umanità e mettendo a rischio la vita sul pianeta Terra. [La cultura del capitale] ha creato consumatori e non cittadini.

La dittatura di questo individualismo ha portato molti, a migliaia a non voler vivere insieme. Preferiscono le loro ‘Alfa Villes’ e i loro quartieri chiusi, riservati ai ricchi e speculatori. Ora, una società non esiste e non si sostiene senza un patto sociale. Si esprime attraverso un certo ordine sociale, materializzato in una Costituzione e nelle leggi che tutti si impegnano ad accettare. Ma sia la Costituzione, sia le leggi sono continuamente violate, poiché l’individualismo ha minato il senso del rispetto delle leggi, delle persone e dell’ordine concordato.

Coloro che stanno dietro al tentativo di Brasilia sono quei tipi di persone che si considerano al di sopra dell’ordine esistente. Ci sono persone di tutte le classi, ma principalmente rappresentanti del grande capitale. Non dimentichiamo l’ultimo rapporto di Forbes che dava i dati sugli opulenti brasiliani: 315 miliardari, la maggior parte dei quali vive di rendita piuttosto che di produzione di beni di consumo.

Il principale fattore che ha creato le condizioni per questo golpe fallito è stata l’atmosfera creata da Jair Bolsonaro, che ha suscitato la dimensione demenziale in milioni di persone, presi da odio, truculenza, discriminazione di ogni tipo e vile disprezzo per i poveri e gli emarginati. A loro va attribuita la responsabilità principale per l’avvelenamento della nostra società con tratti di disumanità, regressione a modelli sociali vecchi e non contemporanei. Nemmeno la religione è sfuggita a questa pestilenza, soprattutto nei gruppi di chiese neo-pentecostali e anche nei gruppi di cattolici conservatori e reazionari.

Grazie alla rapida determinazione dei ministri del Supremo Tribunal Federal e del Tribunal Superior Eleitoral, in particolare del ministro Moraes e nel caso del golpe, l’azione rapida e intelligente del ministro della Giustizia Flávio Dino che ha convinto il presidente Lula, vista la gravità della questione, a ordinare un intervento federale in materia di sicurezza nel Distretto Federale di Brasilia. Così, all’ultimo momento, si è riusciti a far abortire il golpe. La stupidità degli invasori dei tre Palazzi della Democrazia e le distruzioni che vi hanno perpetrato, hanno frenato la giunta militare che, secondo il piano svelato del golpe, avrebbe assunto il potere sotto forma di dittatura con l’arresto di tutti i ministri, la chiusura del Congresso e atti di repressione già conosciuti nella nostra storia.

La democrazia può avere i suoi difetti e limiti, ma è ancora la migliore forma per permetterci di vivere insieme, come cittadini partecipativi e con la garanzia di diritti. Senza di essa, scivoliamo fatalmente nella barbarie e nella disumanizzazione delle relazioni personali e sociali. Questa democrazia deve essere costruita giorno per giorno, essere quotidiana, aperta all’arricchimento e trasformarsi in una vera cultura permanente.

Leonardo Boff Abitare la Terra: vie per la fraternità universale, Castelvecchi, Roma 2021

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Eles se recusam a viver juntos: o sentido do golpe demente

São muitas as interrogações que o golpe frustrado de 8 de janeiro em Brasília, suscita. Estarrecidos,nos perguntamos como podemos ter chegado a esse nível de barbárie a  ponto de destruir os símbolos do governo de uma nação: os três poderes, o executivo,o legislativo e o judiciário? Isso não acontece por acaso. É consequência de fatores histórico-sociais anteriores que se materializaram na vandalização dos três palácios.

Filosoficamente podemos dizer  que a dimensão de  demens (demência, excesso,ausência da justa medida) sufocou  a outra dimensão de sapiens (de racionalidade, de equilíbrio) que sempre a acompanha, pois esta é a condição humana. Ocorre que o demens prevaleceu sobre o sapiens e inundou a consciência de numerosos grupos humanos.

Tal fato mostra o lado perverso da cordialidade descrita por Sérgio Buarque de Holanda quando em Raízes do Brasil(1936) fala do brasileiro como homem cordial. A maioria dos analistas esquece a nota de rodapé que o autor faz ao explicar que cordialidade vem de coração. Neste coração há bondade,bem-querença,hospitalidade. Mas há também ódio, maldade e violência. Ambos tem sua sede no coração dos brasileiros.

O povo brasileiro mostrou a cordialidade nestas duas dimensões, a luminosa e a tenebrosa. Em Brasília desceu o espírito da demência pura, sem qualquer laivo de racionalidade, destruindo os órgãos que representavam a democracia e a república.

Por que irrompeu a demência? Ela é fruto de uma história demente que começou com o genocídio dos povos originários, se implantou a colônia, como uma feitoria, um empresa para fazer dinheiro e não para fundar uma nação. Agravou-se desmedidamente pelos 300 anos de escravismo quando pessoas arrancadas de África foram aqui feitas coisas, animais para o trabalho, escravos submetidos a todo tipo de exploração e violência a ponto que a idade média deles,segundo Darcy Ribeiro, não passar da 22 anos tal era a brutalidade que sofriam. A abolição os jogou ao deus-dará, na rua e na favela sem qualquer compensação. Essa dívida clama aos céus até os dias de hoje.

Terminada a colonização, o povo brasileiro, no dizer do grande historiador mulato Capistrano de Abreu, foi “capado e recapado, sangrado e ressangrado”. Essa lógica não foi abolida pois está presente nos 30 milhões de famintos, nos 110 milhões com insuficiência alimentar e com mais da metade de nossa população  (54% de ascendência africana) pobre vivendo nas periferias das cidades, nas favelas e em condições desumanas.

Os donos do poder, “a elite do atraso”como a denomina pertinentemente Jessé Souza, sempre controlaram o poder político mesmo nas várias fases da república e nos poucos períodos de democracia representativa. As classes endinheiradas fizeram entre si a política de conciliação, jamais de reformas e de inclusão. Logicamente se construíram várias constituições, mas quando foi que elas regularam e limitaram a ganância dos poderosos?

O nosso capitalismo é um dos mais selvagens do mundo, a ponto de Chomsky dizer::”O Brasil é uma espécie de caso especial; raramente vi um país onde elementos da elite têm tanto desprezo e ódio pelos pobres e pelo povo trabalhador”. Ele nunca se deixou civilizar. Mal houve luta de classes porque eles com violência (secundada pelo braço militar) a esmagou impiedosamente.

Tivemos e temos democracia, mas sempre foi frágil e foi e é continuamente  ameaçada, como se viu no vários golpes, contra Vargas, Jango,Dilma Rousseff e no dia 8 de janeiro do corrente ano. Mas ela sempre ressurgiu.

Tudo isso deve ser tomado em consideração para termos um quadro que nos faz entender o recente golpe demente e frustrado. Vale a observação de Veríssimo num twitter: o anti-petismo não é de agora, o anti-povo está no DNA da classe dominante. Ela nunca permitiu que alguém vindo do andar de baixo, subisse a outro,  ocupando o centro do poder, como ocorreu com Lula/Dilma e novamente com Lula em 2023. Fez-lhe todo tipo de oposição e manobras golpistas, apoiadas pelo braço ideológico da grande imprensa corporativa.

Há um outro ponto a ser considerado: a cultura do capital. Ela exacerbou o individualismo, a busca de bem-estar individual ou corporativo, nunca para todo um povo. Tal ethos impregnou a sociedade, os processos de socialização, as escolas, as mentes e os corações das pessoas menos críticas. Todos, de certa forma, somos reféns da cultura do capital pois nos obriga a consumir bens supérfluos se implantou no mundo inteiro, gerando a desgraça planetária, jogando grande parte da humanidade na marginalização e pondo em risco a vida sobre o planeta Terra. Ela criou consumidores e não cidadãos.

A ditadura deste individualismo levou a muitos, a milhares a não quererem viver juntos. Preferem suas Alfa Villes e seus bairros restritos a endinheirados e especuladores. Ora, uma sociedade não existe nem se sustenta sem um pacto social. Ele se expressa por certa ordem social, materializada numa Constituição e nas leis que todos se comprometem a aceitar. Mas tanto a Constituição quanto as leis são continuamente violadas, pois o individualismo solapou o sentido do respeito às leis, às pessoas e à ordem convencionada.

Os que estão por trás da intentona de Brasília, são tais tipos de pessoas que se consideram acima da ordem existente. Há pessoas de todas as classes, mas principalmente,representantes do grande capital. Não esqueçamos do último relatório da Forbes que dava os dados dos opulentos do Brasil: 315 bilionários, grande parte vivendo do rentismo e não da produção de bens de consumo.

O principal fator que criou as condições para este golpe frustrado, foi a atmosfera criada por Jair Bolsonaro que suscitou a dimensão demente em milhões,tomados por ódio, truculência, discriminações de todo tipo e desprezo covarde de pobres e marginalizados. A eles cabe a responsabilidade principal pelo envenenamento de nossa sociedade com traços de desumanidade, regressão a modelos sociais velhistas e não contemporâneos. Nem a religião escapou desta pestilência,especialmente em grupos de igrejas neopentecostais e também em grupo de católicos conservadores e reacionários.

Graças a rápida determinação dos Ministros do STF e do TSE nomeadamente do ministro Moraes e no caso do golpe a atuação rápida e inteligente do Ministro da Justiça Flávio Dino que convenceu o presidente Lula, face à gravidade da questão, a ordenar uma intervenção federal em termos de segurança no Distrito Federal.Assim, de última hora, se conseguiu abortar um golpe. A estupidez dos invasores das três Casas do Governo e a destruição que lá perpetraram, freou a junta militar que, segundo o plano revelado do golpe, assumiria o poder na forma de uma ditadura com a prisão de todos os ministros, fechamento do Congresso e atos de repressão já conhecidos em nossa história.

Pode a democracia ter seus defeitos e limites,mas é ainda a melhor forma de nos permitir viver juntos, como cidadãos participativos e com garantia de direitos. Sem ela resvalamos fatalmente para a barbárie e a desumanização nas relações pessoais e sociais. Essa democracia tem que ser construída dia a dia, ser cotidiana, aberta a enriquecimentos e a se transformar numa verdadeira cultura permanente.

Leonardo Boff escreveu Brasil:concluir a refundação ou prolongar a dependência, Vozes 2018: Habitar a Terra:qual o caminho para a fraternidade universal,  Vozes 2022.

Boff: «Quella porta sbattuta in faccia alla modernità»

INTERVISTA. Il suo sogno, rievangelizzare l’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto medievale, un’umiliazione per i teologi della liberazione

Boff: «Quella porta sbattuta  in faccia alla modernità»

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Leonardo Boff – foto Ap

Nuovo!

Claudia Fanti

Era il 7 settembre del 1984 e Leonardo Boff sedeva come imputato dinanzi al prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede Joseph Ratzinger, in quello che appariva a tutti gli effetti come un moderno processo per eresia. Sotto accusa c’era il suo libro Chiesa: carisma e potere, di cui l’ex Sant’uffizio aveva evidenziato aspetti «tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede».

Ma nel mirino del Vaticano non c’era solo un libro: c’era piuttosto quella Teologia della Liberazione (TdL), che, nata dalla realtà dei poveri (interpretata con l’ausilio delle scienze sociali e dell’analisi marxiana della storia) e diretta alla loro liberazione, aveva subito messo in allarme i centri più sensibili del potere politico e religioso.

Sarebbe stato, aveva garantito Ratzinger, un «colloquio tra fratelli» – con gli occhi del mondo puntati su Roma non era il caso di evocare immagini inquisitoriali -, ma l’esito era già scritto. L’anno successivo Boff sarebbe stato punito con l’obbligo del silenzio ossequioso. E nel 1992, in seguito alla minaccia di ulteriori provvedimenti disciplinari, avrebbe abbandonato l’Ordine dei Francescani e rinunciato al sacerdozio, pur continuando infaticabilmente a svolgere la sua attività di teologo della liberazione. Oggi, di fronte alla morte del suo persecutore, dice di non provare alcun risentimento, evidenziando solo la necessità di una «lettura oggettiva» del pensiero e dell’azione di Ratzinger.

Per Benedetto XVI sono state spese grandi parole di elogio. Lei che, insieme a tanti altri, ha pagato di persona la persecuzione vaticana, come reagisce di fronte ai commenti di questi giorni?
È normale parlare bene dei morti, soprattutto se si tratta di un papa. Tuttavia, la teologia, non potendo sottrarsi a una lettura oggettiva e critica, deve avere il coraggio di mostrare anche le ombre di Benedetto XVI. Era un teologo progressista e stimato quando insegnava in Germania. Ma poi si era lasciato contaminare dal virus conservatore della millenaria istituzione ecclesiastica, fino ad abbracciare, in alcuni aspetti, posizioni reazionarie e fondamentaliste. Basti pensare alla dichiarazione Dominus Iesus del 2000, nella quale rilanciava la vecchia tesi medievale, superata dal Vaticano II, secondo cui “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”: Cristo è l’unica via di salvezza e la Chiesa è il pedaggio esclusivo. Nessuno percorrerà il cammino se prima non pagherà il pedaggio. Quanto alle Chiese non cattoliche, non sarebbero «Chiese in senso proprio», ma solo «comunità separate». Una porta sbattuta in faccia all’ecumenismo. Il suo sogno era quello di una rievangelizzazione dell’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto risibile e impraticabile, dovendo fare piazza pulita di tutte le conquiste della modernità. Ma Ratzinger era un rappresentante della vecchia cristianità medievale.

C’è stata poi la condanna della Teologia della Liberazione.
Per noi teologi latinoamericani è stata una grande ferita il fatto che egli avesse proibito a decine di teologi e teologhe di tutto il continente di produrre una collana di 53 volumi, dal titolo Teologia della Liberazione, come sussidio per studenti, comunità di base e operatori di pastorale impegnati nella prospettiva dei poveri. Era chiaro che egli non volesse saperne di una teologia elaborata a partire dalle periferie. Per i poveri fu uno scandalo, per noi teologi, appoggiati da centinaia di vescovi, un’umiliazione.

Ratzinger ha pubblicato due Istruzioni sulla TdL. La prima molto dura, nel 1984. La seconda, due anni dopo, dai toni più morbidi, scritta sotto la pressione dei cardinali brasiliani Arns e Lorscheider. Ed è proprio nel 1984 che lei ha subito il processo davanti alla Congregazione della Dottrina della fede.
Il processo si concluse con l’imposizione di un “silenzio ossequioso”, un eufemismo per indicare il divieto di parlare, di insegnare, di svolgere qualsiasi attività teologica. Ma non provo alcun risentimento ripensando a quei giorni turbolenti: il fatto di aver abbracciato la causa dei poveri, i prediletti del Gesù storico, mi faceva sentire sicuro. Inoltre quel processo, seguito dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo, aveva offerto un’enorme opportunità per far conoscere la TdL. Tutti compresero che in gioco non c’era solo una teologia, ma la posizione della Chiesa dinanzi al dramma dei poveri e degli oppressi. Con la censura e la persecuzione di tanti teologi, da Gustavo Gutiérrez a Jon Sobrino, Ratzinger non ha offerto un buon esempio: non ha ascoltato il clamore dei poveri, ha condannato i loro amici e alleati e ha frainteso la TdL. Guai a chi non si colloca al lato dei poveri, perché saranno loro a giudicarci.

Cosa ha comportato questo fraintendimento?
Il mancato appoggio di Ratzinger alla TdL ha fatto vacillare molti cristiani. Tanto più in quanto ai teologi nella linea della liberazione era vietato offrire consulenze pastorali ai vescovi e persino accompagnare le comunità di base. È stata negata loro la gioia di lavorare nella pastorale e di insegnare teologia. Ratzinger è stato un fattore di divisione all’interno della nostra Chiesa latinoamericana.

Come valuta il suo pontificato?
Benedetto XI ha dato continuità all’inverno ecclesiale avviato da Giovanni Paolo II con l’abbandono delle riforme del Concilio. Con il «ritorno alla grande disciplina» da lui promosso ha persino accentuato questa tendenza. Basti pensare alla reintroduzione della messa in latino. Ha concepito la Chiesa come un castello fortificato contro gli errori della modernità, dal relativismo al marxismo fino alla perdita della memoria di Dio nella società. Ha posto al centro la Verità, con la sua difesa dell’ortodossia. Privo di capacità di governo, ha seminato nella Chiesa più paura che gioia, più controllo che libertà. Era una persona affabile e delicata, ma senza il carisma del suo predecessore. Tuttavia, per le sue virtù personali e la sofferenza che ha patito, sono certo che verrà accolto tra i beati.

Come ha interpretato la sua rinuncia ?
Aveva preso coscienza degli scandali sessuali e finanziari nella Chiesa, ma sentiva di non avere le forze per modificare la situazione. Serviva un altro papa più di polso. Non si trattava di problemi di salute, ma del fatto che si sentiva psicologicamente, mentalmente e spiritualmente impotente.

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De la calamidad de las calamidades de Bolsonaro a la esperanza esperante de Lula

Leonardo Boff*

Durante los cuatro años de la administración del presidente Bolsonaro, el país ha vivido afectado por todas las plagas de Egipto. De las muchas opciones posibles para un problema, el presidente generalmente elegía la peor. Psicótico, se mostraba apático ante las desgracias infligidas al pueblo, en particular a los más vulnerables. El punto álgido de su orgasmo psicótico lo alcanzó cuando prohibió agua, vacunas y medicinas a los indígenas, a los que consideraba infrahumanos. Por ello probablemente se enfrentará a un juicio por genocidio, interpuesto ya por los propios indígenas ante el Tribunal Penal para Crímenes contra la Humanidad de La Haya.

De todos es conocida la lista de omisiones, de delitos comunes y contra la humanidad, de violaciones de las leyes y de la Constitución perpetradas por esta figura dia-bólica (que separa, al contrario de la sim-bólica, que une) de forma continuada y sin escrúpulos. Al mismo tiempo, debemos reconocer que nuestra democracia, al ser de baja intensidad, junto con la mayoría de sus instituciones, no ha demostrado estar a la altura del desafío antidemocrático y antinacional para enfrentarse a tales desvaríos. Fué seguramente el presidente más corrupto de nuestra historia, no tanto en sentido momentario sino por haber corrompido la mente y el corazón del pueblo por el odio y lo desprecio de los más vulnerabales.Dejemos a un lado las atrocidades cometidas por este presidente, cuyo nombre debe constar en el libro de los crímenes cometidos contra su propio pueblo.

La gravedad del desastre producido en todos los campos es de tal magnitud que sólo una reflexión histórica y sociológica quizá no sea suficiente para descifrarlo. Requiere una indagación filosófica, que he intentado hacer en algunos artículos anteriores.

Me serví de dos categorías, una occidental, la de la sombra, y otra oriental, la del karma, dialogando entre sí

Tal vez sea necesaria una pequeña referencia a los presupuestos teóricos de esta lectura: a la física cuántica y al pensamiento ecológico moderno, que nos ayuden a entender a este siniestro personaje. 

Hoy sabemos que todos los seres están inter-retro-conectados, todos están envueltos en redes de relaciones. Cada relación deja una marca en los seres relacionados y así surge una historia, la cosmogénesis. Las experiencias dramáticas dejan huellas que a menudo intentamos reprimir, pero que permanecen en el inconsciente colectivo. Jung llama a esto sombra. Algo similar ocurre con el karma. Cada acción deja una marca que provoca una reacción correspondiente. Tanto Jung como el filósofo japonés Daisaku Ikeda convergen en este sentido. En otras palabras, no sólo existe la sombra individual y el karma, sino también el carácter colectivo presente en el sustrato y en el inconsciente de cada pueblo.

Volviendo a nuestro tema: somos herederos de una tormentosa historia de sombras: el genocidio indígena, la colonización que nos impidió tener un proyecto propio, la esclavitud, la más grave, que redujo a los seres humanos a esclavos y a ser utilizados como animales en la producción, sombras de nuestra frágil república y democracia que nunca fueron inclusivas, porque la conciliación de las clases pudientes nunca quiso un proyecto nacional para todos, sino sólo entre ellas con la exclusión de las grandes mayorías de negros, pobres, indígenas y otros. Esas sombras inhumanas actuaban en el inconsciente colectivo, provocando quilombos y revueltas, todas ellas sofocadas a sangre y fuego para mantener las ventajas de la élite del atraso (Jessé Souza). También actuaban en el inconsciente de las minorías pudientes, normalmente en forma de miedo e inseguridad. Cuando se dieron cuenta de que las sombras de las clases humilladas empezaban a ganar fuerza histórica hasta el punto de haber elegido a uno de sus representantes a la presidencia, Lula, pronto fueron por todos los medios debilitadas, reprimidas, combatidas hasta cortarles el camino por medio de un golpe cívico-militar en 1964, repetido de otra forma en 2016 con el impeachment a Dilma Rousseff. Las motivaciones eran las mismas: garantizar su poder y fortunas.

En una persona mediocre, sin proyecto personal y manipulable, estas clases encontraron el representante ideal que buscaban. Eligieron al actual presidente, siempre apoyado por ellas, porque, con su economía ultraneoliberal, unida a una política de extrema derecha, acumularon riqueza, a pesar de la pandemia del Covid-19, como nunca antes en la historia. Hicieron todo lo posible para asegurar su reelección (en sentido figurado, le hicieron comprar el campo de fútbol, comprar el equipo, comprar a los recogepelotas, comprar al árbitro, y aun así perdieron). Hay una fuerza mayor que la maldad organizada. 

La fuerza kármica (haciendo abstracción de las múltiples reencarnaciones) según Ikeda impregna con su sombra la historia y las instituciones, positiva o negativamente. Arnold Toynbee que mantuvo un largo diálogo con Ikeda, prefiere otra categoría y no la kármica, al decir que la historia carga con un peso propio que son los fracasos y los éxitos de un pueblo También genera una sombra en el inconsciente colectivo que se proyecta en las redes sociales y conforma el destino de un pueblo.

Volviendo de nuevo a nuestro tema: con el gobierno actual hemos tenido que vivir bajo el peso de muchas sombras sombrías que se expresaban por el odio, por la mentira, por las fake news, por la deformación de la realidad. Tomó forma en la siniestra figura del presidente, cuya megasombra tenía el poder de despertar y animar la sombra colectiva de un pueblo ya debilitado. Creó un campo kármico o forjó el gabinete del odio y todas las formas de obscenidades políticas y éticas.

El destino quiso esta insensatez, cuyo proyecto era llevarnos al mundo de la pre-Ilustración, ya que ésta promovía la escuela para todos, los derechos humanos y las libertades modernas, avances civilizatorios negados sistemáticamente por el bolsonarismo.

Brasil fue sometido al mayor desafío de nuestra historia. Fue humillado internamente y avergonzado exteriormente. 

Pero nunca se apagó la esperanza, ese motor interior más grande que la virtud que hace que nunca nos rindamos, que nos sostiene en los enfrentamientos y nos hace levantarnos cuando caemos. Este principio-esperanza nunca muere, porque es la fuerza secreta de toda vida que se niega a morir y reafirma siempre la fuerza intrínseca de la vida, obligándonos a abrir nuevos caminos y mundos aún no probados (F. Pessoa). El esperanzar de Paulo Freire y la esperanza esperante, que nunca se rinden, siempre insisten y crean las condiciones históricas para que la utopía viable se haga realidad. Hemos pasado la prueba. La gran calamidad de Bolsonaro ha sido superada por la esperanza esperante de Lula. Tenemos la esperanza de que el nuevo presidente, con el equipo de excelencia que ha articulado, pueda rehacer lo que fue destruido y, mucho más, abrir nuevos caminos, buenos para nosotros y para el mundo, porque por Brasil pasará, seguramente, el futuro ecológico de la vida y de la humanidad.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil: concluir la refundación o prolongar la dependencia , Vozes 2018.

Traducción de MªJosé Gavito Milano