ESCLUSIONE: LASCITO DELLA STORIA AL BRASILE

Il processo di colonizzazione del passato e quello attuale, il neo-colonialismo, imposto dai paesi centrali, sta ottenendo i seguenti risultati: la produzione, il consolidamento e l’approfondimento della nostra dipendenza e la fragilità della nostra democrazia, sempre minacciata da qualche golpe delle élites piene di soldi, quando si rendono conto del progresso delle classi popolari considerate come minaccia agli alti livelli della loro esasperata accumulazione. Così è stato sul golpe del 2017 dietro al quale stavano e stanno i signori della finanza.

Va riconosciuto che siamo rimasti periferia dei paesi centrali che dal secolo XVI ci tengono legati al loro carro. Il Brasile non sta in piedi da solo. Giace ingiustamente “sdraiato eternamente in una splendida culla”. La maggioranza della popolazione è composta da sopraviventi di una grande tribolazione storica di sottomissione e di emarginazione.
La Casa Grande e la Senzala costituiscono un paradigma storico di snodi articolatori di tutto l’edificio sociale. La maggioranza degli abitanti della Senzala purtroppo, ancora non ha scoperto che è con il loro lavoro super sfruttato, con il loro sangue e con le loro vite assolutamente devastate, è stata costruita l’opulenza della Casa Grande.

Non abbiamo mai avuto una Bastiglia che buttasse giù i padroni secolari del potere e del privilegio e permettesse di emergere un altro soggetto del potere capace di inquadrare la società brasiliana in modo tale che tutti potessero starci dentro. Le classi abbienti hanno praticato la conciliazione tra loro, escludendo sempre il popolo. Il gioco non è mai cambiato, soltanto rimescolate le carte dello stesso e unico mazzo, come ha mostrato Marcel Burztyn, O pais das alianças, as elites e continuiamo no Brasil (1990) e più recentemente da Jessé de Souza: Atraso das elites: da escravidao até hoje em dia (2017).

La filosofa Marilena Chauì ha sintetizzato il messaggio perverso di questa eredità: “La società brasiliana è una società autoritaria, violenta, con una economia predatoria di risorse umane e materiali, e convive con naturalezza con l’ingiustizia, la diseguaglianza, l’assenza di libertà e con spaventosi indici di varie forme istituzionalizzate – formali e informali – di sterminio fisico e psichico di esclusione sociale, politica e culturale. (500 anos, cultura e politica no Brasil, 1993, p. 51-52) .Il golpe parlamentare, giuridico e mediatico del 2016 si iscrive in questa tradizione.

L’ordine capitalista è assolutamente egemonico nello scenario della storia, senza opposizione o alternativa immediata.
Come mai in passato l’ordine e la cultura del capitale mostrano inequivocabilmente il loro volto inumano, creando una assurda concentrazione di ricchezza a costo della devastazione della natura, dell’esaurimento della forza lavoro e di una spaventosa povertà mondiale.

Abbiamo una crescita/sviluppo senza lavoro perché l’utilizzazione crescente di informatizzazione e della robotizzazione dispensa il lavoro umano e crea disoccupati oggi totalmente usa e getta. E si sommano ai milioni nei paesi centrali e tra noi, specialmente dopo il golpe parlamentare del 2016.

Il mercato mondiale caratterizzato da una concorrenza feroce è profondamente creatore di vittime. Chi sta nel mercato esiste, chi non resiste, desiste, non esiste e finisce di esistere. I paesi poveri passano dalla dipendenza alla negazione della problematica. Sono esclusi dal nuovo ordine-disordine mondiale e abbandonati alla loro stessa miseria come in Africa oppure incorporati in forma subalterna come i paesi latino americani, in modo particolare il Brasile del golpe parlamentare.

Gli inclusi in forme aggregate assistono a un dramma terribile. Vedono nascere dentro di sé oasi di benessere materiali con tutti i vantaggi dei paesi centrali, che riguarda un 30% della popolazione accanto a un mare di miseria e di esclusione delle grandi maggioranze che in Brasile interessano metà della popolazione. Ecco la perversità dell’ordine capitalistico, un sistema anti-vita come precedentemente lo ha additato Papa Francesco.

Non dobbiamo risparmiare la durezza delle parole, visto che il tasso di iniquità sociale per gran parte dell’umanità si presenta insostenibile accanto a un senso di etica minima e di compassione solidale.

Una ragione in più per convincersi che non c’è futuro per un Brasile inserito in questa forma di globalizzazione economico-finanziaria, escludente e annientatrice della speranza come la sta imponendo con la massima celerità il nuovo governo illegittimo. Bisogna cercare un altro paradigma alternativo non solo per il Brasile ma per il mondo. Lentamente è in gestazione nei movimenti di base e nei settori progressisti del mondo intero con sensibilità ecologico-sociale, fondato sulla cura e sulla responsabilità collettiva. Caso contrario, possiamo imboccare un sentiero senza ritorno.

Leonardo Boff, columnist del JB on line e ha pubblicato Una Spiritualità per il altro mondo possibile, Queriniana 2009.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

La herencia de exclusión en la historia de Brasil

El proceso de colonización de ayer y la recolonización actual, impuesta por los países centrales, está teniendo el efecto de producir, consolidar y profundizar nuestra dependencia y fragilizar nuestra democracia, siempre amenazada por algún golpe de las élites adineradas, cuando se dan cuenta del ascenso de las clases populares, vistas como una amenaza a sus altos niveles de acumulación. Así fue con el golpe de 2017 detrás del cual estaban y están los dueños del dinero.

Hay que reconocer que seguimos en la periferia de los países centrales, que desde el siglo XVI nos mantienen enganchados a ellos. Brasil no se sostiene de pie autónomamente. Yace injustamente “acostado eternamente en cuna espléndida”. La mayoría de la población está compuesta por los supervivientes de una gran tribulación histórica de sometimiento y de marginación.

La Casa grande y la Senzala constituyen los goznes teóricos articuladores de todo el edificio social. La mayoría de los habitantes de la Senzala, sin embargo, aún no ha descubierto que la opulencia de la Casa Grande fue construida con su trabajo superexplotado, con su sangre y con sus vidas, absolutamente desgastadas.

Nunca tuvimos una Bastilla que derribara a los dueños seculares del poder y del privilegio y permitiese la emergencia de otro sujeto de poder, capaz de moldear la sociedad brasileña de forma que todos pudieran caber en ella. Las clases acomodadas practicaron la conciliación entre ellas, excluyendo siempre al pueblo. El juego nunca cambió, sólo se barajan de otra manera las cartas de la misma y única baraja, como mostró Marcel Burztyn: El país de las alianzas, las élites y el continuismo en Brasil (1990) y más recientemente Jessé de Souza: Atraso de las élites: de la esclavitud hasta hoy día (2017).

La filósofa Marilena Chauí resumió sintéticamente el legado perverso de esta herencia: “La sociedad brasileña es una sociedad autoritaria, sociedad violenta, con una economía predatoria de los recursos humanos y naturales, conviviendo con naturalidad con la injusticia, la desigualdad, la ausencia de libertad y con Los espantosos índices de las diversas formas institucionalizadas ―formales e informales― de exterminio físico y psíquico, y de exclusión social, política y cultural” (500 años, cultura y política en Brasil, 1993: 51-52). El golpe parlamentario, jurídico y mediático de 2016 se enmarca en esta tradición.

El orden capitalista se encuentra en una posición absolutamente hegemónica en este escenario de la historia, sin oposición o alternativa inmediata a él.

Como nunca antes, el orden y la cultura del capital muestran inequívocamente su rostro inhumano, creando una absurda concentración de riqueza a costa de la devastación de la naturaleza, del agotamiento de la fuerza de trabajo y de una terrible pobreza mundial.

Hay crecimiento/desarrollo sin trabajo porque la utilización creciente de la informatización y de la robotización suprime el trabajo humano y crea desempleados estructurales, hoy totalmente descartables. Se cuentan por millones en los países centrales y entre nosotros, particularmente, tras el golpe parlamentario de 2016.

El mercado mundial, caracterizado por una competencia feroz, es profundamente asesino. Quien está en el mercado, existe; quien no resiste, deja de existir. Los países pobres pasan de la dependencia a ser prescindibles. Son excluidos del nuevo orden-desorden mundial y entregados a su propia miseria, como África, o son integrados de forma subalterna, como los países latinoamericanos, especialmente el Brasil del golpe parlamentario.

Los incluidos de forma agregada asisten a un drama terrible. Ven como se crean dentro de ellos islas de bienestar material con todas las ventajas de los países centrales, un 30% de la población, al lado del mar de miseria y de exclusión de las grandes mayorías, que en Brasil alcanzan a más de la mitad de la población. Es la perversidad del orden del capital, un sistema anti-vida como a menudo lo ha incriminado el Papa Francisco.

No debemos evitar la dureza de las palabras, pues la tasa de iniquidad social para gran parte de la humanidad se presenta insostenible desde el sentido de una ética mínima y de compasión solidaria.

Una razón más para convencernos de que no hay futuro para un Brasil insertado de esta forma en la globalización económico-financiera, excluyente y destructora de la esperanza, es ver cómo está siendo impuesta con la máxima celeridad por el nuevo gobierno ilegítimo.

Hay que buscar otro paradigma diferente y alternativo no sólo para Brasil sino para el mundo. Lentamente está siendo gestado en los movimientos de base y en sectores progresistas del mundo entero con sensibilidad ecológico-social, fundada en el cuidado y en la responsabilidad colectiva. De lo contrario podemos ser llevados por un camino sin retorno.

*Leonardo Boff es articulista del JB online y ha escrito La Gran Transformación de la sociedad, la economía y la ecología, Nueva Utopía, 2014.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

Feer: the Enemy of the Joy of living

Around the world, as in Brazil, people today are tormented by a fear of assaults, some times deadly, and by stray bullets and terrorist attacks. The recent terrorist acts in Barcelona and London caused widespread fear, regardless of how many demonstrations of solidarity and calls for peace there were.

Getting to the bottom of matters, we must recognize that this generalized state of fear is ultimately a consequence of the type of society that has placed accumulation of material goods above people, and has established competition, rather than cooperation, as its most important value. Moreover, it has chosen violence as a means of solving personal and social problems.

Competition must be distinguished from emulation. Emulation is good, because it brings to the surface the best within us, and shows it with simplicity. Competition is problematic, because it means the victory of the strongest of the contenders, defeating all the others, which generates tension, conflict and wars.

There is no peace in a society where this logic has become hegemonic, only armistice. There is always the fear of losing, losing market share, competitive advantage, earnings, one’s place of work and of losing life itself.

The will to accumulate also produces anxiety and fear. Its dominant logic is this: those who do not have want to have; those who have, want more; and those who have more say: there is never enough. The will to accumulate feeds the structure of a desire that, as we know, is insatiable. Therefore, it seeks to guarantee the level of accumulation and consumption. That results in anxiety and a fear of not having, of losing the level of consumption, of descending in social status and, finally, of becoming poor.

The use of violence to solve problems between countries, as shown in the United States’ war against Iraq, is based on the illusion that by defeating or humiliating the other we can create peaceful coexistence. Something that is evil to the core, like violence, cannot be the source of a lasting good. A peaceful end demands peaceful means. Human beings can lose, but they will never tolerate wounds to their dignity. Wounds that cannot heal remain open, and there is always rancor and a spirit of revenge, a humus that nourishes terrorism, victimizing many innocent lives, as we have seen in so many countries.

Our society of a white, machista and authoritarian Western nature has chosen the path of repressive and aggressive violence. For that reason, Western societies are always involved in wars, ever more destructive, as the current war in Syria, with increasingly sophisticated guerrillas, and more frequent attacks. Behind these facts lurks an ocean of hatred, bitterness and the desire for revenge. Fear floats like a mantle of darkness over the collectives and individual people.

Caring by one for the other invalidates fear and its sequels. Caring constitutes a fundamental value for understanding life and the relationships between all beings. Without caring, life is neither born nor reproduced. Caring is the primary guide of behavior, so that its effects are good and strengthen coexistence.

To care for people is to get involved with them, to be interested in their well being, and to feel responsible for their destiny. Because of that, we care for all we love and we love all we care for.

A society that is guided by caring, caring for the Common Home, the Earth, caring for the ecosystems that guarantee the conditions of the biosphere and of our life, caring for the food security of everyone, caring for social relationships, so that they may be participatory, equitable, just and peaceful, caring for the spiritual environment of the culture, thereby allowing people to enjoy a positive sense of life, to accept limitations, aging and death itself as part of mortal life, such a society of caring will enjoy the peace and harmony needed for human coexistence.

It is in moments of great fear that the words of the 23rd Psalm gain special meaning: “The Lord is my shepherd, I shall not want”. The good shepherd assured: “though I walk through the valley of the shadow of death, I will fear no evil; for thou art with me”.

Who lives this faith feels accompanied by and in the palm of the hand of God. Human life gains lightness and maintains, even in the middle of risks and threats, a serene joyfulness and happiness of living. It does not much matter what will befall us, because it will happen in His love. He knows the path, and He knows it well.

Leonardo Boff Leonardo Boff Theologian-Philosopher.Earthcharter Commission

Free translation from the Spanish sent by
Melina Alfaro, alfaro_melina@yahoo.com.ar.
Done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

Os quatro nós górdios que impedem o Brasi se auto-construir

O Brasil está amarrado a quatro nós górdios que ninguém conseguiu ainda desatá-los e assim libertá-lo para se auto-construir como país soberano e livre.

O nó górdio vem de uma lenda da mais longínqua provincia romana, a Frígia, para onde eram condenados politicos sediciosos e na era cristã, os herejes. Era uma espécie de Sibéria, lugar de punição a opositores ou defensores de doutrinas heterodoxas.

A lenda diz que tendo ficado vacante o trono, foi escolhido como rei um camponês de nome Górdio. Veio com seu carro de bois. E para honrar Zeus e mostrar a humildade de sua origem, colocou a carroça dentro do templo. Amarrou-a com grossa corda com infindáveis nós de sorte que ninguém conseguia desatá-la. E assim ficou por muito tempo. Até que no ano 334 a.C. passou por lá Alexandre, o Grande. Curioso, foi ver os nós. Circulou ao redor. Não ficou refém dos nós da corda. Teve uma iluminação. Desembanhou a espada. Num golpe cortou a corda. Daí se derivou a conclusão de que uma ideia fora dos quadros convencionais – os nós – pode facilmente desatar os nós e resolver o problema.

O Brasil está amarrado a quatro nós górdios, sem que até hoje chegasse alguém que num corte libertasse o Brasil deles. Mas um dia ele irromperá.

O primeiro nó górdio é o etnocídio indígena. Eram cerca de 4 milhões. O extermínio os reduziu a 800 mil de hoje. O mais vergonhoso extermínio foi a decisão de Dom João VI em 13 de maio de 1808 de declarar uma guerra de exermínio contra os krenak (botocudos) do Vale do Rio Doce. Eram tidos indomesticáveis e por isso deveriam ser exterminados. Quase o foram. Alguns fugiram para dentro da mata. Eles se refizeram e hoje Ailton Krenak é um dos líderes maiores dos povos sobreviventes. A consequência: esses povos originários até hoje são discriminados como inferiores e suas terras com dificuldade são demarcadas e muitos deles são ainda assassinados.

O segundo nó górdio é o nosso passado colonial. Todo processo colonialista é violento: implica invadir terras, impor a língua, a política, a religião e desestruturar a cultura dos colonizados. A colônia criou duas instituições que se transformaram em estruturas mentais: a Casa Grande do senhor que tem o poder de vida e morte sobre os subordinados e a Senzala onde vivem os escravos e os peões sem qualquer direito. A consequência: sempre dependemos de fora, consideramos o que é estrageiro melhor do que o nosso própro produto. Deixamos surgir o sentiment de “vira-lata” sem autovalorização.

O terceiro nó górdio foi a escravidão. 4-5 milhões de africanos foram trazidos de África como escravos. Eram postos no pelourinho para serem vendidos como “peças” para servirem como trabalhadores no engenho ou serviçais nas cidades. Eram proibidos de constituir família. Os filhos logo que cresciam eram vendidos para longe e assim romper o laço de afeto entre a mãe e os filhos e filhas. Foram tratados com crueldade como a animais. Consequência: a falta de respeito aos outros, a discriminação e o ódio que grassa na sociedade contra os negros e a seus descendentes. Isso perdura até os dias de hoje. Jessé Souza em sua obra sociológica enfatiza que os descendentes da Casa Grande não apenas os mantém nas periferias mas os humilham e desprezam. Apenas o Governo Lula-Dilma fez alguma reparação para com eles, criando cotas nas universidades e nas escolas técnicas e uma universidade UNILAB em Redenção no Ceará.

O quarto nó górdio que obnubila a realidade brasileira é o patrimonialismo associado à corrupção. O patrimonialismo significa que as oligarquias consideram como privado o bem público, ocupam altos postos do aparelho do Estado, controlam as políticas púlicas, entram em consórcio com empresas privadas para realizarem projetos do Estado, ganhando propinas pela mediação ou pelo superfaturamento das obras. Aí corre solta a corrupção que foi naturalizada. Somente nos últimos tempos pela Lava Jato os donos das grandes empresas e politicos dos mais altos escalões foram desmascarados e muitos deles postos na prisão. Esse nó górdio é o mais dificil de ser desatado pois se infiltrou em toda a sociedade como pertencendo ao negócio e ao nosso ser brasileiro.

Se o Brasil quiser construir seu próprio caminho, ganhar autonomia e contribuir para o devenir da nova fase planetária da Terra, deverá cortar estes quatro nós. Um governo com forte liderança e coragem e com sentido de nacionalidade poderá cortar esses nós, como condição de realizarmos o sonho brasileiro. Não perdemos a esperança de que esse dia chegará. Energias ponderosas estão impulsionando nesta direção.

Leonardo Boff é articulista do JB on line e está ultimando um livro:Brasil:prolongar a dependência ou completar a refundação? a sair em breve.