Un ethos mondiale della cura. Per evitare l’abisso

Leonardo Boff*

La Carta della Terra, un documento nato da una consultazione di base dell’umanità, sotto il coordinamento di M. Gorbachev, con l’obiettivo di definire valori e principi per la salvezza della nostra civiltà, e approvato dall’Unesco nel 2003, inizia con questo severo avvertimento: «Ci troviamo in un momento critico della storia della Terra, in un’epoca in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro (…): o stringiamo un’alleanza globale per prenderci cura della Terra e gli uni degli altri o potremo assistere alla distruzione della nostra specie e della biodiversità».

Nella sua enciclica Laudato si’, papa Francesco lancia un avvertimento analogo: «Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (n. 61). E aggiunge: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» (n. 53). Un comportamento, conclude, «che a volte sembra suicida» (n. 55).

La Carta della Terra e la Laudato si’ sono a mio parere gli unici documenti di carattere mondiale a offrire una proposta alternativa per la nostra relazione con la Terra, contrapponendo al paradigma della conquista e del dominio, proprio della modernità, il paradigma della cura e della responsabilità, proprio del presente. Due paradigmi opposti: quello moderno ci pone al di fuori e al di sopra della natura, nell’atto di dominarla, e quello nuovo ci fa sentire parte di essa, nell’atto di prendercene cura. Il nucleo della questione ecologica sta nella scelta tra queste due diverse relazioni con la Madre Terra: o di potere e di sfruttamento o di cura e convivenza.

Bisogna pertanto superare la trappola tesa dalle varie conferenze sul riscaldamento globale organizzate dall’Onu, ancora dominate dall’idea di poter superare la crisi con mezzi tecnici e dunque dalla proposta delle ricette di sempre, le quali non fanno che aggravare il problema anziché offrire un’alternativa al paradigma vigente. Diceva bene Albert Einstein: «Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che li ha generati». A nulla serve limare i denti del lupo nell’illusione di fargli perdere la ferocia. La ferocia del lupo non è nei suoi denti ma nella sua natura. Un inganno in cui è fatalmente caduta quasi tutta la riflessione ecologica contemporanea, la quale si è limitata all’ambientalismo senza aprirsi a una visione integrale, quella basata sul presupposto che tutto è in relazione, come riconoscono l’enciclica e la Carta della Terra.

La nostra proposta è quella contenuta nel sottotitolo della Laudato si’: “La cura della casa comune”. Notiamo la sfumatura: il papa non parla semplicemente di pianeta o di Terra, ma adotta il linguaggio della ragione sensibile e cordiale, parlando di “casa comune” e di “Madre Terra”.

Il papa assume con decisione il nuovo paradigma, nato dalla nuova cosmologia, dalla fisica quantistica e dalle scienze della vita e della Terra, secondo cui tutti gli esseri sono sempre in relazione, sono interdipendenti e possiedono un valore intrinseco, indipendentemente dall’uso che ne fanno gli esseri umani: la Terra è la casa comune, un super-organismo vivente. La nuova ecologia pone l’accento sulla cultura della cura e della compassione e sull’articolazione permanente tra il grido della Terra e il grido dei poveri, riscattando quella ragione sensibile che corregge e arricchisce la ragione strumentale-analitica, la principale causa dell’attuale crisi ecologica.

Al di sopra di tutto, si impone il paradigma della cura. Se un giorno, a causa della nostra irresponsabilità, la Madre Terra non riuscisse più a produrre e a riprodurre la vita per tutti, ogni cosa verrebbe meno: la nostra civiltà, i nostri progetti, i nostri sogni e la nostra stessa esistenza. La Madre Terra – la Magna Mater degli antichi, la Nana degli orientali, la Pacha Mama dei popoli andini, la Gaia dei moderni – è, allora, la precondizione di tutto ciò che esiste e che possa esistere in questo mondo.

La descrizione convenzionale della Terra come pianeta composto da parti emerse, i continenti, e da fiumi, mari e oceani, è solo esteriore, e direi anche povera. La Terra è ben altro: è la coesistenza, l’inter-retro-relazione di tutti questi fattori sempre interdipendenti e articolati tra loro in modo da rendere la Terra un super-organismo vivo, dinamico e sempre pronto a produrre e riprodurre vita.

A partire dagli anni ’70, è apparso infatti chiaro alla maggior parte della comunità scientifica che la Terra non si limita a presentare vita sul suo suolo, ma offre un’articolazione così sottile ed equilibrata delle componenti fisiche, chimiche, energetiche ed ecologiche da essere in grado di mantenersi viva. Di tutto ciò, nel 2002, James Lovelock e la sua équipe hanno presentato le prove, trasformando quella che era solo un’ipotesi in una teoria scientifica (cioè in una verità scientifica). A ciò si aggiunge il fatto che, il 22 aprile 2009, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato all’unanimità la proposta di trasformare la Giornata della Terra del 22 aprile in Giornata della “Madre Terra”, accogliendo con ciò l’idea che solo un essere vivente può produrre vita. Così è la Terra: un essere pieno di vita che genera vita. Afferma il grande biologo Edward Wilson che, se guardassimo un grammo di terra al microscopio, potremmo vedere 10 miliardi di microrganismi di 6mila specie differenti. È la prova che la Terra è viva.

Le minacce alla Madre Terra

Sono quattro le principali minacce che pesano sulla nostra casa comune. La prima è data dallo stile di vita moderno, le cui origini affondano nella nuova visione scientifica del mondo affermatasi nel XVI secolo, quando si è smesso di guardare alla Terra come alla grande generatrice di vita, per vederla come una cosa – res extensa –, un baule pieno di risorse a servizio dell’essere umano. Sulla base della tecnoscienza si è progettato un nuovo paradigma: quello della conquista e del potere come dominazione, allo scopo di sottomettere la natura, di conquistare altri popoli e di creare forme più efficaci di sfruttamento delle risorse della Terra in funzione del profitto. Ed è così che sono stati eliminati popoli interi, come in America Latina, e devastati interi ecosistemi, come la Foresta Atlantica e parte dell’Amazzonia.

Tale paradigma ha prodotto due ingiustizie: una sociale, con la creazione di una grande e diffusa povertà, e l’altra ecologica, con la devastazione di interi ecosistemi. A partire dal 1972, quando si è realizzato il primo bilancio sullo stato della Terra, scienziati e capi di Stato si sono resi conto che la Terra è malata. E la causa è il modello di sviluppo sfrenato e diseguale imposto in tutto il mondo. Oggi l’umanità ha toccato i limiti della Terra, acquisendo la consapevolezza di non poter mantenere l’attuale stile di vita. Se gli Usa, l’Europa e il Giappone volessero estendere a tutta l’umanità il loro livello di benessere, ci sarebbe bisogno perlomeno di cinque Terre uguali alla nostra. Ed è impossibile. È necessario cambiare perché ci sia più equità.

L’attuale stile di vita è individualista e consumista. Dobbiamo contrapporgli la sobrietà condivisa, la frugalità volontaria e la solidarietà nei confronti di chi meno ha. Possiamo essere più con meno.

Il 13 agosto 2015 si è registrato l’Earth Overshoot Day, il Giorno del sovrasfruttamento, quello in cui la Terra la esaurito la biocapacità di far fronte alle esigenze umane. Per farlo, c’è ora bisogno di 1,6 pianeti. In altre parole, il nostro stile di vita è insostenibile. Nel gennaio 2015, 18 scienziati hanno pubblicato sulla famosa rivista Science uno studio su “I limiti planetari: una guida per uno sviluppo umano in un mondo in cambiamento”. Lo studio elenca 9 aspetti fondamentali per la continuità della vita, tra cui l’equilibrio dei climi, la conservazione della biodiversità, la preservazione della fascia di ozono e il controllo dell’acidificazione degli oceani. Si incontrano tutti in uno stato di deterioramento, ma i più degradati sono i due che vengono definiti “limiti fondamentali”: il cambiamento climatico e l’estinzione delle specie. Il superamento di tali limiti può condurre la civiltà al collasso.

Prendersi cura della Terra significa opporre al paradigma della conquista che devasta gli ecosistemi quello della cura che preserva la natura, risana le ferite passate e previene quelle future. Dobbiamo produrre quello di cui abbiamo bisogno per vivere, ma rispettando i ritmi della natura e restando all’interno dei limiti di ogni ecosistema.

La seconda minaccia consiste nella macchina di morte rappresentata dalle armi di distruzione di massa, chimiche, biologiche e nucleari, che possono distruggere la vita intera in 25 diversi modi. Una minaccia a cui dobbiamo opporre una cultura della pace, del rispetto per i diritti della vita, della natura e della Madre Terra e la distensione e il dialogo tra i popoli. Invece del “chi vince e chi perde”, occorre perseguire il “vincono tutti”, cercando convergenze nella diversità.

La terza minaccia è la mancanza di acqua potabile. Di tutta l’acqua che esiste sulla Terra solo il 3% è acqua dolce, tutto il resto è acqua salata. Di questo 3%, il 70% è destinato all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% all’uso umano. Una quantità irrisoria che spiega perché più di un miliardo di persone soffra di insufficienza idrica. Il ciclo dell’acqua si sta riducendo di anno in anno, con il rischio di una grave crisi mondiale con migliaia e migliaia di vittime o di guerre violente per l’accesso alle fonti idriche. Che l’acqua si sia trasformata in merce è una perversità: l’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile che non dovrebbe mai essere usato come fonte di lucro, perché non si può negoziare sulla vita, che è sacra.

Prendersi cura dell’acqua implica la cura delle foreste, perché sono queste le protettrici naturali di tutte le acque. Eppure, più della metà delle foreste umide mondiali è andata distrutta, alterando i climi, prosciugando i fiumi e riducendo le falde acquifere. Ciascun albero assorbe anidride carbonica e mediante la fotosintesi produce l’ossigeno necessario alla vita.

La quarta grande minaccia è rappresentata dal crescente riscaldamento della Terra. La geofisica del pianeta prevede la costante alternanza di fasi di freddo e di caldo. Ma tale ritmo naturale è stato alterato dall’eccessivo intervento umano: l’anidride carbonica, il metano e gli altri gas del processo industriale hanno creato una nube intorno alla Terra che trattiene il calore qui in basso, un calore che sta aumentando in maniera irrefrenabile. Ci stiamo avvicinando all’aumento di 2°C: con tale temperatura sarebbe ancora possibile amministrare i cicli della vita, ma anche così molte specie non riuscirebbero ad adattarsi e scomparirebbero. Secondo Edward Wilson, stanno scomparendo ogni anno tra le 27mila e le 100mila specie viventi. Un’autentica devastazione.

Gli scienziati ci avvertono che, se le cose non cambieranno, a metà di questo secolo la Terra potrebbe andare incontro a un brusco aumento di temperatura, anche di 4-6°C. Con questo aumento, ci avvisano, nessuna forma di vita conosciuta sarebbe risparmiata. La specie umana sarebbe in grave pericolo: grazie alla scienza e alla tecnologia qualche milione di persone potrebbe forse salvarsi, ma la grande maggioranza sarebbe condannata a scomparire. Nel caso peggiore, la Terra andrebbe avanti, coperta di cadaveri, ma senza di noi. E sarebbe una disgrazia indescrivibile. Il grande naturalista di origine francese Théodore Monod, nel suo libro L’avventura umana, ci ha lasciato questo avvertimento: «Siamo capaci di una condotta insensata e demente; a partire da adesso, si può temere tutto, proprio tutto, anche l’annientamento della specie umana».

A ragione, il chimico Paul J. Crutzen, Nobel per la Chimica nel 1995, ha parlato dell’avvento di una nuova era geologica: l’Antropocene. E molti scienziati lo hanno seguito. L’Antropocene configurerebbe una nuova era in cui la grande minaccia alla vita, il vero Satana della Terra, non è un meteorite ma lo stesso essere umano.

Per prenderci cura della Terra contro il riscaldamento globale dobbiamo cercare fonti alternative di energia, come la solare e l’eolica, perché è quella fossile – il motore della nostra civiltà industriale – a produrre, in gran parte, l’anidride carbonica. Siamo chiamati a vivere le diverse “erre” della Carta della Terra: ridurre, riusare, riciclare, riforestare, rispettare e respingere ogni appello al consumo.

La Terra che sente, pensa, ama, cura e venera

La Terra non ha generato solo noi esseri umani. Ha prodotto l’immensa comunità di vita, a partire dalla miriade di microrganismi che compongono il 90% di tutta la rete della vita. In tutti gli esseri viventi è presente lo stesso alfabeto genetico di base: i 20 aminoacidi e le quattro basi fosfatate. È la combinazione differenziata di questi elementi a creare la biodiversità all’interno della sacra unità della vita. È per questo che un legame di fraternità ci unisce tutti.

Noi, esseri umani, siamo quella porzione della Terra che, in un momento di alta complessità, ha cominciato a sentire, a pensare e ad amare. Siamo Terra, come si dice in Genesi 2,7 e come papa Francesco ribadisce nella sua enciclica (n. 2). Sentire che siamo Terra e prenderci cura di essa significa immergerci nella comunità terrena, nel mondo dei fratelli e delle sorelle, come vissuto esemplarmente da Francesco d’Assisi nella sua mistica cosmica e come ripetuto da papa Francesco (n. 10).

La coscienza collettiva sta lentamente incorporando la sfida di provvedere alla casa comune, rendendola abitabile per tutti, conservandola nella sua generosità e preservandola nella sua integrità e nel suo splendore. Nasce da qui un ethos mondiale della cura e della responsabilità collettiva, in grado di unire gli esseri umani al di là delle loro differenze culturali, affinché si sentano di fatto come figli e figlie della Terra, che la amano e la rispettano come propria madre. È importante, come afferma papa Francesco, «alimentare una passione per la cura del mondo» (n. 216). Del resto, siamo la stessa Terra che si preoccupa del proprio destino e cerca sempre più di provvedere a se stessa attraverso la nostra cura. E tutti siamo sotto la cura dello Spirito Creatore, del Dio che si è rivelato come «sovrano amante della vita» (Sap 11,26). E che, sicuramente, non permetterà che abbia fine la vita umana sulla Terra.


L’autore di questo articolo è Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione e massimo esponente del nuovo paradigma ecoteologico; tra le altre cose, ha scritto Grido della terra grido dei poveri. Per una ecologia cosmica (Cittadella, 1996), Il Tao della Liberazione (Fazi Editore, 2014) e Al cuore del Cristianesimo (Emi, 2013). Pubblicato per Adista Roma marzo 2016.


 

UNA CULTURA CON AL CENTRO IL CUORE

La nostra cultura, a partire dal cosiddetto secolo delle luci (1715-1789) ha applicato in forma rigorosa il pensiero di René Descartes (1596-1650). Secondo lui, l’essere umano è “Signore e maestro” della natura e può farne quello che gli pare e piace. Egli attribuiva valore assoluto alla ragione e allo spirito scientifico. Quello che non riesce a passare al vaglio della ragione, non è legittimato. Da questo è sorta una critica severa a tutte le tradizioni soprattutto alla fede cristiana tradizionale.

Con ciò si chiusero molte finestre dello spirito, fonti anche di conoscenza, senza necessariamente transitare attraverso i canoni razionali. Già Pascal aveva notato questo riduzionismo parlando nei suoi Pensées della logique du coeur (“il cuore ha molte ragioni che la ragione ignora e dell’esprit de finesse, che si distingue dall’esprit de géometrie, vale a dire dalla ragione calcolatrice e strumentale analitica. Il più emarginato e diffamato è stato il cuore, organo della sensibilità e dell’universo delle emozioni, col pretesto che disturberebbe ”le idee chiare e distinte”(Descartes) della visione scientifica. Così è nato un sapere senza cuore, ma funzionale al progetto della modernità che era e continua ad essere quello di trasformare il sapere in potere e un potere come modalità di dominio della natura, dei popoli e delle culture.

Questa è stata la metafisica (comprensione della realtà) soggiacente a ogni colonialismo, schiavitù e magari alla distruzione di ricche culture dei nativi dell’America Latina (ricordiamo Bartolomeo de las Casas con la sua Storia della distruzione delle Indie).

Curiosamente tutta l’epistemologia moderna che incorpora la meccanica quantica, la nuova antropologia e la filosofia fenomenologica e la psicologia analitica hanno dimostrato che ogni conoscenza nasce impregnata di emozioni del soggetto e che soggetto e oggetto stanno indissolubilmente vincolati, a volte da reconditi interessi (J.Habermas).

È stato a partire da tali costatazioni e con le esperienze spietate della guerre moderne che si è pensato a un riscatto del cuore. Finalmente è lì che risiedono l’amore, la simpatia, la compassione, il sentimento di rispetto, base della dignità umana e dei diritti inalienabili. Michel Mafessoli in Francia, David Goleman negli USA, Adela Cortina in Spagna, Muniz Sodré in Brasile e molti altri in giro per il mondo si sono impegnati nel riscatto dell’intelligenza emozionale ossia della ragione sensibile o cordiale.

Personalmente credo che, davanti alla crisi generale del nostro stile di vita, dei nostri rapporti verso la Terra, senza la ragione cordiale non faremo un passo per salvaguardare la vitalità della Madre Terra, e garantire il futuro della nostra civiltà. Ciò che ci sembra una novità e una conquista – i diritti del cuore – era la trave portante della magnifica cultura Maya in America Centrale, particolarmente in Guatemala. Non avendo essi subito la circoncisione della ragione moderna, conservano fedelmente le loro tradizioni che arrivano attraverso nonni e nonne, di generazione in generazione. Lo scrittore più rinomato Popol Vuh e i libri di Chilam de Chumayel sono testimonianze di questa sapienza.

Più volte ho partecipato alle celebrazioni Maya con i loro sacerdoti e sacerdotesse. Sempre attorno a un fuoco. Cominciano invocando il cuore dei venti, delle montagne, delle acque, degli alberi e degli antenati. Fanno le loro suppliche avvolti dall’incenso della loro terra profumata e produttore di nuvole di fumo.

Sentendoli parlare delle energie della natura e dell’universo, avevo l’impressione che la loro cosmovisione fosse molto affine – fatte salve differenze di linguaggio – alla fisica quantica. Tutto per loro è energia e movimento tra formazione e disintegrazione (noi diremmo, la dialettica caos-cosmos) che conferiscono dinamismo all’universo. Erano esimi matematici e avevano inventato il numero ‘zero’. I loro calcoli sul percorso delle stelle si avvicinano di molto a quanto noi abbiamo raggiunto con i moderni telescopi.

Con bella immagine dicono che tutto quello che esiste è nato dall’incontro amoroso di due cuori, dal cuore del cielo e dal cuore della Terra. Questa, la Terra, è Pacha Mama, un essere vivo, che sente, intuisce vibra e ispira gli esseri umani. Questi sono i “figli illustri” e ci ricordano Martin Heidegger con le loro indagini e ricerche sull’esistenza.

L’essenza dell’essere umano è il cuore, che dev’essere curato, perché sia affabile, comprensivo e amorevole. Tutta l’educazione distribuita nel corso della vita consiste nel coltivare la dimensione del cuore, I Fratelli De Lassalle dispongono, nella capitale del Guatemala, di un enorme collegio – Prodessa – dove i giovani Maya vivono in forma di internato bilingue, dove si recupera e sistematizza la nuova cosmovisione maya, allo stesso tempo in cui assimilano e intrecciano saperi ancestrali con quelli moderni, specialmente legati all’agricoltura e ai rapporti rispettosi con la Natura.

Mi va di concludere con un testo che una saggia donna maya mi fece recapitare alla fine di un incontro solo con indigeni maya. ”Quando devi scegliere tra due sentieri, chiedi a te stesso quale dei due ha il cuore. Chi sceglie il cammino del cuore non sbaglierà mai” (Popol Vuh).

* Leonardo Boff, columnist del JB on line e ecoteólogo
Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

Una cultura cuyo centro es el corazón

Nuestra cultura, a partir del llamado siglo de las luces (1715-1789) aplicó de forma rigurosa la comprensión de René Descartes (1596-1650) de que el ser humano es “señor y maestro” de la naturaleza y puede) disponer de ella a su antojo. Confirió un valor absoluto a la razón y al espíritu científico: Lo que no consigue pasar por la criba de la razón, pierde legitimidad. De aquí se derivó una severa crítica a todas las tradiciones, especialmente a la fe cristiana tradicional.

Con esto se cerraron muchas ventanas del espíritu que permiten también un conocimiento sin que pase necesariamente por los cánones racionales. Ya Pascal notó ese reduccionismo hablando en sus Pensamientos de la logique du coeur (“el corazón tiene razones que desconoce la razón”) y del esprit de finesse, que se distingue del esprit de géométrie, es decir, de la razón calculadora e instrumental analítica.

Pero lo más marginado y hasta difamado fue el corazón, órgano de la sensibilidad y del universo de las emociones, bajo el pretexto de que él atropellaría “las ideas claras y distintas” (Descartes) del mirar científico. Así surgió un saber sin corazón, pero funcional para el proyecto de la modernidad, que era y sigue siendo el de hacer del saber un poder y un poder como forma de dominación de la naturaleza, de los pueblos y de las culturas. Esa fue la metafísica (la comprensión de la realidad) subyacente a todo el colonialismo, al esclavismo y eventualmente a la destrucción de los diferentes, como las ricas culturas de los pueblos originarios de América Latina (recordemos a Bartolomé de las Casas con su Historia de la destrucción de las Indias) y también del capitalismo selvaje y predador.

Curiosamente la epistemología moderna que incorpora la mecánica cuántica, la nueva antropología, la filosofía fenomenológica y la psicología analítica han mostrado que todo conocimiento viene impregnado de las emociones del sujeto, y que sujeto y objeto están indisolublemente vinculados, a veces por intereses ocultos (J. Habermas).

A partir de tales constataciones y con la experiencia despiadada de las guerras modernas se pensó en rescatar el corazón. Finalmente en él reside el amor, la simpatía, la compasión, el sentido del respeto, base de la dignidad humana y de los derechos inalienables. Michel Mafessoli en Francia, David Goleman en Estados Unidos, Adela Cortina en España, Muniz Sodré en Brasil y tantos otros por todo el mundo se han empeñado en rescatar la inteligencia emocional o la razón sensible o cordial. Personalmente estimo que frente a la crisis generalizada de nuestro estilo de vida y de nuestra relación con la Tierra, sin la razón cordial no nos moveremos para salvaguardar la vitalidad de la Madre Tierra y garantizar el futuro de nuestra civilización.

Esto que nos parece nuevo y una conquista –los derechos del corazón– era el eje de la grandiosa cultura maya en América Central, particularmente en Guatemala. Como no pasaron por la circuncisión de la razón moderna, guardan fielmente sus tradiciones que vienen a través de las abuelas y los abuelos a lo largo de generaciones. Su principal texto escrito, el Popol Vuh, y los libros de Chilam Balam de Chumayel testimonian esa sabiduría.

Participé muchas veces en celebraciones mayas con sus sacerdotes y sacerdotisas. Se hace siempre alrededor del fuego. Comienzan invocando al corazón de los vientos, de las montañas, de las aguas, de los árboles y de los antepasados. Hacen sus invocaciones en medio de un incienso nativo perfumado que produce mucho humo.

Oyéndolos hablar de las energías de la naturaleza y del universo, me parecía que su cosmovisión era muy afín, guardadas las diferencias de lenguaje, a la de la física cuántica. Todo para ellos es energía y movimiento entre la formación y la desintegración (nosotros diríamos la dialéctica del caos-cosmos) que dan dinamismo al universo. Eran eximios matemáticos y habían inventado el número cero. Sus cálculos del curso de las estrellas se aproximan en muchas cosas a lo que nosotros con los modernos telescopios hemos alcanzado.
Bellamente dicen que todo lo que existe nació del encuentro amoroso de dos corazones, el corazón del Cielo y el corazón de la Tierra. Esta, la Tierra, es Pacha Mama, un ser vivo que siente, intuye, vibra e inspira a los seres humanos. Estos son los “hijos ilustres, los indagadores y buscadores de la existencia”, afirmaciones que nos recuerdan a Martin Heidegger.

La esencia del ser humano es el corazón que debe ser cuidado para ser afable, comprensivo y amoroso. Toda la educación que se prolonga a lo largo de la vida consiste en cultivar la dimensión del corazón. Los Hermanos de la Salle tienen en la capital Guatemala un inmenso colegio –Prodessa– donde jóvenes mayas viven en internado, bilingüe, donde se recupera y se sistematiza la cosmovisión maya al mismo tiempo que asimilan y combinan saberes ancestrales con los modernos, ligados especialmente a la agricultura y a relaciones respetuosas con la naturaleza.

Me complace terminar con un texto que una mujer maya sabia me pasó al final de un encuentro solo con indígenas mayas. “Cuando tienes que escoger entre dos caminos, pregúntate cuál de ellos tiene corazón. Quien escoge el camino del corazón nunca se equivocará” (Popol Vuh).

*Leonardo Boff escribió El casamiento del cielo y la tierra, Mar de Ideias, Rio 2014.

Traducción de MJ Gavito Milano

Wir müssen Brücken bauen zwischen dem Leben und der Politik

Wir beobachten im heutigen Brasilien unter den Menschen eine ernstzunehmende Aufspaltung aus parteipolitischen Gründen. Da gibt es solche, die aufhörten, an den gemeindlichen Weihnachtsfeiern teilzunehmen, weil es unterschiedliche politische Auffassungen gab: die einen aus Gründen der Kritik an der Regierungspartei, da diese in der Wahlkampagne gelogen haben soll; die anderen wegen der exzessiven Korruption, die wichtigen Gruppen der Arbeiterpartei PT angelastet wird. Einige sind starke Verfechter für die Amtsenthebung von Präsidentin Dilma Rousseff. Andere halten das berühmte „pedaladas“ (Pedale-Treten) für keinen ausreichenden Grund, sie aus dem höchsten Staatsposten zu heben, den sie durch die Wahl der Mehrheit des Volkes errang. Wir sind uns darin einig, dass die „pedaladas“ eine Sünde sind, doch es handelt sich nur um eine lässliche Sünde, die ohne böse Absicht begangen wurde. Für eine lässliche Sünde wird, gemäß einer vernünftigen Theologie, niemand zur Hölle verdammt. Schlimmstenfalls kommt man für eine gewisse Zeit in Gottes reinigende Klinik, das Fegefeuer. Das Fegefeuer ist nicht die Vorhölle, sondern der Vor-Himmel.

Wir wollen diese Gegensätze jetzt einmal außer Acht lassen. Tatsache ist, dass es zweifellos eine große Irritation in der Gesellschaft gibt, rassistische Intoleranz, bittere Diskussionen und viele Schimpfwörter, die Kinder niemals hören sollten. Vor allem das Internet hat die Tore für Straftaten aller Art geöffnet. Manche Menschen bleiben in der Vergangenheit verankert und denken noch in den Kategorien des Kalten Krieges. Jemanden als „Kommunisten“ zu bezeichnen, ist für sie eine Beleidigung. Sie vergessen, dass die Sowjetunion zusammenbrach und die Berliner Mauer im Jahr 1989 fiel.

Die Brücken zwischen den sozialen Plätzen, die zwar unterschiedlich sind, doch akzeptiert und respektiert wurden, wurden beschädigt oder zerstört. Eine gesunde Gesellschaft kann nicht überleben, wenn ihr soziales Netzwerk zerstört wird. Genau da liegt die Gefahr der Radikalisierung der Rechten (z. B. Militärdiktatur) oder der Linken (wie der totalitäre Sowjet-Sozialismus).

Ich denke, dass uns die Geschichte manch gute Lektion erteilen und uns von der Wahrheit der Dinge eher überzeugen kann als theoretische Argumente. Ich möchte eine Geschichte weitergeben, die ich vor langer Zeit gehört habe und die von großer Überzeugungskraft ist. Sie lautet folgendermaßen:

Zwei Brüder lebten harmonisch in zwei Bauernhöfen, die nahe beieinander lagen. Sie hatten eine gut funktionierende Getreideproduktion, einige Rinder, und sie kümmerten sich gut um ihre Schweine.

Eines Tages hatten sie einen kleinen Streit. Die Gründe dafür waren weniger wichtig: ein Kalb des jüngeren Bruders war herumgestreunt und hatte einen nicht unbedeutenden Teil des Maisfeldes des älteren Bruders gefressen. Sie waren leicht verärgert und stritten sich. Zunächst sah es so aus, als sei die Sache erledigt.

Doch dem war nicht so. Plötzlich sprachen sie nicht mehr miteinander. Sie vermieden es, einander im Laden oder auf der Straße anzutreffen. Sie taten so, als kennten sie sich nicht.

Eines Tages erschien ein Zimmermann auf Arbeitssuche auf dem Hof des älteren Bruders. Dieser sah ihn von oben bis unten an und sagte ihm mit mancher Traurigkeit in der Stimme: „Siehst du den Bach, der da unten entlang fließt? Er ist die Grenze zwischen meinem Bauernhof und dem meines Bruders. Baue mit all dem Holz, das du in diesem Wäldchen findest, einen sehr hohen Zaun, so dass ich nicht mehr gezwungen bin, meinen Bruder oder seinen Hof wiederzusehen. Auf diese Weise werde ich meinen Frieden finden.“

Der Zimmermann nahm den Job an, ergriff das Werkzeug und schritt ans Werk. In der Zwischenzeit ging der ältere Bruder in die Stadt, um sich um seine Geschäfte zu kümmern.

Als er spät am Tag zu seinem Hof zurückkehrte, war er bestürzt über das, was er sah. Der Zimmermann hatte keinen Zaun gebaut, sondern eine Brücke über den Bach, die nun beide Höfe miteinander verband.

Und er sah, wie sein jüngerer Bruder über die Brücke kam und sagte: „Bruder, nach all dem, was zwischen uns geschah, kann ich kaum glauben, dass du diese Brücke gebaut hast, um zu mir zurück zu finden. Du hast Recht; es ist Zeit, unseren Zwist zu beenden. Komm in meine Arme, Bruder!“

Und sie umarmten einander herzlich und versöhnten sich. Der eine Bruder fand seinen anderen Bruder wieder.

Plötzlich sahen sie, dass sich der Zimmermann entfernte. Sie riefen ihn: „He, Zimmermann! Bitte geh nicht weg. Bleibe ein paar Tage bei uns … Du hast uns so viel Freude bereitet…“

Doch der Zimmermann erwiderte: „Ich kann nicht bleiben. Weltweit müssen noch andere Brücken gebaut werden. Es gibt immer noch zu viele Menschen, die miteinander versöhnt werden müssen.“ Und der Zimmermann ging ruhig davon, bis er in einer fernen Kurve des Weges aus dem Blickfeld verschwand.

Die Welt und unser Land brauchen Brücken und Zimmermann-Menschen, die großzügig mithelfen, die Konflikte zu lösen und Brücken zu bauen, so dass wir uns über die Konflikte und Differenzen stellen können, die in der unfertigen Menschheit bestehen. Wir müssen immer und immer wieder lernen und einander lehren, als Brüder und Schwestern in Geschwisterlichkeit zu leben.

Vielleicht ist dies einer der dringendsten ethischen und menschlichen Imperative im gegenwärtigen historischen Augenblick.

Leonardo Boff ist ekotheologe und Schriftsteller.