Pace: un bene scarso e sempre desiderato

All’inizio di ogni anno si fanno e si ricevono auguri di pace e felicità. Se guardiamo con realismo la situazione attuale del mondo e anche dei singoli paesi, Brasile compreso, quello che manca è proprio la pace. Un bene così prezioso è sempre desiderato. E dobbiamo mettercela tutta (quasi quasi dicevo: bisogna lottare, il che sarebbe contraddittorio) per avere quel minimo di pace, che rende la vita desiderabile: pace interiore, pace in famiglia, pace nelle relazioni di lavoro, pace nei rapporti politici, pace tra i popoli, pace con la Madre Terra e pace con Dio. E come è necessaria! Senza contare gli agguati terroristici, esistono al mondo 40 focolai di guerra o conflitti, generalmente devastanti.

Sono molte e a volte misteriose le cause che distruggono la pace o ne impediscono la costruzione. Mi limito alla prima di queste: la profonda diseguaglianza sociale mondiale. Thomas Piketty ha scritto un libro intero sulle Disuguaglianze (Università Bocconi, 2014). Il solo fatto che circa l’1% di questi multimiliardari controllino gran parte delle rendite dei popoli; e, in Brasile, secondo lo specialista del ramo Marcio Pochmann, sei famiglie si dividono il 46% del PNL mostra il livello della diseguaglianza. Piketty riconosce cha “la maggior parte delle rendite da lavoro sono forse diventate il problema centrale della diseguaglianza dei nostri tempi e forse addirittura di tutti i tempi (Op.cit.p.12). Reddito altissimo di pochi, infame miseria di sterminate maggioranze.

Non dimentichiamo che diseguaglianza è una categoria analitico-descrittiva. Essa è fredda, perché non lascia trasparire il clamore della sofferenza che nasconde. Etico-politicamente si traduce come ingiustizia sociale. E teologicamente, come peccato sociale e strutturale che coinvolge il disegno del creatore che ha fatto gli esseri umani a sua immagine e somiglianza con uguale dignità e stesso diritto ai beni della vita. Questa giustizia originale (patto sociale e creaturale) si è spezzata nel corso della storia e ci ha lasciato in eredità l’attuale stato di una ingiustizia clamorosa, perché riguarda chi non sa difendersi da solo.

Una delle parti più dirompenti dell’enciclica di papa Francesco su La Cura della Casa Comune è dedicata alla “diseguaglianza planetaria” (nn.48-52). È bene citare le sue parole:

“Gli esclusi sono la maggioranza del pianeta, migliaia di milioni di persone. Oggi sono menzionate nei dibattiti politico-economici internazionali, ma molto frequentemente pare che i loro problemi siano relegati in una specie di appendice, come un problema che si aggiunge quasi per obbligo o perifericamente quando addirittura non sono considerati puri danni collaterali. Di fatto nella implementazione concreta rimangono spesso all’ultimo posto… è necessario che il tema della giustizia completi sempre i dibattiti sull’ambiente, perché sia ascoltato il grido della Terra insieme a quello dei poveri” (n.49)

È qui che sta la causa principale delle distruzione delle condizioni per la pace, sia tra i singoli esseri umani, sia con la Madre Terra: trattiamo ingiustamente i nostri consimili; non coltiviamo il sentimento di equità e solidarietà con quelli che hanno meno e affrontano ogni tipo di bisogno, condannati a morire prima del tempo. L’enciclica va al punto nevralgico quando dice: “è necessario rinvigorire la coscienza che siamo una unica famiglia umana. Non ci sono frontiere o barriere politiche o sociali che permettano di isolarci e, per ciò stesso, non c’è spazio per la globalizzazione dell’indifferenza” (n. 52).

L’indifferenza è assenza di amore, espressione di cinismo e di mancanza di intelligenza cordiale e sensibile. Argomento sempre ripreso nelle mie riflessioni, poiché senza di queste non abbiamo voglia di tendere la mano all’altro né di curare la Terra, essa pure sottomessa a gravissima ingiustizia ecologica: le facciamo guerra su tutti i fronti fino al punto che essa è entrata in un processo di caos, con il riscaldamento globale e i suoi effetti estremi.

Riassumendo: o saremo persone sociali e ecologicamente giuste, oppure mai arriveremo a godere una pace serena.

A mio modo di vedere, la miglior definizione di pace sta scritta nella Carta della Terra, dove si dice: “La pace è la pienezza che risulta dai rapporti corretti con se stessi, con le altre persone, con altre culture, con altre vite, con la Terra e con il Tutto di cui facciamo parte” (n. 16, f). A questo punto è chiaro che la pace non è una realtà a se stante; essa è il risultato di relazioni corrette con le differenti realtà che ci circondano. Senza queste relazioni corrette (questo è giustizia), mai avremo pace.

Per me è chiaro che nel quadro di una società produttivistica, consumistica, competitiva e assolutamente non cooperante, indifferente e egoista, organizzata mondialmente, non potrà esserci pace. Al massimo qualche rappacificazione. Dobbiamo creare un altro tipo di società che prenda posizione in relazioni giuste fra tutti, con la Natura, la Madre Terra e con il Tutto (Il mistero del mondo, o Dio) a cui apparteniamo. Allora fiorirà la pace, che la tradizione etica ha definito come “opera della giustizia” (Opus justitiae, pax).

*Leonardo Boff, teologo e columnist del JB on line

Traduzione Romano Baraglia e Lidia Arato

Paz: un bien escaso y siempre deseado

Lo que más se escucha al comienzo de cada nuevo año son los deseos de paz y felicidad. Si miramos de manera realista la situación actual del mundo, e incluso de los diferentes países, incluido el nuestro, lo que más falta es precisamente la paz. Pero es tan preciosa que siempre se desea. Y tenemos que empeñarnos un montón (casi iba a decir… hay que luchar, lo que sería contradictorio) para conseguir ese mínimo de paz que hace la vida más apetecible: la paz interior, la paz en la familia, la paz en las relaciones laborales, la paz en el juego político, la paz entre los pueblos y la paz con Dios  ¡Y cómo se necesita! Además de los ataques terroristas, hay en el mundo 40 focos de guerras o conflictos generalmente devastadores.

Son muchas y hasta misteriosas las causas que destruyen la paz e impiden su construcción. Me limito a la primera: la profunda desigualdad social mundial. Thomas Piketty ha escrito un libro entero sobre La economía de las desigualdades (Anagrama, 2015). El simple hecho de que alrededor del 1% de multibillonarios controlen gran parte de los ingresos de los pueblos, y en Brasil, según el experto en el campo Marcio Pochman, cinco mil familias detenten el 46% del PIB nacional muestra el nivel de desigualdad. Piketty reconoce que «la cuestión de la desigualdad de los ingresos del trabajo se ha convertido en el tema central de la desigualdad contemporánea, si no de todos los tiempos». Ingresos altísimos para unos pocos y pobreza infame para las grandes mayorías.

No olvidemos que la desigualdad es una categoría analítico-descriptiva. Es fría, ya que no deja escuchar el grito del sufrimiento que esconde. Ética y políticamente se traduce por injusticia social. Y teológicamente, en pecado social y estructural que afecta al plan del Creador que creó a todos los seres humanos a su imagen y semejanza, con la misma dignidad y los mismos derechos a los bienes de la vida. Esta justicia original (pacto social y creacional) se rompió a lo largo de la historia y nos legó la injusticia atroz que tenemos actualmente, pues afecta a aquellos que no pueden defenderse por sí mismos.

Una de las partes más contundentes de la encíclica del Papa Francisco sobre el Cuidado de la Casa Común está dedicada a “la desigualdad planetaria” (nn.48-52) Vale la pena citar sus palabras:

«Los excluidos son la mayor parte del planeta, miles de millones de personas. Hoy están presentes en los debates políticos y económicos internacionales, pero frecuentemente parece que sus problemas se plantean como un apéndice, como una cuestión que se añade casi por obligación o de manera periférica, si es que no se los considera un mero daño colateral. De hecho, a la hora de la actuación concreta, quedan frecuentemente en el último lugar… deberían integrar la justicia en las discusiones sobre el ambiente, para escuchar tanto el grito de la Tierra como el grito de los pobres» (n.49).

En esto radica la principal causa de la destrucción de las condiciones para la paz entre los seres humanos o con la Madre Tierra: tratamos injustamente a nuestros semejantes; no alimentamos ningún sentido de equidad o de solidaridad con los que menos tienen y pasan todo tipo de necesidades, condenados a morir prematuramente. La encíclica va al punto neurálgico al decir: «Necesitamos fortalecer la conciencia de que somos una sola familia humana. No hay fronteras ni barreras políticas o sociales que nos permitan aislarnos, y por eso mismo tampoco hay espacio para la globalización de la indiferencia» (n.52).

La indiferencia es la ausencia de amor, es expresión de cinismo y de falta de inteligencia cordial y sensible. Retomo siempre esta última en mis reflexiones, porque sin ella no nos animamos a tender la mano al otro para cuidar de la Tierra, que también está sujeta a una gravísima injusticia ecológica: le hacemos la guerra en todos los frentes hasta el punto de que ha entrado en un proceso de caos con el calentamiento global y los efectos extremos que provoca.

En resumen, o vamos a ser personal, social y ecológicamente justos o nunca gozaremos de paz serena.

A mi modo de ver, la mejor definición de paz la dio la Carta de la Tierra al afirmar: «la paz es la plenitud que resulta de las relaciones correctas con uno mismo, con otras personas, otras culturas, otras formas de vida, con la Tierra y con el Todo del cual formamos parte» (n.16, f). Aquí está claro que la paz no es algo que existe por sí mismo. Es el resultado de relaciones correctas con las diferentes realidades que nos rodean. Sin estas relaciones correctas (esto es la justicia) nunca disfrutaremos de la paz.

Para mí es evidente que en el marco actual de una sociedad productivista, consumista, competitiva y nada cooperativa, indiferente y egoísta, mundialmente globalizada, no puede haber paz. A lo sumo algo de pacificación. Tenemos que crear políticamente otro tipo de sociedad que se base en las relaciones justas entre todos, con la naturaleza, con la Madre Tierra y con el Todo (el misterio del mundo o Dios) al que pertenecemos. Entonces florecerá la paz que la tradición ética ha definido como «la obra de la justicia» (opus justiciae, pax).

* Leonardo Boff es teólogo y columnista del el JB on line.

Traducción de MJ Gavito Milano

Paz: um bem escasso e sempre desejado

O que mais se ouve no princípio de cada ano novo são os votos de paz e de felicidade. Se olharmos com realismo a situação atual do mundo e mesmo dos distintos países, inclusive do nosso, o que mais falta é justamente paz. Ela é um bem tão precioso que sempre é desejado. E precisamos nos empenhar muito (quase ia dizendo…precisamos lutar, o que seria contraditório) para conseguir aquele mínimo de pez que torna a vida apetecida: paz interior, paz na família, paz nas relações de trabalho, paz no jogo político e paz entre os povos e também paz com Deus. E como é necessária! Além dos atentados terroristas, existem no mundo 40 focos de guerras ou conflitos, geralmente, devastadores.

São muitas e até misteriosas as causas que destroem a paz e impedem a sua construção. Restrinjo-me à primeira delas: a profunda desigualdade social mundial. Thomas Piketty escreveu um inteiro livro sobre A economia da desigualdade (Intriseca 2015). O simples fato de que cerca de 1% de multibilhardáros controlarem grande parte das rendas dos povos e no Brasil, segundo o especialista no ramo Márcio Pochmann, cinco mil famílias deterem 46% do PIB nacional nos mostra o nível da desigualdade. Piketty reconhece que “a questão da desigualdade das rendas dos trabalhos talvez tenha se tornado a questão central da desigualdade contemporânea senão de todos os tempos” (Op.cit. p. 12). Rendas altíssimas de uns poucos e pobreza infamante das grandes maiorias.

Não esqueçamos que desigualdade é uma categoria analítico-descritiva. Ela é fria pois não deixa ouvir o clamor do sofrimento que esconde. Ético-politicamente se traduz por injustiça social. E teologicamente, em pecado social e estrutural que afeta o desígnio do Criador que criou todos os seres humanos como sua imagem e semelhança, com igual dignidade e com os mesmos direitos. Esta justiça original (pacto criacional) se rompeu ao largo da história e nos legou o atual estado de uma injustiça clamorosa, pois afeta os que não conseguem se defender por própria conta.

Uma das partes mais contundentes da encíclica do Papa Francisco sobre O cuidado da Casa Comum é dedicada à “desigualdade planetária”( (nn.48-52). Vale citar suas palavras:

“Os excluídos são a maioria do planeta, milhares de milhões de pessoas. Hoje são mencionados nos debates políticos e econômicos internacionais, mas com frequência parece que os seus problemas se colocam como um apêndice, como uma questão que se acrescenta quase por obrigação ou perifericamente, quando não são considerados meros danos colaterais. Com efeito, na hora da implementação concreta permanecem frequentemente no último lugar…deve-se integrar a justiça nos debates sobre o meio ambiente, para ouvir tanto o grito da Terra como o grito dos pobres”(n.49)

Aqui reside a causa principal da destruição das condições para a paz seja entre os seres humanos seja com a Mãe Terra: esta é ultra explorada; tratamos injustamente nossos semelhantes; não nutrimos sentido de equidade nem de solidariedade para com os que menos têm e são condenados a morrer antes do tempo. A encíclica vai ao ponto nevrálgico ao dizer: ”é preciso revigorar a consciência de que somos uma única família humana. Não há fronteiras nem barreiras políticas ou sociais que permitam isolar-nos e, por isso mesmo, também não há espaço para a globalização da indiferença”(n.52).

A indiferença é a ausência de amor, é expressão de cinismo e de ausência da inteligência cordial e sensível. Esta é sempre retomada em minhas reflexões, pois sem ela não nos animamos a estender a mão ao outro nem a cuidar da Terra, também ela submetida à gravíssima injustiça ecológica: movemo-lhe guerra em todas frentes a ponto de ela ter entrado em processo de caos com o aquecimento global com os efeitos extremos que ele causa.

Em resumo: ou seremos pessoal social e ecologicamente justos ou nunca gozaremos de paz serena.

A meu ver, a melhor definição de paz foi dada pela Carta da Terra ao afirmar: ”a paz é a plenitude que resulta das relações corretas consigo mesmo, com outras pessoas, com outras culturas, com outras vidas, com a Terra e com o Todo do qual somos parte” (n.16, f). Aqui fica claro que paz não é um dado que existe em si. Ela é o resultado de relações corretas com as diferentes realidades. Sem estas corretas relações (isso é justiça) jamais desfrutaremos de paz.

Para mim é evidente que dentro do quadro atual de uma sociedade produtivista, consumista, competitiva e nada cooperativa, indiferente e egoísta, mundialmente globalizada, não poderá haver paz. No máximo alguma pacificação. Temos que politicamente criar outro tipo de sociedade que se assente em relações justas entre todos, com a natureza, com a Mãe Terra e com o Todo (o Mistério do mundo ou Deus) a quem pertencemos. Então florescerá a paz que a tradição ética definiu como “a obra da justiça ”(opus justiciae, pax).

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escritor.

Die Erde wird den Kapitalismus besiegen

Es ist eine unbestreitbare und traurige Tatsache: Der Kapitalismus als Produktionsweise mit seiner politischen Ideologie, dem Neoliberalismus, hat sich so tief global verankert, dass eine wahre Alternative unmöglich erscheint. Er hat in der Tat jeden Platz besetzt und fast jedes Land zu seinem globalen Interesse auf seine Linie gebracht. Da die Gesellschaft so werbegeprägt ist und aus allem, selbst aus so heiligen Dingen wie menschliche Organe, Wasser und die Bestäubungsfähigkeit von Blumen, Mittel zur Gewinnmaximierung gemacht hat, sehen die meisten Staaten sich dazu gezwungen, in der weltweiten Makro-Ökonomie mitzumachen, und sind weniger dazu geneigt, dem Gemeinwohl ihres Volkes zu dienen.

Demokratischer Sozialismus in seiner fortgeschrittenen Version des Öko-Sozialismus ist eine wichtige theoretische Option, doch global hat er keine ausreichende Fundierung, um umgesetzt zu werden. Rosa Luxemburgs These, die sie in ihrem Buch „Reform oder Revolution“ vertritt, nämlich, dass „die Theorie des Zusammenbruchs des Kapitalismus der Kernpunkt des wissenschaftlichen Sozialismus‘“ sei, hat sich nicht bewahrheitet. Und der Sozialismus ist zusammengebrochen.

Die Heftigkeit kapitalistischer Akkumulation hat den höchsten Stand seiner Geschichte erreicht. Ca. 1 % der reichen Weltbevölkerung verfügt über fast 90 % des Weltreichtums. Gemäß den Zahlen der angesehenen Nichtregierungsorganisation Oxfam Intermon von 2014 verfügten 85 Mitglieder der Superreichen über genauso viel Geld wie die 3,5 Billionen Ärmsten der Weltbevölkerung. Dieser Grad an Irrationalität und Unmenschlichkeit spricht für sich selbst. Wir leben in sprichwörtlich barbarischen Zeiten.

Bisher traten die üblichen Systemkrisen in den Ökonomien der Peripherie auf, doch seit der Krise von 2007/2008 explodierte es geradezu im Herzen der größten Ökonomien, in den USA und in Europa. Alles scheint darauf hinzuweisen, dass dies keine gewöhnliche Krise ist, die wie üblich gelöst werden kann, sondern dass es sich diesmal um eine systemische Krise handelt, die die Fähigkeit des Kapitalismus, sich selbst zu reproduzieren, zerstört. Die Lösungsansätze der Staaten, die im globalen Prozess die Vorherrschaft innehaben, sind immer die gleichen: noch mehr vom selben. D. h. Fortsetzung der grenzenlosen Ausbeutung der Naturgüter, gelenkt von einer klar materiellen (und materialistischen) Maßnahme, wie dem Bruttosozialprodukt (BSP). Und wehe den Staaten, deren BSP sinkt!

Dieses Wachstum verschlechtert den Zustand der Erde immer mehr. Der Preis für die Reproduktion des Systems ist das, was die Unternehmenssprecher als „externen Effekt“ bezeichnen (das, was nicht in die Betriebsbuchführung einfließt). Davon gibt es vor allem zwei Aspekte: eine sich verschlimmernde soziale Ungerechtigkeit mit hoher Arbeitslosigkeit und wachsender Ungleichheit und eine bedrohliche ökologische Ungerechtigkeit mit einer Verschlechterung des ganzen Ökosystems, dem Niedergang der Artenvielfalt (Auslöschung von 30 000 – 100 000 Spezies pro Jahr, gemäß den Zahlen des Biologen E. Wilson), die wachsende globale Erwärmung, die Knappheit an Trinkwasser und allgemein die Nicht-Nachhaltigkeit des Lebenssystems und des Erdsystems.

Diese beiden Aspekte zwingen das kapitalistische System in die Knie. Würde es weltweit den Lebensstandard bieten wollen, den wir in den reichen Ländern vorfinden, bräuchten wir mindestens drei Exemplare unserer jetzigen Erde, was natürlich unmöglich ist. Der Grad an Ausbeutung der „Güte der Natur“, wie die Andenvölker die Naturgüter bezeichnen, ist dermaßen, dass wir im letzten September bereits den Erdüberlastungstag erreichten. Mit anderen Worten: der Tag, an dem die Erde nicht mehr in der Lage ist, von sich aus die Ansprüche der Menschen zu erfüllen. Sie braucht anderthalb Jahre, um all das, was innerhalb eines Jahres von ihr genommen wurde, zu reproduzieren. Sie ist in gefährlicher Weise nicht mehr nachhaltig. Entweder wir zügeln unsere Gier nach Anhäufung von Reichtümern, um der Erde eine Pause zu gönnen, damit sie sich wiederherstellen kann, oder wir müssen uns auf das Schlimmste gefasst machen.

Da es sich hier um ein lebendiges Super-Wesen (Gaia) mit endlichen, knappen Gütern handelt, die nun angeschlagen ist, aber noch immer die Elemente vereint, um physikalische, chemische und ökologische Grundlagen zur Reproduktion des Lebens zu gewährleisten, könnte dieser Prozess der exzessiven Verschlimmerung einen sozio-ökologischen Kollaps in dantesken Proportionen verursachen.

Die Konsequenz wäre, dass die Erde endgültig das kapitalistische System besiegt, das nun nicht mehr in der Lage wäre, sich selbst zu reproduzieren mit seiner materialistischen Kultur der Grenzenlosigkeit und der individualistischen Konsumhaltung. Wozu wir in der Geschichte durch alternative Prozesse (das war das Ziel des Sozialismus) nicht in der Lage waren, würde Natur und Erde dann gelingen. Die Erde würde sich tatsächlich selbst vom Krebsgeschwür befreien, das droht, innerhalb des ganzen Organismus von Gaia Metastasen zu bilden.

In der Zwischenzeit besteht unsere Aufgabe innerhalb des Systems darin, die Türen zu öffnen, all seine Widersprüche aufzudecken, um für die Grundlagen unserer Subsistenz zu sorgen: Ernährung, Arbeit, Behausung, Bildung, grundlegende Dienste und etwas Freizeit, vor allem für die einfachen Völker der Erde. Dies geschieht gerade in Brasilien und in vielen anderen Ländern. Vom Schlechten dürfen wir nur das notwendige Minimum nehmen, um für die Kontinuität des Lebens und der Zivilisation zu sorgen.

Darüber hinaus müssen wir beten und uns auf das Schlimmste gefasst machen.

Leonardo Boff ist Theologe und Schriftsteler

Übersetzt von Bettina Gold-Hartnack