URGENZA DI UNA ECOLOGIA INTEGRALE PENSANDO EN LA COP 21 EN PARIS

En considerazione della COP 21 sul calentamento globale nel novembre/dicembre  a Parigi se impone una reflexione più amplia, condizione per arrivare delle soluzioni veramente efficace. Tutto questo è inspirato nella enciclica del Papa Francesco sulla Cura della Casa Comune.

Una delle affermazioni fondanti il nuovo paradigma scientifico e di civiltà è il riconoscimento della inter-retro-relazione di tutti con tutti, fino a formare la grande rete terrestre e cosmica della realtà. Coerentemente, la Carta della Terra, uno dei documenti fondamentali di questa visione delle cose, afferma: “Le nostre sfide ambientali, economiche, politiche, sociali e spirituali sono correlate e insieme possiamo formulare soluzioni includenti (Preambolo, 3).

Il Papa Francesco nella sua Enciclica sulla cura della Casa Comune si associa a questa lettura e sostiene che “per il fatto che tutto sta intimamente relazionato e che i problemi attuali esigono una sguardo aperto a tutti gli aspetti della crisi mondiale (n. 137), si impone una riflessione sulla ecologia integrale perchè solo questa dà conto dei problemi dell’attuale situazione del mondo. Una tale interpretrazione integrale e olistica ottiene una spinta incalcolabile data l’autorità con cui siamo soliti investire la figura del Papa e la natura della sua Enciclica, indirizzata a tutta l’umanità e a ciascuno degli abitanti del globo. Non si tratta più soltanto della relazione dello sviluppo con la natura, ma dell’essere umano con la Terra intesa come un tutto e con beni e servizi naturali, gli unici che possono sostenere le condizioni fisiche, chimiche e biologiche della vita e garantire un futuro alla nostra civiltà.

Il tempo incalza e corre contro di noi. Per questo tutti i saperi devono essere ecologizzati, vale a dire, posti in relazione tra di loro e orientati per il bene della comunità di vita. Ugualmente tutte le tradizioni spirituali e religiose sono chiamate a svegliare la coscienza dell’umanità per la sua missione di essere curatrice di questa eredità sacra ricevuta dall’universo e dal Creatore, la Terra viva, l’unica Casa che abbiamo per abitare. Insieme con l’intelligenza intelletuale deve venire anche l’intelligenza sensibile e cordiale e più di tutto l’intelligenza spirituale, perchè è lei che ci mette in relazione direttamente con il Creatore e con Cristo risuscitato che stanno lievitando dentro la Creazione, portandola insieme con noi verso la sua pienezza in Dio (nn.100;243).

Il Papa cita il commovente finale della Carta della Terra, che riassume bene la speranza riposta in Dio e nell’impegno degli esseri umani: “Che il nostro tempo possa essere ricordato per il rinascimento di un nuovo rispetto della vita, per l’impegno forte di raggiungere la sostenibilità, per l’intensificarsi della lotta per la giustizia, per la pace, per l’allegria e per la celebrazione della vita” (n.207).

Un altro notevole contributo ci viene dal noto psicanalista Carlos Gustavo Jung (1875-1961) che nella sua psicologia analitica ha dato grande importanza alla sensibilità e che ha sottomesso a dure critiche lo scientimo moderno. Per lui la psicologia non possiede frontiere tra cosmo e vita, tra biologia e spirito, tra corpo e mente, tra cosciente e incosciente, tra individuale e collettivo. La psicologia ha a che fare con la vita nella sua totalità, nella sua dimensione razionale e irrazionale, simbolica e virtuosa, individuale e sociale, terrestre e cosmica e nei loro aspetti oscuri e luminosi.

Sapeva articolare tutti i saperi disponibili, scoprendo connessioni occulte che rivelano dimensioni sorprendenti della realtà. Noto è il dialogo del 1924-1925 che Jung ebbe con un indigeno della tribù Pueblo (nel nuovo Messico, Usa). Questo pensava che i bianchi erano pazzi. Jung gli domandò perchè i bianchi sarebbero pazzi? Al che l’indigeno rispose: “Loro dicono che pensano con la testa”. “Ma è chiaro che pensano con la testa” – ribatté Jung – Come fate a pensare, voi?”. E l’indigeno, sorpreso, rispose: “Noi pensiamo qui” e indicò il cuore. (Memorie, Sogni, Riflessioni, p.n. 233).

Questo fatto ha trasformato il pensiero di Jung. Lui comprese che l’uomo moderno aveva conquistato il mondo con il cervello ma che aveva perso la capacità di sentire e pensare con il cuore e di vivere attraverso l’anima. La stessa critica ha fatto il Papa quando è andato nell’isola italiana di Lampedusa dove centinaia di rifugiati erano annegati. “Non sappiamo più sentire e piangere”.

Logicamente non si tratta ad abdicare alla ragione – il che sarebbe una perdita per tutti – ma di rifiutare la diminuzione della sua capacità di comprendere. E’ necessario considerare il sensibile e il cordiale come elementi centrali nell’atto di conoscenza. Essi permettono di captare valori e sentimenti presenti nelle profondità del senso comune. La mente è sempre in un corpo, e pertanto sempre impregnata di sensibilità e non solo solo cerebralista.

Nelle sue memorie, scrive: “Esistono tante cose che mi riempiono di soddisfazione: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno, la notte e l’Eterno presente negli uomini. Quanto più mi sento incerto in me stesso, più cresce in me il sentimento del mio apparentamento con il tutto” (p.361).

Il dramma dell’uomo attuale è aver perso la capacità di vivere un sentimento di appartenenza, cosa che le religioni sempre garantivano. Quel che si oppone alla religione non è l’ateismo o negazione della Divinità. Quello che si oppone è l’incapacità di legarsi e di re-ligarsi con tutte le cose. Oggi le persone sono sradicate, disconnesse dalla Terra e dall’anima che è espressione della sensibilità e della spiritualità.

Se non riscatteremo oggi la ragione sensibile che è una dimensione essenziale dell’anima, difficilmente ci moveremo per rispettare il valore intrinseco di ogni essere, per amare la Madre Terra con tutti i suoi eco-sistemi e vivere la compassione verso chi soffre a causa della natura e dell’umanità. Questo spetiamo nella COP 21 a Parigi dove si trovano tutti i rapresentanti delle nazioni.

*Leonardo Boff, scrittore e ecoteologo della liberazione.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

La urgencia de una ecología integral en vista de la COP 21en Paris

Pensando en la COP 21 sobre el calentamiento global a realizarse en Paris en noviembre/diciembre de este año, se impone una reflexión más detenida sobre la cuestión ecológica, mirada desde una perspectiva global y integral. Eso puede abrir un camino de dialogo entre las Partes en función de una solución común, aceptada por todos, por que el problema es grave y de funestas consecuencias. Para eso valen las reflexiones que proponemos sobre la urgencia de una ecología integral.

Una de las afirmaciones básicas del nuevo paradigma científico y civilizatorio es el reconocimiento de la inter-retro-relación de todos con todos, para constituir la gran red terrenal y cósmica de la realidad. Coherentemente la Carta de la Tierra, uno de los documentos clave en esta visión de las cosas, afirma: «Nuestros retos ambientales, económicos, políticos, sociales y espirituales, están interrelacionados y juntos podemos forjar soluciones incluyentes» (Preámbulo, 3).

El Papa Francisco en su encíclica sobre el cuidado de la Casa Común se asocia a esta interpretación y sostiene que “por el hecho de que todo está estrechamente relacionado y que los problemas actuales requieren de una mirada que tenga en cuenta todos los aspectos de la crisis mundial” (n. 137), se impone una reflexión sobre la ecología integral, porque sólo ella da cuenta de la situación actual de los problemas del mundo. Esta interpretación integral y holística ha recibido un refuerzo inestimable dada la autoridad con la que se reviste la figura del Papa y la naturaleza de su encíclica, dirigida a toda la humanidad y a cada uno de sus habitantes. Ya no es sólo el desarrollo de la relación con la naturaleza, sino de los seres humanos con la Tierra como un todo y con los bienes y servicios naturales, los únicos que pueden mantener las condiciones físicas, químicas y biológicas de la vida y asegurar un futuro para nuestra civilización.

El tiempo urge y corre en contra de nosotros. Por lo tanto, todos los saberes deben ser ecologizados, es decir, puestos en relación unos con otros y orientados hacia el bien de la comunidad de vida. Igualmente todas las tradiciones espirituales y religiosas están llamadas a despertar la conciencia de la humanidad a su misión de ser la cuidadora de esta herencia sagrada recibida del universo y del Creador que es la Tierra viva, el único hogar que tenemos para vivir. Junto con la inteligencia intelectual debe venir la inteligencia sensible y cordial y sobre todo la inteligencia espiritual, porque es la que nos relaciona directamente con el Creador y con el Cristo resucitado que están fermentando dentro de la creación, llevándola con nosotros hacia su plenitud en Dios (nn.100; 243).

El Papa cita el conmovedor final de la Carta de la Tierra que resume bien la esperanza que deposita en Dios y en el empeño de los seres humanos: «Que nuestro tiempo se recuerde por el despertar de una nueva reverencia ante la vida, por la firme resolución de alcanzar la sostenibilidad; por la intensificación de la lucha por la justicia y la paz, y por la alegre celebración de la vida» (n. 207).

Otra notable contribución proviene del conocido psicoanalista Karl Gustav Jung (1875-1961) que en su psicología analítica concede gran importancia a la sensibilidad y sometió a duras críticas el cientificismo moderno. Para él, la psicología no tiene fronteras entre cosmos y vida, entre la biología y el espíritu, entre el cuerpo y la mente, entre lo consciente y lo inconsciente, entre individual y colectivo. La psicología tiene que ver con la vida en su totalidad, en su dimensión racional e irracional, simbólica y virtual, individual y social, terrenal y cósmica y con sus aspectos sombríos y luminosos.

Supo articular todos los saberes disponibles, descubriendo conexiones ocultas que revelaban dimensiones sorprendentes de la realidad. Es conocido el diálogo que Jung mantuvo 1924-1925 con un indígena de la tribu Pueblo en Nuevo México (EE.UU). Este indígena creía que los blancos estaban locos. Jung le preguntó por qué los blancos estarían locos. Y el indígena respondió: “Dicen que piensan con la cabeza.” “Pero, por supuesto que piensan con la cabeza”, respondió Jung. “¿Cómo piensan ustedes”? Y el indígena, sorprendido, respondió: “Nosotros pensamos aquí” y señaló el corazón (Recuerdos, sueños, pensamientos, página 233).

Este hecho transformó el pensamiento de Jung. Entendió que el hombre moderno había conquistado el mundo con la cabeza, pero había perdido la capacidad de pensar y de sentir con el corazón y de vivir a través del alma. Esta misma crítica la hizo el Papa cuando estuvo en la isla italiana de Lampedusa, donde cientos de refugiados se habían ahogado. “Desaprendimos a sentir y a llorar”.

Por supuesto que no se trata de abdicar de la razón –lo cual sería una pérdida para todos– sino de rechazar la limitación de su capacidad de comprender. Hay que tener en cuenta lo sensible y lo cordial como elementos centrales del acto de conocimiento. Permiten captar valores y sentidos presentes en la profundidad del sentido común. La mente siempre está incorporada, por lo tanto está siempre impregnada de sensibilidad y no sólo cerebralizada.

En sus Memorias, dice, “hay tantas cosas que me llenan: las plantas, los animales, las nubes, el día, la noche y el eterno presente en los hombres. Cuanto más inseguro de mí mismo me siento, más crece en mí el sentimiento de mi parentesco con el todo” (p. 361).

El drama del ser humano actual es haber perdido la capacidad de vivir un sentimiento de pertenencia, algo que las religiones siempre garantizaron. Lo que se opone a la religión no es el ateísmo o la negación de la divinidad. Lo que se opone es la incapacidad de ligarse y religarse con todas las cosas. Hoy las personas están desarraigadas, desconectadas de la Tierra y del ánima que es la expresión de la sensibilidad y de la espiritualidad.

Si no rescatamos hoy la razón sensible que es una dimensión esencial del alma, difícilmente nos encaminaremos a respetar el valor intrínseco de cada ser, a amar la Madre Tierra con todos sus ecosistemas y a vivir la compasión con los sufrimientos de la naturaleza y de la humanidad. Es esto que esperamos de los representantes de los gobiernos en la COP 21 a realizarse proximamente en Paris.

*Leonardo Boff, columnista del JB online, ecoteólogo y escritor,miembro de la Iniciativa  Carta de la Tierra

Traducción de MJ Gavito Milano

La pré-historia de la masacre de París: Roberto Savio

ROBERTO SAVIO é conhecido no meio jornalistico internacional por publicar fatos e análises que geralmente são recusadas pela imprensa dominante, ligada ao grande sistema economico-político mundial. Publicamos aqui esta análise na convicção de que os leitores e leitoras têm o direito de saber o pano de fundo, o lado escondido dos atentados terroristas acontecidos em Paris e em outros lugares. Toda história possui sua pré-história, por vezes trágica. Ela não justifica a violência terrorista mas ajuda entender o quadro geral porquê tais barbaridades ainda continuam a acontecer. Tudo tem dois lados. O lado ocidental o conhecemos bem, mas o lado muçulmano ou médio-oriental é pela grande maioria da população totalmente desconhecido ou mantido oculto por aqueles que têm interese em alimentar os conflitos pelos bilhões de dólares nele implicados através da  venda e da compra de armas. Os ocidentais continuam vendendo armas ao Estado Islâmico que eles combatem. Parece um absurdo. Mas para a lógica do lucro sem escrúpulos e insensível às vidas sacrificadas e à dor humana tudo isso, lamentavelmente, faz sentido. O inumano pertence também ao humano. Mas nosso dever é limitar os efeitos destrutivos do inumano que está em nós, através de estratégias de convivência pacífica com as diferenças, de diálogo, de sentido de hospitalidade e de reconhecimento das formas diferentes de sermos humanos e de relacionarmo-nos com a Divindade e, em seu sentido mais profundo, pelo amor incondicional e pela compaixão, virtudes fundamentais propostas por Jesus: Lboff

Una reflexión políticamente incorrecta sobre la masacre de París

Por Roberto Savio*

Roma, 17 nov. 2015 – En estos días, todos los medios condenan unánimemente la masacre de París, exhortan a la unidad de Occidente y a intensificar la acción militar contra el ISIS.  Pero, ¿no habría que resolver el problema del terrorismo?  ¿No será también tiempo de reflexionar sobre las responsabilidades de Occidente en el aumento del terrorismo?

Por supuesto, la masacre de París sólo puede causar horror y luto. Pero ¿por qué alguna gente tan joven puede actuar de manera tan atroz?  El municipio de Courcouronnes, el gueto de donde proviene el identificado kamikaze Ismail Mostafa, es también el lugar de origen de Asata Diakitè, una de las víctimas.

Vamos entonces a hacer tres reflexiones…

La primera es que las relaciones entre el mundo árabe y Occidente tienen un historial pesado. Comienzan cuando en 1916, durante la Primera Guerra Mundial, Francia, Gran Bretaña, Rusia e Italia hicieron un acuerdo para dividir todo el Imperio Otomano.

La desaparición del Imperio Ruso, y la lucha de Kemal Ataturk, que fue capaz de mantener una Turquía independiente, dejó  a Francia y el Reino Unido, la repartición del resto. Fueron diseñados países artificiales en la mesa de los negociadores. Así fueron creados Siria e Irak, por citar sólo los dos países más relevantes en el presente desorden. En el proceso, los negociadores, Monsieur Picot (Francia) y Lord Sykes (Gran Bretaña), se olvidaron de darle un poco de tierra a los kurdos, que se arrastra como otro grave problema contemporáneo.

En las colonias  instalaron nuevos gobernantes de países que no eran legítimos, carentes  del apoyo de la gente y que nunca iniciaron un proceso de modernización y democracia. Luego, en un período  brutalmente comprimido, llegan los tiempos contemporáneos. La educación crece y aparece la Internet. Millones de jóvenes educados y desempleados siempre sintieron que Occidente tenía una gran responsabilidad histórica por sus vidas sin futuro.

La primavera árabe trajo más frustraciones. En Egipto, un dictador, Hosni Mubarak, fue reemplazado por otro, Abdelfatah Al-Sisi, con el consentimiento de Occidente. Mientras tanto,  Túnez, el único sobreviviente de la democracia, ha recibido poco apoyo sustancial.

Una parte importante de esta reflexión es que Occidente tiende a ignorar el hecho de que todo lo que está sucediendo hoy en día se debe a tres intervenciones: Irak, Siria y Libia.  Las tres destinadas a lograr un cambio de régimen al eliminar a los dictadores indeseables Hussein, Assad y Gadafi, siempre en nombre de la democracia y la libertad. Pero nunca existió un plan de seguimiento después de la intervención y el vacío dejado por los dictadores es lo que se ve.

Entretanto, el ISIS no apareció de la nada. En una sorprendente entrevista con Al Jazeera en agosto de este año (totalmente ignorada en otro lugar),  Michael Flynn, ex jefe de la Agencia de Inteligencia de Defensa de Estados Unidos (DIA) dijo que, en 2007, los neoconservadores convencieron al entonces vicepresidente de Estados Unidos Dick Cheney a respaldar  las iniciativas para derrocar el régimen de Assad mediante la creación de un seto entre Siria y el Hezbolá apoyando el establecimiento de un “principado salafista” en Siria oriental.

Esto también jugaría favorablemente para Israel. El salafismo, una rama radical y extrema del sunismo, es la religión oficial de Arabia Saudita, que ha gastado grandes sumas en la exportación salafismo  y el Estado islámico es un producto del salafismo.

Lo sorprendente es que en 2012, cuando el ISIS empezaba a aparecer, Flynn dijo que envió un informe a la Casa Blanca. La falta de respuesta, dijo, no fue sólo que hicieron la vista gorda, sino que fue  “una decisión deliberada” para permitir que esto suceda, una repetición de cómo se utilizó a Bin Laden en la guerra contra los rusos en Afganistán. Pero a estas alturas ya se debería saber que es imposible controlar el fanatismo…

En todo caso, el hecho es que Occidente comenzó a actuar muy tarde contra del ISIS. Y esta lucha es sólo un pequeño punto en el desorden general de Siria, que es una guerra de poder, en la cual son  los enemigos de Occidente –kurdos, Hezbolá, los iraníes —  los que están llevando a cabo la lucha real contra el ISIS.  Los aliados de Occidente – Arabia Saudita, los países del Golfo y Turquía – de hecho no están luchando contra el ISIS, sino contra Assad, mientras que la intervención rusa era  para animar al régimen de Assad, con muy poca acción en contra del ISIS.

Quizás París va a cambiar esto, porque Putin no puede aparecer haciendo caso omiso del ISIS, especialmente después que hicieron explotar un avión ruso.  Hasta ahora, Occidente no ha efectuado realmente una acción militar contra los 50.000 combatientes que se estima con que cuenta el Estado islámico… a menos que los bombardeos aéreos se consideren una acción seria.

También es importante señalar que en las calles árabes la opinión unánime es que el ISIS no podría existir sin la tolerancia de Occidente. Si bien esto es sólo un rumor,  ayuda a alimentar el resentimiento.

Es necesario recordar que el objetivo del Estado Islámico es deponer a todos los reyes y dictadores y crear un califato salafista que redistribuya toda la riqueza del Golfo hacia todos los países, lo que inicialmente era mucho más que un asunto interno del mundo musulmán entre sunitas y chiitas.

El vicepresidente estadounidense, Joe Biden, puso las cosas claras en declaraciones públicas en octubre de 2014, cuando dijo: Nuestros aliados en la región estaban muy decididos a acabar con Assad y esencialmente con una guerra suní-chií.  ¿Qué hicieron? Repartieron cientos de millones de dólares y decenas de miles de toneladas de armas a cualquiera que quisiera luchar contra Assad. Solo que las personas que estaban siendo pertrechadas fueron elementos extremistas del yihadismo de al-Nusra y al-Qaeda que venían de otras partes del mundo.

La segunda reflexión se debe hacer sobre la situación de los musulmanes en Europa, es que están cada vez más ligados al ISIS. Francia tiene una situación especial, con 6 millones de musulmanes,  equivalente a alrededor de  la población de Noruega. Hace diez años, los mismos ghettos de París, que ahora son los principales campos de reclutamiento del ISIS, fueron sacudidos por una revuelta repentina que duró 20 días, con más de 10.000 coches quemados.

Todos los informes de los guetos hablan de jóvenes desempleados rechazados por la sociedad francesa. Ellos son la segunda o tercera generación de inmigrantes que ya se sentían  franceses, pero que a diferencia de sus padres, tienen una crisis de identidad y de futuro. Ven en el Califato la venganza y la dignidad. Hay unanimidad en que desde las revueltas de hace 10 años, la frustración sólo ha aumentado y lo mismo se puede decir de muchos jóvenes musulmanes en toda Europa.

La acción simultánea en París llevada a cabo al menos por tres grupos, con varios kamikazes procedentes de fuera de Francia, muestra lo que podemos esperar en el futuro. El terrorismo del Estado Islámico recurre principalmente a una técnica de reclutamiento. Cada acción aumenta el prestigio del Califato y aporta más musulmanes europeos frustrados a su seno. ¿Por qué nadie ha escrito que en la actualidad se estima que al menos 50 por ciento de los combatientes del ISIS procede del extranjero, cuando inicialmente eran sólo iraquíes y sirios?

La tercera reflexión es que trágicamente, Occidente está ahora en un callejón sin salida. Si interviene militarmente,  en realidad se profundizará la convicción de que es el enemigo real del mundo árabe, sunitas y chiítas por igual.  Militarmente, se puede derribar fácilmente  al ISIS, pero resolver la frustración y el espíritu de venganza que está detrás del terrorismo, es harina de otro costal.

La masacre de París creará una brecha aún mayor entre los musulmanes europeos y la población europea, con una mayor radicalización, lo que  también entra en los cálculos del  ISIS. Occidente interviene porque acontecimientos como los de París son políticamente imposibles de ignorar.

El New York Times acaba de publicar una carta de Michael Goodwin,  un importante neoconservador, exhortando al presidente de Estados Unidos,  Barack Obama  a renunciar. En varios países europeos se han oído llamamientos similares de la oposición al gobierno a dimitirse  y los pedidos para formar un ejército europeo integrado provienen de varios lados, entre ellos de la ministra Italiana de Defensa, Roberta Pinotti.

Entonces, en conclusión, ¿quién va a beneficiarse de París? En primer lugar, todos los partidos de extrema derecha xenófobos, que ahora están en mejores condiciones de pedir el cierre de Europa a los refugiados.

La nueva primera ministra conservadora de Polonia, Beata Szydlo, ya ha declarado que, a la luz de los ataques de París, su país no puede aceptar las cuotas de la UE para los solicitantes de asilo. La popularidad de varios líderes como  Salvini (Italia), Le Pen (Francia) y los Patriotas Europeos Contra la Islamización de Occidente (Pegida, Alemania) está aumentando.

Sin duda, la inevitable animosidad contra los musulmanes fortalecerá el atractivo por el ISIS. De modo que se incrementará la polarización, en lugar de la tolerancia, el diálogo y la inclusión: la violencia engendra más violencia.

Parece que vamos a ir de una época de ambición en una de miedo…  Todo esto se une al creciente impacto del calentamiento global,  que se está sintiendo cada vez más detrás de la simple retórica y las declaraciones fáciles.

*Periodista italo-argentino. Co-fundador y ex Director General de Inter Press Service (IPS). En los últimos años también fundó Other News, un servicio que proporciona “información que los mercados eliminan”. Other News . En español: http://www.other-news.info/noticias/ En inglés: http://www.other-net.info/

 

 

Hospitalidad: derecho de todos y deber para todos

El problema mundial de los refugiados nos plantea siempre de nuevo el imperativo ético de la hospitalidad a nivel internacional y también a nivel nacional. Hay una migración de pueblos como en tiempos de la decadencia del imperio romano. Millones de personas buscan nuevas patrias para sobrevivir o simplemente para escapar de las guerras y encontrar un mínimo de paz. La hospitalidad es un derecho de todos y un deber para todos. Immanuel Kant (1724-1804) vio claramente la imbricación entre derechos y deberes humanos y la hospitalidad para la construcción de lo que él llama la “paz perpetua” (Zum ewigen Frieden 1795; véase Jacob Ginsburg, La paz perpetua, 2004). Anticipándose a su tiempo, Kant propone una república mundial (Weltrepublik) o el Estado de los pueblos (Völkerstaat) fundada en el derecho de la ciudadanía mundial (Weltbürgerrecht). Esto, dice Kant, es la primera función de la “hospitalidad general” (allgemeine Hospitalität: § 357).

¿Por qué justamente la hospitalidad? El mismo filósofo dice, «porque todos los seres humanos están en el planeta Tierra y todos, sin excepción, tienen el derecho de estar en ella y visitar sus lugares y los pueblos que lo habitan. La Tierra pertenece comunitariamente a todos» (§ 358).

Esta ciudadanía materializada por la hospitalidad general se rige por el derecho, y nunca por la violencia. Kant plantea el desmantelamiento de todas las máquinas bélicas y la abolición de todos los ejércitos, así como lo hace modernamente la Carta de la Tierra. Pues mientras existan tales medios de violencia, continuarán las amenazas de los fuertes sobre los débiles y las tensiones entre los Estados, lo que socava los cimientos de una paz duradera.

El imperio del estado de derecho y la difusión de la hospitalidad generalizada deben crear una cultura de los derechos que penetre en las mentes y los corazones de todos los ciudadanos globalizados, generando la “comunidad de los pueblos” (Gemeinschaft der Völker). Esta comunidad de los pueblos, afirma Kant, puede crecer tanto en su conciencia de que la violación de una ley en un lugar se sienta en todas partes (§ 360), cosa que más tarde repetirá por su cuenta Ernesto Che Guevara. Tanta es la solidaridad y el espíritu de hospitalidad que el sufrimiento de uno es el sufrimiento de todos y el avance de uno es el avance de todos. Parece el Papa Francisco hablando de los seres humanos como seres de relación que participan de los dolores de los demás.

Si queremos una paz duradera y no sólo una tregua o una pacificación momentánea, debemos vivir la hospitalidad universal y respetar los derechos universales.

La paz, según Kant, resulta de la vigencia de la ley, de la cooperación legalmente ordenada y de institucionalizar la cooperación entre todos los Estados y pueblos. Los derechos son para él “la niña de los ojos de Dios” o “lo más sagrado que Dios ha puesto en la Tierra”. El respeto de los derechos da lugar a una comunidad de paz que pone fin definitivamente “al beligerar infame”.

En la actualidad ha sido J. Derrida quien ha retomado el tema de la hospitalidad (De l’hospitalité, París 1977) dándole carácter incondicional para todos.

Pero aun así fue Kant quien le dio una mejor fundamentación. Su base es la buena voluntad que, para él, es la única virtud que no tiene defectos. En su obraFundamentación para una metafísica de las costumbres (1785) hace una declaración de gran importancia: «No se puede pensar en algo, en cualquier parte del mundo e incluso fuera de él, que se pueda considerar sin reservas tan bueno como la buena voluntad (der gute Wille)». Traduciendo su lenguaje difícil: la buena voluntad es el único bien que sólo es bueno y que no se ajusta a ninguna restricción. La buena voluntad o es buena o no es buena voluntad. Si lleva sospechas, no es buena. Supone la plena apertura al otro y la confianza incondicional. Esto es factible para los seres humanos. Si no nos revestimos de esta buena voluntad, no vamos a encontrar una salida para la desesperante crisis social que desgarra las sociedades periféricas y los millones de refugiados que se dirigen hacia Europa.

La buena voluntad es la última tabla de la salvación que nos queda. La situación del mundo es un desastre. Vivimos en un permanente estado de sitio o de guerra civil global. No hay nadie, ni las dos santidades, el Papa Francisco y el Dalai Lama, ni las élites intelectuales y morales, ni la tecnociencia que proporcione una clave de ruta global. En realidad, dependemos únicamente de nuestra buena voluntad. Vale la pena recordar lo que Dostoievski escribió en su cuento fantásticoEl sueño de un hombre ridículo 1877: «Si todos realmente quisiesen, todo cambiaría en la Tierra en solo un momento».

Brasil reproduce en miniatura el drama del mundo. La llaga social producida en quinientos años de abandono de las cosas del pueblo significa una sangría desatada. Gran parte de nuestras élites nunca pensó una solución para Brasil como un todo, sino sólo para sí. Ellas están más comprometidas en la defensa de sus privilegios que en garantizar derechos para todos. Mediante mil maniobras políticas, incluso con amenazas de empeachment, consiguen manipular a los gobiernos elegidos democráticamente para que asuman la agenda que les interesa y evitar o retrasar los cambios sociales necesarios. A diferencia de la mayoría del pueblo brasileño, que mostró enorme buena voluntad, gran parte de la élite se niega a pagar la hipoteca de buena voluntad que debe al país.

Si la buena voluntad es tan decisiva, es urgente suscitarla en todos. Todos tienen el deber de hospedar y el derecho a ser hospedados porque vivimos en la misma Casa Común.