La crisi brasiliana e i punti d’inflessione della crisi mondiale

Il Brasile deve decidere il 2 ottobre quale futuro vuole per il suo Paese: quello tra civiltà e barbarie, tra modernità e arretratezza, tra la democrazia e un proto-fascismo, rappresentato dall’attuale presidente Jair Bolsonaro? Oppure sostiene il progetto opposto della continuità di rifondazione del Brasile dal basso verso l’alto, dall’interno verso l’esterno, con una democrazia che si apre al sociale, alla società organizzata, in particolare alle centinaia di movimenti sociali le cui lotte, solitamente, s’incentrano in diritti a loro storicamente negati, incarnati nell’ex presidente Lula? In questo secondo progetto, al primo posto c’è l’eliminazione della fame di 33 milioni di brasiliani e di altri 110 milioni con insufficienza alimentare, la creazione di posti di lavoro e politiche sociali in materia di salute, d’istruzione, di sicurezza, di scienza e tecnologia, tra gli altri obiettivi.

È la prima volta nella storia che è in gioco il nostro destino. I sondaggi elettorali indicano che predominerà la razionalità, la coscienza civica, eleggendo Lula, liberando il Paese dall’ondata di odio, di violenza, di fake news e dell’irresponsabilità di fronte alla pandemia che, per il negazionismo oscurantista del presidente Bolsonaro, ha decimato almeno 300mila persone che potrebbero essere tra noi oggi. Questa perversità alleata alle bugie quotidiane e alla totale mancanza di decenza ed etica pubblica non può prevalere. Siamo troppo importanti per noi stessi e per il futuro del mondo, data la nostra ricchezza ecologica, che politicamente ci obbliga a uno sforzo serio per infliggere una sonora sconfitta al primo progetto, di smantellamento della democrazia e delle sue istituzioni democratiche.

Accanto a questa crisi nazionale, si sta verificando un’altra crisi la cui gravità supera di gran lunga la nostra: la crisi ecologico-sociale del sistema-Terra e del sistema-vita. La crisi è globale e colpisce l’ambiente, l’economia, la politica, la società, l’etica, le religioni e il senso stesso del nostro vivere. Potrebbe persino mettere gran parte della vita sulla Terra a serio rischio di estinzione.

Lasciando da parte la pericolosa crisi derivante da una potenziale guerra nucleare promossa dalla Russia e dalle potenze militariste dell’Occidente, che metterebbe a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie, mi limito ai tippings points, ai punti sociali d’inflessione o di svolta causati dalla crescita del riscaldamento globale. Il quadro è preoccupante e, in un certo senso, sconfortante. Alla fine di febbraio e nella prima settimana di aprile del corrente anno 2022 sono stati pubblicati tre volumi del Sesto Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Il rapporto di valutazione 6 (Assesment Report 6) ha rivelato un’accelerazione insospettata del riscaldamento globale. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite ha confermato un tale evento. Ha avvertito che il riscaldamento che s’immaginava dovesse raggiungere + 1,5 gradi Celsius al 2030 è stato frustrato. È stata fatta una proiezione del 50% di probabilità che tale riscaldamento sarebbe stato raggiunto già nell’anno 2026, quindi entro 4 anni. Il clima potrebbe raggiungere i + 2,7 gradi Celsius o più, a seconda delle regioni del pianeta, soprattutto a causa del massiccio afflusso di metano (28 volte più dannoso della CO2) derivante dallo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, delle calotte polari e del permafrost.

La brasiliana Patricia Pinho, autrice principale insieme all’IPCC sui punti di inflessione sociale di questa accelerazione del riscaldamento, afferma nella sua conclusione che “le emissioni di gas serra di origine umana hanno generato impatti negativi espressivi e significativi in ​​tutti i paesi del mondo, conferendo-si davvero come una minaccia per l’umanità” (cfr.IHU del 25 giugno 2022).

Nel suo rapporto, rivela che questo aumento del riscaldamento genera punti di inflessione sociale molto negativi, causando l’erosione del modo di vivere delle popolazioni dipendenti dalle foreste, in particolare le popolazioni indigene, le popolazioni fluviali e la popolazione urbana povera, pregiudicando l’agricoltura sia di sopravvivenza, sia quella dell’agro-business, la diminuzione delle risorse ittiche, oltre all’aumento dei conflitti, delle violenze, delle migrazioni e delle crisi umanitarie.

Questa mutata situazione è poco conosciuta e nemmeno presa in considerazione dai pianificatori dei nuovi governi, siano essi degli Stati o dell’Unione. Strategie minime devono essere sviluppate come, ad esempio, non costruire case sui pendii (si pensi ai disastri di Petrópolis e Angra dos Reis di quest’anno), ma collocare le persone in spazi più pianeggianti che non siano minacciati dalle inondazioni. Insieme al programma Bolsa Família, è necessario aggiungere la Bolsa Floresta, piantare alberi in ogni angolo, insieme all’agricoltura rurale introdurre l’agricoltura urbana in quegli spazi tra gli edifici, il rimboschimento delle strade e la conservazione delle più piccole fonti d’acqua, lá dove sorgono, circondati da piante che ne garantiscano la perennità.

In tutti i modi, dobbiamo prepararci a eventi estremi sempre più frequenti e dannosi, utilizzando sistemi di allerta-prevenzione insieme alla popolazione, usando la scienza e le tecnologie per ridurre gli inevitabili effetti dannosi.

Concludo con l’osservazione di uno scienziato nord-americano, legato al tema del riscaldamento globale: “La nostra generazione deve percorrere un sentiero pieno di pericoli. È come guidare di notte: la scienza è rappresentata dai fari, ma la responsabilità di non uscire di strada è del guidatore, che deve tenere conto anche del fatto che i fari hanno una capacità di illuminazione limitata”. In altre parole, scienza e tecnologia non bastano, dobbiamo assumerci collettivamente la responsabilità del nostro futuro. Speriamo di trovare il modo di garantire la nostra sopravvivenza come specie su questo pianeta che ci ha generato, imparando di nuovo a prendercene cura e a farne la nostra Casa Comune.

Leonardo Boff è un ecoteologo, filosofo e scrittore che ha scritto: La ricerca della misura giusta: il pescatore ambizioso e il pexie incantato, Vozes 2022; Abitare la Terra, Roma 2021.

Nossa última chance de salvar a democracia

Jean Marc von der Weid

Estamos a pouco mais de 15 dias das eleições mais importantes das nossas vidas e, provavelmente, da história do Brasil. O que está em jogo é tão importante que deveria orientar as nossas opções acima de preferencias do passado ou do presente. Os riscos para o futuro do país e do povo são gigantescos e qualquer objeção, mesmo as mais caras a cada um, deveria ser repensada à luz das ameaças a que estamos submetidos.

O que representa a candidatura de Bolsonaro? O que se pode esperar do atual presidente senão a repetição muito piorada da sua performance nos últimos 4 anos? Bolsonaro não é só uma ameaça para o Brasil. Pelo que ele fez ao apoiar seus seguidores na Amazônia, Cerrado e Pantanal, os grileiros de terras, madeireiros ilegais, garimpeiros trabalhando para organizações do narcotráfico e pescadores ilegais, os índices de desmatamento dispararam, acompanhados pela fumaça da nossa biodiversidade em chamas que cobre os céus do norte e centro oeste e se espalham até São Paulo. O Brasil de Bolsonaro tornou-se uma ameaça planetária, um foco de emissões de gases de efeito estufa combinado com a diminuição da capacidade das florestas de capturar carbono da atmosfera. O aquecimento global que ameaça o futuro da humanidade agradece ao presidente, um pária internacional e não só por isso.

Este espaço é pequeno para lembrar todos os malefícios destes anos de descalabro no governo. Ninguém devia esquecer as centenas de milhares de mortes por COVID, ocorridas porque o presidente optou por recomendar cloroquina e combater a vacinação e o uso de máscaras. Com outro presidente não teríamos quase 700 mil mortos e milhões de sequelados. Adotadas as medidas corretas, defendidas até pelo Ministro da Saúde Mandetta, afastado pelo presidente para colocar um pau mandado fardado no seu lugar, os contaminados se contariam em centenas de milhares e não em milhões e os mortos estariam na casa das dezenas de milhares e não das centenas de milhares. Não podemos, também, esquecer os desastres na educação, nas ciências, na cultura, na economia, na segurança pública, nas relações internacionais.

A mais grave consequência do descalabro da gestão Bolsonaro foi o aumento exponencial da fome e da insegurança alimentar no país. São quase 130 milhões passando algum tipo de dificuldade para comer, sendo que 33,1 milhões são famintos, 40 milhões comem menos do que necessitam e outros 50 milhões comem muito mal, com fortes carências nutricionais. No governo de Bolsonaro o número de famintos quase triplicou.

Também não se pode esquecer que este governo, eleito com um discurso contra a corrupção, está mergulhado em uma série de denúncias espetaculares, que só não avançam porque Bolsonaro controla a Procuradoria Geral da República e, em parte, a Polícia Federal. E não é só o governo. Bolsonaro e sua família estão envolvidos e há muito tempo, no desvio de dinheiro público através das “rachadinhas” que permitiram levantar ilicitamente recursos para comprar mais de cem imóveis, sendo que metade com dinheiro vivo. Aqui também as investigações e processos não avançam por intervenção da PGR e a colaboração de juízes nos tribunais superiores.

Além de todos esses horrores, Bolsonaro atacou as instituições da República, enfraquecendo o executivo, corrompendo o Congresso através da sua aliança com o Centrão e o uso do orçamento secreto e atacando o judiciário. Neste último caso, além de atacar de forma permanente o STF e o TSE, o presidente está buscando dominar os tribunais superiores colocando seus aliados em cada posição disponível. Com um novo governo, o presidente está prometendo fazer votar uma ampliação do STF para poder nomear de imediato 5 novos juízes e controlar a corte suprema. Mesmo sem isso, ele terá 4 novos juízes a nomear em seu mandato. Com os dois apaniguados que ele lá já colocou teriamos um STF “terrivelmente bolsonarista”.

Mas o pior risco representado por Bolsonaro está na sua permanente ameaça de golpe, explícita na sua recusa de aceitar os resultados das eleições se ele não for eleito. Ele usa para isso o apoio de um milhão de supostos caçadores, colecionadores de armas e atiradores esportivos, um número multiplicado por três desde que o presidente assumiu o governo. E o que é pior, o número e a potência das armas no poder desta verdadeira milicia, organizada sob a cobertura de clubes de tiro, chega a vários milhões, com munição suficiente para uma guerra prolongada. Bolsonaro usa também a permanente subversão das polícias militares como fator de ameaça aos seus opositores, contando com a sua adesão quando passe a desafiar a Constituição e se recusar a entregar o poder. E para completar o desmantelamento das instituições do Estado, o presidente buscou comprar o apoio das FFAA, dando empregos com salários polpudos para 6 mil oficiais da ativa e da reserva em seu governo e entregando grandes favores em salários, benefícios e aposentadorias para a oficialidade. Bolsonaro excita de forma permanente a politização das FFAA, criando um verdadeiro partido militar com o qual ele conta para subverter a ordem constitucional.

Bolsonaro está fazendo a campanha eleitoral mais ilegal da história brasileira, derramando mais de 100 bilhões de reais em subsídios variados visando comprar votos, na classe média com os preços rebaixados da gasolina e com os mais pobres com o vale gás e o Auxílio Brasil, entre outros. Isto fez com que a previsão de seus votos nas pesquisas eleitorais tenha melhorado, mas não o suficiente para que chegue à vitória. Mas para Bolsonaro isto não importa. Ele já declarou que só vai aceitar os resultados “se as eleições forem limpas” e, para ele, quem decide se elas o são é … ele mesmo.

Estamos ameaçados por uma situação que pode chegar até a uma guerra civil. Ou a conflitos degenerando em repressão sangrenta. Ou ainda atentados e agressões contra os opositores. Certamente por etapas. Lembremos que Bolsonaro já afirmou que o país “precisa de uma guerra civil para mudar”, e que 30 mil mortos seria o mínimo necessário para fazer uma limpeza. Também já ameaçou várias vezes a oposição com a expressão “mandar todo mundo para a ponta da praia”. A ponta da praia era o lugar onde os torturadores desovavam os mortos da oposição à ditadura nos anos 60 e 70. E o grande ídolo de Bolsonaro é o notório torturador e assassino da ditadura, coronel Brilhante Ulstra.

Como evitar esta terrível ameaça? Não basta derrotar eleitoralmente Bolsonaro. Vai ser preciso derrotá-lo por uma larga margem de votos que mostre que o país não o aceita de forma nenhuma. Uma derrota de Bolsonaro por uma diferença de 20 pontos no primeiro turno tornaria muito mais difícil para o golpista arrancar apoio da alta oficialidade das FFAA para a sua desejada virada de mesa. Sem os altos comandos das FFAA é muito improvável que a oficialidade média faça uma sublevação, por mais que Bolsonaro tenha simpatias entre eles. Sem as FFAA, as polícias militares dificilmente se moverão para dar um golpe. E os milicianos dos clubes de tiro, se podem fazer muito estrago localmente, também não tem força para tomar o poder.

Apesar da derrama inacreditável de dinheiro por parte do governo, Bolsonaro está ainda entre 13 e 15 pontos atrás de Lula. Não se trata agora, apenas, de conquistar 5 pontos a mais no primeiro turno, embora isto seja essencial. Para conter os ímpetos golpistas de Bolsonaro seria da maior importância uma manifestação conjunta de todos os candidatos contra as ameaças do presidente aos resultados da eleição assim como todos os partidos que os apoiam deveriam se posicionar no mesmo sentido. Os movimentos da sociedade civil que se manifestaram no 11 de agosto deveriam também condenar estas ameaças de forma contundente.

À luz dos ataques constantes de Ciro à Lula, assim como os menos agressivos da senadora Tebet, esta posição pode parecer uma coisa ilusória. No entanto, o que está em jogo é tão mais importante que as críticas de ambos ao ex-presidente deveriam ser postas em segundo plano. Tenho confiança na responsabilidade política destes dois candidatos, assim como naqueles eleitores que os apoiam.

O que o Brasil precisa neste momento é uma frente de salvação nacional, em defesa da democracia. Não se trata de esquecer as diferenças, mas de adiá-las para outro momento. Com Lula eleito e empossado, não apenas Ciro e Tebet, mas todas as opiniões políticas terão garantido o espaço democrático para se manifestar, inclusive o bolsonarismo. Podemos ter muitas críticas ao Lula, mas não há dúvidas de que ele é um democrata.

Apelo entre angustiado e esperançoso a Ciro, Tebet e seus eleitores. O Brasil precisa muito da ajuda de vocês para afastar de vez o risco Bolsonaro à democracia.

Jean Marc von der Weid

Ex-presidente da UNE (69/71)

Fundador da ONG Agricultura Familiar e Agroecologia, (AS-PTA) em 1983

Membro do CONDRAF/MDA (2004/2016)

Militante independente, membro do movimento Geração 68 Sempre na Luta

Onze pistas falsas sobre o clima

MICHAEL LÖWY*

Michael, sociólogo, brasileiro-francês, grande conhecedor da realidade brasileiro também da teologia da libertaçãso, embora vivendo na França como pesquisador no CNRS, com este estudo desfaz lugares comuns e nos leva à racionalidade.Se não mudarmos de paradigma com relação à natureza, não evitaremos os eventos extremos. Esse é o ponto que Michael com razão enfatiza. Há várias propostss, mas certamente,o ecosocialismo por ele proposta   (foi importante no encontro sobre o clima em Copenhagen quando ele junto com outros lançou a proposta e o texto fundador) é o caminho mais promissor.Vale ler este texto por nos tirar as ilusões sobre este grave problema no qual o sistema-vida está sendo gravemene afetado. LBoff

Contestação de lugares-comuns que dificultam o combate à mudança climática

Encontramos um grande número de lugares-comuns nos vários discursos sobre o clima, repetidos mil vezes em todos os matizes, que constituem pistas falsas, que levam, voluntariamente ou não, a ignorar as verdadeiras questões, ou a acreditar em pseudossoluções. Não me refiro aqui aos discursos negacionistas, mas àqueles que se dizem “verdes” ou “sustentáveis”. Estas são afirmações de natureza muito diversa: algumas são verdadeiras manipulações, fake news, mentiras, mistificações; outras são meias-verdades, ou um quarto de verdade. Muitas estão cheias de boa vontade e de boas intenções – e, como sabemos, delas o inferno está cheio. É neste caminho que estamos: se continuarmos com o business as usual – mesmo que pintado de verde – dentro de algumas décadas, nos encontraremos numa situação muito pior do que a maioria dos círculos do inferno descritos por Dante Alighieri na sua Divina Comédia. Os onze exemplos seguintes são apenas alguns desses lugares-comuns a evitar.

 O planeta tem que ser salvo

Isto está por todo lado: em cartazes, na imprensa, em revistas, em declarações de líderes políticos, etc. Na verdade, é um disparate: o planeta Terra não está em perigo! Qualquer que seja o clima, ele continuará girando tranquilamente ao redor do sol durante os próximos milhões de anos. O que está ameaçado pelo aquecimento global são as múltiplas formas de vida neste planeta, incluindo a nossa: a espécie Homo Sapiens.

“Salvar o planeta” dá a falsa impressão de que se trata de algo externo a nós, que se encontra em algum lugar, e que não nos diz respeito diretamente. Não pedimos às pessoas que se preocupem com suas vidas, ou com a vida de seus filhos, mas sim com uma vaga abstração, “o planeta”. Não é surpresa que as pessoas menos politizadas reajam dizendo: eu estou muito ocupado com meus próprios problemas para me preocupar com “o planeta”.

 Façamos algo para salvar o planeta

Este lugar-comum, infinitamente saturado, é uma variante da fórmula anterior. Ele contém uma meia-verdade: todos devem contribuir pessoalmente para evitar a catástrofe. Mas transmite a ilusão de que é suficiente acumular “pequenos gestos” – desligar as luzes, fechar a torneira, etc. – para evitar o pior. Assim, conscientemente ou não, descartamos a necessidade de mudanças estruturais profundas no modo de produção e consumo atual; mudanças que colocam em questão os próprios fundamentos do sistema capitalista, que se baseia num único critério: a maximização do lucro.

 O urso polar está em perigo

É uma imagem que está por todo lado, repetida à saciedade: um pobre urso polar que tenta sobreviver no meio de icebergs à deriva. Certamente, a vida do urso polar – e de muitas outras espécies nas regiões polares – está ameaçada. Esta imagem pode suscitar a compaixão de algumas almas generosas, mas, para a maioria da população, é um assunto que não lhes diz respeito.

Pois bem, o derretimento das calotas polares é uma ameaça não apenas para o bravo urso polar, mas, a longo prazo, para metade, se não mais, da humanidade que vive em grandes cidades à beira-mar. O derretimento das enormes geleiras na Groenlândia e na Antártica pode elevar o nível do mar em algumas dezenas de metros. Mas são necessários apenas alguns metros para que cidades como Veneza, Amsterdã, Londres, Nova Iorque, Rio de Janeiro, Xangai e Hong Kong fiquem submersas. Claro que isto não acontecerá no ano que vem, mas os cientistas podem observar que o derretimento destas geleiras está acelerando… É impossível prever a rapidez com que isso ocorrerá, pois muitos fatores são difíceis de calcular neste momento.

Ao enfatizarmos unicamente o pobre urso polar, ocultamos o fato de que se trata de um caso aterrador que diz respeito a todos nós…

 Bangladesh corre o risco de sofrer muito com as mudanças climáticas

Trata-se de uma meia-verdade, cheia de boa vontade: o aquecimento global afetará principalmente os países pobres do Sul, que são os menos responsáveis pelas emissões de CO2. É verdade que estes países serão os mais atingidos por catástrofes climáticas, furacões, seca, redução de fontes de água, etc. Mas é falso que os países do Norte não serão afetados, em grande medida, por estes mesmos perigos: não assistimos a terríveis incêndios florestais nos EUA, Canadá, Austrália? As ondas de calor não causaram numerosas vítimas na Europa? Poderíamos multiplicar os exemplos.

Se mantivermos a impressão de que estas ameaças só dizem respeito aos povos do Sul, conseguiremos mobilizar apenas uma minoria de internacionalistas convictos. Contudo, mais cedo ou mais tarde, é o conjunto da humanidade que será confrontado com catástrofes sem precedentes. É necessário explicar aos povos do Norte que esta ameaça também pesa sobre eles, bem diretamente.

 Até o ano 2100 a temperatura poderá subir até 3,5 graus (acima do período pré-industrial)

Esta é uma afirmação que é encontrada lamentavelmente em muitos documentos sérios. Isto me parece ser um duplo erro.

Do ponto de vista científico, sabemos que as mudanças climáticas não são um processo linear: podem sofrer “saltos” e acelerações súbitas. Muitas dimensões do aquecimento se retroalimentam, e as consequências disto são imprevisíveis. Por exemplo: os incêndios florestais emitem enormes quantidades de CO2, que contribuem para o aquecimento, intensificando, assim, os incêndios florestais. Assim, é muito difícil prever o que acontecerá dentro de quatro ou cinco anos, então como é possível prever o que ocorrerá daqui a um século?

De um ponto de vista político: até o final do século, nós todos estaremos mortos, assim como nossos filhos e netos. Como podemos mobilizar a atenção e o engajamento das pessoas por um futuro que não lhes diz respeito, nem de perto nem de longe? Então devemos preocupar-nos com as gerações futuras? Um pensamento nobre, longamente defendido pelo filósofo Hans Jonas: nosso dever moral para com aqueles que ainda não nasceram. Uma pequena minoria de pessoas muito respeitáveis poderia ser tocada por este argumento. Para o comum dos mortais, o que acontecerá em 2100 não é uma questão de grande interesse.

 Em 2050 atingiremos a neutralidade de carbono

Esta promessa da União Europeia e de vários governos na Europa e em outros lugares não corresponde a uma meia-verdade, nem a uma ingênua boa vontade: é pura e simples mistificação. Por duas razões.

Em vez de comprometerem-se agora, imediatamente, com as mudanças urgentes exigidas pela comunidade científica (o IPCC) para os próximos 3 a 4 anos, nossos governantes prometem maravilhas para 2050. Isto é obviamente demasiado tarde. Além disso, como os governos mudam a cada 4 ou 5 anos, que garantia há para estes compromissos fictícios em 30 anos? É uma forma grotesca de justificar a presente inação com uma vaga promessa vinda de longe.

Além disso, a “neutralidade de carbono” não significa uma redução drástica das emissões, bem ao contrário! É um cálculo enganador baseado em offsets, em “mecanismos de compensação”: a empresa XY continua emitindo CO2, mas planta uma floresta na Indonésia, que supostamente absorverá o equivalente a este CO2 – se ela não se incendiar. As ONGs ambientalistas já denunciaram suficientemente a farsa dos offsets, não vou insistir. Mas isto mostra a perfeita mistificação contida na promessa de “neutralidade de carbono”.

 Nosso banco (ou companhia petrolífera, etc.) financia as energias renováveis e participa assim na transição ecológica

Este lugar-comum do green-washing [maquiagem verde] também faz parte da enganação e manipulação. É claro que os bancos e as multinacionais também investem em energias renováveis, mas estudos precisos da ATTAC e de outras ONGs mostraram que se trata de uma pequena – por vezes minúscula – parte de suas operações financeiras: o grosso continua indo para o petróleo, carvão, gás… É uma simples questão de rentabilidade e de competição por frações de mercado.

Todos os governos “razoáveis” – ao contrário de Donald Trump, Jair Bolsonaro e cia. – juram também, em todos os matizes, que estão empenhados na transição ecológica e nas energias renováveis. Mas assim que há um problema com o fornecimento de um combustível fóssil – recentemente o gás –, devido à agressiva política russa – refugiam-se no carvão, reativando centrais elétricas a carvão mineral, ou imploram à (sangrenta) família real da Arábia Saudita para aumentarem a produção de petróleo.

Toda o belo discurso sobre a “transição ecológica” oculta uma verdade desagradável: não é suficiente desenvolver energias renováveis. Antes de tudo, as energias renováveis são intermitentes: o sol nem sempre brilha no Norte da Europa… É verdade que foram feitos progressos técnicos nesta área, mas eles não podem resolver tudo. E, sobretudo, as energias renováveis requerem recursos minerais que correm o risco de se esgotarem. Se o vento e o sol são ilimitados, não é este, de modo algum, o caso para os materiais necessários para sua utilização (lítio, terras raras, etc.). Será portanto necessário considerar uma redução do consumo global de energia, e uma diminuição seletiva: medidas que são inimagináveis no quadro do capitalismo.

 Graças às técnicas de captura e sequestro de carbono evitaremos a catástrofe climática

Este é um argumento cada vez mais utilizado pelos governos, e que encontramos até mesmo em alguns documentos sérios (por exemplo, do IPCC). É a ilusão de uma solução tecnológica milagrosa, que salvaria o clima, sem a necessidade de nada mudar em nosso modo de produção (capitalista) e em nosso modo de vida.

Lamentavelmente, a triste verdade é que estas técnicas miraculosas de captura e sequestro de carbono atmosférico estão longe de ser uma realidade. É certo que foram feitas algumas tentativas, e que alguns projetos estejam em curso aqui e ali, mas no momento não se pode dizer que esta tecnologia seja eficaz e operacional. Ela ainda não resolveu as dificuldades de captura ou de sequestro (em regiões subterrâneas impermeáveis às fugas). E não há qualquer garantia de que poderá fazê-lo no futuro.

 Graças ao automóvel elétrico, reduziremos substancialmente as emissões de gases de efeito estufa

Este é outro exemplo de meia-verdade: é certo que os automóveis elétricos são menos poluentes do que os automóveis a combustão (a gasolina ou diesel), e, portanto, menos prejudiciais para a saúde da população urbana. No entanto, do ponto de vista das mudanças climáticas, seu balanço é muito mais mitigado. Eles emitem menos CO2, mas contribuem para uma situação desastrosa “tudo a eletricidade”. Contudo, na maioria dos países, a eletricidade é produzida com… combustíveis fósseis (carvão ou petróleo). A redução das emissões dos automóveis elétricos é “compensada” pelo aumento das emissões resultantes do maior consumo de eletricidade. Na França, a eletricidade é produzida por energia nuclear, outro impasse. No Brasil, são as megabarragens destruidoras de florestas, e, por conseguinte, responsáveis por um balanço de carbono pouco reluzente.

Se quisermos reduzir drasticamente as emissões, não podemos evitar uma redução significativa da circulação de automóveis privados, por meio da promoção de meios de transporte alternativos: transportes públicos gratuitos, áreas de pedestres, ciclovias. O automóvel elétrico mantém a ilusão de que podemos continuar como antes, mudando de tecnologia.

 É através de mecanismos de mercado, como os impostos sobre o carbono ou os mercados de direitos de emissão, ou ainda aumentando o preço dos combustíveis fósseis, que conseguiremos reduzir as emissões de CO2.

Para os ecologistas sinceros, isto é uma ilusão; na boca dos governantes, é ainda uma mistificação. Os mecanismos de mercado têm demonstrado por todo lado sua perfeita ineficiência na redução dos gases de efeito estufa. Não são apenas medidas antissociais, que buscam fazer as classes populares pagar o preço da “transição ecológica”, são incapazes, sobretudo, de contribuir substancialmente para a limitação das emissões. O fracasso espetacular dos “mercados de carbono” instituídos pelos acordos de Kyoto é a melhor demonstração disso.

Não é com medidas “indiretas”, “incentivadoras”, baseadas na lógica do mercado capitalista que conseguiremos por um freio no poder absoluto dos combustíveis fósseis, que mantêm o sistema funcionando há dois séculos. Para começar, será necessário expropriar os monopólios capitalistas de energia, criar um serviço público de energia, que terá como objetivo a redução drástica da exploração dos combustíveis fósseis.

 As mudanças climáticas são inevitáveis, só podemos adaptar-nos

Este tipo de afirmação fatalista pode ser encontrada nos meios de comunicação e entre os políticos “responsáveis”. Por exemplo, Christophe Bechu, ministro da transição ecológica do novo governo Macron, declarou recentemente: “Já que não podemos evitar o aquecimento global, quaisquer que sejam os nossos esforços, temos que conseguir limitar seus efeitos enquanto nos adaptamos a ele”.

Esta é uma excelente receita para justificar a inação, o imobilismo e o abandono de qualquer “esforço” para tentar evitar o pior. Contudo, os cientistas do IPCC explicaram bem que, embora o aquecimento já tenha de fato começado, ainda é possível evitar ultrapassar a linha vermelha de 1,5 graus – desde que comecemos imediatamente a reduzir de modo significativo as emissões de CO2.

Certamente, temos que tentar adaptar-nos. Mas se as mudanças climáticas se tornarem incontroláveis e acelerarem, a “adaptação” é apenas um engodo. Como “adaptar-se” a temperaturas de 50°C?

Poderíamos multiplicar os exemplos. Todos levam à conclusão de que, se quisermos evitar as mudanças climáticas, devemos mudar o sistema, ou seja, o capitalismo, e substituí-lo por outra forma de produção e consumo. Isto é o que chamamos “ecossocialismo”.

*Michael Löwy é diretor de pesquisa em sociologia no Centre nationale de la recherche scientifique (CNRS). Autor, entre outros livros, de O que é o ecossocialismo (Cortez).

The next election as a plebiscite: biophilia (love for life) versus necrophilia (love for death )

                                    Leonardo Boff

At Easter Mass, one of the most beautiful hymns of the Gregorian is sung in which it is said: “death and life, looking at each other, fought a duel” (mors et vita duello conflixere mirando). And it concludes: “the lord of life, reigns alive” (dux vitae, regnat vivus).

I refer to this liturgical text as a metaphor of what I see taking place in the next elections: a plebiscite in which a political duel is effectively fought between two projects for Brazil and two models of President. I don’t want to say it, but one of the most brilliant legal intelligences in our country, ex-governor of Rio Grande do Sul, ex-minister of justice, Tarso Genro, affirms it:

“For Jair Bolsonaro there are no opponents, there are only enemies to be slaughtered by weapons. As a politician who defends the execution of suspects, the shooting of “30,000 compatriots”, the assassination of a peaceful and democratic president, torture as an inquisitorial method, the end of political democracy, who maintains that the dictatorship’s mistake was not to torture , but it was “not to kill”, which publicly expresses its admiration for Hitler and mocks the torture suffered by a worthy woman – who was being removed from the Presidency –, as this politician was cowardly naturalized by the neoliberal “establishment” and by the large chains of communication, after having committed and repeated many barbaric crimes and still having made a conscious genocidal propaganda against vaccination?”

Here it is clear a project of death that, if Bolsonaro is reelected, will implement it. It is the domain of necrophilia, the promotion of death and its derivatives such as hatred and lies.

On the other side of the duel, there is another representative, Luis Inácio Lula da Silva. I don’t want to be a manicist who only considers the good on one side and the bad on the other. Good and evil mix. But it must be recognized that in Lula the good gains more expression. It presents a project whose centrality lies in life, starting with those who have the least life: the 30 million hungry, the 110 million with food insufficiency, the millions of unemployed or underemployed, workers and retirees who have seen their rights diminish. the frozen minimum wage.

To summarize, the first thing to do is to guarantee the minimum: food, health, work, education, housing, land to produce food for the people, security and opportunity for those who are historically the descendants of the slave quarters (54% of the population) to be able to enter higher, university or technical education.

To govern is to take care of everyone, but always starting from the humiliated and offended. The inspiration comes from Gandhi who said: doing politics is having a loving gesture towards the people and taking care of common goods. Or in the words of Pope Francis in his Fratelli tutti: politics has to be done with tenderness “which is love if it makes close and concrete, a movement that comes from the heart and reaches the eyes, ears and hands”(n.196). It is the realm of biophilia, of love for life.

These two projects, like a duel, are facing each other in this election. It is up to the citizens to make their discernment: finally which country do we want? Which President is the most bearer of life, means of livelihood, hope and a taste for living? We are not stones that just exist. We don’t just want to exist, we want to live and live in peace with each other.

What we have experienced in the government of the current President was the downgrading of our humanity, the abandonment of thousands surrendered to the virulence of Covid-19 and who died when they could have been saved if it were not for the tenacious official denialism.

What hurts and embarrasses us the most is the lack of composure of the highest authority in the nation, who should live the virtues that he would like to see carried out in the people, such as solidarity, care for one another and for our natural wealth and the promotion of of our science and culture, attacked by him in a vexing way. On the contrary, the spread of hate, fake news, stupidity, profanity and all kinds of discrimination against Afro-descendants, indigenous peoples, quilombolas, women, the poor and LGBT+ among others predominated.

We will only be able to overcome this political-social and necrophilic scourge if, in the duel, we opt for the biophilia project. Here I still use the ex-governor Tarso Genro: “A week before the election, a great political agreement on governance and governability must be made, defeating Jair Bolsonaro in the first round, united around the strongest name to win and lead the nation to the democratic and social destiny that our people deserve”.

That name is emerging as a voter favourite, Lula da Silva. He is a survivor of the great national tribulation, he showed that he was able to humanize politics, taking Brazil off the hunger map and creating social and popular policies that created opportunities for the excluded, for many others and, above all, restored dignity to the impoverished.

The fate of our nation is in our hands. It depends on the option for what takes Brazil out of the ditch into which it was thrown and allows us to reduce the harmful social inequality and, finally, grant us the joyful celebration of life. The next duel election on October 2nd will mean the great test: which Brazil and which President we really want. May the project of biophilia, of love of life, triumph, especially that suffered by the great majority.

Leonardo Boff is a theologian, philosopher and writer and published: Brazil: concluding the refoundation or prolonging dependency, Vozes 2018.