La grande esca: il capitalismo verde . Un testo di Leonardo Boff

Confini -Rai News di Pierluigi Mele, 14/10/21

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, questo intenso testo del teologo brasiliano Leonardo Boff

I grandi mega capitalisti stanno riunendo centinaia di economisti e scienziati politici per preparare il mondo al post-pandemia. Sono già usciti vari documenti. Il principale forse è quello pubblicato dal conservatore The Economist (principali azionisti le famiglie Rothschild e Agnelli), con il titolo: “Il futuro che ci aspetta”. Se leggiamo i 20 punti elencati, rimaniamo scioccati: presentano un progetto in cui entrano solo loro, lasciando fuori il resto dell’umanità, sia ogni individuo sia l’intera società, che sarà controllata dall’intelligenza artificiale la cui funzione è quella di disarmare e liquidare qualsiasi reazione contraria. L’espressione introdotta dal principe Carlo (un parassita) nell’ultimo incontro a Davos è questa: “la grande ripartenza” (the Great Reset). Logicamente si tratta della nuova ripresa del sistema capitalista che protegge le fortune di un pugno di miliardari. Il resto sia dannato.

Come afferma la scrittrice britannica Helga Zepp-La Rouche (cfr. Alainet 29/9/21): “In definitiva, si tratta di un’espressione altezzosa, petulante e razzista dell’élite globale, la stessa che, per mantenere i propri privilegi, affama ogni giorno 20mila persone, decreta una guerra di sterminio e può distruggere irresponsabilmente il pianeta”. Guarda in che mani è il nostro destino.

Predicano il capitalismo verde, un mero occultamento della sua depredazione della natura. Il capitalismo verde di queste mega-corporazioni, che controllano gran parte della ricchezza mondiale, non rappresenta alcuna soluzione. L’ecologia per loro significa piantare alberi nei giardini aziendali, richiamare l’attenzione sull’uso di meno plastica e su inquinare meno l’aria. Non mettono mai in discussione il loro modo di produzione, predatore della natura, vera causa dello sconvolgimento climatico della Terra e dell’intrusione del Covid-19 e, soprattutto, dell’abissale disuguaglianza sociale e mondiale.

Un altro nutrito gruppo di mega-corporazioni ha emesso un documento sulla “responsabilità sociale d’impresa”. Robert Reich, ex segretario al lavoro del governo degli Stati Uniti, ha smascherato questo fuorviante proposito: “si occupano di fare più soldi possibile e non di risolvere i problemi sociali; cercano solo il benessere di tutti i loro azionisti” (cfr Carta Maior 30/9/21).

In altre parole: il disegno delle grandi società banche, delle multinazionali e della società planetaria pensata dall’élite globale si configura secondo le loro convenienze, mai per salvaguardare la vita sulla Terra, per includere i poveri, ma per garantire le loro fortune e il devastante modo di produzione che le produce. I poveri, la stragrande maggioranza dell’umanità, sono totalmente fuori dai loro radar. Saranno contenuti dall’intelligenza artificiale che impedirà loro di alzare la testa.

Se questi propositi andranno a buon fine, si apre la strada che porterà al disastro planetario, come ha avvertito Papa Francesco nelle due encicliche ecologiche: «o si cambia rotta e si salvano tutti o, altrimenti, non si salva nessuno».

Coloro che detengono la decisione di quali direzioni per l’umanità, non hanno imparato nulla dal Covid-19 e dalle crescenti crisi climatiche. Confermano quanto diceva il grande teorico italiano di un marxismo umanista, Antonio Gramsci: “La storia insegna, ma non ha studenti”. Questi non hanno frequentato la storia. Solo (dis)imparano dalla ragione strumentale-analitica divenuta oggigiorno irrazionale e suicida.

Ubriacati dalla loro ignoranza e avidità illimitata (greed is good), verremo condotti come agnelli innocenti verso il macello. Non per volontà del Creatore o per una deviazione dal processo cosmogonico, ma per la loro irresponsabilità e mancanza di consapevolezza degli errori commessi che non vogliono correggere. E così, in modo esilarante e mentre ci godremo ancora la vita, ci obbligheranno – forse – a subire il destino vissuto 65 milioni di anni fa dai dinosauri.

Leonardo Boff è eco-teologo e membro dell’International Earth Charter Initiative e ha scritto recentemente i libri: O Covid-19: a Mãe Terra contra-ataca a humanidade, Vozes, Petrópolis 2020 e Habitar a Terra: vias para a fraternidade universal, in fase di uscita per l’editrice Vozes e già pubblicato in italiano da Castelvecchi, Roma 2021 con il titolo “Abitare la Terra. Quale via per la fraternità universale?”.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Dal sito: https://leonardoboff.org/2021/10/11/o-grande-engodo-o-capitalismo-verde/

     O grande engodo: o capitalismo verde

Os grandes mega capitais estão reunindo centenas de economistas e politólogos para preparar o mundo na pós-pandemia. Saíram já vários documentos.O principal talvez seja o publicado pelo conservador The Economist (principais acionistas as famílias Rothschild e Agnelli),sob o título:”O futuro que nos  espera”. Se lemos os 20 pontos elencados ficamos estarrecidos: apresentam um projeto onde só eles entram, deixando  fora o resto da humanidade que será controlada,seja cada indivíduo seja a inteira sociedade, pela inteligência artificial cuja função é desarmar e liquidar qualquer reação em contrário. A expressão introduzida pelo  parasita príncipe Charles,na última reunião em Davos é esta:”o grande reinício”(the Great Reset). Logicamente, se trata da retomada nova do sistema capitalista que protege as fortunas de um punhado  biliardários. O resto que se dane.

Como afirmou a escritora britânica Helga Zepp-La Rouche (cf.Alainet 29/9/21): “Em definitiva, se trata de uma expressão altaneira, petulante e racista da elite global, a mesma que para manter seus privilégios mata de fome diariamente 20 mil pessoas, decreta guerra de extermínio e pode irresponsavelmente destruir o planeta”. Vejam em que mãos está o nosso destino.

Pregam o capitalismo verde, mero ocultamento da depredação que ele faz da natureza. O capitalismo verde destas megacorporações que controlam grande parte da riqueza do mundo, não representa nenhuma solução. Para ele ecologia significa plantar árvores nos jardins das empresas, chamar a atenção de usar menos plásticos e poluir menos o ar.Nunca colocam em questão seu modo de produção, depredador da natureza, a verdadeira causa do desarranjo climático da Terra e da intrusão do Coviod-19 e especialmente a abissal desigualdade social e mundial.

Outro grande grupo de megacorporações emitiu um documento sobre “a responsabilidade social corporativa das empresas”. Robert Reich, ex-secretário do trabalho do governo norte-americano desmascarou este propósito enganador:”eles estão em um negócio de fazer a maior quantidade de dinheiro possível  e não de resolver os problemas sociais; procuram apenas o bem-estar de ‘todos os nossos acionistas”(cf.Carta Maior 30/9/21).

Em outras palavras: o desenho da grande banca, das multinacionais e da sociedade planetária pensada pela elite global é configurado segundo as suas conveniências, nunca para salvaguardar a vida na Terra, inserir os pobres, mas garantir suas fortunas e o modo de produção devastador que as produz. Os pobres, as grandes maiorias da humanidade. estão totalmente fora de seu radar.Serão contidos pela inteligência artificial que impedirá que levantem a cabeça.

Se prosperar estes propósitos  está sendo pavimentado o caminho que nos levará ao desastre planetário, como tem advertido o Papa Francisco nas duas encíclicas ecológicas:”ou mudamos de rumo e ai todos se salvam ou então ninguém se salva”(cf.Fratelli tutti, n.34).

Estes que detém a decisão dos rumos da humanidade,não aprenderam nada do Covid-19 e dos crescentes distúrbios climáticos. Eles confirmam o que dizia o grande teórico de um marxismo humanista italiano, Antonio Gramsci:”A história ensina,mas ela não tem alunos”. Estes não frequentaram a história. Apenas (des)aprendem da razão instrumental-analítica que hoje em dia se tornou irracional e suicidária.

Embriagados por sua ignorância e ganância ilimitada (greed is good), seremos levados como inocentes cordeiros rumo ao matadouro. Não por vontade do Criador nem por um desvio do processo cosmogênico, mas por sua irresponsabilidade e pela  falta de consciência dos erros cometidos que não querem corrigir. E assim, hilariamente e  ainda gozando a vida, nos obrigarão, talvez, a sofrer o destino vivido há 65 milhões de anos pelos dinossauros.

Leonardo Boff é ecoteólogo e membro da Iniciativa internacional da Carta da Terra e escreveu:O Covid-19: a Mãe Terra contra-ataca a humanidade, Vozes, Petrópolis 2020 e Habitar a Terra: vias para a fraterndade universal, a sair pela Vozes e  já publicado em italiano pela Castelvecchi, Roma 2121.

Munera

Francesco di Roma e Francesco d’Assisi: la fraternità universale secondo Leonardo Boff

di Andrea Grillo
Pubblicato il 29 settembre 2021 nel blog: Come se non

abitareMele

Un gustoso libretto, introdotto da una ricca Prefazione di Pierluigi Mele – L. Boff, Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale? Roma, Castelvecchi, 2021, pp.76 – offre una rilettura appassionata del “magistero fraterno” di papa Francesco, in una forte sintonia con la tradizione francescana. E lo fa collocandolo nell’ambito delle reazioni contro la crisi ecologica e culturale, economica e politica, che sta minacciando la vita umana e il sistema complessivo di esistenza del nostro pianeta.

Di fronte alle gravi minacce che vengono elencate nelle prime pagine del volume, le grandi reazioni “pubbliche” sono state soprattutto tre: la Carta della Terra (2003) e poi le due encicliche Laudato sì (2016) e Fratelli tutti (2020) di papa Francesco. Di fronte a questo allarme, che gli ultimi venti anni hanno potentemente sollevato alla attenzione comune, la reazione è stata spesso quella che Boff trova bene rappresentata da un apologo di Kierkegaard, ripreso da J. Ratzinger all’inizio del suo libro forse più famoso, Introduzione al cristianesimo: le grida di allarme vengono spesso interpretate come il trucco di un clown, come uno scherzo, e così il circo brucia! La radice di questa indifferenza, simile a quella dei tempi di Noé, è il capitalismo liberista e neo-liberista: la aggressione alla natura e all’uomo, in nome di una libertà-dominio, determina progressivamente una ingiustizia ecologica e una ingiustizia sociale che arriva a giustificare l’assassinio. In tal modo “la razionalità analitico strumentale si è rivelata assolutamente irrazionale” e votata alla autodistruzione.

Al cospetto di questa situazione, l’enciclica Fratelli tutti propone una rilettura della tradizione fondata sul concetto di “fraternità”, come condizione per incidere davvero sulla questione ecologica. Si tratta, in sostanza, di passare, nella comprensione dell’uomo, dalla figura del dominus alla figura del frater. Questo è il sogno e il progetto di Fratelli tutti, come proposta di un “nuovo paradigma per la società mondiale”. Per arrivare a questo nuovo paradigma, occorre anzitutto mettere in questione il modello attuale di sviluppo, basato su quattro pilastri assai fragili, ossia quelli del mercato, del neoliberismo, dell’individualismo e della devastazione della natura: il profilo economico, politico, culturale ed ecologico sono strettamente connessi e devono essere discussi in modo unitario.

Come si risponde a questa deriva, che anche la pandemia globale rischia solo di accentuare, con una concentrazione ancora più forte di tutto il potere effettivo nelle mani di pochissimi? La risposta viene da ciò che di più tipico c’è nell’uomo e nella donna: l’amore, un amore liberato dalla sua dimensione solo individuale, e che si fa amicizia, fraternità, istituzione di cura, principio di assistenza, cooperazione. Si tratta di “generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale”: questa è la novità proposta da papa Francesco. Qui L. Boff trova la radice di un “nuovo paradigma”, quello del frater, per illustrare il quale procede ad un confronto con il modello classico, quello del dominus.

Il modello dell’uomo-dominus appare autocentrato e indifferente agli altri e all’ambiente. Al di là delle radici a cui attinge – che secondo Boff vanno sorprendentemente da Descartes alla Scuola di Francoforte – può essere rappresentato da un “pugno chiuso che sottomette”, mentre il modello dell uomo-frater si lascia intendere come una “mano che accarezza e che si intreccia con le altre”. Va detto, tuttavia, che il primo modello ha strutturato moltissime esperienze politiche e sociali, non solo in Europa, mentre il secondo resta in larga parte una utopia, un sogno, con poche realizzazioni confinate o in regioni isolate del mondo o in forme limitate di esperienza religiosa.

Che fare, allora? Con una serie di virtù – tenerezza, gentilezza, solidarietà – che hanno nella parabola del Buon Samaritano la loro figura narrativa, si tratta di “partire dal basso”. Dimensione locale, regionale, nazionale e mondiale si susseguono in questo ordine. Ma la ispirazione di questo “nuovo paradigma”, che esige forme concrete assai innovative, riposa comunque sul contributo che le grandi religiosi potranno dare a questa rivoluzione. Universalità di Dio e particolarità degli ultimi sono l’orizzonte di senso primario della fratellanza, che solo può sorreggere questo impegno. Francesco papa, ispirato da Francesco poverello, ci indica la strada e ci dà speranza.

Per comprendere questo testo intenso di L. Boff, come interprete di papa Francesco, occorre rammentare che l’uno, come l’altro, sono figli dell’america latina. Dove la storia moderna inizia, in qualche modo, con una “shoah anticipata”. Il terribile dato che si legge a p. 47 – in 70 anni la popolazione del Messico, all’inizio della conquista, passò da 20 milioni a 1,7 milioni! – fa comprendere come il “sogni di fraternità” venga dal primo papa americano. Ma questo conferma anche la tendenza intrinseca, nell’uomo, alla “volontà di potenza”, che annulla l’amore. Un discorso “ecologico” e un discorso “antropologico” sono così strettamente legati.

Per frenare in un modo efficace questa inclinazione distruttiva e autodistruttiva, Boff indica la via offerta da Francesco di Assisi: “umiltà radicale e pura semplicità” (52). L’ultima parte del testo è una meditazione accorata, segnata anche da una componente autobiografica, in cui l’autore medita a lungo sulle svolte nella vita di Francesco di Assisi, per comprendere a fondo come la possibilità di una “fraternità universale” passi per una conversione dello sguardo dell’uomo, per una singolare sintonia con tutto il creato. Già in lui la tensione tra carisma e potere non tardò ad emergere. Francesco accettò questa come una necessità. Ma gli sviluppi della sua esperienza furono in larga parte di carattere personale, non sociale. La condizione per un tale sviluppo – che sarebbe appunto il nuovo paradigma di Fratelli tutti – è “ che ogni persona si metta in una posizione di umiltà, di prossimità con l’altro e la natura, superando le disuguaglianze e vedendo in ciascuno un fratello e una sorella con i quali condividiamo lo stesso humus, la terra delle nostre comuni origini” (58).

Occorre allora “scommettere sulla fraternità”. Questo si può fare solo a certe condizioni, ossia riconoscendo che:

a) la “condizione umana” è di essere in equilibrio tra sapiens e demens, tra ordine e caos.

b) la rinuncia al potere-dominio è il solo spazio per l’incontro fraterno

c) occorre amare il prossimo non solo “come”, ma “più” di se stessi.

La sintesi che Francesco di Assisi ha offerto come un grande profeta nel cuore del Medioevo diventa oggi di una nuova ed esigente attualità, soprattutto dopo la crisi pandemica, che ha mostrato in modo nuovo e sorprendente la correlazione radicale in cui vivono tutti gli uomini e le donne anche oggi: di fronte ad essa la parola del Francesco medievale e quella del Francesco contemporaneo risuonano non anzitutto come proposta ascetica, ma come ispirazione ad un nuovo ordine mondiale, che ha condizioni istituzionali e personali. Questo è il sogno che Boff presenta nel suo “picciol libro”, ad un tempo libro spirituale e libro politico, che non solo da Pierluigi Mele è introdotto con accurata dedizione, ma a Pierluigi Mele è anche dedicato con fraterna amicia.

Josué de Castro e a descoberta da fome: por sua filha Anna Maria de Castro

22 set 2021 (22 Set 2021 às 17h40)

Como poucas vezes em nossa história, a fome grassa aos milhões em nosso país, no contexto da intrusão do coronavírus. Josué de Castro foi o mestre que inaugurou a nível nacional e intternacional o tema-tabu da fome. Sua filha ANA MARIA DE CASTRO neste artigo resume a trajetória e as ideias de seu pai sobre a fome. Esta não é natural, nem querida por Deus, mas é fruto de políticas de exclusão que um estado, ocupado pela classe dominante, submete grande parte da população. Seu clássico “A geografia da fome” mostrou seu caráter humano e social. Não se trata da geografia física, mas da geografia humana e política, como exemplarmente o mostrou um de seus seguidores, mundialmente conhecido, Milton Santos. Hoje a fome do Brasil é pecaminosa, injusta e cruel. Somos como país um dos maiores produtores de alimentos e de proteinas. Mas esta produção não se destina à matar a fome da nossa população. A maior parte dela vai para a exportação, até para, como é o caso da soja, servir de alimento para os bovinos na China. Neste contexto da fome generalizada neste país, vale resgatar as reflexões críticas e inspirdoras de Josué de Castro (ele também cassado pela insensibilidde dos militares de 1964). Elas são um anúncio de suas origens políticas, da vontade humana excludente e acumuladora de riqueza e uma denúncia destes mesmos mecanismos atualmente ainda vigentes e aprofundados. O MST, o maior produtor de arroz orgânico do Brasil e da América Latina e um dos maiores doadores de alimentação agroecológica para as periferias famélicas de nossas cidades, recolheu e divulgou o presente texto. LBoff

No contexto em que a fome e a miséria persistem como resultado de uma cruel concentração de renda, poder e da propriedade, a obra e as propostas de Josué de Castro devem continuar a ser lidas e estudadas. Josué de Castro foi uma destas figuras marcantes de cientista que teve uma profunda influência na vida nacional e grande projeção internacional nos anos que decorreram entre 1930 e 1973, data de seu falecimento em Paris. Ele dedicou o melhor de seu tempo e de seu talento para chamar a atenção para o problema da fome e da miséria que assolavam e que, infelizmente, ainda assolam o mundo.

Nascido no Recife, cidade do nordeste brasileiro, lá, ainda nos primeiros anos de vida, teve contato com o objeto de seus trabalhos de cientista e de escritor – problema da fome. Seus livros mais importantes sempre mantiveram o rigor científico e a verve do romancista, desejo guardado em seu íntimo. Josué de Castro sempre admirou os escritores capazes de contar dos homens e das coisas dos homens com uma linguagem universal, melhor do que os cientistas.

Assim é que ao escrever seu principal livro, a Geografia da Fome, dedicou-o a dois escritores, Rachel de Queiroz e José Américo de Almeida, romancistas da fome no Brasil. A obra também é dedicada à memória de Euclides da Cunha e Rodolfo Teófilo, sociólogos da fome no Brasil. Anos antes, junto com Cecilia Meirelles, havia escrito a Festa das Letras, uma cartilha de alimentação. Tentou desenvolver seu gosto pela literatura ao editar, em 1935, a obra “Documentário do Nordeste”. Entre os contos então publicados, encontra-se o Ciclo do Caranguejos que só mais tarde desenvolveu como uma novela sob o nome de Homens e Caranguejos.

Nestes escritos descreve a fome como fenômeno social: “o tema deste livro é a história da descoberta da fome nos meus anos de infância, nos alagados da cidade do Recife. Procuro mostrar neste livro de ficção que não foi na Sorbonne nem em qualquer outra universidade sábia que travei conhecimento com o problema da fome. Esta se revelou espontaneamente a meus olhos nos mangues do Capibaribe, nos bairros miseráveis da cidade do Recife, fervilhando de caranguejos e povoada de seres humanos feitos de carne de caranguejos, pensando e sentindo como caranguejos.”

Estas imagens de infância e o exercício da medicina foram fundamentais na trajetória científica de Josué de Castro. Nos idos de 1935, ao coordenar o inquérito sobre as condições de vida da população do Recife, já era evidente que as velhas e insustentáveis teorias, falsas interpretações, deploráveis preconceitos raciais e climáticos, bem como o Malthusianismo praticado em detrimento das populações subdesenvolvidas, precisavam ser substituídos. A fome não podia continuar a ser tratada como um tabu, matéria proibida da qual ninguém se atrevia a falar, senão com circunlóquios que desfiguravam a realidade.

Ao escrever a “Geografia da Fome” afirmava que a fome não era um problema natural, isto é, não dependia nem era resultado dos fatos da natureza – ao contrário, era fruto de ações dos homens, de suas opções, da condução econômica que davam a seus países

Antes deste inquérito pioneiro cuja conclusão indicava que o grande mal dos operários da fábrica que servira de modelo para o trabalho, não era doença, mas a fome, Josué já produzira expressivos trabalhos como Problemas da alimentação no Brasil, Alimentação e Raça, A Alimentação à Luz da Geografia Humana e a Geografia da Fome que recebeu em 1946, o Prêmio Jose Verissimo da Academia Brasileira de Letras. Mesmo em pleno pós-guerra – imaginemos o Brasil com suas bibliotecas desatualizadas, sem computador, sem internet, portanto, não dispondo de todo o instrumental de que dispõem hoje os estudiosos – Josué não se omitiu: a realidade da fome era tão forte e o mal que causava era de tamanha magnitude que ele não podia deixar de se empenhar para enfrentar os preconceitos que encobriam tal calamidade. A partir daí, procurou com os meios de que dispunha estudar este, ainda hoje, fenômeno universal.

Ao escrever a “Geografia da Fome” afirmava que a fome não era um problema natural, isto é, não dependia nem era resultado dos fatos da natureza – ao contrário, era fruto de ações dos homens, de suas opções, da condução econômica que davam a seus países. Incompreendida à época, esta afirmação foi ganhando força ao longo do tempo e tem sido objeto de importantes abordagens por brasileiros e pensadores estrangeiros. Frei Beto, um dos idealizadores do Programa Fome Zero, em entrevista concedida ao jornalista pernambucano Vandek Santiago, autor do livro Josué de Castro “O Gênio Silenciado”, afirmou: “as obras de Josué tiveram o mérito de quebrar o tabu em torno do tema da fome. Provaram que ela não é uma consequência do clima do Nordeste e desmistificaram de que a fome é castigo de Deus. Ele, Josué, foi o primeiro a mostrar a fome como questão política.”

No mesmo livro, João Pedro Stédile, líder nacional do MST, pontua sobre a obra de Josué : “a fome é parceira e consequência da pobreza e da falta de distribuição de renda. Não é por falta de produção de alimentos; esse tema não é tabu, é um problema de poder político. De dominação de classe”. Mais adiante na mesma entrevista, esclarece sobre o autor da “Geografia da Fome”: “ele foi um dos maiores pensadores brasileiros do século 20. Por sua formação científica ampla, de médico, biólogo, e geógrafo, conseguiu nos dar uma leitura correta das causas e das raízes dos problemas brasileiros relacionados com a pobreza e fome.”

O médico pernambucano Jamesson Ferreira Lima, amigo e contemporâneo de Josué, em texto integrante de livro que coordenei sobre os últimos textos de meu pai “Fome, um Tema Proibido” abordou de maneira esclarecedora o pensamento de Josué acrescentando novo viés: “a origem de seu trabalho acarretou mudança de perspectiva. Inicialmente, pensava-se que a fome era um problema natural, irremediável, ligado à seleção e competição vitais, um dos caracteres da condição humana. Foi a cidade do Recife em que nasceu, localizada no Nordeste brasileiro, com um terço da população vivendo miseravelmente, em subemprego e ou desemprego, atingida pela economia, a monocultura da cana de açúcar – um fenômeno artificial – e de secas periódicas que lhe propiciou a consciência da fome e do subdesenvolvimento.”

A publicação deste importante livro assinalou o ponto de maior amadurecimento de suas reflexões sobre a fome. Enfrentando o problema sem subterfúgios não temeu em afirmar “uma das características dos países subdesenvolvidos é que a maioria padece de fome” e procurou demonstrar que o problema é fruto de distorções econômicas. Ou seja, a fome é um fenômeno artificial criado pelo homem, ou mais precisamente por certo tipo de homem.

Manifestava ainda toda sua indignação ao declarar que: “o maior absurdo de nossa sociedade é termos deixado morrer centenas de milhões de indivíduos de fome num mundo com capacidade quase infinita de aumento de sua produção e que dispõe de recursos técnicos adequados à realização deste aumento.” Enfatizava dramaticamente em sua obra, lembrando escritores que apreciava: “não é somente agindo sobre o corpo dos flagelados, roendo-lhes as vísceras e abrindo chagas e buracos em sua pele, que a fome aniquila a vida do sertanejo, mas também atuando sobre sua estrutura mental, sobre sua conduta social. Nenhuma calamidade é capaz de desagregar tão profundamente e num sentido tão nocivo a personalidade humana como a fome quando alcança os limites da verdadeira inanição. Fustigados pela fome, fustigados pela imperiosa necessidade de se alimentar, os instintos primários exaltam-se e o homem como qualquer outro animal esfomeado apresenta uma conduta que pode parecer a mais desconcertante.”

Josué foi um cientista de múltiplos saberes, médico, na origem de sua formação, como consequência de suas pesquisas logo compreendeu que necessitava estender seus conhecimentos a outros ramos científicos, assim a geografia, a sociologia, o estudo do meio ambiente, foram ganhando espaço em sua biblioteca e em sua mente. Por conta destes estudos é que entendeu, quando escreveu a “Geografia da Fome”, que o melhor método para analisar este fenômeno presente em nossa sociedade liberal capitalista seria o contido na geografia humana.

“Resolvemos encarar o problema de uma nova perspectiva de um plano mais distante, de uma visão de conjunto, destacando de maneira mais compreensiva as ligações, as influências e as conexões dos múltiplos fatores. O uso do método geográfico, único método que, a nosso ver, permite estudar o problema na sua realidade total, não o uso do método descritivo da antiga geografia, mas o método interpretativo que se corporificou dentro dos pensamentos fecundos de Ritter, Humboldt, Jean Brunhes, Vidal de La Blanche, Criffith Taylor e tantos outros.” E, mais adiante afirma “neste ensaio de natureza ecológica tentamos portanto, analisar os hábitos alimentares dos diferentes grupos humanos ligados a determinadas áreas geográficas, procurando, de um lado, descobrir as causas naturais e as causas sociais que determinaram o seu tipo de alimentação, com suas falhas e defeitos característicos e, de outro lado, procuramos verificar até onde esses defeitos influenciam a estrutura econômico social.”

A decisão de escolher o método geográfico para a estrutura da obra foi, sem dúvida, parte importante para seu êxito ao longo dos anos. Além da originalidade, influenciou novas pesquisas e até ajudou a formar outros importantes cientistas brasileiros, como, por exemplo o consagrado Milton Santos, geógrafo brasileiro de projeção internacional, autor de expressivas obras científicas que em longa entrevista concedida a Marina Amaral, entre outros intelectuais, a propósito de sua formação esclarecida, diante de uma indagação: “o que levou o senhor à geografia era mais conhecimento físico ou sociológico?”

“Sociológico. Desde menino, a noção de movimento me impressionava ver as pessoas se movendo. Também um fato muito importante no Ginásio, o livro de texto era a ‘Geografia Humana’ de Josué de Castro, era uma espécie de história contada através do uso do planeta pelo homem, aquilo me impressionou”. Mais adiante, na mesma entrevista: “o livro ‘Geografia da Fome’ também o influenciou?”, indaga o entrevistador. “Muito”, responde Milton. “Esse, vamos dizer assim, aprendizado da generosidade que aparece em Josué de Castro, e essa vontade de oferecer uma interpretação não conformista, isso cala no espírito do menino, do jovem, essa vontade de buscar outra coisa. Acho que teve sobre mim uma influência extremamente grande.”

Josué de Castro teve a ousadia de sonhar com um mundo onde não houvesse fome de alimentos, de conhecimento, de liberdade, onde não se ocultasse a verdade e onde todos os problemas pudessem ser discutidos. Pagou um alto tributo pela ousadia.

Em 1964, aos 56 anos Josué de Castro, embaixador do Brasil junto aos Órgãos Das Nações Unidas, em Genebra, teve seus direitos políticos cassados. Interrompia-se, pelo arbítrio, a profícua atividade intelectual do humilde médico brasileiro que aos 21 anos iniciara sua carreira no Recife e chegara a ser representante de seu país.

Lamentavelmente, a fome continua a ser um problema mundial e também no Brasil. Entre nós, a fome e a miséria persistem como resultado de uma cruel concentração de renda, poder e da propriedade que provoca um imenso abismo entre ricos e pobres.

É certo que ao longo do tempo, nos anos compreendidos entre 2003 e 2015 o Brasil soube construir sólidas políticas de inclusão social que foram responsáveis por nossa saída do mapa da fome mundial. Entretanto, a não continuidade destas medidas e até o abandono de muitas delas nos fizeram retornar à infamante situação de integrante do rol de países que têm parte importante de sua população passando fome.

Não hesito em afirmar: Josué de Castro deve continuar a ser lido e suas propostas estudadas.

Anna Maria de Castro é professora titular da UFRJ (aposentada) e livre-docente em sociologia aplicada. Algumas de suas obras são “Introdução ao pensamento sociológico “; “Nutrição e desenvolvimento – análise de uma política” e “Fome, um tema proibido”. É pesquisadora convidada da Cátedra J. Castro/USP (Cátedra Josué de Castro de Sistemas Alimentares Saudáveis e Sustentáveis).