La disumanità dei proprietari di schiavi ieri e oggi

Leonardo Boff*

La parola schiavo deriva dal latino slavus, un nome generico per designare gli abitanti della Slavia, una regione dei Balcani, nella Russia meridionale e sulle rive del Mar Nero, un importante fornitore di schiavi per tutto il Mediterraneo. Erano bianchi, biondi e con gli occhi azzurri. I soli ottomani di Istanbul importarono circa 2,5 milioni di questi schiavi bianchi tra 1450-1700.

Nel nostro tempo, le Americhe sono state le grandi importatrici di persone dall’Africa che furono schiavizzate. Tra 1500-1867 il numero è spaventoso: 12.521.337 persone attraversarono l’Atlantico, di cui 1.818.680 morirono durante il viaggio e furono gettate in mare. Il Brasile fu il campione della schiavitù. Da solo importò, a partire dal 1538, circa 4,9 milioni di africani ridotti in schiavitù. Dei 36 mila viaggi transatlantici, 14.910 erano destinati ai porti brasiliani.

Queste persone schiavizzate erano trattate come merce, chiamati “pezzi”. La prima cosa che faceva l’acquirente per “portarli ben addomesticati e disciplinati” era castigarli “con frustate, catene e ceppi”. Gli storici dello schiavismo hanno creato la leggenda secondo cui la schiavitù qui [in Brasile] era mite, quando in realtà fu estremamente crudele.

Farò due esempi terrificanti:

Il primo: l’olandese Dierick Ruiters, di passaggio a Rio nel 1618, racconta: “Un negro affamato rubò due pani di zucchero. Il padrone, avendolo saputo, ordinò che fosse legato a faccia in giù a una tavola e ordinò a un negro di fustigarlo con una frusta di cuoio; il suo corpo rimase con una ferita aperta dalla testa ai piedi, e le parti risparmiate dalla frusta furono lacerate con un coltello; dopo la punizione, un altro negro versò sulle sue ferite un vaso contenente aceto e sale… Ho dovuto assistere – racconta l’olandese – alla trasformazione di un uomo in carne salata; e come se non bastasse, gli versarono pece fusa sulle ferite; lo lasciarono tutta la notte, in ginocchio, legato per il collo a un ceppo, come un miserabile animale” (Cfr. L. Gomes, Slavery vol. I, 2019, p. 304). Sotto tali castighi, l’aspettativa di vita di una persona ridotta in schiavitù era nel 1872 di 18,3 anni.

L’altro, non meno orribile, proviene dall’antropologo Darcy Ribeiro, che dipinge un quadro generale della schiavitù: “Senza l’amore di nessuno, senza famiglia, senza sesso se non la masturbazione, senza alcuna possibile identificazione con nessuno – il suo controllore poteva essere un nero, i suoi compagni di sventura nemici – cencioso e sporco, brutto e puzzolente, dolorante e malaticcio, senza alcun piacere o orgoglio per il suo corpo, viveva la sua routine. Questa consisteva nel subire ogni giorno il castigo quotidiano delle frustate sciolte, affinché lavorasse con attenzione e tensione. Settimanalmente, c’era una punizione preventiva, pedagogica, per non pensare alla fuga e, quando attiravano l’attenzione, su di lui ricadeva un castigo esemplare, sotto forma di mutilazione delle dita, di foratura dei seni, di ustioni con la brace, di rottura meticolosa di tutti i denti, o delle frustate alla gogna, trecento frustate in una volta per ucciderlo o cinquanta frustate al giorno, facendolo sopravvivere. Se fuggiva e veniva catturato poteva essere marchiato a fuoco, essere bruciato vivo, lasciato giorni in agonia alla bocca della fornace, oppure, all’improvviso, gettato dentro per bruciare come un ramoscello oleoso” (Cfr. Darcy Ribeiro, O Povo Brasileiro, Compagnia Das Letras, 1995, pp. 119-120).

Il gesuita André João Antonil disse: “Per lo schiavo sono necessarie tre P, vale a dire: pau, pão e pano“. Pau (bastone) per bastonare, Pão (pane) per non farlo morire di fame e Pano (stoffa) per nascondergli le vergogne. In generale la storia dei neri schiavizzati è stata scritta dalla mano bianca.

È sempre attuale il grido lacerante di Castro Alves in “Vozes d’Africa” ​​: “Oh Dio, dove sei che non rispondi? In quale mondo, in quale stella ti nascondi/ Avvolto nei cieli? Da duemila anni ti ho inviato il mio grido/ Che invano, da allora, percorre l’infinito… / Dove sei, Signore Dio?”. Quanto fa male! Jessé de Souza, nella sua opera, ha dimostrato che quello che i proprietari di schiavi hanno fatto ai neri, la maggioranza dell’attuale classe dominante lo traduce oggi in termini di disprezzo e odio per i neri.

Parlo da teologo: misteriosamente Dio è rimasto in silenzio, proprio come è rimasto in silenzio nel campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, cosa che ha portato Papa Benedetto XVI, mentre era là, a chiedersi: “Dov’era Dio in quei giorni? Perché Egli è rimasto in silenzio? Come ha potuto permettere tanto male?

E pensare che i principali proprietari di schiavi furono cristiani. La fede non li ha aiutati a vedere in queste persone “immagini e somiglianze di Dio”, tanto meno “figli e figlie di Dio”, nostri fratelli e sorelle. Come è stata possibile la crudeltà nelle camere di tortura dei vari dittatori militari di Brasile, Argentina, Cile, Uruguay ed El Salvador, che si definivano cristiani o cattolici? E l’ex presidente, condannato per tentato colpo di Stato, Jair Bolsonaro, ha pubblicamente difeso la tortura come mezzo per affrontare gli oppositori.

Quando la contraddizione è così grande da trascendere ogni razionalità, che incontra qui il suo limite, restiamo semplicemente in silenzio. È il mysterium iniquitatis, il mistero dell’iniquità a cui fino a oggi nessun filosofo, teologo o pensatore ha trovato una risposta. Anche Cristo sulla croce ha gridato e sentito la “morte” di Dio. Ciononostante, vale la pena scommettere che tutte le tenebre insieme non possono spegnere una piccola luce di bontà che brilla nella notte umana. È la nostra speranza contro tutta la speranza.

Leonardo Boff è un filosofo e teologo che scrive per la rivista LIBERTA della ICL (https://www.revistaliberta.com.br) e ha scritto il libro Paixão de Cristo-paixão do mundo, Vozes 2009.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

BALANÇO AOS SETENTA ANOS

Frei Sérgio Antônio Görgen

Poucos dias após de ter completado 70 anos o querido e bom confrade e amigo Frei Sérgio Görgen foi no dia 3 de fevereiro fulminado por um enfarte. Sua vida toda foi entregue à causa da justiça, da solidariedade e da convivência concreta com os pequenos, especialmente os pequenos camponeses rurais.Unia uma profunda fé com um engajamento direto, até expondo a vida, pelos direitos pessoais e sociais, pela reforma agrária e pela valorização do pequeno produtor rural. Curiosamente, era também um fino intelectual, com bons livros publicados a partir de sua prática. Conhecia bem a ecologia. Acompanhava a literatura recente. Tivemos longas conversas. Creio que foi um dos primeiros brasileiros ecologistas a se ocupar com o grande físico russo Igor Vernasky. Ele, antes de James Lovelock, propôs pensar a Terra como um todo e não apenas seus ecossistemas. Foi um dos primeiros a consagrar o termo Biosfera (1936 título de seu livro) como parte essencial do planeta vivo, a Terra.

Frei Sérgio cedo se deu conta que  para o futuro da humanidade é essencial preservar as sementes creoulas. Incentivava os camponeses a criar seu banco de sementes e trocá-las com outros companheiros. Mas o que mais aparecei nele era sua bondade, seu imenso coração e sua ternura para com os humildes. Era profundamente humano, seguir do Jesus histórico, nosso Deus humanado.

Perdemos uma das lideranças mais límpidas da causa dos pobres e oprimidos, da salvaguarda da vida e da Mãe Terra. Esse seu testamto pélos 70 anos representa um verdadeiro legado espiritual, humano e social.

Agora estará junto de seu pai São Francisco. Seu imenso coração pulsará junto com o coração do Universo e com o coração de Deus-Pai e Mãe de infinita bondade. junto ao seu filho e nosso irmão Jesus Cristo e ao Espírito que penetra toda a criação e suscita lideranças despojadas e coladas ao destino dos sofredores deste mundo. Que agora descanse da longa labuta que travou a vida inteira sempre do lado dos que mais precisam e que são os amados de Deus. De seu confrade L.Boff

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Ao completar setenta anos, roda um filme na cabeça da gente.Nunca imaginei chegar a esta idade.Mas se os anos se cumpriram, não resta dúvida, foi por Graça, pura Graça.

Então, só resta agradecer ao Senhor da Vida, em seu Filho e em sua Mãe. Com certeza, me ampararam e me seguraram. Muitas e muitas vezes, através das amizades, do companheirismo, da fortaleza comum, no suporte das duas famílias (a de sangue e a de hábito), das tantas e tantas orações, dos pedidos de “se cuide” (quase nunca obedecidos). É nos gestos que a Graça se faz prática e o Amor se faz vivo.

Chegar aos setenta tendo sofrido 6 acidentes de carro, passado por cinco greves de fome, inúmeros conflitos sociais e fundiários, saindo ferido em dois, como diz o ditado popular, “só por Deus”.

Vivi em situações de muita dor (até hoje ecoam nos meus ouvidos o choro de crianças com fome nos barracos de acampamento e até me dói no mais fundo de mim a dor de enterrar crianças que morriam de fome) e muita tensão em tantos e tantos conflitos vividos, mas os tempos de alegria e confraternização foram infinitamente maiores. Algumas decepções, mas os testemunhos edificantes foram e são infinitamente maiores.

Lembro, neste filme da vida, dos direitos que não tive.

Não tive o direito de ter medo, mesmo carregado de temor, porque em tantos conflitos, uma covardia minha seria a derrocada para muita gente.

Não tive o direito de vacilar, embora inseguro e cheio de dúvidas, por este vacilo comprometeria a firmeza na luta de tanta gente.

Não tive o direito ao desânimo, embora tantas vezes sem enxergar caminhos seguros, porque estavam tantos olhando em minha direção e uma pequena demonstração de desânimo de minha parte, contaminaria o coração de muita gente e desistiriam de lutar pela dignidade de suas vidas.

Não tive direito ao cansaço, embora tantas e tantas vezes, o espírito arrastou meu corpo exausto.

Não tive o direito de ter crise, nem vocacional, nem espiritual, nem de confiança no futuro, embora em meu interior, tenha passado por várias e tantas, porque sentia a responsabilidade e o peso do hábito de São Francisco sobre os ombros na vocação que abracei.

E desde aquele dia em que, num conflito de terra na ocupação da Fazenda Anonni, em que a Brigada Militar avançava em direção ao povo e uma mulher puxou minha camisa e me disse “Frei, o senhor não vai fazer nada?” e eu, cheio de vergonha, avancei do meio do povo e fui para frente dos policiais, incapaz de dizer uma única palavra, abri os braços e parei bem próximo a eles – e as crianças com flores na mão, me seguiram e os policiais pararam – desde aquele dia, perdi também o direito à omissão.

Por isto cheguei aos setenta meio assim, bruto, sincero demais, teimoso, xucro, irreverente, fora dos prumos estabelecidos, mas disposto e esperançoso na força do amor e da vida, pedindo sempre a Jesus e aqueles com quem caminho nas empreitadas da vida, que me fraquejem e corrijam, para que meus muitos defeitos não sejam mais salientes que a Graça de Deus.

Continuo acreditando na força do povo organizado, uma das expressões mais vigorosas da Graça e das Bênções divinas.

Um direito, porém, sempre me assistiu: a proteção de Maria e a presença amorosa e incômoda de Jesus.

Talvez, só por isto, tenha chegado aos setenta.

Gratidão enorme, a Deus e a tanta gente com quem os caminhos da existência propiciou encontrar.

Frei Sérgio Antônio Görgen ofm

29 de janeiro de 2026.

El caso Bolsonaro: a nosotros la justicia, a Dios la venganza

Leonardo Boff*

De mi recordado padre, maestro de escuela, con un método semejante al de Paulo Freire,

 educaba a los alumnos y alumnas de Planalto-Concórdia-SC siempre con este consejo: “nunca se venguen; la venganza pertenece a Dios; y confíen siempre en la divina Providencia”. Esa enseñanza permanece como legado permanente en sus alumnos, sus alumnas y sus once hijos. Las Escrituras afirman: “A Dios cabe la venganza”. Es el juicio último de quien juzga definitivamente nuestro proyecto de vida. A nosotros no nos corresponde juzgar a las personas, pues poseen algo del misterio que sólo Dios penetra. Lo que nos corresponde es juzgar los actos concretos pues estos tienen objetividad y pueden ser enjuiciados. Esto se aplica al sonado caso del juicio de la organización criminal que tramó un golpe de Estado teniendo como cabeza al expresidente Jair Messias Bolsonaro. Han sido procesados y juzgados. No ha habido espíritu de venganza por parte de los magistrados, que han aplicado estrictamente las leyes y la Constitución: 27 años y tres meses de prisión en régimen cerrado. Ha sido condenado solo por 5 delitos, objetivamente comprobados, entre los muchos que cometió.

Por más que busquemos, no ha dejado ningún legado positivo. En su gobierno irrumpió el imperio de la maldad oficializada y popularizada. Su lema fue expresado claramente en una reunión con un grupo ultra-conservador de Estados Unidos, el Tea-Party: “no pretendo construir nada, sino destruir todo para recomenzar otra historia”. Y de hecho así lo hizo, destruyó todo lo que pudo sin construir nada de positivo en favor del pueblo.

       Diría que las varias sombras que maculan nuestra historia ganaron con sus prácticas malévolas plena densidad. (1) La mácula del genocidio indígena: dejó morir, entre otros, a cientos de yanomami. (2) La mancha de la esclavitud de 350 años, sus palabras fueron: “las personas negras fueron legalmente esclavizadas en función de su masa corporal”; los quilombolas “no sirven para nada, ni para procreador sirven”. (3) La marca del colonialismo: el Brasil que Bolsonaro venera es el Brasil colonia, servil y sumiso, que saluda la bandera estadounidense, que exalta la tortura y el fusilamiento de enemigos, que descuidó totalmente nuestro mayor patrimonio natural, la Amazonia y el Pantanal. (4) El estigma de la ocupación del Estado por la clase dominante: Bolsonaro, no sabiendo administrar nada, entregó a la Cámara Legislativa funciones que serían del Ejecutivo, como la gestión del Presupuesto; no solo favoreció la acumulación de las clases acomodadas en el campo y la ciudad sino que militarizó gran parte de los aparatos de Estado. (5) Los actos de negacionismo de la vacuna contra la Covid-19 fueron ignominiosos, haciéndole reponsable de 430 mil muertes evitables del total de las 716.626 víctimas; ofendió a las víctimas imitando la muerte de una de ellas, con la boca abierta en busca desesperada de oxígeno; consideró la pandemia “una gripecita” y trataba el dolor de quienes perdían a seres queridos como un lloriqueo inútil, un “mero mimimi”; se burló de los familiares que no podían acompañar a sus muertos a los cementerios improvisados. (6) Tuvo un desprecio soberanos por los pobres, “sólo tienen una utilidad, la de tener el título de elector y el diploma de burro… no valen para nada, en su gran mayoría no sirven para el futuro de nuestro país”. (7) Se mostró enemigo de la ciencia, de la educación, de los derechos humanos, de la investigación científica, haciendo retroceder al país a los tiempos anteriores al iluminismo. (8) Actos de los más perversos fueron los que deseducaron al pueblo, con palabrotas vulgares, con odio manifesto a los LGBTQ+1 y con clara misoginia, hasta el punto de avergonzarse por haber tenido una hija, “fruto de una debilidad”; difundió noticias falsas y una ola de odio que dividió familias y volvió tóxicas las relaciones sociales. (9) Cometió manipulación explícita del discurso religioso, contradiciendo el mensaje religioso por sus actitudes verdaderamente farisaicas y para fines directamente electoralistas, lo que contradice la naturaleza laica del Estado. (10) Finalmente, algo inaudito y de suma atrocidad en nuestra historia de 135 años de república, fue el propósito de asesinar al ministro del Supremo Tribunal Federal, Alexandre de Moraes, de envenenar al presidente Lula y a su vice, Geraldo Alckmin. 

Estos actos merecen la repulsa de una mente mínimamente humana y sensible. Aquí es donde entra la justicia que juzga según el Contrato Social firmado por la Constitución de 1988 y por la ley del Código Penal. Sé que el concepto de justicia, desde los clásicos griegos con Sócrates, Platón y Aristóteles hasta los modernos John Rawls y Macintyre, está cargado de discusiones. No cabe en este lugar asumir una de sus versiones o definiciones. Para el caso de Bolsonaro nos basta la aplicación de la Constitución y del Código Penal que definen como delitos los actos que él y la organización delictiva perpetraron. Cabe enfatizar que no se trata de una cuestión de cálculo sino principio, de pura y simple aplicación de las penas penales.

      La Constitución de 1988 es límpida cuando define la

      “Abolición violenta del Estado Democrático de Derecho

      Art. 359-L. Intentar, con empleo de violencia o grave amenaza, abolir el Estado Democrático de Derecho, impidiendo o restringiendo el ejercicio de los poderes constitucionales:

      Golpe de Estado

       Art. 359-M. Intentar deponer, por medio de violencia o grave amenaza, el gobierno legítimamente constituido”.

      El veredicto de la Primera Sala del STF fue clara frente a los actos praticados por Jair Messias Bolsonaro y por la organización criminal.

      Todo eso fue organizado y planeado como un intento frustrado que, de por sí, ya constituye un delito. La sentencia es adecuada a los delitos y por eso justa:

      “Condeno al reo JAIR MESSIAS BOLSONARO por los delitos de organización delictiva armada, intento de abolición violenta del Estado Democrático de Derecho, golpe de Estado, daño contra el patrimonio de la Unión y deterioro del patrimonio destruido a la pena de 27 años y 3 meses de reclusión” (Supremo Tribunal Federal, 11/09/2025).

      Por primera vez en nuestra historia de golpes y contragolpes se ha llevado a los tribunales a un expresidente, varios militares de alto rango y otros cómplices.

      Como ha sido comentado por periódicos extranjeros especialmente de USA: la democracia brasilera y sus instituciones se han mostrado más sólidas que la norteamericana, considerada siempre como realidad de referencia.

      Para la comunidad jurídica y la más alta corte ha quedado claro que “no puede tener indulto, no puede tener amnistía, no puede tener perdón judicial alguien que intentó destruir  la democracia”. El país ha dado un salto decisivo hacia su solidez y madurez. La gran mayoría de la población ha dado un profundo suspiro de alivio. ¡Por fin se hace justicia!

*Leonardo Boff, teólogo, filósofo y escritor ha publicado Brasil: concluir la refundación o prolongar la dependencia, Vozes 2018.

Dejetos do capital:atrocidades do mundo atual

Publico aqui um texto rigoroso de André Márcio Neves,doutor em Políticas Sociais e Cidadania pela Universidade Católica do Salvador e funcionário público federal no qual mostra as atrocidades atuais que nos levam à beira da barbárie. O texto levanta uma questão filosófica: como pode o ser humano ser inhumano, cruel e sem piedade para com seus semelhantes? Mas como dizia Nietzsche, o inhumano pertence também ao humano. Essa é a nossa dramática condição. O texto se encontra em: aterraeredonda.com.br   Lboff

A análise crítica das atrocidades contemporâneas revela um mundo onde a violência e a desigualdade são perpetuadas por interesses econômicos e políticos, destacando a necessidade urgente de uma reflexão ética e moral

“Quem sabe/o Super-homem venha nos restituir a glória/mudando como um Deus/o curso da história” (Gilberto Gil).

1.

Se eu pudesse resumir em uma frase a quadra histórica em que vivemos, com certeza seria esta: o mundo surtou! Senão vejamos:

Há quase dois anos o mundo assiste, sem interferir, a um dos maiores genocídios desde o fim da Segunda Guerra Mundial, a saber, o genocídio dos palestinos pelo Estado de Israel, que, considerando as violências sofridas pelo povo judeu no século passado, deveria ser um farol ético e moral na luta contra novos holocaustos.

Mas dizer que o mundo optou por não interferir é um eufemismo bastante grosseiro, na medida em que o relatório da encarregada especial da ONU para os territórios palestinos, Sra. Francesca Albanese, denunciou publicamente que inúmeras empresas estariam se beneficiando economicamente da guerra em Gaza, conflito que classificou como um “genocídio” cometido por Israel.[1]

Neste contexto, a validação pela ONU do número de mortos no conflito, desde que uma sombria Fundação Humanitária de Gaza (GHF), ligada a Israel e aos Estados Unidos, passou a controlar a distribuição de alimentos e ajuda humanitária, é simplesmente surreal. Aterrorizante mesmo! Já são pelo menos 1.200 pessoas mortas enquanto tentavam obter algum tipo de alimento, sendo que 966 delas foram abatidas quando estavam próximas de instalações da GHF.

De fato, ao contrário do que Israel sempre alega, não são integrantes do Hamas que têm se aproximado desses poucos postos de distribuição de alimentos e ajuda, mas pessoas comuns, inclusive menores de idade. O tiro ao alvo praticado pelos soldados das Forças de Defesa de Israel (IDF) traduzem o sentimento mórbido e de impunidade de uma sociedade doente pela vingança e pelo poder.

Por outro lado, três anos e meio se passaram desde que a Rússia invadiu a Ucrânia e, até o momento, as principais potências do planeta não lograram obter um acordo para o cessar-fogo. Na verdade, a OTAN continua a abastecer a Ucrânia de armamentos, principalmente através dos Estados Unidos, como se ainda houvesse esperança de a Ucrânia passar a integrá-la.

O saldo desse conflito até agora é terrível para ambos os lados: para a Rússia, virar um estado pária para o Ocidente tem consequências ainda pouco estudadas para sua população; para a Ucrânia, as consequências são ainda mais nefastas, em razão das baixas militares, considerando mortos e feridos, da destruição da sua infraestrutura e agora do acordo lesa-pátria de transferência dos recursos naturais que Volodymyr Zelensky assinou com os Estados Unidos de Donald Trump – notadamente das “terras raras” – em troca de mais armamentos. O ultimato de Donald Trump para que a Rússia faça um acordo de cessar-fogo de 10 dias, sob pena de novas sanções, é só mais um capítulo dessa macabra festa de mortes desnecessárias que parece não ter fim.

Por falar nos Estados Unidos, em mais um capítulo da distopia do governo de Donald Trump, surgiram denúncias de uma espécie de “déja vu” da época da invasão do Iraque e do escândalo da prisão de Abu Ghraib. Com efeito, o recente relatório da ONG Human Rights Watch sobre as aberrações praticadas nos centros de imigração no sul da Flórida – especialmente em três deles, quais sejam, o Krome North Service Processing Center, o Broward Transitional Center (BTC) e o Federal Detention Center (FDC) – remetem a um momento de barbárie praticada pelos Estados Unidos e Inglaterra no Iraque invadido e destruído, sob o falso pretexto das armas químicas de Saddam Hussein.

A infâmia agora está sendo praticada em solo americano, contra imigrantes que não possuem histórico criminal ou, se possuem, não são de alta periculosidade. O grave erro deles é estar no lugar errado, num momento de guinada americana para a extrema direita.

2.

O pior de tudo isso é que Donald Trump parece estar conseguindo seus objetivos de colocar as instituições democráticas estadunidenses nas cordas, com o apoio da maioria de conservadores no legislativo e na Suprema Corte. Bem de ver, o sistema de pesos e contrapesos que vem marcando a democracia americana desde o último quartel do século XVIII parece bem disfuncional na contemporaneidade.

E nem mesmo o escândalo do caso Epstein, no qual Donald Trump parece estar bastante envolvido (para dizer o mínimo) – e que se refere ao muito espinhoso tema do tráfico de mulheres e da prostituição infantil -, parece arrefecer a sanha de um desequilibrado mental. Com efeito, em que pese durante a sua campanha de retorno à Casa Branca tenha prometido expor os detalhes desse escândalo e os envolvidos – não houve punições, porque Epstein teria “supostamente” se enforcado na cadeia -, depois de eleito, Donald Trump passou a negar tudo, inclusive a existência de uma lista dos envolvidos, após ser comunicado pelo FBI de que seu nome estaria nela.

Noutro giro, como se tudo isso fosse pouco, a notícia de que as quatro pessoas mais ricas da África detêm, juntas, 57,4 bilhões de dólares (R$ 318,4 bilhões) e são mais ricas que metade da população do continente[2] – segundo relatório divulgado no dia 10/07/2025 pela Oxfam, ONG de combate à pobreza e à desigualdade – choca pela crueldade desses números, especialmente no segundo continente mais populoso e que abriga a população mais pobre do planeta, apesar das suas quase inesgotáveis riquezas minerais.

E o show de horrores não fica só nisso, pois, ainda segundo a Oxfam, os 5% mais ricos do continente detêm quase 4 trilhões de dólares (R$ 22,2 trilhões) em riqueza, quase o dobro do PIB brasileiro em 2024 (de 2,18 trilhões de dólares, segundo o Banco Mundial). O valor também é mais do que o dobro da riqueza dos 95% restantes que vivem no continente.

Ainda sobre o continente africano, é preciso mencionar que alguns países de lá, como a Nigéria, o Sudão do Sul e a República Democrática do Congo, estão mergulhados em guerras locais intermináveis. Na Nigéria, inclusive, uma crise de fome sem precedentes se anuncia na porção norte do seu território e pode deixar, pelo menos, cinco milhões de crianças em desnutrição aguda.

Lá, grupos jihadistas como o Boko Haram têm potencializado os conflitos pelo controle de terras aráveis e, por consequência, pelo poder. No Congo, a disputa entre as forças policiais do país e os mercenários do grupo M23 –o apoiado por Ruanda e, sub-repticiamente, pelos Estados Unidos – pelas riquezas minerais já deslocou mais de 7 milhões de pessoas de seus vilarejos, e nem a proposta de paz surgida na mesa patrocinada por Angola parece amainar o conflito.

Por último, mas não menos pior, no Sudão do Sul o cenário é de guerra civil, semelhante ao dos conflitos de 2013 e 2016, que deixaram mais de 400 mil mortos. O alerta tem sido foi feito pelo secretário-geral da ONU, António Guterres. Com efeito, forças leais a dois generais rivais estão competindo pelo controle do país há vários anos e, como costuma acontecer, os civis são os mais atingidos, com dezenas de mortos e centenas de feridos.

3.

Volvendo o enfoque, a entrada em vigor das novas tarifas determinadas pelo presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, promete colocar ainda mais lenha na fogueira, no contexto do seu desafio à ordem comercial globalizada. Resta evidente que a imposição estadunidense de tarifas sobre as exportações de quase 200 países é o início de uma nova ordem comercial que os Estados Unidos pretendem levar adiante para seu próprio benefício.

Para além da óbvia era de incerteza que essas tarifas imporão ao mundo, fica a sensação de que os Estados Unidos desejam a volta do estado da natureza hobbessiano de guerra de todos contra todos. Assim, o soberano, Estados Unidos da América, pela graça do seu novo Rei, Donald Trump, poderão estabelecer um novo contrato social onde os indivíduos (Estados) abram mão de parte de sua liberdade em troca da proteção e segurança proporcionadas pela principal potência militar do planeta.

O principal problema dessa investida final dos Estados Unidos pela manutenção da hegemonia mundial, diante dos claros sinais de obsolescência de sua economia, é que Donald Trump esqueceu de combinar com os chineses.

Deveras, com a China crescendo a 5,2% no último trimestre e sendo atualmente o chão de fábrica do mundo – com proeminência em áreas tão vitais para o progresso como telecomunicações, computação pessoal e tecnologia verde, além de deter as maiores reservas dos minerais considerados fundamentais para diversas indústrias, incluindo tecnologia, energia e defesa, os 17 elementos químicos com propriedades magnéticas, luminescentes e eletroquímicas únicas denominados de “terras raras” –, parece improvável que os Estados Unidos retomem a dianteira no processo de desenvolvimento de novas tecnologias nas próximas décadas.

Daí a corrida maluca de Donald Trump para abocanhar as riquezas minerais da Ucrânia, do Congo e até do Brasil, como notificado recentemente.

4.

Quero finalizar este texto mencionando dois dos mais profícuos pensadores do atual momento histórico, a saber, o filósofo sul-coreano Byung-Chul Han e o cientista político camaronês Achille Mbembe.

Byung-Chul Han cita em Capitalismo e impulso de morte,[3] o escritor e médico austríaco Arthur Schnitzler (1862 – 1931), que compara a destrutividade da humanidade com o bacilo. Uma história contagiosa mortal de crescimento e autodestruição. Também cita Freud (1856 – 1939), no seu livro O mal-estar na cultura que aponta o ser humano como uma “besta selvagem a quem é estranha a proteção da própria espécie”.

E, para completar o quadro, relembra o economista francês Bernard Maris, morto em 2015 no ataque terrorista ao Charlie Hebdo, que afirma, na sua obra Capitalisme et pulsion de mort, que o capitalismo canaliza as forças de destruição na direção do crescimento. Esses e outros citados por Byung-Chul Han em seus escritos são fundamentais para corroborar sua principal tese: a de que o crescimento é, na verdade, uma proliferação cancerígena e sem rumo.

Com efeito, baseado num sistema produtor de mercadorias (capitalismo) que tem como força motora o impulso de morte, ou seja, a violência intimamente ligada com a consciência da morte, a lógica de acumulação domina a economia da violência. Por conseguinte, a relação perversa de dominância que surge dessa lógica transformou o capitalismo em um sistema econômico que aspira a acumulação infinita.

Com sua própria negação da morte, o capitalismo entra em paradoxo, pois precisa haver morte para que a vida viva. O morto-vivo frio, brutal e indiferente aos seus semelhantes nos hospitais, na labuta diária ou mesmo nas guerras denotam a atual adaptação total da vida humana à necropolítica do neoliberalismo.

Já Achille Mbembe afirma, no seu livro Democracia como comunidade de vida,[4] que a democracia é a nossa última utopia. Realmente, ao considerar que o futuro da humanidade está intimamente atrelado ao futuro da democracia, refuta a possibilidade de um futuro humano fora do nosso planeta.

O problema foi que a democracia ocidental, tão badalada depois da Segunda Guerra Mundial, e que funcionou relativamente bem nos chamados “trinta anos dourados”, ainda estava baseada num tipo de “humanismo ideológico racialmente exclusivo no apogeu da conquista e da ocupação colonialista” (pág.17). Nessa toada, o neoliberalismo, filho bastardo do capitalismo industrial, promove a acumulação do capital, por via do progresso tecnológico desmesurado, de modo cada vez mais intenso, extrativo e predatório, sob a lógica da descartabilidade humana.

Em outras palavras, com o acesso ao trabalho cada vez mais remoto, somos caracterizados como supérfluos, desnecessários, ou pior … como dejetos. Portanto, para Achille Mbembe, o colonialismo de povoamento, como atualmente Israel tenta impor aos palestinos (em Gaza é apenas o mais midiático, mas está ocorrendo em outros lugares), é uma estrutura não um acontecimento isolado. Para eliminar o nativo é preciso um genocídio único.

Como se sabe, o herói alienígena denominado “super-homem” é uma invenção do império americano. Por muitas décadas ele representou o poderio quase inabalável da atual e única hiperpotência mundial (ainda que os sinais de decadência dela sejam hoje bem evidentes). Seja como for, a figura desse herói representou bem as virtudes estadunidenses exportadas mundo afora, apesar do lixo jogado para debaixo do tapete em relação à sua política externa de subjugação dos países que gravitavam em sua órbita de influência, consoante seus interesses mais mesquinhos.

Infelizmente, nesses tempos neofascistas de Donald Trump e cia, nem mesmo o Super-homem poderia nos restituir a glória. Se para Achille Mbembe o colonialismo é um fascismo incipiente (pág. 31), nos EUA de Donald Trump o Super-homem seria deportado para Kripton por não ser supremacista.