Il morbo del fondamentalismo

Tutto ciò che è sano, può ammalare. La religione contrariamente a quello che ne dicono i suoi detrattori come Freud, Marx, Dawkins e altri s’iscrive dentro a una realtà sana: la ricerca da parte dell’essere umano delle Realtà Ultime, che conferiscono senso definitivo alla storia e all’universo. Questa ricerca è legittima ed è testimoniata nelle più antiche espressioni dell’homo sapiens/demens. Essa però può conoscere versioni non sane. Una di queste, oggigiorno la più frequente, è il fondamentalismo religioso che si manifesta anche nei paesi dove, in politica, regna il pensiero unico.

In fondamentalismo non è una dottrina a sé stante ma un atteggiamento e una forma di intendere e di vivere la dottrina. L’atteggiamento fondamentalista nasce quando la verità della propria chiesa o del gruppo è intesa come unica legittima, con l’esclusione di tutte le altre, ritenute erronee e per questo prive del diritto a esistere. Se uno immagina che unicamente il suo punto di vista è valido, è condannato ad essere intollerante. Quest’atteggiamento chiuso porta al disprezzo, alla discriminazione e alla violenza religiosa o politica.

Il covo del fondamentalismo si trova, storicamente, nel protestantesimo nord americano alla fine del secolo 19º quando irruppe la modernità non soltanto tecnologica ma anche nelle sue forme democratiche di convivenza politica e nella liberalizzazione dei costumi. In questo contesto nacque una dura reazione da parte della tradizione protestante, fedele agli ideali dei «padri fondatori», tutti venuti dal rigorismo dell’etica protestante. Il termine fondamentalismo riporta a una collezione di libri pubblicati dall’Università di Princeton dai presbiteriani che portava come titolo Fondamentals. A Testimony of truth (1909-1915: “I fondamenti, la testimonianza della verità”).

Questa collezione proponeva un antidoto alla modernizzazione: un cristianesimo rigoroso, dogmatico, fondato su una lettura letterale della Bibbia, considerata infallibilie e inerrante in ciascuna delle sue parole, perché considerata Parola di Dio. Si opponevano a qualsiasi interpretazione esegetico-critica della Bibbia e all’aggiornamento del suo messaggio per i contesti attuali.

Questa tendenza fondamentalista, fin da allora, è sempre stata presente nella società e nella politica statunitense. È stata coronata da espressione religiosa nelle cosiddette “Electronic Churches”, quelli chiese che si avvalgono dei moderni mezzi televisivi di comunicazione che coprono il paese da costa a costa e che hanno il loro gemelli in Brasile e in America Latina. Essi combattono i cristiani liberali, coloro che praticano l’interpretazione scientifica della Bibbia e accettano i movimenti moderni delle femministe, degli omosessuali e di quelli che difendono la depenalizzazione dell’aborto. Tutto questo è interpretato da loro come opera di Satana.

Il lato politico ha finito per assimilare quello religioso agganciandolo del “destino manifesto”, creato dopo l’incorporazione dei territori del Messico da parte degli Stati Uniti secondo cui gli statunitensi hanno il destino divino di portare il chiarimento, i valori e della roprietà privata, del libero mercato, della democrazia e dei diritti per tutti i popoli come sosteneva il secondo presidente degli Stati Uniti, John Adams. Come recitava la versione popolare e politica, gli americani sono “il nuovo popolo eletto” che condurrà tutti alla “Terra dell’Emmanuele, sede di quel regno nuovo e singolare che sarà concesso a i Santi del’ Altissimo” (K. Amstrong, Em nome de Deus, Companhia das letras, São Paulo 2001).

Questo amalgama religioso-politico, ha dato origine all’arroganza e all’unilateralismo nelle relazioni internazionali della politica estera nordamericana che perdura ancor oggi sotto Barak Obama.

Una tipologia del genere si ritrova in gruppi cattolici estremamente conservatori che ancora sostengono che “fuori della chiesa non c’è salvezza). Si affannano a convertire le persone più che possono per liberarle dall’inferno. I gruppi evangelici specialmente e settori delle chiese carismatiche con i loro programmi di TV rivelano ragionamenti fondamentalisti, particolarmente davanti alle religioni afro brasiliane, perché considerano le loro celebrazioni come opere di Satana. Da questo i frequenti esorcismi e perfino l’invasione di terreno per “purificarli” da Exu.

Il fondamentalismo più visibile tanto in gruppi cattolici quanto i gruppi evangelici si mostra nelle questioni morali: sono inflessibili davanti al problema dell’aborto, alle unioni di omosessuali, all’impegno delle donne per la loro libertà di decisione. Muovono vere guerre ideologiche attraverso le reti sociali e i mezzi di comunicazione a tutti coloro che discutano tali questioni, anche se in agenda in tutte le società aperte.

Purtroppo abbiamo una candidata alla presidenza della Repubblica, Marina Silva, che manifesta un tipo di fondamentalismo che è il biblicismo. Fanno una lettura letterale della Bibbia, come se in essa si trovasse la soluzione di tutti i problemi. Come ha detto bene papa Francesco, la Bibbia prima di essere un deposito di verità è una fonte ispiratrice per iniziative umane benefiche. Essa deve essere posta dietro alla testa per illuminare la realtà e non davanti agli occhi solo nascondendo così la realtà.

Lo Stato brasiliano è laico e pluralista. Accoglie tutte le religioni senza aderire a nessuna. In forza della costituzione non è lecito a una determinata religione imporre a tutta la nazione i suoi punti di vista. Un’autorità può avere le sue convinzioni religiose ma non è attraverso queste ma attraverso le leggi e seguendo lo spirito democratico che deve governare. Esistono quattro Vangeli non uno solo e convivono: la diversità delle interpretazioni che danno nel messaggio di Gesù è un esempio di ricchezza della diversità. Dio stesso è la convivenza eterna delle tre persone divine che attraverso l’amore formano un solo Dio. Feconda è la diversità.

Traduzione di Romano Baraglia

El fundamentalismo como enfermedad

Todo lo que está sano puede enfermar. La religión, al contrario de lo que dicen sus críticos como Freud, Marx, Dawkins y otros, se inscribe dentro de una realidad saludable: la búsqueda de la Última Realidad por el ser humano, que da un sentido último a la historia y al universo. Esa búsqueda es legítima y se encuentra atestiguada en las más antiguas expresiones del homo sapiens/demens, pero puede conocer expresiones enfermizas. Una de ellas, la más frecuente hoy, es el fundamentalismo religioso, que también se manifiesta donde reina el pensamiento único en política.

El fundamentalismo no es una doctrina en sí, sino una actitud y una forma de vivir la doctrina. La actitud fundamentalista surge cuando la verdad de su iglesia o de su grupo es entendida como la única legítima con exclusión de todas las demás, consideradas erróneas y por eso sin derecho a existir. Quien imagina que su punto de vista es el único válido está condenado a ser intolerante. Esta actitud cerrada conduce al desprecio, a la discriminación y a la violencia religiosa o política.

El nicho del fundamentalismo se encuentra históricamente en el protestantismo norteamericano de finales del siglo XIX cuando irrumpió la modernidad no solo en lo tecnológico, sino también en las formas democráticas de convivencia política y en la liberalización de las costumbres. En este contexto surgió una fuerte reacción por parte de la tradición protestante, fiel a los ideales de los «padres fundadores», todos procedentes del rigorismo de la ética protestante. El término fundamentalismo está unido a una colección de libros publicados por la Universidad de Princeton por los presbiterianos que llevaba por título Fundamentals. A Testimony of Truth, (1909-1915: “Los fundamentos, el testimonio de la verdad”).

En esta colección se proponía un antídoto a la modernización: un cristianismo riguroso, dogmático, fundado en una lectura literalista de la Biblia, considerada infalible e inequívoca en cada una de sus palabras, por ser considerada Palabra de Dios. Se oponían a toda interpretación exegético-crítica de la Biblia y a la actualización de su mensaje para los contextos actuales.

Esta tendencia fundamentalista ha estado siempre presente desde entonces en la sociedad y en la política norteamericana. Adquirió expresión religiosa en las llamadas «electronic Churches», esas iglesias que se valen de los modernos medios televisivos de comunicación que cubren el país de costa a costa y que tienen otras semejantes en Brasil y en América Latina. Combaten a los cristianos liberales, los que practican una interpretación científica de la Biblia y aceptan los movimientos modernos de las feministas, de los homoafectivos, de los que defienden la descriminalización del aborto. Todo eso es interpretado por ellos como obra de Satanás.

La vertiente política asimiló a la religiosa, uniéndola a la ideología política del «destino manifiesto», creada después de la incorporación de territorios de México por parte de Estados Unidos, según la cual los norteamericanos tienen el destino divino de llevar claridad, los valores de la propiedad privada, del libre mercado, de la democracia y de los derechos a todos los pueblos, como lo afirmó el segundo presidente de Estados Unidos, John Adams. Como rezaba la versión popular y política, los americanos son «el nuevo pueblo escogido» que va a llevar a todos a la «Tierra de Emanuel, sede de aquel Reino nuevo y singular que será concedido a los Santos del Altísimo» (K. Amstrong, En nombre de Dios, Companhia das Letras, São Paulo 2001).

Esa amalgama religioso-política ha dado origen a la arrogancia y al unilateralismo en las relaciones internacionales de la política exterior norteamericana que perdura también bajo Barack Obama.

Un tipo semejante de fundamentalismo lo encontramos en grupos católicos extremadamente conservadores que todavía sostienen que «fuera de la Iglesia no hay salvación». Se afanan en convertir al mayor número de personas que pueden para librarlas del infierno. Algunos grupos evangélicos, especialmente en sectores de las iglesias carismáticas con sus programas de TV, revelan discursos fundamentalistas, particularmente de cara a las religiones afrobrasileras, pues consideran sus celebraciones como obras de Satanás. De ahí los frecuentes exorcismos y hasta invasiones de terreiros para «purificarlos» del Exu.

El fundamentalismo más visible tanto en grupos católicos como en algunos grupos evangélicos se muestra en las cuestiones morales: son inflexibles ante los problemas del aborto, las uniones de los homoafetivos, el empeño de las mujeres por su libertad de decisión. Promueven verdaderas guerras ideológicas en las redes sociales y medios de comunicación contra todos los que discuten tales cuestiones, aunque estas formen parte de la agenda de todas las sociedades abiertas.

Lamentablemente tenemos una candidata a la presidencia de la República, Marina Silva, que manifiesta un tipo de fundamentalismo que es el biblicismo. Hace una lectura literalista de la Biblia, como si en ella se encontrase la solución de todos los problemas. Como bien dijo el Papa Francisco, la Biblia antes que un depósito de verdades es una fuente inspiradora para la iniciativas humanas benéficas. Hay que ponerla detrás de la cabeza para iluminar la realidad, no delante de los ojos, tapando así la realidad.

El Estado brasilero es laico y pluralista. Acoge todas las religiones sin adherirse a ninguna. Según la constitución no es lícito que una determinada religión imponga a toda la nación sus puntos de vista. Una autoridad puede tener sus convicciones religiosas pero no es por ellas, sino por las leyes como debe gobernar. Existen cuatro evangelios, no solo uno. Y todos ellos conviven entre sí en la diversidad de las interpretaciones que dan del mensaje de Jesús. Es un ejemplo de la riqueza de la diversidad. El mismo Dios es la convivencia eterna de Tres Divinas Personas que por el amor forman un sólo Dios. La diversidad es fecunda.

Traducción de Mª José Gavito Milano

João Pedro Stédile: O fim de um ciclo e a necessidade de avançar

O gaúcho João Pedro Stédile, 60 anos, um dos fundadores e principal dirigente do Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST), é umas lideranças populares mais lúcidas do país. Sempre apoiou o PT mas nunca renunciou à crítica pertinente e por vezes severa. Mas não entrega as conquistas históricas que o povo logrou nos últimos anos, e pela primeira vez na história, às classes dominantes. Por exemplo se pergunta: como é possível conceber um partido que tem 800 mil filiados, mas não tem cursos de formação política, não tem sequer um jornal nacional que oriente o debate e a militância? Vale a pena ler a entrevista que concedeu a Carta Maior de 2/10/2014. Sinto afinidade com suas ideias e propostas, embora daria mais acento à ideia da democracia social, participativa e sem fim: LBoff



***************************************

O MST tem se posicionado criticamente em relação ao governo, sobretudo na questão agrária, mas não só. Em quem você vai votar no domingo?

Stédile –Vou votar na Dilma, no Tarso Genro, no Olívio Dutra e nos candidatos a deputado que o MST apoia no Rio Grande do Sul. Eu e a ampla maioria do povo brasileiro queremos, no entanto, mudanças. Mudanças para melhorar as condições de vida do povo. O neodesenvolvimentismo praticado até agora foi importante para barrar o neoliberalismo e gerar uma transição. Resgatou-se o papel do Estado e o crescimento com distribuição da renda. Porém, essa política se esgotou, tanto é que vários setores da burguesia agora estão na oposição. E se esgotou também por conta da conjuntura econômica internacional. O próximo mandato precisa fazer mudanças estruturais, que alterem a política econômica e com ela o superávit primário e a matriz tributária. São requisitos para canalizar recursos necessários aos 10% do PIB na educação, à saúde, moradia, reforma agrária e aos pesados investimentos em transporte público de qualidade, que a população cobra. No campo político, é necessário convocar uma assembleia constituinte. É o único caminho para uma profunda reforma no sistema política. Queremos mudanças também na forma de conduzir a política agrícola e agrária. Se o governo Dilma não tiver forças para caminhar nessa direção teremos quatro anos de instabilidade politica. O povo voltará as ruas.

Por que, em sua opinião, os governos do PT não cumpriram integralmente as agendas e compromissos firmados com os movimentos sociais?



Stédile— Bem, em primeiro lugar, não considero os governos Lula e Dilma do PT, propriamente. Foram governos de composição de classes, em que estavam todas as classes sociais, desde o banqueiro Meireles, até os mais pobres do Bolsa Família. Em termos partidários houve uma coalização com mais de dez partidos, com o eterno peso conservador do PMDB e demais oportunistas. Por outro lado, foram governos que ainda viveram um período histórico de refluxo dos movimentos massas, derrotados política e ideologicamente na década de 80, e que não conseguiram ainda retomar a ofensiva da luta nas ruas. E por fim, o PT como maior partido da esquerda, com toda sua influencia nas massas e nas organizações populares, abdicou de seu papel de organizador político, renunciou ao dever de formador ideológico, resignou-se ao medíocre papel de disputar cargos públicos. Por isso, esclerosou-se ideologicamente. Esperamos que no próximo período haja uma retomada do movimento de massas. As mobilizações de junho já foram um sinal de alerta. E o plebiscito pela Constituinte da reforma política, com quase oito milhões de eleitores participando, outro.

Diante da frente única conservadora –que por um momento parecia levar Marina à vitória contra Dilma– o PT mudou seu discurso. Em SP, em um balanço da campanha, no dia 5 de setembro, Lula disse que era preciso demarcar o campo de classe da eleição. É um sinal de mudança também?

Stédile–A candidatura Dilma teve a sorte de que a burguesia se dividiu: parte a apoia; parte ao Aécio e parte a Marina. Eles não encontraram uma liderança que pudesse expressar a vontade de mudanças da ótica da direita. Nem Aécio, nem Marina expressam isso. As campanhas eleitorais foram sequestradas pelo financiamento das empresas e pela lógica dos marqueiteiros. Isso tirou o povo da disputa real. Pior: tirou a possibilidade de debate real sobre os problemas do país. Virou uma disputa de marqueteiro. As pessoas que estão na rua com propaganda o fazem por DINHEIRO. É emprego, não convicção. É mais uma evidência da crise de participação e representação. Creio que Lula, porém, que ainda é a maior liderança popular que temos, percebeu isso, e foi o grande destaque dos comícios e intervenções nessa campanha, porque fez a leitura da situação da luta de classes, e defendeu a necessidade de uma assembleia constituinte para fazer uma profunda reforma política, que recoloque o povo, a militância e a luta por ideias e projetos no centro da disputa.

O peso da correlação de forças explica, em parte, o engessamento de muitas bandeiras progressistas. Por que em 12 anos de governos progressistas não se conseguiu mudar essa correlação de forças?

Stédile— Por vários fatores conjugados. A derrota de 89, a hegemonia do neoliberalismo e império onipotente dos Estados Unidos, impuseram uma derrota política, econômica e ideológica a toda classe trabalhadora no mundo. Essas derrotas, em geral demoram uma geração para que a classe entenda, amadureça e volte a tomar iniciativa da luta. O processo de desindustrialização de nossa economia, por outro lado, quebrou a espinha da classe operária industrial, que era nosso setor mais organizado, mais forte e mais politizado, no qual Lula e o PT foram gerados. Estamos ainda vivendo uma crise ideológica na esquerda mundial. Falta-nos um projeto claro de transição do capitalismo para o socialismo. Isso tudo dificulta a construção de processos unitários e de programas de curto prazo para as forças populares, que mudem a correlação de forças. E por fim, porque o PT, sendo o maior partido de esquerda, como disse, não conseguiu levar adiante a formação política e a disputa ideológica entre seus militantes e na sociedade. Não se pode conceber que um partido que tenha 800 mil filiados, não tenha cursos de formação política, não tenha sequer um jornal nacional que oriente e debata com a militância política

Em que medida o monólogo conservador da mídia interdita essa mudança na correlação de força

?

Stédile-– A burguesia faz sua parte para manter a hegemonia econômica, política e ideológica na sociedade. Ela não fica esperando por nós. Para isso, controla e opera três instrumentos políticos simultaneamente. Em primeiro lugar, tem o controle absoluto do poder judiciário –basta ver o comportamento do STF no processo AP 470, ou a desfaçatez de juízes que se atribuem um auxílio moradia de 4.600, reais por mês, ao mesmo tempo em que não hesitam em autorizar ações de despejo contra todas ocupações dos que lutam pelo direito à habitação . Em segundo lugar, controla o parlamento, cada vez mais refém das 117 empresas que financiam 90% das campanhas dos candidatos nesse país. Transformaram o parlamento num balcão de negócios e trincheira de ideias conversadoras para a destruição dos direitos conquistados desde 1988, na Constituinte. E por último, controla de forma absoluta os meios de comunicação de massa. A Globo é hoje o principal partido ideológico da burguesia brasileira. É ela que exerce o papel de orientador político e de formação ideológica das massas, com as ideias da burguesia. Por isso é fundamental uma reforma política ampla e profunda, que envolva não só a forma de eleger os candidatos ao governo e ao parlamento.
Mas também o papel do poder do judiciário e a democratização dos meios de comunicação. Sem isso não teremos democracia. Nem a burguesa!

Diante da fragilidade de suas apostas eleitorais, o conservadorismo já faz baldeação para um outro comboio: a tese de que um ‘ajuste doloroso’ na economia será inevitável em 2015, ganhe que ganhar. Trata-se de uma tentativa de desossar um segundo governo Dilma por antecipação?



Stédile — A burguesia usará todas as armas que mencionamos para radicalizar a subordinação do Brasil à economia dos Estados Unidos, vale dizer, aos interesses dos bancos e das corporações internacionais. Querem o país como mero exportador de commodities, minerais, energéticas e agrícolas. Mas isso não gera empregos e nem desenvolve a economia. O pré-sal pode ter um papel, porém setorial. Nós, dos movimentos sociais, lutaremos para que haja mudança efetiva. Isso inclui mudar a política burra do superávit primário para pagar juros a 15 mil famílias, e redirecionar os recursos a investimentos produtivos, educação, saúde e transporte público. Precisamos de uma reforma tributária que inverta a matriz atual, que só penaliza os trabalhadores. O governo deve controlar a taxa de juros, não só a Selic, mas também as taxas impostas pelos bancos ao povo, que paga em média 48% de juros ao ano. E intervir no câmbio, para evitar que a indústria brasileira esfarele. Finalmente, é urgente revogar a lei Kandir. Essa é um absurdo.
 
Bilionárias exportações de commodities minerais, energéticas e agrícolas não pagam imposto no Brasil. Um DINHEIRO que poderia contribuir para investir em serviços públicos é legalmente sonegado à população. A Vale do Rio Doce, por exemplo, exportando bilhões e bilhões de toneladas de ferro e não paga nada de imposto. Somos o maior exportador de soja do mundo. E ninguém paga imposto! Na Argentina, os exportadores de soja pagam 40%. Como se vê, será um período de intensa disputa, em torno dos rumos da política econômica. E se a mudança frustrar o interesse dos trabalhadores, entraremos numa crise política grave.

O que você diria à juventude que hesita em votar em Dilma pelas razões discutidas acima?



Stédile –A juventude tem direito a ser desconfiada e votar em quem quiser. Há motivos para não acreditar até maiores do que para acreditar. Em função da conjuntura histórica exposta aqui, vivemos um período em que a juventude esteve ausente da política, e não pôde participar de nenhuma instituição. Nem na igreja, nem nos sindicatos, nem nos partidos. E muito menos nos governos, que só chamam as lideranças na hora em que a água ferve. Então, a juventude esta desanimada com a política institucional. É saudável. Se estivessem satisfeitos já estariam velhos e conservadores. Mas ela precisa participar da política de outra forma e mais intensa. Agora mesmo no mutirão do plebiscito pela Constituinte da reforma política, a condução do processo foi basicamente da juventude. Não basta, porém. Ela precisa se vincular às organizações da classe trabalhadora, para que juntos possamos construir um programa unitário de mudanças. Protesto é só o começo. Ele não constrói a mudança. A s mudanças virão de um programa unitário, que consiga aglutinar as forças organizadas do povo, da classe trabalhadora, tendo a juventude como participantes ativos. Nas eleições acho que a juventude vai ficar entre abstenção, voto nulo, voto na Dilma e na Luciana Genro. Percebo que a juventude que votou na Marina em 2010 desencantou-se com ela.

No documentário, ‘Em busca da terra sem veneno’, você aponta a necessidade de um aggiornamento da bandeira da reforma agrária. Que reforma agrária responde aos desafios do século XXI?

Stédile— No século passado, a reforma agrária respondia a uma necessidade de democratizar a propriedade da terra. A luta principal, portanto, era contra o latifúndio, em geral improdutivo. De um modo geral, esse programa de reforma clássico ocorreu no âmbito de governos burgueses nacionalistas. No Brasil, nunca conseguimos fazer esse tipo de reforma agrária. O mais próximo disso ocorreu na crise de 64, com a proposta de reforma do Celso Furtado- Goulart. O MST se desenvolveu com base nesse programa, de terra para quem nela trabalha.
 
Infelizmente, ele não se realizou no Brasil. Agora, com o capitalismo financeiro e as corporações transnacionais dominando a agricultura, a disputa não é apenas por terra. A disputa é pelo modelo de produção agrícola. A disputa é pelo destino dos recursos naturais. Precisamos mudar o modelo. Em primeiro lugar, para produzir alimentos sadios a toda sociedade. Comida sem veneno. Ao mesmo tempo, adotar a matriz tecnológica da agroecologia: produzir em equilíbrio com a natureza, sem destruir a biodiversidade que altera o meio ambiente e o clima. E precisamos organizar agroindústrias na forma cooperativa, para processar esses alimentos. Por isso, agora estamos diante de um novo modelo que chamamos de reforma agrária popular.

Essa é uma bandeira que não interessa apenas ao camponês, que antes queria apenas terra para trabalhar. Agora, as mudanças, interessam a todo povo. Interessa a quem não quer adoecer ou morrer de câncer por conta da ingestão de agrotóxico, que tem no Brasil o maior consumidor mundial. Interessa aos que sofrem na cidade, expulsos do campo; e aos que se preocupam com a desordem climática em curso, como o demonstra a falta de água em São Paulo. Esse será o futuro da agricultura, e na verdade, a única possibilidade de sobrevivermos.

Assista ao documentário ‘Em busca da terra sem veneno’

 

 

 

 

 

 

 

0

 

 

22

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Discutir el aborto por amor a la vida

Me cuesta creer que haya personas que defiendan el aborto por el aborto. Implica eliminar la vida o interferir en un proceso vital que culmina con la aparición de la vida humana. Yo personalmente estoy en contra del aborto pues amo la vida en cada una de sus fases y en todas sus formas.

Pero esta afirmación no me vuelve ciego a una realidad macabra que no puede ser ignorada y que desafía el buen sentido y a los poderes públicos. Cada año se hacen en Brasil cerca de 800 mil abortos clandestinos. Cada dos días muere una mujer víctima de un aborto clandestino mal asistido.

Esta realidad debe ser enfrentada no con la policía sino con una salud pública responsible y con sentido realista. Considero farisaica la actitud de aquellos que de forma intransigente defienden la vida embrionaria y no adoptan la misma actitud ante los miles de niños lanzados a la miseria, sin comida y sin cariño, deambulando por las calles de nuestras ciudades. La vida debe ser amada en todas sus formas y edades y no solo en su primer despertar en el seno de la madre. Corresponde al Estado y a toda la sociedad crear las condiciones para que las madres no necesiten abortar.

Yo mismo asistí, en las gradas de la catedral de Fortaleza, a una madre famélica, pidiendo limosna y amamantando a su hijo con sangre de su pecho. Era la figura del pelícano. Perplejo y lleno de compasión la llevé hasta la casa del Cardenal Dom Aloisio Lorscheider donde le dimos toda la asistencia posible. Incluso así ocurren abortos, siempre dolorosos y que afectan profundamente a la psique de la madre. Narro lo que escribió un eminente psicoanalista de la escuela junguiana de São Paulo, Léon Bonaventure, narrado en la introducción que escribió a un libro de otra psicoanalista junguiana italiana, Eva Pattis, titulado: Aborto, pérdida y renovación: paradoja en la búsqueda de la identidad femenina (Paulus 2001).

Cuenta Léon Bonaventure, con la sutileza de un fino psicoanalista para quien la espiritualidad constituye una fuente de integración y de cura de heridas del alma.

«Un sacerdote confesaba a una mujer que en el pasado había abortado. Después de oír la confesión, le preguntó: “¿Qué nombre le diste a tu hijo?” La mujer, sorprendida, quedó callada largo rato pues no había dado nombre a su hijo.

“Entonces” –dijo el cura–, “vamos darle un nombre y si está usted de acuerdo vamos a bautizarlo”. La mujer asintió con la cabeza y así lo hicieron simbólicamente.

Después el cura hizo algunas consideraciones sobre el misterio de la vida: “existe la vida” –dijo–, “que viene a la luz del día para ser para vivida en la Tierra, durante 10, 50, 100 años. Otras vidas nunca van a ver la luz del sol. En el calendario litúrgico católico existe, el día 28 de diciembre, la fiesta de los santos inocentes, los recién nacidos que murieron gratuitamente cuando nació el Niño divino en Belén. Que ese día sea también el día de la fiesta de tu hijo”.

Y siguió diciendo: “en la tradición cristiana el nacimiento de un hijo es siempre un regalo de Dios, una bendición. En el pasado era costumbre ir al templo para ofrecer el niño a Dios. Nunca es demasiado tarde para que ofrezcas tu hijo a Dios”.

Terminó diciendo: “como ser humano no puedo juzgarte, si pecaste contra la vida, el propio Dios de la vida puede reconciliarte con ella. Vete en paz y vive”» (p. 9).

El Papa Francisco recomienda siempre misericordia, comprensión y ternura en la relación de los sacerdotes con los fieles. Ese sacerdote vivió avant la lettre esos valores profundamente humanos y que pertenecen a la práctica del Jesús histórico. Que ellos puedan inspirar a otros sacerdotes a tener la misma humanidad.