In mezzo al malessere mondiale c’è posto per la gioia

In mezzo a un innegabile malessere mondiale, quest’anno ha fatto irruzione a sorpresa una figura che ci ha regalato speranza, allegria e piacere della bellezza: Papa Francesco.

Il suo primo scritto ufficiale porta il titolo di Esortazione pontificia Allegria del Vangelo, richiama l’allegria, le categorie dell’incontro, la vicinanza, la misericordia, la centralità dei poveri, la bellezza, la “rivoluzione della tenerezza” e la “mistica del vivere insieme”.

Tale messaggio fa da contrappunto alla delusione e al fallimento delle promesse di un progetto di modernità che avrebbe portato benessere e felicità per tutti. In verità sta mettendo a rischio il futuro della specie a causa dell’assalto devastante che continua a fare a danno di beni e servizi scarsi della Madre Terra. Dice bene Papa Francesco: “La società tecnica ha moltiplicato le possibilità di piacere ma ha gran difficoltà a generare allegria” (Es.,n.7). Il piacere è cosa dei sensi. La gioia è cosa del cuore. E il nostro modo di essere è senza cuore.

Questa gioia non è quella dell’idiota giulivo senza perché. Essa sgorga dall’incontro con una Persona concreta che ti ha suscitato entusiasmo, ti ha dato una spinta e semplicemente ti ha affascinato. È la figura di Gesù di Nazaret. Non si tratta di quel Cristo, coperto di titoli di trionfo e gloria che la teologia posteriore gli ha assegnato. E’ il Gesù del popolo semplice e povero, delle strade polverose della Palestina, che portava parole di freschezza e di fascino. Papa Francesco è la prova dell’incontro con questa Persona. È stata tanto trascinante che ha cambiato la sua vita gli ha creato una fonte inesauribile di gioia e bellezza. Per lui evangelizzare è rifare questa esperienza e la missione della Chiesa è riscattare la freschezza e il fascino per la figura di Gesù. Evita la parola diventata ormai ufficiale di “nuova evangelizzazione”. Preferisce ”conversione pastorale” fatta di allegria, bellezza, fascino, vicinanza, incontro, tenerezza, amore e misericordia.

Che differenza con i suoi predecessori di secoli. Presentavano il cristianesimo come dottrina, dogma e norma morale. Si esigeva adesione senza limiti e senza un qualsiasi straccio di dubbio perché partecipava alle caratteristiche dell’infallibilità.

Papa Francesco vede il cristianesimo da un altro punto di vista. Non è una dottrina. È incontro personale con una Persona, con la sua causa, con la sua lotta, con la sua capacità di affrontare le difficoltà senza fughe. Fanno piacere oltremodo le parole contenute nell’epistola agli Ebrei dove si dice che che Gesù “è passato attraverso le stesse prove che abbiamo avuto anche noi… Lui è stato circondato di debolezza… tra grida e lacrime ha supplicato colui che poteva salvarlo dalla morte e che non è stato ascoltato nella sua angustia”, D’accordo con gli studi di due grandi conoscitori delle sacre scritture, A. Harnack e R. Bultmann che danno questa versione al posto di quella che sta nell’epistola “e fu ascoltato nella sua pietà” (Eusebeia, in greco, può significare oltre che pietà, anche angustia)… “e che ha dovuto imparare a ubbidire mediante la sofferenza” (Eb.4,15; 5,2.7-8).

Nella evangelizzazione tradizionale tutto passava attraverso l’intelligenza intellettuale (intellectus fidei) espressa dal credo e dal catechismo. Nell’Esortazione, il Papa Francesco arriva a dire che “abbiamo imprigionato Cristo in schemi noiosi e così priviamo il cristianesimo della sua creatività “(n.11). Nella sua versione, l’evangelizzazione passa attraverso l’intelligenza cordiale (Intellectus cordis), perché lì hanno la loro sede l’amore, la misericordia, la tenerezza e la freschezza della persona di Gesù. Questa si esprime anche attraverso la vicinanza, l’incontro, il dialogo e l’amore. È  un cristianesimo-casa-aperta a tutti, “senza i supervisori  della dottrina” e non una fortezza chiusa e timorosa.

Ora è di questo cristianesimo che abbiamo bisogno, capace di produrre gioia, perché tutto quello che nasce sul serio da un incontro profondo e vero genera allegria e nessuno ce la può togliere. È come l’allegria dei sudafricani nella sepoltura di Mandela: nasceva nel fondo del cuore e muoveva tutto il corpo.

Nella nostra cultura mediatica appartenente all’era dei Media e di Internet ci manca questo spazio di incontro occhi negli occhi, faccia a faccia, pelle a pelle. Per questo dobbiamo realizzare delle “Uscite”, parola sempre ripetuta dal Papa: “uscita” da noi stessi per l’altro, “uscita” per le periferie esistenziali (le solitudini e gli abbandoni), “uscita” per l’universo dei poveri. Questa “uscita” è un vero “Esodo” che ha portato allegria agli ebrei liberi dal giogo del faraone.

Niente di meglio che ricordare la testimonianza di F. Dostoievski quando “usciva” dalla Casa dei Morti in Siberia.; “A volte, Dio mi invia istanti di pace; in questi istanti, amo e sento di essere amato; è stato in uno di questi momenti che ho composto per me stesso un credo, dove tutto è chiaro e sacro. Questo credo è molto semplice. Eccolo: credo che non esiste niente di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più umano, di più perfetto del Cristo; e io dico a me stesso, con un amore geloso che non esiste e non può esistere. Ancora più di questo: se qualcuno mi provasse che il Cristo sta fuori della verità e che questa non si trova in lui, preferisco rimanere con il Cristo piuttosto che rimanere nella verità”.

Il Papa Francesco farebbe sue queste parole di Dostoievski. Non è una verità astratta che riempie la vita, ma l’incontro vivo con una persona, con Gesù, il Nazareno. È a partire da lui che la verità si fa verità. Se il 2014 porterà un poco di questo incontro (chiamatelo Cristo, Profondo, Mistero dentro di noi, Sacro di ogni essere) allora avremo scavato una fonte da cui sgorga gioia infinitamente superiore a qualsiasi piacere indotto dal consumo.

Traduzione di Romano Baraglia

En medio del malestar mundial hay lugar para la alegría

En medio del innegable malestar mundial irrumpió sorprendentemente este año una figura que nos devolvió esperanza, alegría y gusto por la belleza: el Papa Francisco. Su primer texto oficial lleva como título Exhortación Apostólica Alegría del Evangelio. Un texto entreverado de alegría, de las categorías del encuentro, de la proximidad, de la misericordia, del lugar central de los pobres, de la belleza, de la “revolución de la ternura” y de la “mística del vivir juntos”.

Tal mensaje es un contrapunto a la decepción y al fracaso ante las promesas del proyecto de la modernidad de traer bienestar y felicidad para todos. En realidad está poniendo en peligro el futuro de la especie por el asalto avasallador que sigue haciendo sobre los bienes y servicios escasos de la Madre Tierra. Bien dice el Papa Francisco: «la sociedad tecnológica ha logrado multiplicar las posibilidades de placer pero encuentra muy difícil engendrar la alegría» (Exhortación, nº7). El placer es cosa de los sentidos. La alegría es cosa del corazón. Y nuestro modo de ser es sin corazón.

No es una alegría de bobos alegres que lo son sin saber por qué. Brota de un encuentro con una Persona concreta que le suscitó entusiasmo, lo elevó y simplemente lo fascinó. Fue la figura de Jesús de Nazaret. No se trata de aquel Cristo cubierto de títulos de pompa y gloria que la teología posterior le confirió. Es el Jesús del pueblo sencillo y pobre, de las carreteras polvorientas de Palestina que traía palabras de frescor y de fascinación. El Papa Francisco da testimonio del encuentro con esa Persona. Fue tan arrebatador que cambió su vida y le creó una fuente inagotable de alegría y de belleza. Para él evangelizar es rehacer esta experiencia, y la misión de la Iglesia es recuperar el frescor y la fascinación por la figura de Jesús. Evita la expresión ya oficial de “nueva evangelización”. Prefiere “conversión pastoral” hecha de alegría, belleza, fascinación, proximidad, encuentro, ternura, amor y misericordia.

Qué diferencia con sus predecesores de siglos anteriores que presentaban un cristianismo como doctrina, dogma y norma moral. Se exigía adhesión inquebrantable y sin el menor asomo de duda, pues gozaba de las características de la infalibilidad.

El Papa Francisco entiende el cristianismo en otra clave. No como una doctrina, sino como un encuentro personal con una Persona, con su causa, con su lucha, con su capacidad para afrontar las dificultades sin huir de ellas. Agradan sobremanera las palabras contenidas en la Epístola a los Hebreos donde se dice que Jesús “pasó por las mismas pruebas que nosotros… que experimentó todas las  flaquezas… que entre gritos y lágrimas suplicó a aquel que podía salvarlo de la muerte y que no fue atendido en su angustia”, según los estudios de dos grandes sabios de las Escrituras, A. Harnack y R. Bultmann, que dan esta versión en lugar de la que está en la Epístola: “y fue escuchado en atención a su piedad” (eusebeia en griego puede significar, además de piedad, también angustia) “y aprendió a obedecer mediante el sufrimiento”(Hebreos 4,15; 5,2.7-8).

En la evangelización tradicional todo pasaba por la inteligencia intelectual (intellectus fidei), expresada por el credo y por el catecismo. En la Exhortación, el Papa Francisco llega a decir que «hemos aprisionado a Cristo en esquemas aburridos… privando así al cristianismo de su creatividad» (nº 11). En su versión, la evangelización pasa por la inteligencia cordial (intellectus cordis) porque ahí tiene su sede el amor, la misericordia, la ternura y el frescor de la Persona de Jesús. Ella se expresa por la proximidad, por el encuentro, por el diálogo y por el amor. Es un cristianismo-casa-abierta para todos, «sin fiscales de doctrina», no una fortaleza cerrada que intimida.
Ese es, pues, el cristianismo que necesitamos, capaz de producir alegría, pues todo lo que nace verdaderamente de un encuentro profundo y verdadero genera una alegría que nadie puede quitar. Es como la alegría de los sudafricanos en el entierro de Mandela: nacía del fondo de corazón y movía todo el cuerpo.

En nuestra cultura mediática e internética nos falta ese espacio de encuentro, de ojos en los ojos, cara a cara, piel a piel. Para eso tenemos que realizar “salidas”, palabra que repite siempre el Papa. “Salida” de nosotros mismos hacia el otro, “salida” a las periferias existenciales (las soledades y los abandonos) “salida” hacia el universo de los pobres. Esa “salida” es un verdadero “Éxodo” que trajo alegría a los hebreos libres del yugo del faraón.

Nada mejor que recordar el testimonio de F. Dostoievski al “salir” de la Casa de los Muertos en Siberia: «A veces Dios me envía instantes de paz; en esos instantes, amo y siento que soy amado; en uno de esos momentos compuse para mí mismo un credo, donde todo es claro y sagrado. Ese credo es muy sencillo. Es éste: creo que no existe nada más bello, más profundo, más simpático, más humano, más perfecto que Cristo; y me lo digo a mi mismo con un amor celoso, que no existe ni puede existir. Y más que eso: si alguien me probara que Cristo no está en la verdad y que ésta no se encuentra en él, prefiero quedarme con Cristo a quedarme con la verdad».

El Papa Francisco haría suyas estas palabras de Dostoievski. No es una verdad abstracta que llena la vida, sino el encuentro vivo con una Persona, con Jesús, el Nazareno. A partir de él la verdad se hace verdad. Si el 2014 nos trae un poco de ese encuentro (llámenlo Cristo, lo Profundo, el Misterio en nosotros, lo Sagrado de todo ser), entonces habremos cavado una fuente de donde brota una alegría que es infinitamente mejor que cualquier placer inducido por el consumo.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Wie können die Schwarzen mitten im Leiden noch singen, lachen und tanzen?

 

Tausende von Menschen in ganz Südafrika vermischten Tränen mit Tänzen, Feiern mit Klagen über den Tod Nelson Mandelas. Auf diese Weise drückt sich ihre Kultur des Übergangsritus’ vom Diesseits zum Jenseits, wo ihre Vorfahren, die Weisen und die Hüter des Volkes, deren Riten und ethische Normen sich befinden, aus. Nun ist auch Mandela dort, unsichtbar, doch ganz gegenwärtig und begleitet das Volk, zu dessen Befreiung er so viel beitrug.

 

Augenblicke wie diese erinnern uns an unsere höchsten menschlichen Ahnen. Wir haben alle unsere Wurzeln in Afrika, selbst wenn die meisten dies nicht wissen oder es ihnen gleichgültig ist. Doch es ist von entscheidender Wichtigkeit, dass wir uns unserer Wurzeln bewusst werden, die in der einen oder anderen Weise unseren genetischen und spirituellen Codex prägten.

 

An dieser Stelle möchte ich auf einen Text zurückgreifen, den ich vor langer Zeit unter dem Titel „Wir alle sind Afrikaner“ schrieb, und den ich der veränderten Weltsituation angepasst habe.

 

Gleich zu Beginn ist es wichtig, die afrikanische Tragödie anzuprangern: Afrika ist der am meisten vergessene und durch die Weltpolitik verwüstete Kontinent. Alles, was zählt, sind seine Ländereien. Diese werden von großen Weltkonzernen und von China gekauft, um riesige Getreidepflanzungen anzulegen, die die Ernährung sicherstellen sollen, nicht für Afrika, sondern für ihre eigenen Länder, oder um das Getreide in der Börsenspekulation zu verkaufen. Diese bekannten „Landkäufe“ machen insgesamt eine Fläche so groß wie die ganz Frankreichs aus. Afrika ist heute eine Art von Rückspiegel, wie in der Vergangenheit Menschen so unmenschlich und schrecklich sein konnten und heute noch sind. Die heutige Neo-Kolonialisierung ist perverser als die Kolonisierung der vergangenen Jahrhunderte.

 

Wir wollen diese Tragödie im Hinterkopf behalten, wenn wir uns nun auf das Erbe Afrikas konzentrieren, das sich in unserem Inneren befindet. Die Paläontologen und Anthropologen sind sich heute darüber einig, dass das Abenteuer der Hominisation in Afrika vor etwa 7 Millionen Jahren begann. Sie beschleunigte sich dann, durchlief die Etappen des Homo Habilis, Erectus, des Neandertalers etc. bis sie beim Homo Sapiens vor ca. 90.000 Jahren ankam. Nachdem der Homo Sapiens sich vor 4,4 Millionen Jahren auf afrikanischem Boden befand, zog er vor etwa 60.000 Jahren nach Asien; dann vor 40.000 Jahren nach Europa, und vor 30.000 Jahren schließlich auf den amerikanischen Kontinent. Somit lässt sich sagen, dass sich das menschliche Leben zum Großteil in Afrika abspielte, was man inzwischen gern vergisst und missachtet.

 

Afrika ist nicht nur unser geographischer Ursprung: es ist der primitive Archetypus, die Gesamtheit der Eindrücke, die sich auf der Seele des Menschen einprägten. Es war in Afrika, wo der Mensch seine ersten Eindrücke sammelte, wo seine wachsenden Synapsen entstanden (Zerebralisierung), die ersten Gedanken erschienen, Kreativität auftauchte sowie die soziale Komplexität, die die Entwicklung von Sprache und Kultur ermöglichte. Der Geist Afrikas ist in uns allen präsent.

 

Am Geist Afrikas kann ich drei Hauptachsen ausmachen, die uns helfen können, die systemische Weltkrise zu überwinden, in der wir uns zurzeit befinden.

 

Die erste ist Mutter Erde, Mutter Afrika. Als sich unsere Vorfahren über die Weiten Afrikas verteilten, schlossen sie eine tiefe Gemeinschaft mit der Erde, fühlten die Verbindung, die alle Dinge miteinander haben: das Wasser, die Berge, die Tiere, die Wälder und Urwälder; und die kosmischen Energien. Um Gaia, unsere Mutter und unser Gemeinsames Haus zu retten, müssen wir diesen Geist der Erde wieder erlangen.

 

Die zweite Achse besteht in der Beziehungsmatrix, wie Anthropologen es nennen. Die Afrikaner bezeichnen dies mit dem Begriff ubuntu, der bedeutet: „Ich bin wer ich bin, denn ich bin Teil der Gemeinschaft“ oder „Ich bin deinetwegen wer ich bin, und du bist meinetwegen, wer du bist“. Wir alle brauchen einander, wir sind voneinander abhängig. Was uns die Quantenphysik und die neue Kosmologie über die Interdependenz aller mit allen lehren, ist im Geist Afrikas offensichtlich.

 

Zu dieser Gemeinschaft gehören ebenfalls die Toten, wie Mandela. Die Toten „gehen“ nicht in den Himmel, denn der Himmel ist kein geographischer Ort, sondern eine Seinsform in dieser unserer Welt. Die Toten bleiben mitten im Volk als Ratgeber und Wächter der heiligen Traditionen.

 

Auf der dritten Achse finden wir die Riten und Feste. Wir bewunderten die Tatsache, dass man einen ganzen Tag lang mit Messen und Gebeten Mandelas gedachte. Afrikaner fühlen Gott in ihrer Haut, Abendländer in ihren Köpfen. Deshalb tanzen Afrikaner und bewegen ihren ganzen Körper, während wir im Westen so kalt und steif bleiben wie ein Besenstiel.

 

Die wichtigen Erfahrungen des persönlichen, sozialen und jahreszeitabhängigen Lebens werden mit Riten begangen, mit Tänzen, Musik und Vorführung von Masken. Die Masken repräsentieren Energien, die sich sowohl gutartig als auch bösartig auswirken können. Gerade in diesen Riten werden die negativen und positiven Kräfte ausbalanciert und wird der Vorrang des gesunden Menschenverstandes über das Absurde gefeiert. Wenn wir diesen Geist Afrikas wieder in uns verkörpern, muss die Krise nicht zu einer Tragödie werden.

 

Es ist bekannt, dass durch Feiern und Riten die Gesellschaft ihre Verbindungen wiederherstellt und die soziale Kohäsion verstärkt wird. Arbeit und Kampf sind jedoch nicht alles. Es gibt auch die Feier des Lebens, die Erhaltung der kollektiven Erinnerungen und das Gedenken der Siege über die überstandenen Gefahren.

 

Ich freue mich, hier das persönliche Gedenken von Washington Novaes wiederzugeben, eines unserer brillantesten Journalisten: „Vor einigen Jahren“, so schreibt Novaes, „beeindruckte mich in Südafrika, dass drei, vier Schwarze so leicht zusammenkommen und breit lächelnd singen und tanzen. Eines Tages sprach ich mit einem Taxifahrer darüber: Dein Volk hat so viel gelitten und leidet noch immer. Dennoch reicht es, dass ein paar Leute zusammenkommen, und sie haben Grund zu tanzen, zu singen und zu lachen. Woher kommt diese Energie? Und er antwortete: Durch das Leiden lernen wir, dass Fröhlichkeit nicht von dem abhängt, was außerhalb unserer selbst liegt. Es liegt ganz allein an uns, in uns.“

 

Der Anteil unserer Bevölkerung, der afrikastämmig ist, zeigt uns auch diese Art der Freude, die weder Kapitalismus noch Konsum uns bereiten können.

 

 

übersetzt von Bettina Gold-Hartnack

 

O funesto império mundial das corporações

                                                        

 

 O individualismo, marca registrada da sociedade de mercado e do capitalismo como modo de produção e sua expressão política o (neo)liberalismo, revelam toda sua força mediante as corporações nacionais e multinacionais. Nelas vigora cruel competição dentro da lógica do ganha-perde.

Pensava-se que a crise sistêmica de 2008 que afetou pesadamente o coração dos centros econômico-financeiros nos USA e na Europa, lá onde a sociedadade de mercado é dominante e elabora as estratégias para o mundo inteiro, levasse a uma revisão de rota. Ainda mais que não se trata apenas do futuro da sociedade de mercado mundializada mas de nossa civilização e até de nossa espécie e do sistema-vida.

 

Muitos como J. Stiglitz e P. Krugman esperavam que o legado da crise de 2008 seria um grande debate sobre que tipo de sociedade queremos construir. Enganaram-se rotundamente. A discussão não se deu. Ao contrário, a lógica que provocou a crise foi retomada com mais furor.

 

Richard  Wilkinson, epidemiologista inglês e um dos maiores especialistas sobre o tema desigualdade  foi mais atento e dissse, ainda em 2013 numa entrevista ao jornal Die Zeit da Alemanha:”a questão fundamental é esta: queremos ou não verdeiramente viver segundo o princípio que o mais forte se apropria de quase tudo e o mais fraco é deixado para trás?”.

 

Os super-ricos e super-poderosos decidiram que querem viver segundo o princípio darwinista do mais forte e que se danem os mais fracos. Mas comenta Wilkinson: “creio que todos temos necessidade de uma maior cooperação e reciprocidade, pois as pessoas desejam uma maior igualdade social”. Esse desejo é intencionalmene negado por esses epulões.

 

Via de regra, a lógica capitalista é feroz: uma empresa engole a outra (eufemisticamente se diz que se fizeram fusões). Quando se chega a um ponto em que só restam apenas algumas grandes, elas mudam a lógica: ao invés de se guerrearem, fazem entre si uma aliança de lobos e comportam-se mutuamente como  cordeiros. Assim articuladas detém mais poder, acumulam com mais certeza para si e para seus acionistas, desconsiderando totalmente o bem da sociedade.

 

A influência política e econômica que exercem sobre os governos, a maioria muito mais fracos que elas, é extremamente constrangedor, interferindo no preço das commodities, na redução dos investimentos sociais, na saúde, educação, transporte e segurança. Os milhares que ocupam as ruas no mundo e no Brasil intuíram essa dominação de um novo tipo de império, feito sob o lema:”a ganância é boa” (greed is good) e “devoremos o que pudermos devorar”.

 

Há excelentes estudos sobre a dominação do mundo por parte das grandes corporações multilaterais. Conhecido é o do economista norte-americano David Korten ”Quando as corporações regem o mundo”(When the Corporations rule the World, Berret-Koehler Publisher 1995/2001)). Mas fazia falta  um estudo de síntese. Este foi feito pelo Instituto Suiço de Pesquisa Tecnológica (ETH)” em Zurique em 2011 que se conta entre os mais respeitados centros de pesquisa, competindo com MIT. O documento envolve grandes nomes, é curto, não mais de 10 páginas e 26 sobre a metodologia para mostrar a total transparência dos resultados. Foi resumido pelo Professor de economia da PUC-SP Ladislau Dowbor em seu site. Baseamo-nos nele.

 

Dentre as 30 milhões de corporações existentes, o Instituto selecionou 43 mil para estudar melhor a lógica de seu funcionamento. O esquema simplificado se articula assim: há um pequeno núcleo financeiro central que possui dois lados: de um,  são as corporações que compõe o núcleo e do outro, aquelas que são controladas por ele. Tal articulação cria uma rede de controle corporativo global. Essse pequeno núcleo (core) constitui uma super-entidade(super entity). Dele emanam os controles em rede, o que facilita a redução dos custos, a proteção dos riscos, o aumento da confiança e, o que é principal, a definição das linhas da economia global que devem ser fortalecidas e onde.

 

Esse pequeno núcleo, fundamentalmente de grandes bancos, detém a maior parte das participações nas outras corporações. O topo controla 80% de toda rede de corporações. São apenas 737 atores, presentes em 147 grandes empresas. Ai estão o Deutsche Bank, o J.P. Morgan Chase, o UBS, o Santander, o Goldes Sachs, o BNP Paribas entre outros tantos. No final menos de 1% das empresas controla 40% de toda rede.

 

Este fato nos permite entender agora a indignação dos Occupies  e de outros que acusam que 1% das empresas faz o que quer com os recursos suados de 99% da população. Eles não trabalham e nada produzem. Apenas fazem mais dinheiro com dinheiro lançado no mercado da especulação.

 

Foi esta absurda voraciade de acumular ilimitadamente que gestou a crise sistêmica de 2008. Esta lógica aprofunda cada vez mais a desigualdade e torna mais difícil a saída da crise. Quanto de desumanidade aquenta o estômago dos povos? Pois tudo tem seu limite nem a economia é tudo. Mas agora nos é dado ver as entranhas do monstro. Como diz Dowbor: ”A verdade é que temos ignorado o elefante que está no centro da sala”.  Ele está quebrando tudo, critais, louças e pisoteando pessoas. Mas até quando? O senso ético mundial nos assegura que uma sociedade não pode subsistir por muito tempo assentada sobre a super exploração, a mentira e a anti-vida.

 

A grande alternativa é oferecida por David Korten que tem trabalhado com Joanna Macy, uma das mais comprometidas educadoras com o novo paradigma e com um futuro diferente e otimista do mundo. A grande virada (The Great Turning) se dará com a passagem do paradigma “Império” para o da “Comunidade da Terra”. O primeiro dominou nos últimos cinco mil anos. Agora chegou seu ponto mais baixo de degradação. Uma virada salvadora é a renúncia ao poder como dominação imperial  sobre e contra os outros na direção de uma convivência de todos com todos na única “Comunidade da Terra”, na qual seres humanos e demais seres da grande comunidade de vida convivem, colaboram e juntos mantém uma Casa Comum hospitaleira e acolhedora para todos. Só nesta direção poderemos garantir um futuro comum, digno de ser vivido.