Ritornare alle radici per ringiovanire

Per quanto lontano camminiamo sul nostro pianeta o anche al di fuori di esso, come gli astronauti, portiamo sempre con noi la forza delle radici. Di volta in volta, si animano e suscitano in noi un irrefrenabile desiderio di tornare verso di loro. Non sono al di fuori di noi . Sono la nostra base incosciente di sostegno e di forza vitale. Quindi, le portiamo sempre con noi e ringiovaniamo ogni volta che ritorniamo a loro. Il 9 e il 10 settembre di quest’anno, ho vissuto un’esperienza inusuale quando ho visitato la casa del nonno nel nord della Italia.

Sentimenti profondi, provenienti dal nostro inconscio personale e collettivo, improvvisamente irruppero in me. Mi sentivo ricollegato a quella fonte: La vecchia casa, le stanze annerite, le porte che scricchiolano quando si aprono, i letti duri e di grandi dimensioni (con alcuni dormivano insieme), la stufa a legna, gli armadi pieni di ciotole e vasi antichi, il grande tavolo con le loro lunghe panche, su ogni lato, per far stare a tavola tutti. Era il paesaggio interno. Dal balcone, il paesaggio esterno, dà lassù una lunga valle, con piccole case distribuite tra il verde dei campi e, in lontananza, il famoso Monte Grappa di quasi duemila metri di altezza, dove sanguinose battaglie furono combattute durante la prima guerra mondiale tra l’esercito italiano e l’austro-ungarico

La casa del nonno paterno è nella Valle di Seren del Grappa, vicino a Feltre e Belluno, nella regione italiana del Triveneto. In realtà, è un piccolo agglomerato di case, incollate insieme, chiamato Col dei Bof. È in alto, a metà altezza della grande montagna. Era, fino a poco tempo fa, completamente abbandonato, come molte altre case della montagna. Fino a quando la ” Fondazione di Seren”, formata da persone di Bolzano, di Belluno e Feltre, con alcuni mezzi ed un forte senso di recupero ecologico della regione, l’ha adottata e trasformata in un centro di incontro e di cultura . Di notte è illuminata. Sembra sospesa in aria, con la montagna scura sullo sfondo.

La popolazione della valle era povera, l’agricoltura di sussistenza appena alimentava la famiglia, perché i suoli non erano molto fertili. Molti hanno sofferto la fame. Alcuni hanno avuto la “pellagra” ( fame estrema, perché mangiavano solo polenta ed acqua fino ad appassire) .

In questo contesto, gran parte della popolazione, di poco più di due mila persone, emigrò, alcuni verso Rio Grande do Sul nel 1880. Gli antenati, in particolare i due antenati Rech e Boff (si scriveva Boeuf), del secolo XV, provenivano dalla Germania (Alsazia e Lorena, Francia oggi). Erano esperti nel tagliare gli alberi di queste valli e montagne per fare il carbone, venduti poi in tutto il Veneto (Bolzano e Venezia) .

Raggiunto il luogo, mi aspettava una manciata di antichi parenti. Essi avevano decorato la casa con spighe di grano, fiori e frutti di stagione. Un coretto cantava canzoni in dialetto veneziano che conoscevamo da casa. Improvvisamente, posizionato davanti alla vecchia casa –un borgo di grandi dimensioni– ho percepito quei muri impregnati con lo spirito del “poro nonno Boff “. Sì, lui era lì. I morti sono solo invisibili , ma mai assenti. Ho visto la sua figura sempre grave, ma di un’ eleganza coltivata, con il fazzoletto al collo, su un cavallo sellato che veniva a farci la visita dal villaggio vicino. Mi metteva sulle sue ginocchia e mi raccontava barzellette nello stile divertente degli italiani. E alla fine, di nascosto da mio padre, mi dava qualche soldo, quello che aspettavo di più .

Dovevo parlare ai presenti. La voce mi si è strozzata in gola. Ho lasciato che le lacrime del ricordo e della nostalgia mi scendessero dagli occhi per la barba. Sentii, con una percezione transrazionale, che lui era lì. Ho immaginato il suo coraggio: aveva abbandonato tutto, la casa, la terra degli antenati, la campagna amata, per affrontare l’ignoto e costruire la “Merica”, come dicevano: Merica, Merica, Merica, che cosa sarà questa Merica? Un massolin di fior” ( America , America, America , che cosa sará questa America? Un mazzo di fiori). Ho visitato ogni angolo e ho anche sfogliato vecchi libri rimasti lì.

Di notte ho parlato con la gente. Oggi sono due mila persone. La chiesa era gremita. Ho raccontato le storie eroiche dei nonni come all’inizio attraversarono il Rio Grande e poi i figli (miei genitori) esplorarono la zona di Concordia nel ovest di Santa Caterina. Come pregavano il rosario di domenica, cantavano le litanie della Madonna in latino e come mio padre, maestro di scuola, insegnava il portoghese ai vecchi, perché in casa parlavano solo il dialetto veneto .

Vengo del tempo della pietra scheggiata, ho perlustrato tutte le fasi della evoluzione culturale ed oggi, ho detto: sono qui con voi, a ritrovare le radici antiche ma sempre nuove. Alla fine, ho cantato quello che cantavamo nella colonia italiana: “Sia dottore o avvocato, deve tutto al suo papà. Ma ragazzii, sapete che il vostro nonno avanti sempre va”.

Nel tramonto nella vita, ho avuto un’esperienza di ringiovanimento ritornando all’alba delle mie radici.

Tod und Begräbnis der Kleinen Schwester Geneviève, Hebamme des Tapirapé-Volks

Am 24. September 2013 starb im Dorf der Tapirapé, in der Nähe des Flusses Araguaia, die Kleine Schwester Jesu, Geneviève, aus Frankreich. Sie und ihre Gefährtinnen machten eine Erfahrung, die der Anthropologe Darcy Ribeiro als eine der beispielhaftesten in der Geschichte der Anthropologie erachtet: die Begegnung und das Zusammenleben einer Weißen mit der indigenen Kultur.

 

Canuto, der das Leben und Werk der Kleinen Schwester Geneviève kennt, beschreibt ihren Tod folgendermaßen:

 

„Am Morgen des Dienstag, 24. September, ging es Geneviève gut. Sie hatte Ton angerührt, um das Haus zu reparieren. Sie aß in aller Ruhe mit Schwester Odile. Als sie sich ausruhten, beklagte sie sich über Schmerzen im Brustkorb. Odile organisierte sogleich ein Auto, um sie zum Krankenhaus von Confresa zu bringen. Auf dem Weg dorthin wurde Genevièves Atmung immer mühsamer. Sie starb noch vor ihrer Ankunft im Krankenhaus.

 

Im Dorf herrschte große Bestürzung. Geneviève hatte während der 61 Jahre ihres gemeinsamen Lebens mit ihnen bei fast 100 % der Geburten der Apyãwa (wie sich die Tapirapé früher nannten und auch heute wieder selbst nennen) Beistand geleistet. Die  Apyãwa wollten sie nach ihrem eigenen Ritus beerdigen, so als handele es sich um eine der Ihren. Die Trauerlieder, begleitet von den sich im Rhythmus befindlichen Schritten, dauerten lange an, die ganze Nacht hindurch und am folgenden Tag. Viel Jammern und Weinen war zu hören.

Dem Ritus der  Apyãwa gemäß wurde Geneviève im Innern des Hauses begraben, in dem sie gelebt hatte. Das Grab wurde sorgfältig von den  Apyãwa ausgehoben, begleitet von rituellen Gesängen. Auf ca. 40 cm Bodenhöhe wurde an jeder Extremität des Grabs je ein Querbalken platziert. An diesen beiden Enden wurde ihre Hängematte befestigt, so als schliefe sie darin. Darüber wurden Bretter gelegt. Auf die Bretter folgte Erde, die zuvor, der Tradition gemäß, von den Frauen gesiebt worden war. Am darauf folgenden Tag wurde die Erde befeuchtet und so bearbeitet, dass sie dick und fest wurde wie gestampfte Erde. All dies wurde von rituellen Gesängen begleitet.  

 

In der Hängematte, in der sie täglich schlief, hält Geneviève nun den ewigen Schlaf inmitten derer, die sie als ihr Volk ausgewählt hatte.

 

Die Nachricht ihres Todes breitete sich schnell in der ganzen Region aus sowie in  Brasilien und in der ganzen Welt. Viele Vertreter aus Kirchengemeinden kamen. Die Koordinatoren des CIMI (Rat der Indigenen Missionare) aus Cuiabá kamen nach einer Reise von mehr 1100 km, als der Leichnam bereits im Grab lag und vorerst nur mit Brettern bedeckt war. Damit diejenigen, die gekommen waren, um sie ein letztes Mal in ihrer Hängematte zu sehen, einen letzten Blick auf sie werfen konnten, nahmen die  Apyãwa die Bretter nochmals heraus.

 

Unter die Gesänge der Tapirapé mischten sich andere Gesänge und Schilderungen des christlichen Lebenswegs der Kleinen Schwester Geneviève. Zum Abschluss sagte das Oberhaupt, die  Apyãwa seien alle sehr betrübt über den Tod der Schwester. Indem er auf Portugiesisch und in der Sprache der Tapirapé sprach, brachte er den Respekt zum Ausdruck, mit dem die Apyãwa während der sechzig Jahre gemeinsamen Lebens mit den Schwestern immer behandelt worden waren. Und er erinnerte daran, dass die  Apyãwa ihr Überleben den Schwestern zu verdanken hätten, denn als diese kamen, waren die  Apyãwa nicht sehr zahlreich. Heute hingegen bestehen sie aus fast 1000 Personen.

 

 In die Erde der Tapirapé eingebettet, ruht Geneviève als ein Denkmal für Kohärenz, Stille und Demut, Respekt und Anerkennung des Anderen und als Zeugnis, dass es möglich ist, mit einfachen und kleinen Gesten das Leben eines ganzen Volkes zu retten.

 

Ein letzter Gruß, Canuto“

 

 ***

Im September 2002 schrieb ich nach einem Treffen mit Schwester Geneviève einen kleinen Artikel für eine Zeitung in Brasilien, den ich hier auszugsweise wiedergebe:

 

Die Kleinen Schwestern von Foucauld zeugen von einer neuen Form der Evangelisierung, von der viele in Lateinamerika träumen: statt die Menschen zu bekehren, ihnen Doktrinen zu geben und Kirchen zu bauen, beschlossen sie, sich ganz in die Kultur der indigenen Völker einzuleben und mit ihnen zu leben und  zu sein.Nur danach hat einen Sinn von Evangelium zu reden.

In unserem Zeitalter wurde dieser Weg  von Bruder Charles de Foucauld beschritten, der zu Beginn des 20. Jahrhunderts zu den Moslems in die algerische Wüste zog, nicht um zu verkündigen, sondern um mit ihnen zu leben und die Unterschiedlichkeit ihrer Kultur und ihrer Religion offen anzunehmen. Das Gleiche taten die Kleinen Schwestern Jesu bei den Tapripé, den Indios im Nordwesten des Mato Grosso in der Nähe des Flusses von Araguaia. Am 17. September 2002 nahm ich an der Feier des 50. Jahrestags ihrer Anwesenheit bei den Tapirapé teil. Da war die Pionierin noch da, die Kleine Schwester Geneviève, die im Oktober 1952 begann, mit dem dortigen Volk zu leben.

 

Wie kamen sie dorthin? Die Kleinen Schwestern erfuhren durch die französischen Dominikanerbrüder, die im Land des Araguaia missionierten, dass sich die Tapirapé in Gefahr befänden. Ihre frühere Anzahl von 1500 war durch die Überfälle der Kayapós, die Krankheiten der Weißen und durch den Mangel an Frauen auf 47 Personen geschrumpft. So beschlossen sie im Geiste des Bruders Charles de Foucauld, zusammen zu leben statt zu bekehren, sich dem leidenden Volk anzuschließen.

 

Bei ihrer Ankunft hörte die Kleine Schwester Geneviève das Oberhaupt Marcos sagen: „Die Tapirapé werden untergehen. Die Weißen werden uns auslöschen. Die Erde hat einen Wert, die Fische haben einen Wert, die Jagd hat einen Wert. Nur der Indio ist wertlos.“ Sie hatten verinnerlicht, wertlos zu sein und sogar, dass sie unausweichlich zum Aussterben verdammt seien.

Die Kleinen Schwestern standen ihnen zur Seite und baten um eine Unterkunft. Sie begannen, mit ihnen das Evangelium der Geschwisterlichkeit zu leben: auf den Feldern, im Kampf ums tägliche Maniok, im Erlernen ihrer Sprache und in der Ermutigung zu allem, was ihnen eigen war, einschließlich ihrer Religion. Dies geschah auf einem Weg der Solidarität ohne Umkehr. Mit der Zeit wurden sie als Stammesmitglieder aufgenommen. 

Das Selbstwertgefühl der Tapirapé kam zurück. Durch die Vermittlung der Kleinen Schwestern, wurde es möglich, Karajá-Frauen dazu zu bringen, Tapirapé-Männer zu heiraten und so deren Volk zu Nachkommen zu verhelfen. Aus den damaligen 47 sind inzwischen fast 1000 geworden. In 50 Jahren haben sie nicht ein einziges Stammesmitglied bekehrt. Doch sie erreichten viel mehr: Sie wurden zu Hebammen eines Volkes im Lichte dessen, der seine Mission verstand als „das Leben zu geben, und es in Überfülle zu geben“: Jesus.

 

Als ich das Gesicht der Tapirapé-Frauen sah und das gealterte Gesicht von Schwester Geneviève, dachte ich: Hätte sie ihre weißen Haare mit  Tucum gefärbt, hätte man sie voll und ganz für eine Tapirapé-Frau halten können. Sie setzte tatsächlich die Prophezeiung der Begründerin um: „Die Kleinen Schwestern werden Tapirapé sein, um von hier aus auf die anderen zu zu gehen und sie zu lieben, doch sie werden immer Tapirapé sein.“ 

 

Ist es nicht genau dieser Weg, den das Christentum einschlagen muss, wenn es in dieser globalisierten Welt eine Zukunft haben will: den Weg eines Evangeliums des sanften und geschwisterlichen Zusammenlebens und frei von Macht? 

 

 

 

 Übersezt von Bettina Gold-Hartnack

 

Muerte y sepultura de la hermanita Genoveva,partera del pueblo Tapirapé

El 24 de septiembre de 2013 murió en la aldea de los indígenas Tapirapé, en el Araguaia, la Hermanita de Jesús Genoveva, francesa de origen. Ella y sus compañeras han vivido una experiencia que el antropólogo Darcy Ribeiro consideraba una de las más ejemplares de toda la historia de la antropología: el encuentro y la convivencia de alguien de la cultura blanca con la cultura indígena.

Este es el testimonio de Canuto, que sabe bien de la vida y obra de la Hermanita Genoveva. Así describe su muerte:
«En la mañana del martes 24 Genoveva estaba bien. Había amasado barro para el arreglo de la casa. Almorzó tranquilamente con la hermanita Odile. Estaban descansando cuando se quejó de dolor en el pecho. Odile fue rápidamente a conseguir transporte para llevarla al hospital de Confresa. En el camino la respiración se fue haciendo más difícil. Murió antes de llegar al hospital.

De vuelta a la aldea, consternación general. Genoveva había visto nacer casi al 100% de los Apyãwa (así se llamaban a sí mismos los Tapirapé. Así vuelven a autodenominarse hoy), en estos 61 años de vida compartida.
Los Apyãwa quisieron sepultarla según sus costumbres, como si hubiese muerto otra Apyãwa. Los cantos fúnebres, ritmados con los pasos, se prolongaron por mucho tiempo, durante la noche y el día siguiente. Se oían muchos lloros y lamentaciones.

Según el ritual Apyãwa, Genoveva fue enterrada dentro de la casa donde vivía. La tumba fue abierta con todo cuidado por los Apyãwa, acompañada de cánticos rituales. A una altura de unos 40 centímetro del suelo fueron colocados dos travesaños, uno en cada extremo. A estos travesaños fue amarrada la hamaca que quedó como una hamaca tendida como quien está durmiendo. Por encima de los travesaños se colocaron tablas y sobre las tablas se colocó la tierra. Toda la tierra que pusieron encima fue peñerada por las mujeres, como es la tradición. Al día siguiente esta tierra se mojó y se moldeó de forma que quedara firme y espesa como la tierra batida. Todo acompañado de cánticos rituales.
En su hamaca donde dormía todos los días, Genoveva duerme el sueño eterno entre aquellos que escogió para que fueran su pueblo.

La noticia de su muerte voló por la región, por Brasil y por el mundo. Vinieron muchos Agentes de Pastoral. Los coordinadores del CIMI (Consejo Indígena Misionero) de Cuiabá, llegaron después de un viaje de más de 1.100 kms cuando el cuerpo estaba ya en la tumba, todavía cubierto sólo con las tablas. Los Apyãwa las retiraron para que los que acababan de llegar la viesen por última vez en su hamaca.

A los cánticos rituales de los Tapirapé se fueron mezclando otros cánticos y testimonios de la caminada cristiana de la hermanita Genoveva. Al final, el cacique dijo que los Apyãwa estaban todos muy tristes con la muerte de la hermanita. Hablando en portugués y en tapirapé resaltó el respeto con el que siempre fueron tratados por las hermanitas durante estos sesenta años de convivencia. Recordó que los Apyãwa deben su supervivencia a las hermanitas, pues cuando ellas llegaron, ellos eran muy pocos y hoy llegan a casi mil personas.

Plantada en territorio Tapirapé está Genoveva, un monumento de coherencia, silencio y humildad, de respeto y reconocimiento de lo diferente, probando cómo es posible, con acciones simples y pequeñas, salvar la vida de todo un pueblo. Saludos: Canuto».
***
En septiembre de 2002 después de un encuentro con la Hermanita Genoveva escribí un pequeño artículo en el Jornal do Brasil que retomo aquí en parte.

Las Hermanitas de Foucauld son testimonio de la nueva forma de evangelización, soñada por tantos en América Latina: en vez convertir a las personas, darles la doctrina y construir iglesias, decidieron encarnarse en la cultura de los indígenas y vivir y convivir con ellos. En nuestro tiempo este camino fue vivido por el Hermano Carlos de Foucauld que al principio del siglo XX se fue al desierto de Argelia, entre los musulmanes, no para anunciar, sino para convivir con ellos y acoger la diferencia de su cultura y de su religión. Eso mismo han hecho las Hermanitas de Jesús entre os indios Tapirapé en el noroeste del Mato Grosso, cerca del río Araguaia.

El día 17 de septiembre de 2002 asistí a la celebración de los cincuenta años de su presencia junto a los Tapirapé. Allí estaba la pionera, la Hermanita Genoveva, que en octubre de 1952 comenzó su convivencia con la tribu

¿Cómo llegaron allí? Las hermanitas supieron a través de los frailes dominicos franceses que misionaban en tierras del Araguaia, que los Tapirapé se estaban extinguiendo. De los 1500 que había antiguamente se habían reducido a 47, a causa de las incursiones de los Kayapó, de las enfermedades de los blancos y de la falta de mujeres. En el espíritu del Hermano Carlos, de ir para convivir y no para convertir, decidieron unirse a la agonía de un pueblo.

A su llegada, la Hermanita Genoveva oyó del cacique Marcos: “Los Tapirapé van a desaparecer. Los blancos van a acabar con nosotros. Tierra vale, caza vale, pez, vale. Sólo el indio no vale nada”. Ellos habían internalizado que no valían nada y que estaban condenados a desaparecer inexorablemente.

Ellas fueron donde ellos y les pidieron hospedaje. Comenzaron a vivir con ellos el evangelio de la fraternidad, en el campo, en la lucha por la yuca de cada día, a aprender su lengua y a incentivar todo lo de ellos, religión incluida, en un recorrido solidario y sin retorno. Con el tiempo fueron incorporadas como miembros de la tribu.

La autoestima de ellos creció. Gracias a la mediación de ellas consiguieron que mujeres Karajá se casasen con hombres Tapirapé y se garantizase así la multiplicación del pueblo. De 47 hoy llegan a casi mil. En 50 años ellas no convirtieron ni a un sólo miembro de la tribu. Pero consiguieron mucho más: se hicieron parteras de un pueblo, a la luz de aquel que entendió su misión de “traer vida y vida en abundancia”, Jesús.

Cuando vi el rostro de una india tapirapé y el rostro envejecido de la hermanita Genoveva, pensé: si hubiese teñido su pelo blanco con tucum podría pasar por una perfecta mujer tapirapé. Realizó de hecho la profecía de la fundadora: “Las hermanitas se harán Tapirapé, para desde aquí ir a los otros y amarlos, pero serán siempre Tapirapé”.

¿No debería seguir por ahí el cristianismo si quisiera tener futuro en un mundo globalizado? ¿el evangelio sin poder y la convivencia tierna y fraterna?

Leonardo Boff es teólogo y ha escrito América Latina: de la conquista a la nueva evangelización, 1992.

Traducción M. J. Gavito

A morte da Irmã Genoveva, a parteira do povo Tapirapé

No dia 24 de setembro de 2013 morreu na aldeia dos indígenas Tapirapé no Araguaia a Irmãnzinha de Jesus Genoveva. Dentro de poucos dias faria 60 anos de inserção na vida daquela tribo que estava em extinção. Ela e suas companheiras viveram uma experiência que o antropólogo Darcy Ribeiro considerava uma das mais exemplares de toda a história da antropologia: o encontro e convivência de alguém da cultura branca com a cultura indígena.

Primeiramente publico o relato-testemunho de Canuto que bem conhecia a vida e a obra da Irmã Genoveva. Depois republicarei um artigo que escrevi ainda em 1992 quando a encontrei na prelazia de São Felix do Araguaia. É uma pequena homenagem a esta extraordinária e santa mulher que se identificou com os Tapirapé a ponto de parecer uma verdadeira Tapirapé:Lboff

**************

Eis o testemunho, de Canuto, que bem sabe da vida e obra da Irmãzinha Genoveva:

Cheguei hoje às 6:00 hs da manhã lá do Urubu Branco, onde estive para os funerais de Irmãzinha Genoveva. Queria partilhar um pouquinho com vocês do que vi e vivi.

Primeiro, as informações de como foi a morte dela.

Genoveva na manhã da terça-feira, 24, estava bem disposta. Tinha amassado barro para fazer não sei bem que conserto na casa. Almoçou tranquilamente com a irmãzinha Odile. Estavam descansando quando se queixou de dores no peito. Odile foi logo providenciar um carro para levá-la ao hospital de Confresa. No caminho a respiração foi ficando mais difícil. Morreu antes de chegar ao hospital.

De volta à aldeia, consternação geral. Genoveva viu nascer quase 100% dos Apyãwa  (é assim que se autodenominavam os Tapirapé.  Assim voltam a se autodenomiar hoje), nestes 61 anos de vida partilhada.  Os Apyãwa fizeram questão de sepultá-la, segundo seus costumes,  como se mais uma Apyãwa tivesse morrido. Os cantos fúnebres, ritmados com os passos se prolongaram por muito tempo, durante a noite e o dia seguinte. Muitas lamentações e choros se ouviam.

Segundo o ritual Apyãwa, Genoveva foi enterrada dentro da casa onde morava.

A cova foi aberta com todo o cuidado pelos Apyãwa, acompanhada de cânticos rituais. A uma altura de uns 40  centímetro do chão foram colocadas duas travessas, uma em cada ponta da cova. Nestas travessas foi amarrada a rede que ficou na posição de uma rede estendida com quem está dormindo. Por sobre as travessas foram colocadas tábuas. Por sobre as tábuas é que foi colocada a terra. Toda a terra colocada foi peneirada pelas mulheres, como é a tradição. No dia seguinte esta terra foi molhada e moldada de tal forma que fica firme e espessa como a de chão batido. Tudo acompanhado com cânticos rituais.

            Em sua rede em que todos os dias dormia, Genoveva continua o sono eterno entre aqueles que escolheu para ser seu povo.

A notícia da morte se espalhou pela região, pelo Brasil e pelo mundo.  Agentes de Pastoral da Prelazia de São Félix do Araguaia, os atuais e alguns antigos, amigos e admiradores do trabalho das irmãzinhas  foram chegando para a despedida. A vice-presidenta do CIMI, irmã Emilia, com os coordenadores do CIMI, de Cuiabá, chegaram depois de uma viagem de mais de 1.100 kms quando o corpo já estava na cova, ainda coberto só com as tábuas.  Os Apyãwa as retiraram para que os que acabavam de chegar a vissem pela última vez em sua rede.

Os membros d equipe pastoral da Prelazia de São Félix do Araguaia, junto com os outros não indígenas, entre os cânticos rituais dos Tapirapé, foram entremeando cânticos e depoimentos da caminhada cristã de Irmãzinha Genoveva.

Ao final, o cacique falou que os Apyãwa estão todos muito tristes com a morte da irmãzinha. Falando em português e tapirapé, ressaltou o respeito como eles sempre foram tratados pelas irmãzinhas, durante estes sessenta anos de convivência. Lembrou de que os Apyãwa devem sua sobrevivência às irmãzinhas, pois quando elas chegaram, eles eram muito poucos e hoje chegam a quase mil pessoas.

Plantada em território Tapirapé está Genoveva, um momunento  de coerência, silêncio e humildade, de respeito e reconhecimento do diferente, gritando como é possível, com ações simples e pequenas, salvar a vida de todo um povo.

Valeu a pena ter ido lá nesta oportunidade.

Abraços a todas e todos

Canuto

 

        Morreu a Irmã Genoveva, a parteira do povo Tapirapé

      Via de regra, a propagação do cristianismo se fez pela palavra do evangelho no quadro de um projeto civilizatório e de uma forma de ser Igreja que construiu edifícios religiosos e escolas. É o evangelho pelo caminho do poder.

 

Mas nunca faltou na história outra tendência, vivida outrora por Francisco de Assis e por Bartolomé de las Casas,  de  acercar-se dos outros pelo caminho da convivência pacífica, sem palavras, fraterna e amorosa.

 

No mundo contemporâneo foi  testemunhada pelo Irmão Carlos de Foucauld que nos inícios do século XX foi ao meio dos muçulmanos no deserto da Algéria, não para anunciar mas para conviver com eles e acolher a diferença de sua cultura e de sua religião. E nos dias atuais está sendo vivida, exemplarmente, pelas seguidoras do Irmão Carlos, as Irmãzinhas de Jesus, entre os índios Tapirapé no noroeste do Mato Grosso, próximo ao rio Araguaia. É o poder do evangelho.

 

         No domingo passado, dia 17 de setembro de 2002 assisti a celebração do cinquentenário da presença delas junto aos Tapirapé. Lá estava ainda a pioneira, a Irmãzinha Genoveva que  em outubro de 1952 começou sua convivência com a tribo. De manhã, com o bispo Pedro Casaldáliga, advogado e defensor dos índios, se lançou um livro de extraordinário valor: O renascer do povo Tapirapé:  diário das Irmãzinhas de Jesus de Charles de Foucauld, 1952-1953(Editora Salesiana, SP, 2002), belíssimamente ilustrado para estar à altura da  refinada estética dos Tapirapé.

 

         Como elas chegaram lá? As Irmãzinhas souberam através dos frades dominicanos franceses que missionavam em terras do Araguaia, que os Tapirapé estavam em extinção. Dos 1500 de antigamente foram reduzidos a 47  por causa incursões dos Kayapó, das enfermidades dos brancos e da falta de mulheres. No espírito do Irmão Carlos, de ir para conviver e não para converter, decidiram unir-se à agonia de um povo.

 

À sua chegada,  a Irmãzinha Genoveva ouviu do cacique Marcos:”Os Tapirapé vão desaparecer. Os brancos vão acabar conosco. Terra vale, caça vale, peixe vale. Só índio não vale nada”. E eles haviam internalizado que não valiam nada mesmo e que estavam condenados inexoravelmente a desaparecer.

 

Elas foram junto a eles e pediram hospedagem. Começaram viver com eles o evangelho da fraternidade na roça, na luta pela mandioca de cada dia, no aprendizado da língua e no incentivo a tudo o que era deles, inclusive a religião, num percurso solidário e sem retorno.    Com o tempo foram incorporadas como membros da tribo.
         A autoestima deles voltou. Graças à mediação delas, conseguiram que mulheres Karajá se casassem com homens Tapirapé e assim garantissem a multiplicação do povo. De 47 passaram hoje a 520. Em 50 anos, elas não converteram sequer um membro da tribo. Mas conseguiram  muito mais: fizeram-se parteiras de um povo, à luz daquele que entendeu sua missão de “trazer vida e vida em abundância”.

Quando vi o rosto de uma india Tapirapé e o rosto envelhecido da Irmãzinha Genoveva notei: se tivesse tingido de tucum seus cabelos brancos, ela seria tida por uma perfeita mulher Tapirapé. Realizou, de fato, a profecia da Fundadora:”As Irmãzinhas se farão Tapirapé, para daqui, irem aos outros e amá-los,  mas  serão sempre Tapirapé”. Não é por ai que deverá seguir o Cristianismo, se quiser ter futuro num mundo globalizado? O evangelho sem poder?