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La fame come sfida etica e spirituale

Niente è più umanitario, sociale, politico, etico e spirituale che soddisfare la fame dei poveri della Terra.

Un mistico medievale, John Ruysbroeck della scuola olandese (1293-1381), ha detto bene: “Se tu fossi in estasi davanti a Dio e un affamato bussasse alla tua porta, lascia il Dio dell’estasi e vai a servire l’affamato. Il Dio che hai lasciato nell’estasi è meno sicuro del Dio che troverai nell’affamato”. Da questo è derivata la sacralità dei poveri e degli affamati.

Gesù stesso era pieno di compassione e ha soddisfatto con pane e pesci centinaia di persone affamate che lo seguivano. Al centro del suo messaggio c’è il Padre Nostro e il Pane Nostro quotidiano, nella famosa preghiera del Signore. È erede di Gesù solamente chi tiene sempre insieme il Padre Nostro con il Pane Nostro. Solo questa persona può dire Amen.

I livelli di povertà globali sono scioccanti. Secondo OXFAM, che misura ogni anno i livelli di disuguaglianza nel mondo, nel gennaio 2017 si accertò che 8 persone da sole hanno un reddito equivalente a quello di 3,6 miliardi di persone, vale a dire circa la metà dell’umanità. Questo fatto è più significativo della semplice parola “disuguaglianza”. Eticamente e politicamente questo fatto si traduce in una spaventosa ingiustizia sociale e, nell’ambito della fede giudaico-cristiana, questa ingiustizia sociale è un peccato sociale e strutturale che colpisce Dio e i suoi figli e figlie.

La povertà è sistemica, perché è il risultato di un tipo di società che si propone di accumulare sempre più beni materiali senza alcuna considerazione umanitaria (giustizia sociale) o ambientale (giustizia ecologica). Questa società presuppone persone crudeli, ciniche e senza alcun senso di solidarietà, quindi, un contesto di elevata disumanizzazione e di barbarie.

In Brasile, anche se molto è stato fatto per fare uscire il paese dallo spettro della fame, ci sono ancora 20 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Con il suo programma “Brasile amorevole” la legittima presidenta Dilma Rousseff si era prefissa lo scopo di portare tutte queste persone fuori da questa situazione disumana.

Le definizioni date alla povertà sono molteplici. Trovo illuminante la posizione del premio Nobel per l’economia, l’indiano Amartya Sen, che ha creato l’economia solidale. Per lui la povertà, per cominciare, non è misurata dal livello di reddito o dal grado di partecipazione ai beni e ai servizi naturali. L’economista definisce la povertà nel contesto dello sviluppo umano come l’espansione delle libertà sostanziali, come lui le chiama, cioè, la possibilità e la capacità di produrre e realizzare il potenziale umano produttivo della propria vita. Essere poveri è vedersi privati della capacità di produrre il paniere di beni di base o l’accesso ad esso. In questo modo essi sentono negati i diritti di vivere con un minimo di dignità e la libertà per progettare il proprio percorso di vita.

Questo sviluppo ha un eminente grado di umanesimo e un forte carattere etico. Da qui il titolo della sua opera principale, che si chiama “Sviluppo come libertà”. La libertà è intesa come libertà “per” l’accesso al cibo, alla salute, all´istruzione, all´ambiente ecologicamente sano, alla partecipazione alla vita sociale e agli spazi di vita e di tempo libero.

La Teologia della Liberazione e la chiesa che sta alle sue spalle, nascono da un attento studio della povertà. La povertà si legge come oppressione. Il suo opposto non è la ricchezza, ma la giustizia sociale e la liberazione. L’opzione per i poveri contro la povertà è il marchio di fabbrica della Teologia della Liberazione.

Abbiamo distinto tre tipi di povertà. La prima è quella di chi non ha accesso al paniere alimentare di base né ai minimi servizi sanitari. L’approccio tradizionale è stato: quelli che hanno aiutino a quelli che non hanno. Così è nata una vasta rete di assistenzialismo e di paternalismo che aiuta puntualmente i poveri, ma li tiene dipendenti da altri.

La seconda lettura del povero sosteneva che i poveri hanno qualcosa; possiedono infatti l’intelligenza e la capacità di professionalizzarsi. Così possono entrare nel mercato del lavoro e organizzare la propria vita. Questa strategia è corretta, ma politicamente non prende conoscenza del carattere conflittuale del rapporto sociale, mantenendo chi esce dalla povertà all’interno del sistema che continua a produrre poveri. Lo rafforza inconsciamente.

La terza interpretazione del povero parte da quello che il povero ha e, quando viene a conoscenza dei meccanismi che rendono poveri (sono impoveriti e oppressi), si organizzano, pianificano un nuovo sogno di una società più giusta ed egualitaria, diventano una forza storica in grado, insieme ad altri, di dare nuova direzione alla società. Da questo punto di vista sono nati i principali movimenti sociali, sindacali e altri gruppi coscientizzati della società e delle chiese. Da loro si aspettano trasformazioni sociali.

Infine, per la percezione della fede biblica, i poveri saranno sempre l’immagine deturpata di Dio, la presenza del povero di Nazaret, crocifisso, che deve essere deposto dalla croce. Alla fine, alla sera della storia del mondo, i poveri saranno i giudici di tutti perché affamati, nudi e incarcerati, non sono stati riconosciuti come la presenza nascosta del Supremo Giudice davanti al quale un giorno ci troveremo tutti.

*Leonardo Boff è editorialista del JB on-line e ha scritto: Passione di Cristo, Passione del mondo, Cittadella Ed, 1978.

Traduzione di S. Toppi e M. Gavito

El hambre como desafío ético y espiritual

Nada más humanitario, social, político, ético y espiritual que saciar el hambre de los pobres de la Tierra.

Un místico medieval de la escuela holandesa, John Ruysbroeck (1293-1381), decía acertadamente: «Si estuvieras en éxtasis delante de Dios y un hambriento llamase a tu puerta, deja al Dios del éxtasis y vete a atender al hambriento. El Dios que dejas en el éxtasis es menos seguro que el Dios que encuentras en el hambriento». De ahí se deriva el carácter sagrado del pobre y del hambriento.

Jesús mismo se llenó de compasión y sació con pan y pescado a cientos de personas con hambre que le seguían. En el núcleo central de su mensaje se encuentra el Padre Nuestro y el Pan Nuestro, en la famosa oración del Señor. Solamente está en la herencia de Jesús quien mantenga siempre unidos el Padre Nuestro con el Pan Nuestro. Sólo ese podrá decir Amén.

Los niveles de pobreza mundial son estremecedores. Oxfam, que mide anualmente los niveles de desigualdad en el mundo, en enero de 2017 concluyó que solo 8 personas poseen la misma renta que 3,6 mil millones de personas, es decir, cerca de la mitad de la humanidad. Tal hecho es más que la fría palabra “desigualdad”. Ético-políticamente traduce una atroz injusticia social y, para quien se mueve en el ámbito de la fe judeocristiana, esta injusticia social representa un pecado social y estructural que afecta a Dios y a sus hijos e hijas.

La pobreza es sistémica, pues es fruto de un tipo de sociedad que tiene por objetivo acumular más y más bienes materiales sin ninguna consideración humanitaria (justicia social) ni ambiental (justicia ecológica). Ella presupone personas crueles, cínicas y sin ningún sentido de solidaridad, por lo tanto en un contexto de alta deshumanización y hasta de barbarie.

En Brasil, por mucho que se haya hecho sacando al país del mapa del hambre, existen aún 20 millones de personas viviendo en extrema pobreza. Con su programa “Brasil cariñoso” la presidenta legítima Dilma Rousseff se proponía sacar a toda esta gente de esa situación inhumana.

Las interpretaciones que se dan a la pobreza son múltiples. A mí me resulta iluminadora la posición del premio Nobel de economía, el indio Amartya Sen, que creó la economía solidaria. Para él la pobreza, inicialmente, no se mide por el nivel de ingresos, ni por la participación en los bienes y servicios naturales. El economista define la pobreza en el marco del desarrollo humano que consiste en la ampliación de las libertades sustantivas, como él las llama, es decir, la posibilidad y la capacidad de producir y realizar el potencial humano productivo de su propia vida. Ser pobre es ver-se privado de la capacidad de producir la cesta básica o de acceder a ella. De esta forma siente negados los derechos de vivir con un mínimo de dignidad y la libertad básica de poder proyectar su propio camino de vida.

Ese desarrollo posee un eminente grado de humanismo y una decidida naturaleza ética. De ahí que el título de su principal obra se llame “Desarrollo como libertad”. La libertad es entendida como libertad “para” tener acceso al alimento, a la salud, a la educación, a un ambiente ecológicamente saludable, a la participación en la vida social y a espacios de convivencia y de ocio.

La Teología de la Liberación, y la Iglesia que le subyace, nació a partir de un estudio cuidadoso de la pobreza. La pobreza se lee como opresión. Su opuesto no es la riqueza, sino la justicia social y la liberación. La opción por los pobres contra la pobreza es la marca registrada de la Teología de la Liberación.

Distinguíamos tres tipos de pobreza. La primera es la de los que no tienen acceso a la cesta básica y a los servicios sanitarios mínimos. La estrategia tradicional era hacer que los que tienen ayuden a los que no tienen. De ahí nació una vasta red de asistencialismo y paternalismo. Ayuda puntualmente a los pobres pero los mantiene dependientes de los demás.

La segunda lectura del pobre afirmaba que el pobre tiene, posee inteligencia y capacidad de profesionalizarse. Con eso entra en el mercado de trabajo y arregla su vida. Esta estrategia es correcta, pero políticamente no se da cuenta del carácter conflictivo de la relación social, manteniendo a quien sale de la pobreza dentro del sistema que continúa produciendo pobres. Lo refuerza inconscientemente.

La tercera interpretación parte de que el pobre tiene y cuando toma conciencia de los mecanismos que lo hacen pobre (son empobrecidos y oprimidos), se organizan, proyectan un sueño nuevo de sociedad más justa e igualitaria, se transforman en una fuerza histórica capaz de, junto con otros, dar un nuevo rumbo a la sociedad. De esta perspectiva nacieron los principales movimientos sociales, sindicales y otros grupos concientizados de la sociedad y de las iglesias. De ellos se pueden esperar transformaciones sociales.

Por último, para la mirada de fe bíblica el pobre siempre será la imagen desfigurada de Dios, la presencia del pobre de Nazaret, crucificado, que debe ser bajado de la cruz. Al final, al atardecer de la historia universal, los pobres serán los jueces de todos, porque hambrientos, desnudos y encarcelados no fueron reconocidos como la presencia anónima del propio Juez Supremo ante el cual, un día, compareceremos todos.

Leonardo Boff es articulista del JB online y escribió: Pasión de Cristo, pasión del mundo, Sal Terrae.

Traducción de Mª José Gavito Milano

“El objetivo del imperio es eliminar liderazgos progresistas”:L.Boff

Entrevista al teólogo y escritor Leonardo Boff
“El objetivo del imperio es eliminar liderazgos progresistas”
Con 78 años, el referente brasileño de la Teología de la Liberación continúa más que activo, entusiasmado por las ideas del papa Francisco. Su visión de la situación en Argentina y Brasil, donde se quiere llevar el proyecto neoliberal hasta sus últimas consecuencias.

(Imagen: Dafne Gentinetta)

“La crisis es tan global que se nos hace difícil hacer análisis”, afirma este hombre de pelo canoso y barba blanca que habla pausadamente en español, sin poder disimular su acento portugués. Se lo puede caracterizar como un filósofo muy crítico y agudo de la sociedad actual. Se sigue considerando un teólogo porque esa fue su formación fundamental como religioso franciscano, a pesar de que desde 1992 se apartó del sacerdocio católico planteando discrepancias con la institución eclesiástica. Ha sido uno de los iniciadores latinoamericanos de la Teología de la Liberación. Hoy es uno de los mayores predicadores de la lucha ecológica y de la sustentabilidad. También un firme defensor del papa Francisco, a quien considera junto al Dalai Lama, uno de los más importantes líderes mundiales, “en un mundo en el que carecemos de liderazgos políticos y populares”.

Leonardo Boff, ese es su nombre. Estuvo en Buenos Aires para brindar una serie de conferencias en distintos ámbitos, pero también para escuchar, dialogar, encontrarse con sus amigos políticos, dirigentes sociales, religiosos. Hubo un tiempo para el diálogo con PáginaI12. A sus 78 años Boff conserva una enorme vitalidad, derrocha entusiasmo en cada afirmación, pero deja transparentar una enorme preocupación por el momento que vive la humanidad.

“Hay cuarenta puntos de guerra en el mundo, es una guerra mundial balcanizada”, dice. “No sabemos hacia dónde vamos, nadie sabe hacia dónde vamos. Tengo la impresión de que estamos en un vuelo ciego, de un avión sin piloto”, subraya.

Para Boff “estamos inmersos en una gran crisis sistémica, que pone en duda un modo de vivir”. Vuelve sobre lo  que a su juicio es una cuestión central: la ecología. “La crisis ecológica es de tal gravedad que no podemos dimensionar el daño que está causando y tampoco alcanzar a ver la gravedad de la crisis que estamos enfrentando”, afirma. Y repite, de distintas maneras, lo que también escribió en su último libro publicado en Argentina (Sustentabilidad, Editorial Santa María, 2017): “La estrategia de los poderosos consiste en salvar el sistema financiero, no en salvar nuestra civilización y garantizar la vitalidad de la Tierra”.

Las referencias al papa y a su encíclica Laudato Si son constantes a lo largo de la conversación. La mención puede resultar sorprendente viniendo de un hombre que abandonó el ministerio sacerdotal en la Iglesia Católica como consecuencia de la persecución a la que fue sometido por la institución que le impidió expresarse, enseñar, ejercer su condición de teólogo. Jozef Ratzinger, antes de ser Benedicto XVI y actuando como Prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe (ex Santo Oficio) fue uno de sus implacables perseguidores. El libro titulado “Iglesia, carisma y poder” (1981) encierra una de las más duras críticas que se haya conocido a la Iglesia Católica como institución. En 1985 fue condenado a un año de silencio por Ratzinger. En 1991 se le impuso censura eclesiástica previa a sus escritos y ese mismo año Boff  renunció a la dirección de la revista teológica Vozes (Petrópolis, Brasil) una tribuna de la teología de la liberación.

Hoy Leonardo Boff resalta la figura del Papa y de sus enseñanzas. Admite que tiene una relación fluida con Francisco a quien le envió, apenas fue electo, una serie de ideas sobre la ecología y el ambiente. Menciona también que en aquella oportunidad recibió respuestas de Bergoglio a través de un amigo común: el entonces embajador argentino ante la Santa Sede Eduardo Valdés. Boff no lo dice, pero quienes conocen sus escritos y han profundizado en el documento papal sobre la ecología saben que muchas de las ideas plasmadas por Francisco estaban ya en el pensamiento de este hombre formado en las ideas de Francisco de Asís. “La encíclica Laudato Si no está dirigida a los cristianos, sino a la humanidad y su pedido es salvar la tierra. Es una respuesta de ecología integral, que abarca todos los órdenes de la vida. No es una ecología boba, tonta. Con este documento el Papa se puso a la vanguardia”, sostiene.

No elude las respuestas políticas. “No es posible analizar Argentina o Brasil solo desde aquí. Tenemos que mirar nuestras realidades en el marco de la crisis de la globalización, de la planetarización”. Y refuerza la idea subrayando que “dependemos los unos de los otros y cada país no puede salvarse por sí mismo, encontrar su propia salida”.

Cuando se refiere a Brasil abona la idea del “golpe parlamentario” y, con desazón, sostiene que “no vemos ninguna salida” porque los actuales gobernantes “quieren llevar el proyecto neoliberal hasta sus últimas consecuencias”. La crisis, real o supuesta, de los llamados “gobiernos progresistas” de la región también se incorpora al diálogo. “El objetivo del imperio es eliminar los liderazgos progresistas y de izquierda de raíz popular”, sostiene. “La estrategia para hacerlo es usar la represión, por una parte, utilizar a la Justicia (Poder Judicial) con ese propósito y deslegitimar la movilización popular como lucha política”. Sintetiza: “No hay leyes, sino poderes en disputa”.

“La estrategia del imperio es: un mundo, un imperio; cubrir todos los espacios y desestabilizar todos los gobiernos de base popular, ya no a través de la fuerza militar, sino utilizando a los parlamentos. Es lo que han hecho en América Latina”. Y sigue su argumentación: “El Atlántico Sur estaba abierto. Es una zona de muchos recursos en la que gobernaban las democracias de base popular. Había que intervenir para ocupar los espacios y, además, para ponerle límite a la presencia de China en la región, dado que China está entrando cada día más en América del Sur. Estados Unidos tiene que frenar a China. Es un juego geopolítico”.

“Por eso digo que el problema de Argentina y de Brasil y del resto de los países sudamericanos no se resuelve solo desde aquí”. Como dato agrega que “los recursos de agua y petróleo de Brasil están entre los más grandes del mundo y los están privatizando a precio vil”. A esta altura del diálogo, Boff pone más y más énfasis en cada afirmación. “Todo eso hace muy difícil una historia con solidaridad… y tenemos democracias de muy baja intensidad”. Vuelve otra vez sobre la política: “Se pretende el desprestigio de la política presentándola como el mundo de los sucios, donde todos son corruptos”. ¿Cuál es la alternativa? “Los gestores, los gerentes que actúan por fuera de la política. Y esto es muy peligroso, porque, yo creo, no se resuelve nada sin pasar por el mundo de la política”.

“Nadie sabe hacia dónde vamos” reitera. Y, a modo de anécdota refiere conversaciones que ha mantenido con militares brasileños. “Algunos quieren que vuelvan los militares pero ellos mismos no quieren afrontar la situación porque perciben la gravedad de la crisis”, dice mientras sonríe con picardía.

Pone su esperanza en los movimientos populares y en su capacidad de movilización. “Los movimientos sociales están despertando y ocupando las calles”, señala. Pero vuelve a advertir que “no hay líderes y eso hace difícil la construcción de alternativas. Quizás la crisis facilite la emergencia de nuevas personas que asuman esos lugares de liderazgos”.

Declaración de la ilegalidad de la pobreza ante la ONU

El escandaloso aumento de los niveles de pobreza en el mundo ha suscitado movimientos para erradicar esta llaga de la humanidad.

El 9 de mayo tuvo lugar un acto en la Universidad Nacional de Rosario promovido por la Cátedra del Agua, un departamento de la Facultad de Ciencias Sociales, coordinado por el prof. Anibal Faccendi, para llevar a cabo una Declaración sobre la ilegalidad de la pobreza. Tuve la oportunidad de participar y hacer la charla de motivación. La idea es conquistar apoyos del congreso nacional, de la sociedad y de personas de todo el continente para llevar esta demanda ante las instancias de la ONU con el fin de darle la más alta validación. Ya antes, el 17 de octubre de 1987 Joseph Wresinski había creado el Movimiento Internacional ATD (Actuar Todos para la Dignidad) que incluía el Día Internacional da Erradicación de la Pobreza. Este año será celebrado el día 17 de septiembre en muchos países que se han adherido al movimiento.

La Declaración de Rosario viene a reforzar este movimiento presionando a los organismos mundiales de la ONU para declarar efectivamente el hambre como ilegal. La Declaración no puede quedarse tan solo en su aspecto declaratorio. Su sentido es poder crear en las distintas instituciones, en los países, en los municipios, en los barrios, en las calles de las ciudades, en las escuelas, movilizaciones para identificar a las personas sea en situación de pobreza extrema (vivir con menos de dos dólares y sin acceso a los servicios básicos) o simplemente de pobreza, que sobreviven con poco más de dos dólares diarios y con acceso limitado a la infraestructura, vivienda, escuela y otros servicios mínimos humanitarios. Y organizar acciones solidarias que los ayuden a salir de esta urgencia, con la participación de ellos mismos.

En 2002 Kofi Annan, antiguo secretario da ONU declaraba con firmeza: «No es posible que la comunidad internacional tolere que prácticamente la mitad de la humanidad tenga que subsistir con dos dólares diarios o menos en un mundo con una riqueza sin precedentes».

Efectivamente, los datos son estremecedores. OXFAM que es una ONG que articula muchas otras en varios países y que se ha especializado en estudiar los niveles de desigualdad en el mundo, presenta todos los años sus resultados, cada vez más aterradores. Generalmente OXFAM suele ir a Davos, en Suiza, donde se encuentran los mayores ricos epulones del mundo. Presentan los datos que los dejan desenmascarados. Este año, en enero de 2017 revelaron que 8 personas (la mayoría estaba allí en Davos) poseen una riqueza equivalente a la de 3,6 mil millones de personas. Es decir, cerca de la mitad de la humanidad vive en situación de penuria sea como pobreza extrema, sea simplemente como pobreza, al lado de la más degradante riqueza.

Si leemos afectivamente, como debe ser, tales datos, nos damos cuenta del océano de sufrimiento, de enfermedades, de muerte de niños o de muerte de millones de adultos, estrictamente a consecuencia del hambre. Entonces nos preguntamos: ¿Dónde ha ido a parar la solidaridad mínima? ¿No somos crueles y sin misericordia con nuestros semejantes, ante aquellos que son humanos como nosotros, que desean un mínimo de alimentación saludable como nosotros? Se les remueven las entrañas viendo a sus hijos e hijas que no pueden dormir porque tienen hambre, y ellos mismos teniendo que tragar en seco trozos de comida recogidos en los grandes basureros de las ciudades, o recibidos de la caridad de la gente y de algunas instituciones (generalmente religiosas) que les ofrecen algo que les permite sobrevivir.

La pobreza generadora de hambre es asesina, una de las formas más violentas de humillar a las personas, arruinarles el cuerpo y herirles el alma. El hambre puede llevar al delirio, a la desesperación y a la violencia. Aquí cabe recordar la doctrina antigua: la extrema necesidad no conoce ley y el robo en función de la supervivencia no puede ser considerado crimen, porque la vida vale más que cualquier otro bien material.

Actualmente el hambre es sistémica. Thomas Piketty, famoso por su estudio sobre el Capitalismo en el siglo XXI, mostró como está presente y escondida en Estados Unidos: 50 millones de pobres. En los últimos 30 años, afirma Piketty, la renta de los más pobres permaneció inalterada mientras que en el 1% más rico creció 300%. Y concluye: «Si no se hace nada para superar esta desigualdad, podrá desintegrar toda la sociedad. Aumentará la criminalidad y la inseguridad. Las personas vivirán con más miedo que esperanza».

En Brasil hemos abolido la esclavitud, ¿pero cuándo haremos la abolición del hambre?

*Leonardo Boff es teólogo, filósofo y articulista del JB online.

Traducción de Mª José Gavito Milano

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