Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

       Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche.

Leonardo Boff ha scritto Habitar a Terra, Vozes 2022;Roma 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.



































































































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       Leonardo Boff

 

Ci
troviamo
nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo
in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e
attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall
odio
razziale e ideologico. Inoltre, l
era della ragione scientifica ha
creato l
irrazionalità del principio di
autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, all
a
nostr
a vita e a gran parte,
se non all
intera, biosfera.

 

Non sono pochi gli
analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile
utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la
disputa su chi
comanda sullumanità e chi ha lultima
parola. Ha a che fare con il confronto tra l
unipolarità
sostenut
a dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla
Cina,
dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che
formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si
realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e
insieme
annienterebbero l’umanità e una
parte sostanziale della vita.

 

Date
queste circostanze
, ci troviamo a dover
tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perch
é,
se
nza freni si può
precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso
inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci,
secondo il detto di Don Chisciotte: prima di accettare la sconfitta,
dobbiamo combattere
tutte le battaglie”.
E noi
lo faremo.

 

Utilizzo
due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e
filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’
angoscia, e unaltra
del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans
Jonas (1903-1993), la
paura.

 

Langoscia
(
Il
concetto di angoscia
, SE
201
8) per Kierkegaard non è solo un
fenomeno psicologico, ma un
dato oggettivo
dell
esistenza umana. Per lui pastore e
teologo, oltre che
esimio filosofo, sarebbe
l
angoscia di fronte alla perdizione o
alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana.
Questa si presenta fragile e soggetta
a morire
in qualsiasi istante. Langoscia
non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni
per salvaguardare la vita.

 

Oggi
dobbiamo alimentare questo tipo di
angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che
gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che
appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

 

Hans
Jonas nel suo libro
Il principio di responsabilità
(
Einaudi, Torino 2009)
analizza la
paura di trovarci
sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente
.
Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta
più
di unetica
del progresso o del miglioramento. Ma
della
prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci
alla
morte. La paura qui è salutare e salvifica, poich
é ci
obbliga a unetica
d
ella responsabilità collettiva,
nel senso che tutti
debbano contribuire alla
preservazione della vita umana sulla Terra.

 

La
situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano
. Abbiamo
creato un
Intelligenza
Artificiale Autonoma che già
è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di
algoritmi,
gli impedisce di scegliere di distruggere lumanità?

 

In
primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la
responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema
vita
e al sistema
Terra, senza capacità di impedirlo
o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di
produzione globale è così ben oliato che non può n
é vuole
fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del
profitto individuale, concorrenza feroce e
super-sfruttamento
delle risorse della natura.

 

Inoltre,
è
importante responsabilizzarci anche per il
male che
, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e
spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che
stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l
erosione
della biodiversità.

 

La
paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che
possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo
desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

 

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica
vita umana sulla Terra;
oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non
siano distruttivi per la possibilità futura di
una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo
la continuità indefinita dell
umanità sulla Terra” (Op.cit. 2009).
Noi aggiungeremmo: non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità,
della natura e della Madre Terra
”.

 

Queste
riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli
esseri umani di cambiare, poich
é dispongono
di libero arbitrio e flessibilità.

 

Ma
poich
é il rischio è globale, si impone un’istanza globale e
plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei
popoli
originari, della saggezza popolare) per trovare una
soluzione globale.
Per questo dobbiamo
rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

 

Come
si può
osservare, le varie guerre che si svolgono oggi
riguardano i confini tra le nazioni, l
affermazione
de
i nazionalismi e la crescente
ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa
idea di un centro collettivo per il bene di tutta l
umanità.

 

Dobbiamo
riconoscere: questi conflitti sui
confini tra le
nazioni
, sono dissociati dalla
nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti
regressivi
e contrari al corso irresistibile della
storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta
vivente.

 

Siamo
una Terra
sola e un’Umanità sola da
salvare. E con urgenza p
oiché il
tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e
le nostre pratiche.

 

 

Leonardo
Boff ha scritto
Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma
teologia da vida
, Planeta 2023.

Die Notbremse ziehen angesichts der Schwere der aktuellen Krise

Leonardo Boff  

Wir befinden uns inmitten einer allgemeinen und verheerenden Krise, was die Art und Weise betrifft, wie wir auf unserem Planeten leben und mit ihm umgehen. Dieser wurde durch Kriege mit großer Zerstörungskraft und durch Rassenhass und ideologischen Hass verwüstet und zerrissen. Darüber hinaus hat das Zeitalter der wissenschaftlichen Vernunft die Irrationalität des Prinzips der Selbstzerstörung hervorgebracht: Mit den Waffen, die wir bereits produziert haben, können wir unserem Leben und dem größten Teil der Biosphäre, wenn nicht der gesamten Biosphäre, ein Ende setzen.

Es gibt viele Analysten der Weltlage, die vor dem möglichen Einsatz solcher Massenvernichtungswaffen warnen. Der Grund dafür ist der Streit darüber, wer das Sagen über die Menschheit hat und wer das letzte Wort hat. Es geht um die Konfrontation zwischen der Unipolarität, die von den Vereinigten Staaten aufrechterhalten wird, und der Pluripolarität, die von China, Russland und schließlich von allen BRICS-Ländern gefordert wird. Wenn es zu einem Atomkrieg kommt, würde sich die Formel bewahrheiten: 1+1=0: eine Atommacht würde die andere zerstören und zusammen würden sie die Menschheit und einen großen Teil des Lebens vernichten.

Unter diesen Umständen sehen wir uns gezwungen, die Notbremse des Lebenszuges zu ziehen, weil er in einen Abgrund stürzen könnte. Wir befürchten, dass diese Bremse bereits oxidiert und unbrauchbar geworden ist. Können wir uns aus dieser Bedrohung befreien? Wir müssen es versuchen, wie Don Quijote sagte: “Bevor wir eine Niederlage akzeptieren, müssen wir jede Schlacht kämpfen”. Und das werden wir.

Ich verwende zwei Kategorien von Angst, um unsere Situation zu verdeutlichen. Die eine stammt von dem dänischen Theologen und Philosophen Sören Kierkegaard (1813-1885), die andere von dem deutschen Theologen und Philosophen Hans Jonas (1903-1993), einem bedeutenden Schüler Martin Heideggers.

Die Angst ist für Kierkegaard (O conceito de angústia, Vozes 2013) nicht nur ein psychologisches Phänomen, sondern eine objektive Tatsache der menschlichen Existenz. Für ihn als Seelsorger und Theologe sowie als exzellenten Philosophen wäre es die Angst vor der ewigen Verdammnis oder der Errettung. Aber es gilt für das menschliche Leben. Das menschliche Leben ist zerbrechlich und kann jeden Moment sterben. Die Angst lässt den Menschen nicht untätig, sondern treibt ihn immer wieder an, die Voraussetzungen für den Schutz des Lebens zu schaffen.

Heute müssen wir diese Art von Existenzangst angesichts objektiver Bedrohungen unseres Schicksals, die tödlich sein könnten, aushalten. Das ist etwas Gesundes, das zum Leben gehört, und nicht etwas Ungesundes, das psychiatrisch behandelt werden muss.

Hans Jonas analysiert in seinem Buch Das Prinzip Verantwortung (Contraponto, Rio 2006) die Angst, an den Rand des Abgrunds gestellt zu werden und in diesen zu stürzen. Es geht nicht mehr um eine Ethik des Fortschritts oder der Verbesserung. Es geht darum, das Leben davor zu bewahren, vom Tod bedroht zu werden. Die Angst ist dabei gesund und lebensrettend, denn sie zwingt uns zu einer Ethik der kollektiven Verantwortung in dem Sinne, dass alle mithelfen, das menschliche Leben auf der Erde zu erhalten.

Die derzeitige Situation auf dem Planeten entzieht sich der menschlichen Kontrolle. Wir haben eine autonome künstliche Intelligenz geschaffen, die bereits unabhängig von unseren Entscheidungen ist. Wer kann sie mit ihren Abermilliarden von Algorithmen davon abhalten, die Menschheit zu vernichten?

Zuallererst haben wir eine Aufgabe zu erfüllen: Wir müssen die Verantwortung für den Schaden übernehmen, den wir dem Lebens- und dem Erdsystem zusehends zufügen, ohne ihn aufhalten oder verlangsamen zu können, sondern nur, um seine schädlichen Auswirkungen zu minimieren. Das energieverschlingende Weltproduktionssystem ist so gut geölt, dass es nicht aufhören kann und will. Es wird seine grundlegenden Mantras nicht aufgeben: unbegrenzte Steigerung des individuellen Profits, erbitterter Wettbewerb und Raubbau an den Ressourcen der Natur.

Darüber hinaus müssen wir auch die Verantwortung für das Übel übernehmen, das wir in der Vergangenheit weder physikalisch noch geistig verhindert haben und dessen Folgen unvermeidlich geworden sind, wie z. B. die zunehmende Erwärmung des Planeten und die Erosion der Artenvielfalt.

Die Angst, die wir empfinden, bezieht sich auf die Zukunft des Lebens und die Garantie, dass wir noch auf diesem Planeten leben können. Vor diesem Hintergrund formulierte Jonas einen kategorischen ethischen Imperativ:

Handle so, dass die Auswirkungen deines Handelns mit dem Fortbestand echten menschlichen Lebens auf der Erde vereinbar sind; oder, negativ ausgedrückt: Handle so, dass die Auswirkungen deines Handelns die künftige Möglichkeit eines solchen Lebens nicht zerstören; oder einfach gesagt, gefährde nicht den unbestimmten Fortbestand der Menschheit auf der Erde” (Op.cit. 2006, S. 47-48). Wir möchten hinzufügen: “Gefährden Sie nicht den unbestimmten Fortbestand aller Arten von Leben, der biologischen Vielfalt, der Natur und der Mutter Erde”.

Diese Überlegungen helfen uns, eine gewisse Hoffnung auf die Fähigkeit des Menschen zu haben, sich zu verändern, denn wir haben einen freien Willen und sind flexibel.

Da das Risiko jedoch global ist, brauchen wir ein globales und pluralistisches Gremium (Vertreter der Völker, der Religionen, der Universitäten, der einheimischen Völker, der Volksweisheit), um eine globale Lösung zu finden. Dazu müssen wir uns vom Nationalismus und den überholten Grenzen zwischen den Nationen verabschieden.Aber keine der Decisonmaker wollen das hören, obwohl dies sehr wichtig ist.

Wie zu beobachten ist, drängen die verschiedenen Kriege, die heute um die Grenzen zwischen den Nationen geführt werden, die Bekräftigung des Nationalismus und die Zunahme des Konservatismus und der rechtsextremen Politik die Idee eines kollektiven Zentrums zum Wohle der gesamten Menschheit immer weiter weg.

Wir müssen erkennen, dass diese Grenzkonflikte zwischen den Nationen losgelöst sind von der neuen Phase, in der die Erde unser gemeinsames Haus wird, und dass sie regressive Bewegungen darstellen, die dem unwiderstehlichen Lauf der Geschichte zuwiderlaufen, der das Schicksal der Menschen immer mehr mit dem Schicksal des lebendigen Planeten vereint.

Wir haben nur eine Erde und nur eine Menschheit, die gerettet werden müssen. Und zwar dringend, denn die Zeit läuft gegen uns. Ändern wir unser Denken und unsere Praktiken!

Leonardo Boff Autor von: Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.

Puxar o freio de segurança: face à gravidade da crise atual

   Leonardo Boff

Encontramo-nos no coração de uma espantosa e generalizada crise na forma como  habitamos e nos relacionamos para com o nosso planeta, devastado e atravessado por guerras de grande destruição e movido por ódios raciais e ideológicos. Acresce ainda que a idade da razão científica, criou a irracionalidade do princípio de autodestruição: podemos pôr fim, com as armas já construídas, a nossa vida e grande parte senão toda a biosfera.

Não são poucos os analistas da situação mundial que nos alertam sobre  o eventual uso de tais armas de destruição em massa. A razão de fundo seria a disputa sobre quem manda  na humanidade e quem tem a última palavra. Tem a ver com o enfrentamento entre a uni-polaridade sustentada pelos Estados Unidos e a pluri-polaridade cobrada pela China, pela Rússia, eventualmente, pelo conjunto dos países que formam os BRICS. Se houver uma guerra nuclear, nesse caso, realizar-se-ia a fórmula: 1+1=0: uma potência nuclear destruiria a outra e  juntos levariam humanidade e parte substancial da vida.

Dadas estas circunstâncias, vemo-nos na necessidade de puxarmos o freio de segurança do comboio da vida, pois, desenfreado, pode se precipitar num abismo. Tememos que este freio já esteja oxidado e feito inutilizável. Podemos sair desta ameaça? Temos que tentar, segundo a dito de Dom Quixote:”antes de aceitar a derrota, temos que dar todas as batalhas”. E vamos dar.

Sirvo-me de duas categorias para aclarar melhor nossa situação. Uma do teólogo e filósofo dinamarquês Soren Kierkegaard (1813-1885), a angústia, e outra do também teólogo e filósofo alemão, discípulo notável de Martin Heidegger, Hans Jonas (1903-1993), o medo.

A angústia (O conceito de angústia,Vozes 2013) para Kierkegaard não é apenas um fenômeno psicológico, mas um dado objetivo da existência humana. Para ele como pastor e teólogo,além de exímio filósofo, seria a angústia face à perdição eterna ou à salvação. Mas é aplicável à vida humana. Esta apresenta-se frágil e sujeita a morrer a qualquer instante. A angústia não deixa a pessoa inerte, mas move-a continuamente para criar condições de salvaguardar a vida.

Hoje temos que alimentar esse tipo de angústia existencial face às ameaças objetivas que pesam sobre nosso destino que podem ser fatais. Ela é algo saudável, pertencendo à vida e não algo doentio a ser tratado psiquicamente.

Hans Jonas em seu livro O princípio responsabilidade (Contraponto,Rio 2006) analisa o medo de sermos colocados à beira do abismo e nele cair fatalmente.Estamos numa situação de não retorno. Não se trata mais de uma ética do progresso ou do aperfeiçoamento. Mas da prevenção da vida contra as ameaças que nos podem trazer a morte. O medo aqui é saudável e salvador, pois, nos obriga a uma ética da responsabilidade coletiva no sentido de todos darem sua colaboração para preservação da vida humana na Terra.

A situação atual a nível planetário fugiu ao controle humano.Criamos a Inteligência Artificial Autônoma que já independe de nossas decisões. Quem, com seus bilhões e bilhões de algoritmos, impede que ela possa optar pela destruição da humanidade?Temos como controlar os tufões e terremotos, sem dizer os eventos extremos,consequência da mudança climática? Apesar de todas as técnicas sentimo-nos impotentes face à força da natureza.

Primeiramente, temos uma tarefa a cumprir: cabe responsabilizarmo-nos pelo mal que estamos visivelmente causando ao sistema-vida e ao sistema-Terra,sem capacidade de impedi-lo ou freá-lo, apenas minorando-lhe os efeitos danosos. O sistema de produção mundial energívoro está de tal modo azeitado que não tem condição nem quer parar. Não renuncia aos seus mantras de base: aumento ilimitado do lucro individual, a competição feroz e a superexploração dos recursos da natureza.

Além disso, importa responsabilizarmo-nos também pelo mal que que não soubemos no passado evitar física e espiritualmente e cujas consequências tornaram-se inevitáveis, como aquelas que estamos sofrendo como o aquecimento crescente do planeta e a erosão da biodiversidade.

O medo do qual somos tomados se relaciona ao futuro da vida e à garantia de ainda podermos continuar vivos sobre este planeta. Em função desse desiderato Jonas formulou um imperativo ético categórico:

Aja de modo a que os efeitos de tua ação sejam compatíveis com a permanência de uma vida humana autêntica sobre a Terra; ou, expresso negativamente: aja de modo que os efeitos da tua ação não sejam destrutivos para a possibilidade futura de uma tal vida; ou, simplesmente, não coloque em perigo a continuidade indefinida da humanidade na Terra” (Op.cit. 2006, p. 47-48). Nós acrescentaríamos  “não coloque em perigo a continuidade indefinida de todo tipo de vida, da biodiversidade, da natureza e da Mãe Terra”.

Essas reflexões nos ajudam a alimentar alguma esperança na capacidade de mudança dos seres humanos, pois, possuímos livre arbítrio e flexibilidade.

Mas como o risco é global, impõe-se uma instância global e plural (representantes dos povos, das religiões, das universidades, dos povos originários, da sabedoria popular ) para encontrar uma solução global. Para isso temos que renunciar aos nacionalismos e aos limites obsoletos entre as nações. Mas os chefes das nações jamais colocam essa questão urgente.

Como se pode observar, as várias guerras hoje em curso são por limites entre as nações, a afirmação dos nacionalismos e a crescente onda de conservadorismo e de políticas de extrema direita afastam para longe esta ideia de um centro coletivo para o bem de toda a humanidade.

Devemos reconhecer: estes conflitos por limites entre as nações, estão descolados da nova fase da Terra, tornada Casa Comum e representam movimentos regressivos e contrários ao curso irresistível da história que unifica cada vez o destino humano com o destino do planeta vivo.

Temos uma Terra só e uma Humanidade só a serem salvas. E com urgência pois o tempo do relógio corre contra nós. Cumpre muda mentes e nossas práticas.

Leonardo Boff escreveu Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.

 L’urgenza di un umanesimo minimo

                          Leonardo Boff

Il mio sentimento del mondo mi dice che forse mai nella storia degli ultimi tempi abbiamo vissuto, a livello universale, tanta disumanità. Quando parlo di disumanità voglio esprimere il totale disprezzo per il valore dell’essere umano nei confronti di un altro essere umano che è diverso, sia esso per etnia (nero, indigeno, palestinese), sia politico (fondamentalisti, conservatori), sia religioso (musulmani, animisti), sia di genere (donne e LGBT+). Per un paio di scarpe da ginnastica qualcuno è morto. Una piccola disputa stradale può finire con un omicidio a colpi di arma da fuoco.

Per non parlare della guerra Russia-Ucraina (dietro ci sono gli USA e la Comunità Europea). La più spaventosa disumanità è vista apertamente dall’umanità intera, attraverso i media digitali: la decimazione di un intero popolo, i palestinesi della Striscia di Gaza e le migliaia di bambini innocenti sacrificati dalla furia vendicativa dell’attuale primo ministro israeliano di estrema destra, Banjamin Netanyahu. Il suo ministro della Difesa ha dichiarato esplicitamente che i palestinesi nella Striscia di Gaza (soprattutto il ramo militare di Hamas che ha perpetrato un atto terroristico contro Israele il 7 ottobre 2023 con più di mille vittime) sono come animali, sono subumani e dovrebbero essere così trattati, possibilmente, sterminati.

Circondati da ogni parte, come in un campo di sterminio, gli abitanti della Striscia di Gaza sono costantemente attaccati giorno e notte dal cielo, da terra e dal mare dalle forze di guerra del governo israeliano. Molti muoiono di sete, di fame, sotto le macerie e per le ferite riportate, perché tutto è stato loro negato.

Nemmeno lontanamente si alimenta l’idea che siamo tutti umani, della stessa specie di esseri e, quindi, che esiste un innegabile legame di fratellanza tra tutti. Tutti respirano, tutti mangiano, tutti camminano sullo stesso terreno, tutti ricevono gli stessi raggi del sole e le stesse gocce di pioggia. Tutti, non importa quanto sia alta la loro posizione sociale, devono soddisfare i bisogni della natura. Il re d’Inghilterra non può dire al suo servitore: vai a fare pipì al mio posto. In questo caso regna la democrazia più radicale, a grado zero, che comprende re, regine, papi, milionari, gente semplice del popolo, uomini e donne, bambini e anziani.

Perché non siamo in grado di trattarci a vicenda umanamente? Cioè accogliendoci come membri della stessa specie homo, rispettandoci reciprocamente nei diversi modi di organizzare la vita sociale e personale, nelle abitudini, nelle tradizioni, nelle espressioni religiose e nelle pratiche sessuali. Cosa c’è in noi che ci rende nemici gli uni degli altri, omicidi, fratricidi, etnocidi e, ultimamente, biocidi? C’è chi sostiene che l’uomo di Neanderthal, anch’egli uomo pensante, sarebbe stato sterminato dall’homo sapiens.

È già stato osservato dai bio-antropologi che siamo una specie estremamente attiva, irrequieta, violenta e forse di breve durata su questo pianeta. D’altra parte, genetisti e neurologi confermano che appartengono al nostro DNA (cfr. Watson, Crik, Maturana) l’amore, la solidarietà e il sentimento di appartenenza. Esistono modi per mettere sullo stesso piano questi dati apparentemente contraddittori? Perché abbiamo raggiunto gli attuali livelli di disumanità?

Non conosco alcuna risposta soddisfacente. Ciò che possiamo dire, come hanno sostenuto tanti pensatori, è che l’essere umano, per la sua condizione esistenziale, è contemporaneamente sapiens e demens. È mosso da impulsi contraddittori che convivono nella stessa persona, uno di distruzione e l’altro di costruzione. Ho lavorato con due categorie: la dimensione sim-bolica dell’essere umano (ciò che unisce e aggrega) e la dimensione dia-bolica (ciò che disunisce e disaggrega). Entrambe coesistono, si confrontano e portano dinamismo alla storia.

Per un certo periodo, per molteplici ragioni che non possiamo qui discutere, ha prevalso la dimensione sim-bolica. Cosi emerge una società di convivenza pacifica e collaborativa. In un altro prevale la dimensione dia-bolica, che lacera il tessuto sociale, produce violenza e perfino guerre. Temo che attualmente siamo sotto il predominio del dia-bolico, poiché prevalgono il pensiero fondamentalista, fascista e l’uso della violenza per risolvere i problemi umani.

Non basta descrivere questa fenomenologia della dualità. Dobbiamo scavare più a fondo. Credo che la causa principale della disumanità attuale e storica risieda nell’erosione della Matrice Relazionale (Relational Matrix). Ovvero, nel corso della storia, lentamente ma alla fine in modo completo, abbiamo rotto la sensazione che siamo tutti interconnessi, che si stabiliscono relazioni tra tutti gli esseri, formando il grande insieme della natura, della Terra e perfino del cosmo.

Con l’irruzione della ragione e il suo utilizzo come potere di dominio, abbiamo rotto con la Matrice Relazionale. Ci siamo considerati signori e padroni delle cose. Possiamo usarle senza scrupoli a nostro beneficio, con il falso presupposto che esse non abbiano valore in sé e, quindi, siano prive di scopo, compreso il pianeta Terra. Così è stato fondato il paradigma della modernità.

Questa rottura si mostra oggi estremamente dannosa, poiché la natura, o la Terra, si sta rivoltando contro di noi, inviandoci eventi estremi, una serie di virus letali e, negli ultimi tempi, il riscaldamento globale ormai diventato irreversibile. Ha introdotto una nuova e pericolosa fase del pianeta Terra e della storia umana.

La rottura della Matrice Relazionale con gli esseri della natura ha portato alla rottura con la sua origine, con il Creatore di tutte le cose. Quella che è stata chiamata “la morte di Dio” significa che abbiamo perso quel Legame che dava coesione e senso di pienezza alla nostra vita e all’esistenza di un Senso ultimo della vita e della storia. La proclamazione della morte di Dio (la sua assenza nella nostra coscienza personale e collettiva) ha dato origine a esseri umani sradicati e immersi in una profonda solitudine. L’opposto di una visione umanistico-spirituale del mondo che sostiene che la vita ha un senso e che la storia non finisce nel vuoto, non è il materialismo o l’ateismo. È lo sradicamento e il sentimento di essere soli nell’universo e perduti, cosa che una visione umano-spirituale del mondo impediva.

Oggi dobbiamo ritornare alla nostra essenza per rifondare un umanesimo minimo. Cioè, ponendo come linee guida della nostra esistenza e convivenza su questo pianeta la cura reciproca e per con la comunità di vita, l’amore come la più grande forza aggregante e umanizzante di tutte le relazioni, facendo emergere interiormente la nostra forza di solidarietà soprattutto con quelli che restano indietro, un’opzione collettiva per la corresponsabilità per il destino comune e, infine, l’aprirci a quell’Energia potente e amorevole che intuiamo nel nostro proprio essere come ragione e sostegno di tutta la realtà. Possiamo dargli mille nomi o nessuno. Le religioni lo chiamano Dio, i cosmologi lo chiamano Abisso che nutre tutti gli esseri, o come preferisco, “quell’Essere che fa esistere tutti gli esseri”. Dimentichiamo i nomi e concentriamoci su questa Energia Intelligente e Suprema che sostiene ed è alla base di tutti gli esseri e fenomeni. È una visione umano-spirituale delle cose.

Su questi presupposti potremo fondare un umanesimo minimo, con il quale tutti si riconosceranno come compagni dello stesso viaggio su questo pianeta, come fratelli e sorelle di tutte le cose (poiché abbiamo la stessa base genetica) reciprocamente. Per essere realistici, il dato sim-bolico e dia-bolico saranno presenti, ma sotto la reggenza del sim-bolico.

In questo modo costruiremo una convivenza umana nella quale non sarà tanto difficile accoglierci reciprocamente e nella quale potrà fiorire la solidarietà essenziale e l’amore “che muove il cielo, tutte le stelle” e i nostri cuori. O faremo questo passo oppure ci divoreremo a vicenda.

Leonardo Boff ha scritto Terra madura: uma teologia da vida, São Paulo, Planeta 2023. (traduzione dal portoghese di Gianni