Fratelli tutti: la politica come tenerezza e gentilezza. Un testo di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale. Sempre più Papa  Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri. Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione  Leonardo Boff. Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.

La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo rispetto al precedente insegnamento dei Papi.

In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).

Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare rotta.

Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove, così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128). Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.

Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio; cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno, lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bio-regionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale con l’universale (n. 147).

Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).

Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).

Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza.

Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962 dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita ”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.

Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il  profeta Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera gentilezza” “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza: “uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione della tenerezza.

La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).

Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società” (n. 271).

Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen”(n.288).

Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.

Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono intraprendere.

Leonardo Boff  è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano. Autore de “Francesco d’Assisi, Francesco di Roma

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


Fratelli tutti, una revolución paradigmática: del “dominus” (dueño) al “frater” (hermano)

La nueva encíclica del Papa Francisco, firmada sobre la sepultura de Francisco de Asís, en la ciudad de Asís, el día 3 de octubre, será un marco en la doctrina social de la Iglesia. Es amplia y detallada en su temática, buscando siempre sumar valores, hasta del liberalismo que él critica fuertemente. Ciertamente va a ser analizada en detalle por cristianos y no cristianos pues se dirige a todas las personas de buena voluntad.

Resaltaré en este espacio lo que considero innovador respecto al magisterio anterior de los Papas.

En primer lugar tiene que quedar claro que el Papa presenta una alternativa paradigmática a nuestra forma de habitar la Casa Común, sometida a muchas amenazas. Hace una descripción de las “sombras densas”, que equivalen, como él mismo afirmó en varios pronunciamientos, “a una tercera guerra mundial a pedazos”.

Actualmente no hay un proyecto común para la humanidad (n.18), pero un hilo conductor pasa por toda la encíclica: «la conciencia de que nadie se salva solo, que únicamente es posible salvarse juntos» (n. 32). Este es el proyecto nuevo, expresado en estas palabras: «Entrego esta encíclica social como una humilde contribución a la reflexión para que frente a las diversas formas de eliminar o de ignorar a los otros, seamos capaces de reaccionar con un nuevo sueño de fraternidad y de amistad social» (n.6).

Debemos comprender bien esta alternativa. Venimos y estamos todavía dentro de un paradigma que está en la base de la modernidad. Es antropocéntrico. Es el reino del dominus: el ser humano como dueño y señor de la naturaleza y de la Tierra, que sólo tienen sentido en la medida en que se ordenan a él. Cambió la faz de la Tierra, trajo muchos beneficios pero también creó un principio de autodestrucción. Es el actual impasse de las “densas sombras”. Frente a esta visión del mundo, la encíclica Fratelli tutti propone un nuevo paradigma: el del frater, el hermano, el de la fraternidad universal y la amistad social. Desplaza el centro: de una civilización técnico-industrial e individualista a una civilización de solidaridad, de preservación y cuidado de toda la vida. Esta es la intención original del Papa. En este viraje está nuestra salvación; superaremos la visión apocalíptica de la amenaza del fin de la especie humana por una visión de esperanza, de que podemos y debemos cambiar de rumbo.

Para eso necesitamos alimentar la esperanza. El Papa dice: «Os invito a la esperanza que nos habla de una realidad arraigada en lo profundo del ser humano, independientemente de las circunstancias concretas y de los condicionamientos históricos en que vive» (n. 55). Aquí resuena el principio esperanza, que es más que la virtud de la esperanza, es un principio, un motor interior para proyectar nuevos sueños y visiones, tan bien formulado por Ernst Bloch. Destaca «la afirmación de que los seres humanos somos hermanos y hermanas, que no es una abstracción sino que se hace carne y se concreta, nos plantea una serie de retos que nos descolocan, nos obligan a asumir nuevas perspectivas y a desarrollar nuevas reacciones» (n.128). Como se deduce, se trata de un nuevo rumbo, de un viraje paradigmático.

¿Por dónde empezar? Aquí el Papa revela su actitud básica, repetida a menudo a los movimientos sociales: «No esperéis nada de arriba porque siempre viene más de lo mismo o todavía peor; empiecen por ustedes mismos». Por eso sugiere: «Es posible comenzar desde abajo, desde cada uno de nosotros, a luchar por lo más concreto y local, hasta el último rincón de la patria y del mundo» (n.78). El Papa sugiere lo que hoy es la punta de la discusión ecológica: trabajar la región, el biorregionalismo que permite la verdadera sostenibilidad y la humanización de las comunidades y articula lo local con lo universal (n.147).

Tiene largas reflexiones sobre la economía y la política, pero subraya: «la política no debe someterse a la economía y la economía no debe someterse a los dictámenes y al paradigma eficientista de la tecnocracia» (n.177). Hace una contundente crítica al mercado: «El mercado solo no resuelve todo, aunque otra vez nos quieran hacer creer este dogma de fe neoliberal. Se trata de un pensamiento pobre, repetitivo, que propone siempre las mismas recetas frente a cualquier desafío que se presente. El neoliberalismo se reproduce a sí mismo sin más, como único camino para resolver los problemas sociales» (n.168). La globalización nos hizo más cercanos pero no más hermanos (n.12). Crea sólo socios pero no hermanos (n.102).

De la mano de la parábola del buen samaritano, hace un análisis riguroso de los diversos personajes que entran en escena y los aplica a la economía política, culminando con la pregunta: «¿con quién te identificas (con el herido del camino, con el sacerdote, con el levita o con el extranjero, el samaritano, despreciado por los judíos)? Esta pregunta es cruda, directa y decisiva. ¿A cuál de ellos te pareces?» (n.64). El buen samaritano se convierte en modelo del amor social y político (n.66).

El nuevo paradigma de fraternidad y amor social se despliega en el amor en su concretización pública, en el cuidado de los más frágiles, en la cultura del encuentro y del diálogo, en la política como ternura y amabilidad.

En cuanto a la cultura del encuentro, se toma la libertad de citar al poeta brasileño Vinicius de Moraes en su Samba da Bênção en el disco Encuentro en Al bon Gourmet de 1962 donde dice: «La vida es el arte del encuentro aunque haya tantos desencuentros en la vida» (n.215). La política no se reduce a la disputa por el poder y a la división de poderes. Afirma de manera sorprendente: «Incluso en la política hay lugar para el amor con ternura: a los más pequeños, a los más débiles, a los más pobres; ellos deben enternecernos y tienen el ‘derecho’ de llenar nuestra alma y nuestro corazón; sí, son nuestros hermanos y como tales debemos amarlos y tratarlos de esta manera» (n.194). Se pregunta qué es la ternura y responde: «es el amor que se hace cercano y concreto; es un movimiento que procede del corazón y llega a los ojos, a los oídos, a las manos» (n.196). Esto nos recuerda la frase de Gandhi, una de las inspiraciones del Papa, junto con San Francisco, Luther King, Desmond Tutu: la política es un gesto de amor al pueblo, el cuidado de las cosas comunes.

Junto con la ternura viene la amabilidad que nosotros traduciríamos por gentileza, recordando al profeta Gentileza que en las calles de Río de Janeiro proclamaba a todos los que pasaban: “Gentileza genera gentileza” y “Dios es gentileza”, muy al estilo de San Francisco. Define así la amabilidad: «un estado de ánimo que no es áspero, duro, rudo, sino afable, gentil, que sostiene y conforta. La persona que posee esta cualidad ayuda a los demás a hacer más llevadera su existencia» (n.223). Este es un desafío para los políticos, hecho también a los obispos y sacerdotes: hacer la revolución de la ternura.

La solidaridad es uno de los fundamentos de lo humano y lo social. Se «expresa concretamente en el servicio que puede adoptar formas muy diferentes y asumir para sí mismo el peso de los demás; es en gran medida cuidar de la fragilidad humana» (n. 115). Esta solidaridad demostró estar ausente y sólo después ser eficaz en la lucha contra la Covid-19. Impide que la humanidad se bifurque entre “mi mundo” y “los otros”, “ellos”, ya que «muchos dejan de ser considerados seres humanos con una dignidad inalienable, y pasan a ser sólo ‘ellos’» (n.27). Y concluye con un gran deseo: «Ojalá que al final ya no estén ‘los otros’ sino sólo ‘nosotros’»(n.35).

Para ese desafío de dar cuerpo al sueño de una fraternidad universal y de amor social convoca a todas las religiones, pues «ellas ofrecen una valiosa contribución en la construcción de la fraternidad y para la defensa de la justicia en la sociedad» (n.271).

Al final evoca la figura del hermanito de Jesús, Charles de Foucauld, que en el desierto del norte de África junto a la población musulmana quería ser “definitivamente el hermano universal” (n.287). El Papa Francisco observa: «Sólo identificándose con los más pequeños llegó a ser hermano de todos; que Dios inspire este sueño en cada uno de nosotros. Amén» (n. 288).

Estamos ante un hombre, el Papa Francisco, que, siguiendo a su fuente inspiradora, Francisco de Asís,se ha convertido también en un hombre universal, acogiendo a todos e identificándose con los más vulnerables e invisibles de nuestro cruel e inhumano mundo. Él suscita la esperanza de que podemos y debemos alimentar el sueño de la fraternidad sin fronteras y del amor universal.

Él ha hecho su parte. Nos corresponde a nosotros no dejar que ese sueño sea sólo un sueño, sino el principio fundamental de una nueva forma de vivir juntos, como hermanos y hermanas más la naturaleza, en la misma Casa Común. ¿Tendremos el tiempo y la sabiduría para dar este salto? Seguramente las “densas sombras” continuarán, pero tenemos una lámpara en esta encíclica de esperanza del Papa Francisco. No disipa todas las sombras, pero es suficiente para vislumbrar el camino a ser recorrido por todos.

*Leonardo Boff es ecoteólogo, filósofo y escritor brasilero y ha escrito: Francisco de Asís y Francisco de Roma, Trotta, Madrid 2013.

Traducción de Mª José Gavito Milano

¿Es posible el fin de la especie humana? (III)

Finalmente, buscando radicalidad nos preguntamos: ¿ cómo ve la teología cristiana esta cuestión de una eventual extinción de la especie humana?

Primero situemos la pregunta en su tradición histórica, pues no es la primera vez que los seres humanos se plantan seriamente esa pregunta. Siempre que una cultura entra en crisis, como la nuestra, surgen mitos del fin del mundo y de destrucción de la especie. Se usa un recurso literario conocido: relatos patéticos de visiones e intervenciones de ángeles que se comunican para anunciar cambios inminentes y preparar a la humanidad. En el Nuevo Testamento ese genero adquirió cuerpo en el libro del Apocalipsis y en algunos pasajes de los Evangelios que ponen en boca de Jesús predicciones del fin del mundo.

Hoy prolifera una amplia literatura esotérica que usa códigos diferentes, como el paso a otro tipo de vida y la comunicación con extraterrestres. Pero el mensaje es idéntico: el cambio es inminente y hay que estar preparado.

Es importante no dejarse engañar por este tipo de lenguaje. Es un lenguaje de tiempos de crisis y no un reportaje anticipado de lo que va a ocurrir. Pero hay una diferencia entre los antiguos y hoy. Para los antiguos el fin del mundo estaba en su imaginario y no en un proceso que existía verdaderamente. Para nosotros está en el proceso real, pues hemos creado de hecho el principio de autodestrucción.

¿Y si desaparecemos, cómo hay que interpretarlo? ¿Que nos llegado el turno en el proceso evolutivo ya que siempre hay especies desapareciendo naturalmente?¿Qué dice la reflexión teológica cristiana?

Sucintamente diría: si el ser humano frustrase su aventura planetaria significaría, sin duda alguna, una tragedia indescriptible. Pero no sería una tragedia absoluta. Esa ya se perpetró un día, cuando el Hijo de Dios se encarnó en nuestra miseria, por Jesús de Nazaret. Poco después de su nacimiento fue amenazado de muerte por Herodes, que sacrificó a todos los niños de los alrededores de Belén con la esperanza de haber asesinado al Mesías. Después, durante su vida fue calumniado, perseguido, rechazado, preso, torturado y clavado en una cruz. Solo entonces se formalizó lo que llamamos pecado original, que es un proceso histórico de negación de la vida. Pero los cristianos creen que ocurrió también la suprema salvación, pues donde abundó el pecado también superabundó la gracia. Y hubo la resurrección, no como la reanimación de un cadáver, sino como la irrupción del ser humano nuevo, con sus virtualidades realizadas en plenitud. Mayor perversidad que matar a la criatura, la vida, el planeta, es matar al Creador encarnado.

 Aunque la especie se mate a sí misma, ella no consigue matar todo de ella. Solo mata lo que es. No puede matar aquello que todavía no es: las virtualidades escondidas en ella que quieren realizarse. Y aquí entra la muerte en su función liberadora. La muerte no separa cuerpo y alma, pues en el ser humano no hay nada que separar. Es un ser unitario con muchas dimensiones, una exterior material, el cuerpo, y ese mismo cuerpo con su interioridad y profundidad, que llamamos espíritu. Lo que la muerte separa es el tiempo de la eternidad. Al morir, el ser humano deja el tiempo y penetra en la eternidad. Al caer las barreras espacio-temporales, las virtualidades encadenadas pueden abrirse en su plenitud. Solo entonces acabaremos de nacer como seres humanos plenos (Boff, 2000).Por lo tanto, aún con la liquidación criminal de la especie, el triunfo de la especie no se frustra. La especie sale trágicamente del tiempo por la muerte, muerte que le concede entrar en la eternidad. Y Dios es quien puede sacar de la muerte, la vida y de la ruina, la nueva criatura.

Alimentamos esta esperanza. Así como el ser humano domesticó otros medios de destrucción, le primero de ellos el fuego, que originó mitos de fin del mundo, así ahora, esperamos, domesticará los medios que pueden destruirlo. Aquí cabría hacer un análisis de las posibilidades dadas por la nanotecnología (que trabaja con partículas ínfimas de átomos, genes y moléculas), que puede eventualmente ofrecer medios técnicos para disminuir el calentamiento global y purificar la biosfera de los gases de efecto invernadero (Martins, 2006,168-170). 

Más esclarecedor es pensar estas cuestiones en el marco de la física cuántica y de la nueva cosmología. La evolución no es lineal. Acumula energía y da saltos. Así también la física cuántica de Niels Bohr y Werner Heisenberg nos sugiere virtualidades escondidas, venidas del Vacío Cuántico, de ese océano indescifrable de energía que subyace e impregna el universo, la tierra y a cada ser humano, que pueden irrumpir y modificar la flecha de la evolución.

Me niego a pensar que nuestro destino, después de millones de años de evolución, termine así miserablemente en un tiempo próximo o en las próximas generaciones. Habrá un salto, quien sabe, en la dirección de aquello que ya en 1933 Pierre Teilhard de Chardin anunciaba: la irrupción de la noosfera, es decir, de un estado de conciencia y de relación con la naturaleza que inaugurará una nueva convergencia de mente y corazones, y así un nuevo estadio de la evolución humana y de la historia de la Tierra.

En esta perspectiva el escenario actual no sería de tragedia sino de crisis de paradigma, de la forma como habitamos nuestra Casa Común.

La crisis acrisola, purifica, hace madurar. Ella anuncia un nuevo comienzo. Nuestro dolor es el dolor de un parto y no los dolores de alguien que está a punto de morir. Todavía vamos a irradiar.

Es importante decir que no acabaría el mundo sino este tipo de mundo insensato que ama la guerra y la destrucción en masa. Vamos a inaugurar un mundo humano que ama la vida, desacraliza la violencia, tiene cuidado y piedad de todos los seres, practica la justicia verdadera, venera el Misterio del mundo que llamamos Fuente Originaria hacer ser a todos los seres y que nosotros llamamos Dios, y que en fin, nos permite estar en el monte de las bienaventuranzas.

El ser humano habrá simplemente aprendido a tratar humanamente a todos los seres humanos, y con cuidado, respeto y compasión a todos los demás seres. Todo lo que existe merece existir. Todo lo que vive merece vivir, especialmente nosotros, los seres humanos.

Bibliografia mínima referida:

Boff, L. (2000), Vida para além da morte, Petrópolis: Vozes; en español titulado Hablemos de la otra vida, Santander: Sal Terrae. Tiempo de Transcendencia, el ser humano como proyecto infinito, Santander: Sal Terrae.

Duve, C. (1997), Polvo vital. El origen y la evolución de la vida en la Tierra, Cali: Norma

Hawking, S. (2001), El universo en una cáscara de nuez, Barcelona: Planeta.

Higa, T., (2002), Eine Revolution zur Rettng der Erde, Xanten: OLV, Organischer Landbau.

Hobsbawn, E. (1994), A era dos extremos, São Paulo: Objetiva, publicada en español con el título Historia del siglo XX, Buenos Aires: Crítica.

Jacquard, A. E Kahn, A. (2001), L’avenir n’est pas écrit, Paris: Boyard.

Lovelock, J. (2006), La venganza de Gaia, Barcelona: Planeta.

Martins, P.R. (org)(2006), Nanotecnologia, sociedade e meio ambiente, São Paulo: Xamã.

Miranda, E.E.,(2007), Quando o Amazonas corria para o Pacifico, Petrópolis:Vozes.

Monod, J. (2000), Y si la aventura humana fallase, Paris: Grasset.

Rees, M. (2005), Hora final, São Paulo: Companhia das Letras.

Revista Veja, páginas amarillas del 25 de octubre de2006.

Toynbee, A. (1971), Experiencias, Buenos Aires: Emecé.

Ward, P. (1997), O fim da evolução. Extinções em massa e preservação da biodiversidade, Rio de Janeiro: Campus.

Ziegler, J. (2006), Das Imperium der Schande, Munique: Pantheon.

Traducción de M.ª José Gavito Milano

Frateli tutti: a revolução paradigmática: do “dominus”(dono) ao “frater”(irmão)

A nova encíclica do Papa Francisco, assinada sobre a sepultura de Francisco de Assis, na cidade de Assis, no dia 3 de outubro, será um marco na doutrina social da Igreja. Ela é vasta e detalhada em sua temática, sempre procurando somar valores, até do liberalismo que ele fortemente critica. Certamente será analisada em detalhe por cristãos e não cristãos pois se dirige a todas as pessoas de boa vontade. Ressaltarei neste espaço aquilo que considero inovador face ao magistério anterior  dos Papas.

         Em primeiro lugar tem que ficar claro que o Papa apresenta uma alternativa paradigmática à nossa forma de habitar a Casa Comum, submetida a muitas ameaças. Faz uma descrição das “sombras densas” que equivalem, como ele mesmo afirmou em vários pronunciamentos, “a uma terceira guerra mundial em pedaços”. Atualmente não há um projeto comum para a humanidade (n.18). Mas um fio condutor  passa por toda a encíclica: “a consciência de que ou nos salvamos todos ou ninguém se salva”(n32). Esse é o projeto novo, expresso nestas palavras: “Entrego esta encíclica social como uma humilde contribuição à reflexão para que frente às diversas formas de eliminar ou de ignorar os outros, sejamos capazes de reagir com um novo sonho de fraternidade e de amizade social”(n.6).

         Devemos compreender bem esta alternativa. Viemos e estamos ainda dentro de um paradigma que está na base da modernidade. É antropocêntrico. É o reino do dominus: o ser humano como senhor e dono da natureza e da Terra que só possuem sentido na medida em que se ordenam a ele. Mudou a face da Terra, trouxe muitas vantagens mas também criou um princípio de autodestruição. É o impasse atual das “sombras densas”. Face a esta cosmovisão, a encíclica Fratelli tutti  propõe um novo paradigma: o do frater o do irmão, a fraternidade universal e da amizade social. Desloca o centro: de uma civilização técnico-industrialista e individualista à uma civilização solidária, da preservação e do cuidado de toda a vida. Essa é a intenção originária do Papa. Nessa viragem está nossa salvação; superaremos a visão apocalíptica da ameaça do fim da espécie por uma visão de esperança de que podemos e devemos mudar de rumo.

         Para isso precisamos alimentar a esperança. Diz o Papa: “convido-os à esperança que nos fala de uma realidade enraizada no profundo do ser humano, independentemente das circunstâncias concretas e dos condicionamentos históricos em que vive”(n.55). Aqui ressoa o princípio esperança, que é mais que a virtude da esperança, mas um princípio, motor interior para projetar sonhos e visões novas, tão bem formulado por Ernst Bloch. Enfatiza: “a afirmação de que os seres humanos somos irmãos e irmãs, que não é uma abstração senão que se faz carne e se torna concreta, nos coloca uma série de de desafios que nos deslocam, nos obrigam a assumir novas perspectivas a e desenvolver novas reações”(n.128). Como se depreende, se trata de um rumo novo, de uma viragem paradigmática.

         Por onde começar? Aqui o Papa revela sua atitude de base, com frequência repetida aos movimentos sociais: “Não esperem nada de cima pois vem sempre mais do mesmo ou pior; comecem por vocês mesmos”. Por isso sugere:” É possível começar de baixo, de cada um, lutar pelo mais concreto e local, até o último rincão da pátria e do mundo”(n.78). O Papa sugere o que hoje é a ponta da discussão ecológica: trabalhar a região, o bioregionalismo que possibilita a verdadeira sustentabilidade e a humanização das comunidades e articula o local com a universal (n.147).

         Tem longas reflexões sobre a economia e a política, mas realça: ”a política não deve submeter-se à economia e esta não deve submeter-se aos ditames e ao paradigma eficientista da tecnocracia”(n.177). Faz um crítica contundente ao mercado:” O mercado sozinho não resolve tudo como nos querem fazer crer no dogma de fé neoliberal; trata-se de um pensamento pobre, repetitivo que propõe sempre as mesmas receitas para qualquer desafio que se apresente; o neoliberalismo se reproduz a si mesmo como o único caminho para resolver os problemas sociais”(n.168). A globalização nos fez mais próximos mas não mais irmãos(n.12). Cria apenas sócios mas não irmãos (n.101).

         À mão da parábola do bom samaritano procede a uma análise rigorosa dos vários personagens que entram em cena e os aplica à economia política culminando com a pergunta:”com quem você se identifica (com o ferido na estrada, com o sacerdote, o  levita ou com o forasteiro, o samaritano,desprezado pelos judeus)? Esta pergunta é crua, direta e determinante. Com qual deles você se parece” (n.64)? O bom samaritano é  feito modelo do amor social e político (n.66).

         O novo paradigma da fraternidade e do amor social se desdobra no amor em sua concretização pública, no cuidado dos mais frágeis, na cultura do encontro e do diálogo, na política como ternura e amabilidade.

Quanto à cultura do encontro, toma-se a liberdade de citar o poeta brasileiro Vinicius de Moraes em seu Samba da Bênção na faixa  “Encontro Au bon Gourmet” de 1962 onde diz:”A vida é a arte do encontro embora haja tantos desencontros na vida”(n.215). A política não se reduz à disputa pelo poder e à divisão dos poderes. Afirma de forma surpreendente:”Também na política há lugar para o amor com ternura: aos mais pequenos, aos mais débeis, aos mais pobres; eles devem entenecer-nos e tem o ‘direito’ de nos encher a alma e o coração; sim, são nossos irmãos e como tais temos que amá-los e assim tratá-los”(194) E se pergunta que é a ternura e responde:”é o amor que se faz próximo e concreto; é um movimento que procede do coração e chega aos olhos, aos ouvidos, às mãos”(n.196). Isso nos faz recordar a frase de Gandhi, uma das inspirações do Papa, ao lado de São Francisco, Luther King, Desmond Tutu: a política é um gesto de amor ao povo, o cuidado das coisas comuns.

         Junto com a ternura vem a amabilidade que nós traduziríamos por gentileza, lembrando profeta Gentileza que nas ruas do Rio de Janeiro proclamava a todos os passantes”Gentileza gera gentileza” e “Deus é gentileza” bem no estilo de São Francisco. Assim define a amabilidade:”um estado de ânimo que não é áspero, rude, duro senão afável,  suave, que sustenta e fortalece; uma pessoa que possui esta qualidade ajuda aos demais para que sua existência seja mais suportável”(n.223). Eis um desafio aos políticos, feito também aos bispos e padres: fazer a revolução da ternura.

A solidariedade é um dos fundamentos do humano e do social. Ela “se expressa concretamente no serviço que pode assumir formas muito diversas e de tomar para si o peso dos outros; em grande parte é cuidar da fragilidade humana”(n.115). Essa solidariedade se mostrou ausente e só depois eficaz no combate ao Covid-19. Ela impede a bifurcação da humanidade entre o ‘meu mundo’ e os ‘outros’, ‘eles’, pois “muitos deixam de ser considerados seres humanos com uma dignidade inalienável e passam a ser apenas “eles”(n.27). E conclui com um grande desejo:”Oxalá no final  não haja “os outros” mas apenas um “nós”(n.35).

         Para esse desafio de dar corpo  ao sonho de  uma fraternidade universal  e de amor social convoca todas as religiões pois “elas oferecem uma contribuição valiosa na construção da fraternidade e para a defesa da justiça na sociedade”(n.271).

         No final evoca a figura do irmãozinho de Jesus Charles de Foucauld que no deserto do norte da África junto à população muçulmana queria ser “definitivamente o irmão universal” (n.287). Fazendo seu este propósito o Papa Francisco observa:”Só identificando-se com os últimos chegou a ser o irmão de todos; que Deus inspire esse sonho em cada um de nós.Amém”(n.288).

         Estamos diante de um homem, o Papa Francisco, que no seguimento de sua fonte inspiradora, Francisco de Assis, se fez também um homem universal, acolhendo a todos e se identificando com os mais vulneráveis e invisíveis de nosso mundo cruel e sem humanidade.  Ele suscita a esperança de que podemos e devemos alimentar o sonho da fraternidade sem fronteiras e do amor universal.

         Ele fez a sua parte. Compete a nós não deixar que o sonho seja apenas  sonho, mas seja o começo seminal de uma nova forma de habitar juntos, como irmãos e irmãs e mais a natureza, na mesma Casa Comum. Teremos tempo e sabedoria para esse salto? Seguramente continuarão as “sombras densas”. Mas temos uma lâmpada nesta encíclica de esperança do Papa Francisco. Ela não dissipa todas as sombras. Mas   basta para vislumbrar o caminho a ser percorrido por todos.

Leonardo Boff é ecoteólogo, filósofo e escritor brasileiro e escreveu: “Francisco de Assis e Francisco de Roma”, Editora Mar de Ideias, Rio 2015.