Quando il coordinatore laico può celebrare la Cena del Signore

Il 18 giugno 2019, pensando al Sinodo Pan-amazzonico di ottobre, abbiamo scritto sul desiderio di papa Francesco di ordinare persone sposate, soprattutto indigene, in luoghi lontani dell’Amazzonia. Sarà un prete di stile indigeno, sicuramente diverso da quello tradizionale.

Nei luoghi senza l’assistenza dei sacerdoti ci sono i coordinatori delle comunità ecclesiali di base che già presiedono alle celebrazioni della Cena del Signore. Non sono ordinati ma nessuno dirà che Cristo non è presente nella Parola, nella comunità e nella sua celebrazione. Il problema non è solo interno alla chiesa cattolica, è anche ecumenico. Le Chiese che se ne sono andate con la Riforma, celebrano nelle loro comunità la Cena del Signore con pastori non ordinati. Qual è il valore di queste celebrazioni? Cristo è davvero presente lì sotto le specie del pane e del vino?

Cercheremo di rispondere in entrambi i casi positivamente, sulla base di una vasta documentazione storico-teologica che non può essere portata qui, ma che si può trovare nel libro Ecclesiogenesi: la reinvenzione della Chiesa, Editora Record 2008, p.165-188.

L’affermazione fondamentale, definita dal Concilio Vaticano II, è: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana” (Christus Dominus, n. 30). I fedeli vogliono l’Eucaristia. Può essere negata perché non hanno un ministro ordinato in mezzo a loro? I coordinatori delle comunità fanno tutto ciò che una persona ordinata fa, perché non possono consacrare? La cosa normale sarebbe che fossero ordinati, ma non lo sono perché non sono celibi.

Una rigorosa ricerca sull’argomento ha concluso che ci sono state due fasi: nel primo millennio del cristianesimo la legge fondamentale era “chi presiede la comunità, presiede anche l’Eucaristia: potrebbe essere un vescovo, un prete, un profeta, un dottore, un confessore o un semplice coordinatore”. Era impensabile che una comunità sarebbe rimasta senza Eucaristia a causa della mancanza di un vescovo o di un prete. Allora interveniva il coordinatore della comunità, come succede nelle nostre comunità. La connessione era tra coordinatore della comunità e celebrazione dell’eucaristia.

Nel secondo millennio c’è stato un cambiamento. Le dispute tra l’Imperium e il Sacerdotium hanno spostato il tema della comunità a favore del soggetto del potere sacro. I papi rivendicavano il sacro potere sul potere imperiale. Questo sacro potere arriva attraverso il sacramento dell’Ordine. Il collegamento ora diventa tra chi ha il potere sacro e chi no. Solo coloro che sono ordinati hanno il potere di consacrare. Il laico è escluso anche se è un coordinatore. Attualmente la situazione che abbiamo è la condizione laicale e l’ordine sacerdotale.

Con riferimento alle celebrazioni eucaristiche delle Chiese cristiane non cattoliche, partiamo dal fatto che a celebrare la Cena del Signore sono dei ministri che sono accettati dalle rispettive comunità. La validità di questa celebrazione non proviene dal sacramento dell’Ordine, attraverso l’imposizione delle mani fatte dal vescovo sul fedele laico, che diventa poi sacerdote con il potere di consacrare. Per gli evangelici, il potere di celebrare deriva dalla fede e dalla fedeltà alla dottrina apostolica sulla presenza del Signore nella celebrazione della sacra Cena. Lo stesso si potrebbe dire delle celebrazioni nelle comunità ecclesiali di base: la fede apostolica nella presenza reale di Cristo nel pane e nel vino benedetti dal coordinatore o da un gruppo di coordinatori, conferirebbe il potere di consacrare. Cristo sarebbe presente lì.

Un altro punto focale da comprendere si fonda nel valore del battesimo, preso nel suo significato profondo. E’ dottrina comune che il battesimo sia la porta di tutti i Sacramenti e conterrebbe in germe tutti gli altri. Attraverso il battesimo tutti i fedeli partecipano all’unico sacerdozio veramente valido che è quello di Cristo. Il sacramento dell’Ordine non è il sacramento del vescovo o del sacerdote. È il sacramento della Chiesa come comunità di fedeli. Se qualcuno è ordinato nel sacramento dell’Ordine è per il servizio alla comunità, per il coordinamento e l’animazione spirituale. Non esiste nessuna contrapposizione: da un lato i fedeli, sacerdoti comuni, senza alcun potere sacramentale, e dall’altro il sacerdote ordinato con tutti i poteri. Quello che esiste è una comunità, tutta sacerdotale e profetica, che specifica le funzioni, senza che una sminuisca le altre, una di consacrare e coordinare, un’altra di interpretare i testi sacri, di assumere la responsabilità per il canti, la visita ai malati, eccetera.

È anche dottrina comune che, dopo il sacerdozio di Cristo, non ci possa essere nessun altro sacerdozio di per sé. Ecco perché è Cristo che consacra. Il sacerdote non consacra. Ha il potere di rappresentare, di rendere visibile il Cristo invisibile nella comunità. Lui non sostituisce Cristo. In una comunità ben organizzata c’è un sacerdote o un pastore con questa funzione. Ma quando c’è una mancanza di questa figura, e senza colpa della comunità, il coordinatore può assumere questo ruolo di rappresentare Cristo. Questa situazione oggi è abbastanza frequente, da qui l’importanza di riconoscere la validità delle celebrazioni dei pastori e dei coordinatori laici.

*Leonardo Boff è teologo, filosofo e scritore. Ha scritto: Chiesa: carisma e potere, saggio di ecclesiologia militante, Vozes 1982, Borla 1983, Record 2012.

Traduzione di M.Gavito & S.Toppi

“O Papa tem um espírito radical”confessa o sociólogo Michael Löwy

“O Papa tem um espírito radical” confessa Michael Löwy

Revista ihu on-line -18 Julho 2019

Michael Löwy já frequentou várias vezes este blog. É um sociólogo da religião brasileio-francês, grande conhecedor da Igreja da América Latina especialmente da Teologia da Libertação.Ele tem altamente apreciado a encíclica ecológica do Papa, mas mostrando também algumas limitações com referência sobre os sujeitos da transformação necessária na direção de um novo paradigma.O que não disse na encíclica, disse-o nos encontros com os movimentos sociais mundiais, dando centralidade a estes movimentos que vêm de baixo e que são os verdadeiros profetas do novo.Publicamos este texto pois é uma voz de fora do âmbito eclesiástico mas altamente positiva, sempre com um senso de equilíbrio e interessado nas mediações práticas que levam a transformações.  Lboff
********************

“O Papa Francisco, embora tenha suas raízes na cultura cristã da libertação latino-americana, combinado com a teologia católica progressista argentina da Teologia do Povo, em um certo momento, vai além, é mais radical, mais antissistêmico”, afirma Michael Löwy, neste diálogo realizado em seu apartamento, em Paris.

A reportagem-entrevista é de Emilce Cuda, publicada por Página|12, 09-07-2019. A tradução é do Cepat.

O autor de Cristianismo de Liberación. Perspectivas marxistas y ecosocialistas – livro que a editora El Viejo Topo acaba de publicar na Europa – não é apenas um dos principais intelectuais do marxismo atual, mas também coautor e promotor do Manifesto Ecossocialista Internacional.

Este homem que define o Papa com a frase: “esse homem tem um espírito radical”, não concorda com a ideia de que a religião é o baluarte do obscurantismo, conforme a viram Marx e Engels. Mantém contato próximo com o Cristianismo da Libertação, categoria a qual dá preferência em relação à Teologia da Libertação. Afirma que a diferença mostra outra perspectiva de crença religiosa no campo político. Segundo Löwy, na América Latina, a religião em vez de entorpecer, desperta. É o mesmo argumento usado pelo teólogo da libertação Gustavo Gutiérrez, em defesa própria, frente a Roma, conforme disse no encontro de Boston sobre a teologia latino-americana, em 2017.

Em seu livro, o sociólogo francês diz aceitar a posição marxista segundo a qual a religião pode ser um narcótico, mas apenas quando se trata de “seitas religiosas que nada mais são do que uma combinação fraca de manipulação econômica, lavagem cerebral obscurantista e anticomunismo fanático”. Seria o caso da nova Teologia da Prosperidade que abona o discurso fascista na América Latina. No entanto, Michael Löwy explica que “embora a religião tenha sido até o século XVII o espaço simbólico no qual forças antagônicas disputavam, na América Latina, a relação se dá ao contrário. Lá, a religião da periferia é revolucionária contra um materialismo absolutista “. Esse é o ambiente social a partir do qual Francisco lê.

Ao longo de sua carreira, Löwy chegou a distinguir com clareza entre um catolicismo intransigente, que se torna um cristianismo social capaz de criticar os excessos do capitalismo liberal, sem realmente se opor à ordem política e econômica de seu tempo – próprio da teologia progressista europeia -, e um cristianismo de libertação que se opõe ao sistema e se organiza para mudar imediatamente as estruturas, próprio da Teologia da Libertação latino-americana. Isto lhe permite descobrir que “a teologia do Papa é outra coisa”, porque “não vem da cúpula para a base como a progressista, nem tampouco da base para a cúpula como na libertação”. Ao contrário, “vai da periferia para o centro”.

A entrevista revela que, segundo o autor, o discurso do atual pontífice “não é propriamente Teologia do Povo“. O argumento é: “Enquanto essa criticava o sistema por sua injustiça social, enfatizando o cultural sobre o econômico, a Laudato Si’ é uma encíclica muito crítica ao sistema econômico, uma crítica radical que vai além da Teologia do Povo, uma encíclica antissistêmica, inclusive anticapitalista, embora a palavra “capitalismo” não apareça”.

No entanto, diz, “o que falta na Laudato Si’ é indicar qual é o sujeito da mudança, porque o Papa não fala sobre isso no documento”. Concorda com Francisco que “temos que mudar”, mas se pergunta “quem irá implementar essa mudança”. Segundo Löwy, o próprio Francisco dá a resposta nas reuniões com os movimentos sociais, “muitos deles, muito radicais”. Vê que ali “o Papa identifica claramente o sujeito da mudança, diz que eles são os que vão mudar as coisas, que têm que assumir essa tarefa e que a mudança está em suas mãos”. O sujeito da mudança não são os de cima, nem os de baixo, mas está nas margens, de acordo com a interpretação que Löwy faz do discurso de Francisco. A mudança vem de fora para o centro. Por isso, afirma que com esse gesto “Francisco aponta que vai além da Teologia do Povo“.

O que leva o Papa a ir além da Teologia do Povo? Löwy supõe que Bergoglio, “quando era bispo e cardeal, defendeu a linha do Vaticano, mas no momento em que é eleito Papa, já não tem que prestar contas a ninguém, exceto para Deus, e isso lhe dá uma espécie de campo aberto, ou seja, fazer o que parece justo sem ter que prestar contas ou se justificar”. Isso explica, por exemplo, segundo este autor, a decisão de Francisco de realizar um encontro de diálogo, em Roma, entre cristãos e pensadores da esquerda marxista, do qual Michael Löwy fez parte. Conta que “ali aconteceu algo surpreendente, novo”.

A partir desse encontro, Löwy observa que “a esquerda tem mais empatia com o Papa do que boa parte dos católicos”. De acordo com sua experiência nesse diálogo, “os católicos que apoiam o Papa não podem segui-lo em sua radicalidade”. Neste contexto, conta que os marxistas diziam: “Veja o que disse o Papa! Tomavam a iniciativa. Os católicos não marxistas só se referiam a Francisco, se os marxistas o mencionavam antes”.

Sua impressão é que Francisco está realmente na vanguarda, alguns passos à frente da Igreja, porque “a Igreja tem um setor reacionário que tenta fazer de tudo para frear o Papa e o expulsar o mais rápido possível, e outro setor que o segue pela a legitimidade que tem. Há uma minoria que, sim, assume sua radicalidade, e realmente está disposta a pensar em termos de Laudato Si”.

Sua reflexão me provoca a lhe perguntar se considera que o Papa tem conhecimento da teoria marxista. Löwy responde que “não se vê entre as suas supostas fontes uma literatura de esquerda, salvo algum teólogo da libertação”. Em relação a isso, destaca que Massimo Borghesi – autor da Biografia intelectual de Francisco -, “apesar de localizar todas as fontes que Bergoglio leu, não levou em conta seu contato social com líderes sindicais, sociais e políticos”.

Segundo Michael Löwy, o Papa “dialoga com os movimentos sociais e ali há um discurso do qual se apropriou”. Diz que “um pensador não é apenas a soma de suas fontes, mas alguém que com esse material cria algo novo, e Bergoglio criou algo novo com toda essa leitura, mais sua experiência social”. Acrescenta que “para além de todas as fontes, o Papa está criando um novo discurso, uma nova teologia sem precedentes, algo que tem a ver com João XXIII – o único precedente semelhante -, mas acredito que ele vai mais longe”.

Frente aos que opinam que a religião não deve se envolver em política, aos 81 anos, Löwy está convencido de que na América Latina “a teologia tem um papel muito importante politicamente”. Tomando o caso concreto do Brasil, argumenta que “não teria existido o PT, nem os sindicatos mais progressistas, nem o movimento campesino MST, sem o trabalho do Cristianismo de Libertação, que é muito mais que a teologia”.

Segundo o autor, “se no próximo período histórico a esquerda conseguir mudar a correlação de forças, será porque esses militantes, ou seja, o povo da pastoral, das comunidades de base, os teólogos, desempenharão um papel muito importante”. Sem eles, nada vai acontecer”. Intui que o movimento social cristão de libertação “terá uma oportunidade histórica, porque agora com Francisco tem um apoio importante”.

La Amazonia: ni salvaje, ni pulmón, ni granero del mundo

          La Amazonia: ni salvaje, ni pulmón, ni granero del mundo

Leonardo Boff*

El Sínodo pan-amazónico que se celebrará en octubre de este año en Roma demanda un mejor saber sobre el ecosistema amazónico. Hay que deshacer mitos.

Primer mito: el indígena como salvaje y genuinamente natural y por eso en sintonía perfecta con la naturaleza. Se regularía por criterios no-culturales sino naturales. Estaría en una especie de siesta biológica ante la naturaleza, en una perfecta adaptación pasiva a los ritmos y a la lógica de la naturaleza.

Esta ecologización de los indígenas es fruto del imaginario urbano, fatigado por el exceso de tecnificación y de artificialización de la vida.

Lo que podemos decir es que los indígenas amazónicos son humanos como cualquier otro ser humano y, como tales, están siempre en interacción con el medio. La investigación comprueba cada vez más el juego de interacción entre los indígenas y la naturaleza. Ellos se condicionan mutuamente. Las relaciones no son “naturales” sino culturales, como las nuestras, en un intrincado tejido de reciprocidades. Tal vez los indígenas tienen algo de singular que los distingue del hombre moderno: sienten y ven a la naturaleza como parte de su sociedad y cultura, como prolongación de su cuerpo personal y social. No es, como para los modernos, un objeto mudo y neutro. La naturaleza habla y el indígena entiende su voz y su mensaje. La naturaleza pertenece a la sociedad y la sociedad pertenece a la naturaleza. Están siempre adecuándose mutuamente y en proceso de adaptación recíproca. Por eso están mucho más integrados que nosotros. Tenemos mucho que aprender de la relación que ellos mantienen con la naturaleza.

Segundo mito: la Amazonia es el pulmón del mundo. Los especialistas afirman que la selva amazónica se encuentra en un estado clímax. Es decir, se encuentra en un estado óptimo de vida, en un equilibrio dinámico en el cual todo es aprovechado y por eso todo se equilibra. Así la energía fijada por las plantas mediante las interacciones de la cadena alimentaria conoce un aprovechamiento total. El oxígeno liberado de día por la fotosíntesis de las hojas es consumido de noche por las propias plantas y por los demás organismos vivos. Por eso la Amazonia no es el pulmón del mundo.

Pero funciona como un gran filtro del dióxido de carbono. En el proceso de fotosíntesis se absorbe gran cantidad de carbono. Y el dióxido de carbono es el principal causante del efecto invernadero que calienta la tierra (en los últimos 100 años aumentó un 25%). Si un día la Amazonia fuese totalmente deforestada, serían lanzadas a la atmósfera cerca de 50 mil millones de toneladas de dióxido de carbono al año. Habría una mortandad en masa de organismos vivos.

Tercero mito: la Amazonia como el granero del mundo. Así pensaban los primeros exploradores como von Humboldt y Bonpland y los planificadores brasileros en tiempos de los militares en el poder (1964-1983). No lo es. La investigación ha demostrado que “la selva vive de sí misma” y en gran parte “para sí misma” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). Es lujuriante pero con un suelo pobre en humus. Parece una paradoja. Lo dejó bien claro el gran especialista en Amazonas Harald Sioli: “la selva crece realmente sobre el suelo y no del suelo” (A Amazônia, Vozes 1985, 60). Y lo explica: el suelo es solamente el soporte físico de una trama intrincada de raíces. Las plantas se entrelazan por las raíces y se sostienen mutuamente por la base. Se forma un inmenso balance equilibrado y ritmado. Toda la selva se mueve y danza. Por esto, cuando una es derribada arrastra con ella a otras varias.

La selva conserva su carácter exuberante porque existe una cadena cerrada de nutrientes. Están los materiales en descomposición en el suelo, la capa vegetal de hojas, frutos, pequeñas raíces, excrementos de animales silvestres, enriquecidos por el agua que gotea de las hojas y el agua que escurre de los troncos. No es el suelo lo que nutre los árboles. Son los árboles los que nutren el suelo. Estos dos tipos de agua lavan y arrastran los excrementos de los animales arborícolas y animales de especies mayores como aves, macacos, coatis, perezosos y otros, así como la miríada de insectos que tienen su hábitat en la copa de los árboles. Existe también una enorme cantidad de hongos y un sinnúmero de micro-organismos que juntamente con los nutrientes reabastecen las raíces. Por las raíces, la sustancia alimenticia va a las plantas garantizando la exuberancia extasiante de la Hiléia amazónica. Pero se trata de un sistema cerrado con un equilibrio complejo y frágil. Cualquier pequeño desvío puede acarrear consecuencias desastrosas. El humus no alcanza comúnmente más que 30-40 centímetros de espesor. Con las lluvias torrenciales es arrastrado fuera. En poco tiempo aflora la arena. La Amazonia sin la selva puede transformarse en una inmensa sabana o hasta en un desierto. Por esto la Amazonia jamás podrá ser el granero del mundo, pero seguirá siendo el templo de la mayor biodiversidad.

Constataba el especialista de la Amazonia, Shelton H. Davis, en 1978 y sirve igualmente para 2019: “En este momento se está librando una guerra silenciosa contra pueblos aborígenes, contra campesinos inocentes y contra el ecosistema de selva en la cuenca amazónica” (Víctimas del milagro, Zahar 1978, 202). Hasta 1968 la selva estaba prácticamente intacta. Desde entonces, con la introducción de los grandes proyectos de las hidroeléctricas y del agronegocio, y hoy con el anti-ecologismo del gobierno Bolsonaro, continúa la brutalización y la devastación de la Amazonia.

*Leonardo Boff ha escrito “Todos los pecados mortales-ecológicos: la Amazonia”, en Ecología: grito de la Tierra-grito de los pobres, Vozes 2015, 173-211.

Traducción de Mª José Gavito Milano

A Amazônia: nem selvagem nem pulmão nem celeiro do mundo

          A Amazônia: nem selvagem nem pulmão nem celeiro do mundo

                                     Leonardo Boff

O Sínodo pan-amazônico a se celebrar em Roma em outubro deste ano demanda sabermos melhor sobre o ecossistema amazônico. Há que se desfazer mitos.

O primeiro mito: o indígena como selvagem e genuinamente natural e por isso em sintonia perfeita com a natureza. Regular-se-ia por critérios não-culturais, mas naturais. Ele estaria numa espécie de sesta biológica face à natureza, numa perfeita adaptação passiva aos ritmos e à lógica da natureza.

Esta ecologização dos indígenas é fruto do imaginário urbano, fatigado pelo excesso da tecnificação e da artificialização da vida.

O que podemos dizer é que os indígenas amazônicos são humanos como quaisquer outros humanos. E como tais, estão sempre em interação com o meio. Mais e mais a pesquisa comprova o jogo de interação entre os indígenas e a natureza. Eles se condicionaram mutuamente. As relações não são “naturais” mas culturais, como nós, numa teia intrincada de reciprocidades. Talvez nisso os indígenas têm de singular, distintivo do homem moderno: sentem e veem a natureza como parte de sua sociedade e cultura, como prolongamento de seu corpo pessoal e social. Não é como para os modernos, como um objeto mudo e neutro. A natureza fala e o indígena entende a sua voz e mensagem. A natureza pertence à sociedade e a sociedade pertence à natureza. Estão sempre se adequando mutuamente e em processo de adaptação recíproca. Por isso são muito mais integrados que nós.Temos muito a aprender da relação que eles entretém com a natureza.

O segundo mito: a Amazônia é o pulmão do mundo. Os especialistas afirmam que a floresta amazônica se encontra num estado climax. Quer dizer, ela se encontra num estado ótimo de vida, num equilíbrio dinâmico no qual tudo é aproveitado e por isso tudo se equilibra. Assim a energia fixada pelas plantas mediante as interações da cadeia alimentar conhece um aproveitamento total. O oxigênio liberado de dia pela fotossíntese das folhas é consumido pelas próprias plantas de noite e pelos demais organismos vivos. Por isso a Amazônia não é o pulmão do mundo.

Mas ela funciona como um grande filtro do dióxido de carbono. No processo de fotossíntese grande quantidade de carbono é absorvido. Ora o carbono é o principal causador do efeito estufa que aquece a terra (nos últimos 100 anos aumentou em 25%). Caso um dia a Amazônia fosse totalmente desmatada,seriam lançados na atmosfera cerca de 50 bilhões de toneladas de carbono por ano. Haveria uma mortandade em massa de organismos vivos.

O terceiro mito: a Amazônia como o celeiro do mundo. Assim pensavam os primeiros exploradores como von Humbold e Bonpland e os planejadores brasileiros no tempo dos militares no poder (1964-1983). Não é. A pesquisa mostrou que “a floresta vive de si mesma” e.   em grande parte. “para si mesma” (cf. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, Giessen 1986, 39). É luxuriante mas num solo pobre em humus. Parece um paradoxo. Bem o esclareceu o grande especialista em Amazonas Harald Sioli:”a floresta, cresce, de fato, sobre o solo e não do solo” ( A Amazônia, Vozes 1985, 60). E o explica: o solo é somente o suporte físico de uma trama intrincada de raízes. As plantas se entrelaçam pelas raízes e se suportam mutuamente pela base. Forma-se um imenso balanço equilibrado e ritmado. Toda floresta se move e dança. Por causa disso,quando uma é derrubada, carrega várias outras.

A floresta conserva seu caráter luxuriante porque existe uma cadeia fechada de nutrientes. Há os materiais em decomposição no solo – a serapilheira – que são folhas, frutos, pequenas raízes, excrementos de animais silvestres . Eles são enriquecidos pela água que goteja das folhas e da água que escorre dos troncos. Não é o solo que nutre as ávores. São as árvores que nutrem o solo. Estes dois tipos de água lavam e carregam os excrementos dos animais arborícolas e animais de espécies maiores como aves, macacos, coatis, preguiças e outros, bem como a miríade de insetos que têm seu habitat na copa das árvores. Existem ainda uma enorme quantidade de fungos e outro sem-número de micro-organismos que juntamente com os nutrientes reabastecem as raízes. E pelas raizes, a substância alimentar vai às plantas garantindo a exuberância extasiante da Hiléia amazônica. Mas se trata de um sistema fechado, com um equilíbrio complexo e frágil. Qualquer pequeno desvio pode acarretar consequências desastrosas. O humus não atinge, comumente, mais que 30-40 centímetros de espessura. Com as chuvas torrenciais é carregado embora. Em pouco tempo aflora a areia. A Amazônia sem a floresta pode se transformar numa imensa savana ou até num deserto. Por isso que a Amazônia jamais poderá ser o celeiro do mundo. Mas continuará a ser o templo da maior biodiversidade.

Constatava o especialista da Amazônia Shelton A. Davls ainda em 1978 e vale para 2019:”Neste momento está sendo travada uma guerra silenciosa contra povos aborígenes, contra camponeses inocentes e contra o ecossistema da floresta na bacia amazônica” (Vítimas do milagre, Zahar 1978, 202). Até 1968 a floresta estava praticamente intacta. Desde então, com a introdução dos grandes projetos de hidrelétricas e do agronegócio e hoje sob o anti-ecologismo do governo Bolsonaro, continua a brutalização e devastação da Amazônia.

Lenardo Boff escreveu Todos os pecados mortais-ecológicos:a Amazônia, em Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres, Vozes 2015,173-211.