L’umanità ha ancora un futuro?

Leonardo Boff

È consuetudine alla fine di ogni anno fare un bilancio, una sorta di lettura cieca che cattura solo ciò che è rilevante. Ci sarebbero troppe cose da ricordare. Osserviamo solo che è in atto un lento e inarrestabile degrado del nostro modo di abitare la Terra. Il riscaldamento globale aumenta ogni anno e sta già mostrando i suoi effetti catastrofici in tutto il mondo con grandi inondazioni, tifoni e incendi fenomenali. Abbiamo assistito a una disastrosa alluvione nel Rio Grande do Sul, che ha distrutto parti di intere città, oltre a danneggiare l’agricoltura.

Si dice che siamo entrati in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero che il meteorite che sta distruggendo la natura non sia altro che l’umanità stessa. Altri vanno oltre e aggiungono che siamo nell’era del Necrocene, ovvero la morte di massa (necro) di specie, nell’ordine delle 70-100 mila al anno, secondo il noto biologo Edward Wilson. Negli ultimi tempi, il numero di incendi è cresciuto così tanto in tutto il mondo che si parla già di Pirocene (pyros in greco significa fuoco), la fase più avanzata e pericolosa dell’Antropocene. A questo si aggiunge la perversa disuguaglianza sociale, poiché l’1% dei ricchi possiede più ricchezza di oltre la metà dell’umanità (4,7 miliardi), il che è un’infamia e una negazione dell’umanità.

Di fronte a un tale livello di degrado generalizzato, mai visto prima della presenza degli esseri umani nel processo evolutivo, molti, compresi grandi nomi della scienza, si chiedono se non siamo vicini alla possibile fine della specie umana. E a ragione, perché non si tratta di fantasmi ma di segnali inquietanti. Il premio Nobel per la biologia del 1974, Christian de Duve, nel suo meticoloso libro Vital Dust, life as a cosmic imperative (Basic Books 1995), afferma che al giorno d’oggi “l’evoluzione biologica marcia a un ritmo accelerato verso una grave instabilità; in un certo senso, la nostra epoca assomiglia a una di quelle importanti rotture dell’evoluzione, segnate da estinzioni di massa”. Lo scienziato Norman Myers ha calcolato che solo in Brasile, negli ultimi 35 anni, quattro specie si sono estinte ogni giorno. Théodore Monod, un qualificato naturalista, ha lasciato come testamento un testo riflessivo intitolato: “E se l’avventura umana dovesse fallire?” (2000). Egli afferma: “siamo capaci di comportamenti insensati e dementi; d’ora in poi, si può temere tutto, assolutamente tutto, compreso l’annientamento della razza umana”.

Da quando l’essere umano è emerso come homo habilis più di due milioni di anni fa, ha squilibrato il suo rapporto con la natura. Fino a quarantamila anni fa, i danni ecologici erano insignificanti. Ma da quella data in poi, iniziò un assalto sistematico alla biosfera. In poche centinaia di anni, i cacciatori estinsero i mammut, i bradipi giganti e altri mammiferi preistorici. Nell’era industriale (1850), sono stati sviluppati strumenti che hanno reso possibile il dominio/devastazione della natura. Attualmente, questo processo si è aggravato al punto che i nove elementi (planetary bounderies) che sostengono la vita stanno rapidamente collassando, rendendo di fatto impossibile la civiltà.

Siamo nell’era glaciale da 2 milioni di anni. L’attuale fase interglaciale calda è iniziata 11.400 anni fa (periodo dell’Olocene). Secondo gli schemi passati, dovremmo entrare in un nuovo periodo di raffreddamento. Tuttavia, la nostra specie ha profondamente alterato la natura dell’atmosfera. Diversi gas serra come il CO₂, il metano e altri importanti gas stanno riscaldando l’intero pianeta. Entro il 2035, non si potrebbero raggiungere i due gradi in più della temperatura, poiché ciò sarebbe disastroso per gran parte dell’umanità e per la natura. Già ora, nel 2025, abbiamo raggiunto +1,77 °C.

A questi problemi si aggiungono la mancanza di acqua potabile (solo il 3% è dolce) e la sovrappopolazione della specie umana, che ha già occupato l’83% del pianeta, depredandolo. Gli esseri umani riusciranno a vivere insieme in un’unica Casa Comune? Non siamo esseri pacifici, ma estremamente aggressivi, privi di cooperazione e cura. L’astronomo reale inglese Sir Martin Rees, nel suo libro “Final Hour: Environmental Disaster Threatens Humanity’s Future” (2005), stima che, se le cose continuano così, potremmo annientarci in questo secolo.

Nonostante questo quadro desolante alla fine del 2025, continuo a sperare che l’umanità, con la sua intelligenza, la sua ragione compassionevole e il suo senso di sopravvivenza, decida per la continuazione della vita su questo pianeta e non per il suicidio collettivo.

Certo, dobbiamo essere pazienti con l’umanità. Non è ancora pronta. Ha molto da imparare. In relazione al tempo cosmico, le rimane meno di un minuto di vita. Ma con essa, l’evoluzione ha compiuto un balzo in avanti, da incosciente si è fatta cosciente. E con la coscienza, può decidere quale destino desidera per sé stessa. Da questa prospettiva, la situazione attuale rappresenta una sfida piuttosto che un disastro, un viaggio verso un livello superiore e non un tuffo nell’autodistruzione.

Ora tocca a noi mostrare amore per la vita nella sua maestosa diversità, provare com-passione per tutti coloro che soffrono, realizzare rapidamente la necessaria giustizia sociale e amare la Grande Madre, la Terra. Le Scritture giudaico-cristiane ci incoraggiano: “Scegli la vita e vivrai” (Dt 30,28). Affrettiamoci, perché non abbiamo molto tempo da perdere.

Leonardo Boff ha scritto: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008; Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024 (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Befriedung als Gewalt gegen den Frieden

Leonardo Boff*

         Der brasilianische Journalist Jamil Chade hat das grundlegende Ziel von Präsident Donald Trump treffend definiert: „Er wird keine Diplomatie betreiben. Er wird mit GEWALT vorgehen, sowohl militärisch als auch wirtschaftlich und handelspolitisch. Seine Schaffung einer neuen Ordnung erfolgt nicht durch FRIEDEN, sondern durch die KAPITULATION des Gegners.“ Was wir in seinen Worten und Taten beobachten, ist genau das, was Trump in die Praxis umsetzt: die Befriedung durch Gewalt, die die Verweigerung jeglichen Friedens darstellt.

Er folgt der Tradition von Thomas Hobbes (1588–1679) in dessen Werk „Leviathan“ (1651): Frieden ist ein negativer Begriff, also die Abwesenheit von Krieg und das Gleichgewicht der Einschüchterung zwischen Staaten und Völkern. Mit Trump ist dieses Gleichgewicht zerstört; brutale Gewalt wird eingesetzt, wie in Venezuela, um die Weltherrschaft in einer multipolaren Welt zu sichern. Der Einsatz dieser Gewalt beweist den Niedergang der Vereinigten Staaten und ihre Unfähigkeit, die Welt zu beherrschen. Tatsächlich verhält sich Trump, als wäre er der Kaiser der Welt. Er maßt sich das Recht an, überall auf dem Planeten im Interesse amerikanischer Interessen zu intervenieren, sei es in Venezuela, Grönland oder Panama. Es wäre nicht verwunderlich, wenn er eines Tages in seinem wahnhaften Eifer beschließt, den Amazonas zu besetzen, wo sich alle Lebensformen vereinen und der wichtigste strategische Reichtum schlummert.

Die Geschichte der Gewalt ehrt die Menschlichkeit nicht. Albert Weber (1868–1958), Bruder des berühmten Soziologen Max Weber, bemerkte in seinem 1943 erschienenen Werk „Das Tragische und die Geschichte“, dass von den 3400 Jahren Geschichte, die sich dokumentieren lassen, 3166 Kriegsjahre waren. Die verbleibenden 234 waren gewiss keine Friedensjahre, sondern Jahre des Waffenstillstands und der Vorbereitung auf weitere Kriege.

Die Vereinigten Staaten haben in den 249 Jahren ihres Bestehens seit dem 4. Juli 1776 222 Jahre Krieg geführt. Das Land hat praktisch keinen Frieden gekannt. Derzeit ist es an mehreren Fronten engagiert, meist in Stellvertreterkriegen. An den verschiedenen Staatsstreichen, insbesondere in Lateinamerika, sind die Vereinigten Staaten über ihre Sicherheitsbehörden CIA, FBI und das Außenministerium beteiligt.

In den verschiedenen Kriegen des 20. Jahrhunderts, insbesondere im Ersten und Zweiten Weltkrieg sowie in anderen Kriegen in Afrika und Asien, wurden etwa 200 Millionen Menschen getötet.

Max Born, Physik-Nobelpreisträger (1954), prangerte an, dass in modernen Kriegen mehr Zivilisten als Soldaten getötet werden. Er verdeutlicht dies mit folgenden Beispielen: Im Ersten Weltkrieg waren nur 5 % der Todesopfer Zivilisten, im Zweiten Weltkrieg 50 % und in den Kriegen in Korea und Vietnam 85 %. Jüngste Daten zeigen, dass im Krieg gegen den Irak und das ehemalige Jugoslawien 98 % der Opfer Zivilisten waren. In einem Atomkrieg mit der gegenseitigen Vernichtung der Gegner könnte das Leben auf der Erde ausgelöscht werden.

Daher sehen wir uns in der gegenwärtigen Phase unter der Trump-Administration, die eindeutige Anzeichen einer psychischen Störung aufweist, mit der Bedrohung durch Massenvernichtungskriege und sogar der Dezimierung eines Großteils der Menschheit konfrontiert. Der pervertierte Verstand hat das Prinzip der Selbstzerstörung projiziert. Chemische, biologische, nukleare und kybernetische Waffen wurden entwickelt, die wiederholt und auf vielfältige Weise große Teile der Biosphäre zerstören und so die Menschheit teilweise oder vollständig von der Erde tilgen können.

Annie Jacobsen, eine auf Kernenergie und potenzielle Atomkriege spezialisierte Journalistin, präsentiert in ihrem Buch „Nuclear War, a Scenario“, das 2024 in Italien bei Panini erschien, die folgenden wahrhaft erschreckenden Daten, die sie vom Pentagon und der Atomenergiekommission zusammengetragen hat.

In den ersten Minuten würde eine thermonukleare Explosion alles in einem Radius von 160 Quadratkilometern vernichten. Wie viele Menschen würden sofort sterben? Zwischen einer und drei Millionen, je nachdem, ob die Bombe in der Luft oder am Boden explodiert, ob es regnet und ob Wind weht. Doch das wäre erst der Anfang. Die Übrigen würden langsam an den Folgen von radioaktiven Krankheiten sterben. Der Himmel würde sich grau färben, das Sonnenlicht würde kaum noch durchdringen, Pflanzen würden absterben, Photosynthese wäre unmöglich, und es käme zu massiver Zerstörung von Natur und Nutzpflanzen. Die Überlebenden würden verhungern. Weltweit gibt es mehr als 12.300 Sprengköpfe dieser Sprengkraft. Die USA und Russland haben 3.000 davon startbereit.

Angesichts dieser drohenden Tragödie bauen Millionäre und Milliardäre Bunker, ausgestattet mit allem Notwendigen zum Überleben. Logischerweise hält das alles eine Zeit lang. Dann müssen auch sie wieder an die Erdoberfläche zurückkehren und sich den tödlichen Folgen eines Atomkriegs aussetzen.

Manche Entscheidungsträger in militaristischen und nuklearen Mächten riskieren lieber ihr eigenes Leben, als ihre Macht abzugeben. Der weise Edgar Morin sagte kürzlich im Alter von 103 Jahren: „Die Tragödie ist, dass die Wahl nicht zwischen Frieden und Krieg besteht, sondern zwischen einem Frieden, der den nächsten Krieg verhindert, und einem Frieden, der die Agenda bestimmt.“ Jeffrey Sachs, ein Wirtschaftswissenschaftler der Columbia University, der Ökonomie und Ökologie miteinander verbindet und zu den wichtigsten Analysten der aktuellen Lage zählt, schrieb soeben: „Wir befinden uns in einer sehr, sehr ernsten Situation … Menschen sterben, und wir steuern auf einen Weltkrieg zu; ein Angriff auf den Iran hätte verheerende Folgen, da er im Nahen Osten, dem größten Brennpunkt der Instabilität auf dem Planeten, stattfinden würde.“

Die Tragödie dieser verheerenden Kriege stellt das menschliche Verständnis vor eine Herausforderung. Wie kann ein Wesen, das mit Vernunft und Intelligenz ausgestattet ist, der Barbarei, der Verlockung der Gewalt und den Vernichtungskriegen – ja der Vernichtung selbst – erliegen? Bedeutende Philosophen und Theologen haben sich mit dieser dramatischen Frage auseinandergesetzt, ohne dass jemand eine befriedigende Antwort gefunden hat.

Die Hoffnung bleibt, eine Hoffnung, die niemals stirbt, dass die Vernunft über die Dummheit des kollektiven Selbstmords siegen wird und dass die Entscheidung für das Leben die Besessenheit vom Tod überwinden wird.

Leonardo Boff, Veröffentlichung der Zeitschrift LIBERTA:  https://revistaliberta.com.br; Autor von: Sustentabilidade e cuidado: como assegurar o futuro da vida, Editora Conhecimento Liberta,2025; Cuidar da Casa Comum: pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024.

Hat die Menschheit noch eine Zukunft?

Leonardo Boff  

Es ist üblich, am Ende eines jeden Jahres Bilanz zu ziehen – eine Art oberflächliche Betrachtung, die nur das Wesentliche erfasst. Es gäbe zu viele Dinge, an die man sich erinnern müsste. Wir stellen lediglich fest, dass sich unsere Art, die Erde zu bewohnen, langsam, aber unaufhaltsam verschlechtert. Die globale Erwärmung nimmt jährlich zu und zeigt bereits weltweit ihre katastrophalen Auswirkungen in Form von schweren Überschwemmungen, Taifunen und verheerenden Waldbränden. In Rio Grande do Sul erlebten wir eine verheerende Flut, die Teile ganzer Städte zerstörte und zudem die Landwirtschaft schwer schädigte.

Es heißt, wir seien in ein neues geologisches Zeitalter eingetreten, das Anthropozän. Das bedeutet, der Meteor, der die Natur zerstört, sei niemand anderes als die Menschheit selbst. Andere gehen noch weiter und sprechen vom Nekrozän, dem Zeitalter des massenhaften Artensterbens, in dem laut dem bekannten Biologen Edward Wilson 70.000 bis 100.000 Arten aussterben. In letzter Zeit hat die Zahl der Brände weltweit so stark zugenommen, dass bereits vom Pyrozän (griechisch: pyros = Feuer) die Rede ist, der fortgeschrittensten und gefährlichsten Phase des Anthropozäns. Hinzu kommt die perverse soziale Ungleichheit: Das reichste Prozent der Bevölkerung besitzt mehr Vermögen als mehr als die Hälfte der Menschheit (4,7 Milliarden Menschen) – eine Schande und eine Verhöhnung der Menschlichkeit.

Angesichts dieses Ausmaßes an allgemeiner Degradierung, das vor dem Auftreten des Menschen im Evolutionsprozess noch nie zuvor gesehen wurde, fragen sich viele, darunter auch große Namen der Wissenschaft, ob wir nicht kurz vor dem möglichen Ende der menschlichen Spezies stehen. Und das zu Recht, denn es handelt sich nicht um Hirngespinste, sondern um beunruhigende Anzeichen. Der Nobelpreisträger für Biologie von 1974, Christian de Duve, behauptet in seinem ausführlichen Buch „Poeira Vital, a vida como imperativo cósmico” (Campus 1997), dass heutzutage „die biologische Evolution in rasantem Tempo auf eine gravierende Instabilität zusteuert; In gewisser Weise erinnert unsere Zeit an einen dieser bedeutenden Brüche in der Evolution, die durch Massensterben gekennzeichnet sind.” Der Wissenschaftler Norman Myers hat berechnet, dass allein in Brasilien in den letzten 35 Jahren täglich vier Arten ausgestorben sind. Théodore Monod, ein bedeutender Naturforscher, hinterließ als Vermächtnis einen Text mit dem Titel „Et si l’aventure humaine devait échouer” (2000)? Er behauptet: „Wir sind zu sinnlosem und wahnsinnigem Verhalten fähig; von nun an kann man alles befürchten, wirklich alles, sogar die Auslöschung der Menschheit”.

Seitdem der Mensch vor über zwei Millionen Jahren als Homo habilis auftrat, hat er sein Verhältnis zur Natur gestört. Bis vor 40.000 Jahren waren die ökologischen Schäden geringfügig. Doch ab diesem Zeitpunkt begann ein systematischer Angriff auf die Biosphäre. Innerhalb weniger Jahrhunderte rotteten Jäger Mammuts, Riesenfaultiere und andere prähistorische Säugetiere aus. Im Industriezeitalter (ab 1850) wurden Instrumente entwickelt, die die Beherrschung und Zerstörung der Natur ermöglichten. Heute hat sich dieser Prozess so weit verschärft, dass die neun Elemente (planetaren Grenzen), die das Leben erhalten, rapide zusammenbrechen und die Zivilisation letztlich unmöglich machen.

Seit 2 Millionen Jahren befinden wir uns in der Eiszeit. Die aktuelle Warmzeit begann vor 11.400 Jahren (Holozän). Nach den Mustern der Vergangenheit sollten wir nun in eine neue Kaltzeit eintreten. Allerdings hat unsere Spezies die Beschaffenheit der Atmosphäre tiefgreifend verändert. Verschiedene Treibhausgase wie CO2, Methan und andere wichtige Gase erwärmen den gesamten Planeten. Bis 2030 dürften wir zwei Grad nicht erreichen, da dies für einen Großteil der Menschheit und für die Natur katastrophal wäre. Bereits 2025 haben wir 1,77 °C erreicht.

Zu diesen Problemen kommt der Mangel an Trinkwasser (nur 3 % sind Süßwasser) und die Überbevölkerung der Menschheit hinzu, die bereits 83 % des Planeten besiedelt und ihn ausbeutet. Können Menschen in einem gemeinsamen Zuhause zusammenleben? Wir sind keine friedlichen Wesen, sondern extrem aggressiv, unfähig zu Kooperation und Rücksichtnahme. Der britische Astronom Sir Martin Rees schätzt in seinem Buch „Die letzte Stunde: Umweltkatastrophen bedrohen die Zukunft der Menschheit“ (2005), dass wir, wenn sich die Dinge nicht ändern, in diesem Jahrhundert ausgelöscht werden könnten.

Trotz dieser düsteren Aussichten Ende 2025 bewahre ich die Hoffnung, dass die Menschheit mit ihrer Intelligenz, ihrem mitfühlenden Verstand und ihrem Überlebensinstinkt sich für den Fortbestand des Lebens auf diesem Planeten und nicht für den kollektiven Selbstmord entscheiden wird.

Natürlich müssen wir Geduld mit der Menschheit haben. Sie ist noch nicht so weit. Sie hat noch viel zu lernen. Im Verhältnis zur kosmischen Zeit (13,7 bilionen Jahre) hat sie weniger als eine Minute zu leben. Doch mit ihr hat die Evolution einen Sprung vom Unbewussten zum Bewussten gemacht. Und mit dem Bewusstsein kann sie über ihr eigenes Schicksal entscheiden. Aus dieser Perspektive stellt die gegenwärtige Situation eher eine Herausforderung als eine Katastrophe dar, eine Reise zu einer höheren Ebene und kein Sturz in die Selbstzerstörung.

Nun liegt es an uns, die Liebe zum Leben in seiner majestätischen Vielfalt zu zeigen, Mitgefühl für alle Leidenden zu haben, rasch für soziale Gerechtigkeit zu sorgen und die Große Mutter Erde zu lieben. Die jüdisch-christlichen Schriften ermutigen uns: „Wähle das Leben, so wirst du leben“ (5. Mose 30,28). Lasst uns schnell handeln, denn wir haben nicht viel Zeit zu verlieren.

Leonardo Boff
29.12.2025
Autor von: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008;Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024.

Natale: l’umanizzazione di Dio

Leonardo Boff

La tradizione teologica ha accentuato esageratamente il significato della incarnazione del Figlio di Dio, celebrata nel Natale, come la divinizzazione dell’essere umano. In verità, teologicamente, ciò che si vuole enfatizzare è un fatto ancora maggiore: l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Tutte le Scritture affermano come San Giovanni apostolo: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato.” (1,18). Dio, attraverso Gesù di Nazareth, ha fatto sua la nostra umanità, qualcosa di veramente inaudito. Pertanto, c’è qualcosa di Divino nel nostro essere umano, uomo e donna, che non può mai essere distrutto. È la nostra suprema dignità: portatori e portatrici di Dio. Per questo motivo, non può esserci tristezza quando la vita divina nasce in noi.

Il Natale è la celebrazione di questo evento benedetto. I Vangeli chiamano Gesù il Sole di Giustizia. La nascita di Gesù coincideva esattamente con la festa romana del Giorno del Sole Invitto (Sol Invictus). Questo giorno, per l’emisfero nord, è il più corto dell’anno e con la notte più lunga. Gli antichi temevano che il sole non sarebbe più sorto. Quando nasceva nuovamente, si celebrava la sua vittoria sulle tenebre. Gesù è presentato come il Sole invincibile che sconfiggerà tutte le tenebre della vita.

Se Gesù è Dio che si è fatto uomo, potremmo pensare che sia nato in un luogo ben sistemato, come in un palazzo, in una dimora molto confortevole o in un famoso reparto maternità. In definitiva, sarebbe un omaggio a qualcuno che è Dio, come facciamo con le persone importanti che ci visitano, come presidenti, celebrità famose e il Papa stesso.

Dio non ha voluto nulla di tutto ciò. Dobbiamo rispettare e amare il modo in cui Dio ha voluto entrare in questo mondo: nascosto, partecipando al destino di chi bussa alla porta di notte, al freddo, con una donna incinta, che tiene nel suo grembo il bambino che sta per nascere e che deve sentire queste dure parole: “non c’è posto per voi”.

Così Giuseppe e Maria se ne vanno e occupano, nell’urgenza, una stalla vicina. Lì c’era paglia, una mangiatoia, un bue e un asinello il cui respiro riscaldava il fragile e tremante corpo del neonato.

Dio, dunque, entrò in questo mondo silenziosamente, dalla porta di servizio. Chi viveva nella capitale, a Roma o a Gerusalemme, e altre persone importanti non lo sapevano nemmeno.

C’è una lezione da imparare da questo: quando Dio vuole manifestarsi non usa spettacoli grandiosi, ma il semplice silenzio delle piccole cose. Dobbiamo, quindi, capire che lui è venuto per tutti, ma in modo speciale, partendo dai poveri e dai semplici, perché era povero e povero è rimasto per tutta la vita, nella semplicità e nella privazione. Se fosse nato tra i ricchi, avrebbe lasciato fuori i poveri. Nascendo tra i poveri, è sempre vicino a loro, e a partire da loro può raggiungere anche chi si trova in una posizione migliore nella società. In questo modo, nessuno è escluso dall’essere toccato dalla presenza di Dio.

Al momento della nascita del bambino Gesù non c’erano solo persone comuni come i pastori, considerati spregevoli per il continuo contatto con gli animali. I Vangeli narrano che dall’Oriente vennero i re Magi. I primi cristiani conclusero che i Magi fossero uomini saggi, i cui nomi sono stati tramandati: Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Melchiorre era di razza bianca, Gaspare di razza gialla e Baldassarre di razza nera. Così loro rappresentavano tutta l’umanità.

I doni che offrirono sono simbolici. L’oro significa che riconobbero Gesù come re. L’incenso significa che Gesù è divino. La mirra esprime il dolore e la sofferenza. Il significato è il seguente: Gesù è un vero re, ma non come i re di questo mondo che dominano le persone. Gesù, al contrario, si prende cura di loro. Gesù è una persona divina che non deve essere esaltata e proclamata al punto da essere allontanata da noi. Al contrario, è un Dio con noi – Emmanuele – che vuole convivere e camminare al fianco di ogni essere umano.

La mirra amara esprime la modalità con cui Gesù fu re, dando la sua vita per il popolo e come abbia vissuto la sua divinità accettando la morte in croce per amore di tutti gli esseri umani.

Il grande poeta Manuel Bandeira ha espresso bene questa logica del Natale nella sua poesia

Racconto di Natale

Il nostro Bambino

È nato a Betlemme

È nato semplicemente

Per volere il bene.

È nato sulla paglia

Il nostro Bambino

Ma sua Madre sapeva

Che Lui era divino

Viene per soffrire

La morte in Croce.

Il nostro Bambino

Suo nome è Gesù.

Per noi Lui accetta

L’umano destino:

Lodiamo la gloria

Di Gesù Bambino.

A Natale abbiamo il diritto di essere pieni di gioia, perché non siamo più soli. Dio cammina con noi, soffre con noi e gioisce con noi. È il dono più grande che Dio Padre potesse farci. Per questo ci scambiamo doni tra di noi per ricordare sempre questo dono che il Padre Celeste ci ha fatto, donandoci Gesù, il suo amato figlio.

Leonardo Boff è un teologo e ha scritto: O Sol da Esperança: Natal, Histórias, Poesias e Símbolos, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Petrópolis 1976.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)