Un ethos mondiale della cura. Per evitare l’abisso

Leonardo Boff*

La Carta della Terra, un documento nato da una consultazione di base dell’umanità, sotto il coordinamento di M. Gorbachev, con l’obiettivo di definire valori e principi per la salvezza della nostra civiltà, e approvato dall’Unesco nel 2003, inizia con questo severo avvertimento: «Ci troviamo in un momento critico della storia della Terra, in un’epoca in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro (…): o stringiamo un’alleanza globale per prenderci cura della Terra e gli uni degli altri o potremo assistere alla distruzione della nostra specie e della biodiversità».

Nella sua enciclica Laudato si’, papa Francesco lancia un avvertimento analogo: «Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (n. 61). E aggiunge: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» (n. 53). Un comportamento, conclude, «che a volte sembra suicida» (n. 55).

La Carta della Terra e la Laudato si’ sono a mio parere gli unici documenti di carattere mondiale a offrire una proposta alternativa per la nostra relazione con la Terra, contrapponendo al paradigma della conquista e del dominio, proprio della modernità, il paradigma della cura e della responsabilità, proprio del presente. Due paradigmi opposti: quello moderno ci pone al di fuori e al di sopra della natura, nell’atto di dominarla, e quello nuovo ci fa sentire parte di essa, nell’atto di prendercene cura. Il nucleo della questione ecologica sta nella scelta tra queste due diverse relazioni con la Madre Terra: o di potere e di sfruttamento o di cura e convivenza.

Bisogna pertanto superare la trappola tesa dalle varie conferenze sul riscaldamento globale organizzate dall’Onu, ancora dominate dall’idea di poter superare la crisi con mezzi tecnici e dunque dalla proposta delle ricette di sempre, le quali non fanno che aggravare il problema anziché offrire un’alternativa al paradigma vigente. Diceva bene Albert Einstein: «Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che li ha generati». A nulla serve limare i denti del lupo nell’illusione di fargli perdere la ferocia. La ferocia del lupo non è nei suoi denti ma nella sua natura. Un inganno in cui è fatalmente caduta quasi tutta la riflessione ecologica contemporanea, la quale si è limitata all’ambientalismo senza aprirsi a una visione integrale, quella basata sul presupposto che tutto è in relazione, come riconoscono l’enciclica e la Carta della Terra.

La nostra proposta è quella contenuta nel sottotitolo della Laudato si’: “La cura della casa comune”. Notiamo la sfumatura: il papa non parla semplicemente di pianeta o di Terra, ma adotta il linguaggio della ragione sensibile e cordiale, parlando di “casa comune” e di “Madre Terra”.

Il papa assume con decisione il nuovo paradigma, nato dalla nuova cosmologia, dalla fisica quantistica e dalle scienze della vita e della Terra, secondo cui tutti gli esseri sono sempre in relazione, sono interdipendenti e possiedono un valore intrinseco, indipendentemente dall’uso che ne fanno gli esseri umani: la Terra è la casa comune, un super-organismo vivente. La nuova ecologia pone l’accento sulla cultura della cura e della compassione e sull’articolazione permanente tra il grido della Terra e il grido dei poveri, riscattando quella ragione sensibile che corregge e arricchisce la ragione strumentale-analitica, la principale causa dell’attuale crisi ecologica.

Al di sopra di tutto, si impone il paradigma della cura. Se un giorno, a causa della nostra irresponsabilità, la Madre Terra non riuscisse più a produrre e a riprodurre la vita per tutti, ogni cosa verrebbe meno: la nostra civiltà, i nostri progetti, i nostri sogni e la nostra stessa esistenza. La Madre Terra – la Magna Mater degli antichi, la Nana degli orientali, la Pacha Mama dei popoli andini, la Gaia dei moderni – è, allora, la precondizione di tutto ciò che esiste e che possa esistere in questo mondo.

La descrizione convenzionale della Terra come pianeta composto da parti emerse, i continenti, e da fiumi, mari e oceani, è solo esteriore, e direi anche povera. La Terra è ben altro: è la coesistenza, l’inter-retro-relazione di tutti questi fattori sempre interdipendenti e articolati tra loro in modo da rendere la Terra un super-organismo vivo, dinamico e sempre pronto a produrre e riprodurre vita.

A partire dagli anni ’70, è apparso infatti chiaro alla maggior parte della comunità scientifica che la Terra non si limita a presentare vita sul suo suolo, ma offre un’articolazione così sottile ed equilibrata delle componenti fisiche, chimiche, energetiche ed ecologiche da essere in grado di mantenersi viva. Di tutto ciò, nel 2002, James Lovelock e la sua équipe hanno presentato le prove, trasformando quella che era solo un’ipotesi in una teoria scientifica (cioè in una verità scientifica). A ciò si aggiunge il fatto che, il 22 aprile 2009, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato all’unanimità la proposta di trasformare la Giornata della Terra del 22 aprile in Giornata della “Madre Terra”, accogliendo con ciò l’idea che solo un essere vivente può produrre vita. Così è la Terra: un essere pieno di vita che genera vita. Afferma il grande biologo Edward Wilson che, se guardassimo un grammo di terra al microscopio, potremmo vedere 10 miliardi di microrganismi di 6mila specie differenti. È la prova che la Terra è viva.

Le minacce alla Madre Terra

Sono quattro le principali minacce che pesano sulla nostra casa comune. La prima è data dallo stile di vita moderno, le cui origini affondano nella nuova visione scientifica del mondo affermatasi nel XVI secolo, quando si è smesso di guardare alla Terra come alla grande generatrice di vita, per vederla come una cosa – res extensa –, un baule pieno di risorse a servizio dell’essere umano. Sulla base della tecnoscienza si è progettato un nuovo paradigma: quello della conquista e del potere come dominazione, allo scopo di sottomettere la natura, di conquistare altri popoli e di creare forme più efficaci di sfruttamento delle risorse della Terra in funzione del profitto. Ed è così che sono stati eliminati popoli interi, come in America Latina, e devastati interi ecosistemi, come la Foresta Atlantica e parte dell’Amazzonia.

Tale paradigma ha prodotto due ingiustizie: una sociale, con la creazione di una grande e diffusa povertà, e l’altra ecologica, con la devastazione di interi ecosistemi. A partire dal 1972, quando si è realizzato il primo bilancio sullo stato della Terra, scienziati e capi di Stato si sono resi conto che la Terra è malata. E la causa è il modello di sviluppo sfrenato e diseguale imposto in tutto il mondo. Oggi l’umanità ha toccato i limiti della Terra, acquisendo la consapevolezza di non poter mantenere l’attuale stile di vita. Se gli Usa, l’Europa e il Giappone volessero estendere a tutta l’umanità il loro livello di benessere, ci sarebbe bisogno perlomeno di cinque Terre uguali alla nostra. Ed è impossibile. È necessario cambiare perché ci sia più equità.

L’attuale stile di vita è individualista e consumista. Dobbiamo contrapporgli la sobrietà condivisa, la frugalità volontaria e la solidarietà nei confronti di chi meno ha. Possiamo essere più con meno.

Il 13 agosto 2015 si è registrato l’Earth Overshoot Day, il Giorno del sovrasfruttamento, quello in cui la Terra la esaurito la biocapacità di far fronte alle esigenze umane. Per farlo, c’è ora bisogno di 1,6 pianeti. In altre parole, il nostro stile di vita è insostenibile. Nel gennaio 2015, 18 scienziati hanno pubblicato sulla famosa rivista Science uno studio su “I limiti planetari: una guida per uno sviluppo umano in un mondo in cambiamento”. Lo studio elenca 9 aspetti fondamentali per la continuità della vita, tra cui l’equilibrio dei climi, la conservazione della biodiversità, la preservazione della fascia di ozono e il controllo dell’acidificazione degli oceani. Si incontrano tutti in uno stato di deterioramento, ma i più degradati sono i due che vengono definiti “limiti fondamentali”: il cambiamento climatico e l’estinzione delle specie. Il superamento di tali limiti può condurre la civiltà al collasso.

Prendersi cura della Terra significa opporre al paradigma della conquista che devasta gli ecosistemi quello della cura che preserva la natura, risana le ferite passate e previene quelle future. Dobbiamo produrre quello di cui abbiamo bisogno per vivere, ma rispettando i ritmi della natura e restando all’interno dei limiti di ogni ecosistema.

La seconda minaccia consiste nella macchina di morte rappresentata dalle armi di distruzione di massa, chimiche, biologiche e nucleari, che possono distruggere la vita intera in 25 diversi modi. Una minaccia a cui dobbiamo opporre una cultura della pace, del rispetto per i diritti della vita, della natura e della Madre Terra e la distensione e il dialogo tra i popoli. Invece del “chi vince e chi perde”, occorre perseguire il “vincono tutti”, cercando convergenze nella diversità.

La terza minaccia è la mancanza di acqua potabile. Di tutta l’acqua che esiste sulla Terra solo il 3% è acqua dolce, tutto il resto è acqua salata. Di questo 3%, il 70% è destinato all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% all’uso umano. Una quantità irrisoria che spiega perché più di un miliardo di persone soffra di insufficienza idrica. Il ciclo dell’acqua si sta riducendo di anno in anno, con il rischio di una grave crisi mondiale con migliaia e migliaia di vittime o di guerre violente per l’accesso alle fonti idriche. Che l’acqua si sia trasformata in merce è una perversità: l’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile che non dovrebbe mai essere usato come fonte di lucro, perché non si può negoziare sulla vita, che è sacra.

Prendersi cura dell’acqua implica la cura delle foreste, perché sono queste le protettrici naturali di tutte le acque. Eppure, più della metà delle foreste umide mondiali è andata distrutta, alterando i climi, prosciugando i fiumi e riducendo le falde acquifere. Ciascun albero assorbe anidride carbonica e mediante la fotosintesi produce l’ossigeno necessario alla vita.

La quarta grande minaccia è rappresentata dal crescente riscaldamento della Terra. La geofisica del pianeta prevede la costante alternanza di fasi di freddo e di caldo. Ma tale ritmo naturale è stato alterato dall’eccessivo intervento umano: l’anidride carbonica, il metano e gli altri gas del processo industriale hanno creato una nube intorno alla Terra che trattiene il calore qui in basso, un calore che sta aumentando in maniera irrefrenabile. Ci stiamo avvicinando all’aumento di 2°C: con tale temperatura sarebbe ancora possibile amministrare i cicli della vita, ma anche così molte specie non riuscirebbero ad adattarsi e scomparirebbero. Secondo Edward Wilson, stanno scomparendo ogni anno tra le 27mila e le 100mila specie viventi. Un’autentica devastazione.

Gli scienziati ci avvertono che, se le cose non cambieranno, a metà di questo secolo la Terra potrebbe andare incontro a un brusco aumento di temperatura, anche di 4-6°C. Con questo aumento, ci avvisano, nessuna forma di vita conosciuta sarebbe risparmiata. La specie umana sarebbe in grave pericolo: grazie alla scienza e alla tecnologia qualche milione di persone potrebbe forse salvarsi, ma la grande maggioranza sarebbe condannata a scomparire. Nel caso peggiore, la Terra andrebbe avanti, coperta di cadaveri, ma senza di noi. E sarebbe una disgrazia indescrivibile. Il grande naturalista di origine francese Théodore Monod, nel suo libro L’avventura umana, ci ha lasciato questo avvertimento: «Siamo capaci di una condotta insensata e demente; a partire da adesso, si può temere tutto, proprio tutto, anche l’annientamento della specie umana».

A ragione, il chimico Paul J. Crutzen, Nobel per la Chimica nel 1995, ha parlato dell’avvento di una nuova era geologica: l’Antropocene. E molti scienziati lo hanno seguito. L’Antropocene configurerebbe una nuova era in cui la grande minaccia alla vita, il vero Satana della Terra, non è un meteorite ma lo stesso essere umano.

Per prenderci cura della Terra contro il riscaldamento globale dobbiamo cercare fonti alternative di energia, come la solare e l’eolica, perché è quella fossile – il motore della nostra civiltà industriale – a produrre, in gran parte, l’anidride carbonica. Siamo chiamati a vivere le diverse “erre” della Carta della Terra: ridurre, riusare, riciclare, riforestare, rispettare e respingere ogni appello al consumo.

La Terra che sente, pensa, ama, cura e venera

La Terra non ha generato solo noi esseri umani. Ha prodotto l’immensa comunità di vita, a partire dalla miriade di microrganismi che compongono il 90% di tutta la rete della vita. In tutti gli esseri viventi è presente lo stesso alfabeto genetico di base: i 20 aminoacidi e le quattro basi fosfatate. È la combinazione differenziata di questi elementi a creare la biodiversità all’interno della sacra unità della vita. È per questo che un legame di fraternità ci unisce tutti.

Noi, esseri umani, siamo quella porzione della Terra che, in un momento di alta complessità, ha cominciato a sentire, a pensare e ad amare. Siamo Terra, come si dice in Genesi 2,7 e come papa Francesco ribadisce nella sua enciclica (n. 2). Sentire che siamo Terra e prenderci cura di essa significa immergerci nella comunità terrena, nel mondo dei fratelli e delle sorelle, come vissuto esemplarmente da Francesco d’Assisi nella sua mistica cosmica e come ripetuto da papa Francesco (n. 10).

La coscienza collettiva sta lentamente incorporando la sfida di provvedere alla casa comune, rendendola abitabile per tutti, conservandola nella sua generosità e preservandola nella sua integrità e nel suo splendore. Nasce da qui un ethos mondiale della cura e della responsabilità collettiva, in grado di unire gli esseri umani al di là delle loro differenze culturali, affinché si sentano di fatto come figli e figlie della Terra, che la amano e la rispettano come propria madre. È importante, come afferma papa Francesco, «alimentare una passione per la cura del mondo» (n. 216). Del resto, siamo la stessa Terra che si preoccupa del proprio destino e cerca sempre più di provvedere a se stessa attraverso la nostra cura. E tutti siamo sotto la cura dello Spirito Creatore, del Dio che si è rivelato come «sovrano amante della vita» (Sap 11,26). E che, sicuramente, non permetterà che abbia fine la vita umana sulla Terra.


L’autore di questo articolo è Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione e massimo esponente del nuovo paradigma ecoteologico; tra le altre cose, ha scritto Grido della terra grido dei poveri. Per una ecologia cosmica (Cittadella, 1996), Il Tao della Liberazione (Fazi Editore, 2014) e Al cuore del Cristianesimo (Emi, 2013). Pubblicato per Adista Roma marzo 2016.


 

Eine Kultur, die das Herz in den Mittelpunkt stellt

Seit dem sogenannten Zeitalter der Aufklärung (1715 – 1789) hat unsere Kultur auf rigorose Weise das Verständnis von René Descartes (1596 – 1650) angewandt, demzufolge der Mensch „Herr und Meister“ der Natur ist und mit ihr nach eigenem Gutdünken verfahren kann. Descartes stellte die Vernunft und das wissenschaftliche Denken über alles: was vor diesen nicht bestehen kann, verliert seine Legitimität. Daraus folgte eine herbe Kritik an allen Traditionen, vor allem aber am traditionellen christlichen Glauben.

Dies verschloss auch dem Geist, der zu Wissen führt, ohne notwendigerweise über die rationalen Wege zu gehen, viele Türen. Bereits Blaise Pascal bemerkte diesen Reduktionismus in seinen „Gedanken“ über die „Logik des Herzens“ („Das Herz hat seine Gründe, die der Verstand nicht kennt“) und im „Esprit de Finesse“, das sich selbst vom „Esprit der Geometrie“ distanzierte, d. h. von der berechnenden und analytisch-instrumentellen Vernunft.

Doch was sorgfältig an den Rand gedrängt und sogar diffamiert wurde, war das Herz, das Organ der Feinfühligkeit und des Universums der Emotionen, unter dem Vorwand, dass es aus wissenschaftlicher Sicht „klare und unverwechselbare Ideen“ (Descartes) verderben würde.

Daraus entstand herzloses Wissen, das dem Ziel der Moderne dient, welches darin bestand und noch heute besteht, das Wissen in Macht zu verwandeln, eine Macht als Mittel, um die Natur, Völker und Kulturen zu beherrschen. Dies war das Verständnis, das allem Kolonialismus, Sklaverei und schließlich der Zerstörung der Anderen, wie der reichen Kulturen der indigenen Völker Lateinamerikas, zugrunde lag (man denke an Bartolomé de las Casas und seinen Bericht von der Verwüstung der westindischen Länder).

Erstaunlicherweise zeigte jede moderne Erkenntnistheorie, die sich auf Quantenmechanik, neue Astronomie, phänomenologische Philosophie und analytische Psychologie beruft, dass jegliches Wissen bereits von den Gefühlen des Subjekts geprägt ist, und dass das Subjekt und Objekt unauflöslich miteinander verbunden sind, teilweise auch durch verborgene Interessen (J. Habermas).

Von diesen Beobachtungen ausgehend und mit der erbarmungslosen Erfahrung moderner Kriege dachte man daran, das Herz zu rehabilitieren. Schließlich ist das Herz der Sitz der Liebe, der Zuneigung, des Mitgefühls, des Respektgefühls, der Basis menschlicher Würde und unveräußerlicher Rechte. Michel Mafessoli aus Frankreich, David Goleman aus den USA, Adela Cortina aus Spanien, Muniz Sodre aus Brasilien und viele andere rings um den Globus haben hart daran gearbeitet, die emotionale Intelligenz bzw. die sensible Vernunft oder die Vernunft des Herzens zu retten. Ich persönlich glaube, dass wir uns angesichts der globalen Krisen unseres Lebensstils und unseres Verhältnisses zur Erde ohne Vernunft des Herzens keinen Schritt in Richtung Rettung der Vitalität von Mutter Erde bewegen und die Zukunft unserer Zivilisation nicht gewährleisten können.

Was uns neu und wie eine Eroberung erscheint – die Rechte des Herzens – war Dreh- und Angelpunkt der großen Kultur der Maya in Mittelamerika, insbesondere in Guatemala. Da die dortige Bevölkerung nicht die Beschneidung durch die moderne Vernunft erfuhr, hielt sie treu an ihren Traditionen fest, die sie von ihren Großmüttern und Großvätern über die Generationen hinweg empfing. Die wichtigsten Texte darüber, das Popol Vuh und das Buch von Chilam Balam von Chumayel bezeugen diese Weisheit.

Ich habe oftmals an Maya-Zelebrationen mit deren Priestern und Priesterinnen teilgenommen. Diese finden immer um ein Feuer herum statt. Sie beginnen mit der Anrufung des Herzens der Winde, der Berge, des Wassers, der Bäume und des Herzens der Vorfahren. Diese Rufe geschehen unter einem lokal parfümierten Weihrauch, der viel Dampf entstehen lässt.

Als ich ihren Reden über die Energien der Natur und des Universums zuhörte, schien mir, dass, abgesehen von der unterschiedlichen Sprache, ihre Weltsicht sehr der Sicht der Quantenphysik ähnelt. Für sie ist alles Energie und Bewegung, zwischen Herausbildung und Zerfall (wir würden sagen: die Dialektik von Chaos und Kosmos), was dem Universum Dynamik verleiht. Sie waren bedeutende Mathematiker und erfanden die Zahl Null. Ihre Berechnungen der Sterne ähneln in vielerlei Hinsicht dem, was wir mit modernen Teleskopen herausfanden.

Sie bringen so schön zum Ausdruck, dass alles Existierende aus der liebenden Begegnung zweier Herzen entstand, dem Herz des Himmels und dem der Erde. Die Erde ist die Pacha Mama, ein lebendiges Wesen, das fühlt, intuitiv erfassen kann, vibriert und das die Menschen inspiriert. Menschen sind die „illustren Söhne und Töchter, die Sucher und Forscher über die Existenz“; dies erinnert uns an Martin Heidegger.

Das Wesen des Menschen ist das Herz, um das man sich kümmern muss, sodass es freundlich, verständnisvoll und liebend sein kann. Alle lebenslange Ausbildung besteht darin, die Dimension des Herzens zu kultivieren. Die La Salle Brüder leiten in der Hauptstadt von Guatemala eine große Hochschule – Prodessa -, wo junge Maya in einem zweisprachigen Internat leben können. Dort wird die Weltsicht der Maya aufgegriffen und systematisiert, und gleichzeitig wird das Wissen der Vorfahren integriert und verbunden mit der Moderne, vor allem in Verbindung mit der Landwirtschaft und einem respektvollen Verhältnis zur Natur.

Ich freue mich, mit einem Text zu schließen, den mir eine weise Maya-Frau am Ende eines Treffen mit Mayas gab: “Wenn du zwischen zwei Wegen wählen musst, frage dich, welcher der beiden ein Herz hat. Wer den Weg des Herzens wählt, wird sich nie irren“ (Popol Vuh).

Leonardo Boff Theologe und Schriftsteller

Übersetzt von Bettina Gold-Hartnack

 

 

O tardio perdão aos povos originários pelo Papa Francisco

Foi memorável a data de 15 de fevereiro de 2016 quando o Papa Francisco esteve na cidade colonial San Cristóbal de de las Casas, capital do estado mais pobre do México, Chiapas, lá onde em 1994 irrompeu a rebelião dos zapatistas que perdurou até 2005. Encontrou-se com os povos originários, maias, quichés e outros. Diante de cem mil pessoas celebrou missa utilizando as línguas deles.

Foi uma visita de dupla reparação. Primeiro aos povos originários, pedindo perdão pelos séculos de dominação e de de sofrimento:”Muitas vezes, de maneira sistemática e estrutural, os vossos povos foram alvo de incompreensão e excluídos da sociedade. Alguns consideraram inferiores seus valores, cultura e tradições, (…) e isso é muito triste. O que nos faria bem, a todos nós, seria um exame de consciência e aprender a pedir perdão”.

Ecoam ainda aos nossos ouvidos as palavras comovedoras do profeta maia Chilam Balam de Chumayel:”Ai entristeçamo-nos porque chegaram…vieram fazer nossas flores murchar para que somente a sua flor vivesse; entre nós se introduziu a tristeza, veio o cristianismo; esse foi o princípio de nossa miséria, o princípio de nossa escravidão”.

O impacto da invasão dos espanhóis foi tão violenta que dos 22 milhões de astecas existentes em 1519 quando Hernán Cortés penetrou no México, só restou em 1600 apenas um milhão de pessoas. Muitos morreram em guerras e a grande maioria por doenças dos europeus contra as quais não tinham imunidade. Foi um dos maiores genocídios da história humana. Os colonizadores sujeitaram os corpos, os missionários conquistaram as almas. Na linguagem de um indígena do século XVI, os espanhóis, todos cristãos, “foram o anti-cristo na Terra, o tigre dos povos, o sugador do índio”.

Agora nos vem um Papa da América Latina que não escamoteia, como sempre se fez pela Igreja oficial e pela Espanha, esta devastação de inteiras nações. Reconhece os pecados e abusos e pede perdão.

Fez uma segunda reparação: o resgate do bispo Dom Samuel Ruiz García, incompreendido pela hierarquia mexicana, em grande parte conservadora e literalmente perseguido pelo Vaticano por introduzir diáconos indígenas e por colocar as bases de uma “Igreja indígena” que combinava elementos de Catolicismo e da cultura autóctone que inclui ramos de pinheiros, ovos e referências a Deus como Pai e como Mãe. O Papa reconheceu as três línguas principais como línguas litúrgicas: chol, tzotzil e tzeltal. Deteve-se diante do túmulo de Dom Samuel Ruiz e rezou longamente.

Mais ainda. O Papa reconhece a grande contribuição que podem dar ao mundo pela forma como tratam a Pacha Mama, com respeito, veneração e harmonia. Retoma o discurso da encíclica sobre o “Cuidado da Casa Comum” e diz enfaticamente: “Não podemos permanecer indiferentes perante uma das maiores crises ambientais da história. Nisto, vós tendes muito a ensinar-nos. Os vossos povos, como reconheceram os bispos da América Latina, sabem relacionar-se harmoniosamente com a natureza, que respeitam como fonte de alimento, casa comum e altar do compartilhar humano”.

Acrescenta ainda: “Entre os pobres mais abandonados e maltratados está o nosso oprimido e devastado planeta. Não podemos fazer-nos surdos face a uma das maiores crises ambientais da história”. E novamente convoca esses povos originários a serem referência viva de um outro modo de habitar a Casa Comum, de produzir, de distribuir e de consumir em consonância com os ritmos da natureza e na equidade na participação dos bens e serviços naturais.

De minhas andanças pelos vários países latino-americanos constato dois fenômenos visíveis: o resgate biológico dos povos originários. Eles estão crescendo em número e refazendo sua população, outrora quase exterminada. E o segundo é a reconquista de sua cultura com suas religiões com e sua sabedoria ancestral, transmitida pelas “abuelas e abuelos” (as avós e os avôs), de geração em geração. É uma experiência inolvidável participar de suas celebrações dirigidas pelos seus sacerdotes, sacerdotisas e sábios. Aí se sente uma profunda sacralidade e comunhão com todos os elementos do universo, da natureza e da Mãe Terra.

Eles não são filhos da modernidade secularizada. Guardam a sagrada veneração por todas as coisas. Sentem-se filhos e filhas das estrelas e em profunda comunhão com os ancestrais. Estes são apenas invisíveis mas estão presentes, acompanhando o povo com seus conselhos transmitidos pelos anciãos e pelos sábios.

Devemos revistar estas culturas ancestrais. Nela estão vivos princípios e valores que nos poderão inspirar formas de superar a nossa crise de civilização e garantir o nosso futuro.

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escreveu “América Latina: da conquista à nova evangelização”, Vozes 1992.

A situação da Bolívia atual é parecida com a situação do PT

Hoy es Todavía

Pablo Solón é um dos melhores pensadores da Bolivia e um renomado ecologista. Face ao Não que o povo disse a Evo Morales que pretendia um terceiro mandato escreveu esta reflexão que muito nos pode ajudar, especialmente na atual crise envolvendo os partidos, particularmente o PT. A certa altura diz “que a lógica do poder é similar à lógica do capital. O capital não é uma coisa mas um processo que só existe na medida em que gera mais capital… Caso contrário sai do mercado. De igual forma opera a lógica do poder. Sem dar-se conta, o mais importante no governo passa a ser como preservar-se no poder e como adquirir mais poder para assegurar a continuidade do poder”. Algo parecido já dizia Locke: o poder só se assegura buscando mais e mais poder. Essa é a desgraça de nossos governantes que fazem de tudo para preservar-se no poder, esquecendo que o poder deve estar a serviço do bem do povo e não do partido e que só é legítimo o poder que representa a soberania popular. Vale meditar este texto que nos ajuda a entender o atual imbroglio no qual a política brasileira está metida. Lboff

Algunas reflexiones, autocríticas y propuestas sobre el proceso de cambio en Bolivia

por Pablo Solón

¿Qué ha pasado? ¿Cómo llegamos hasta aquí? ¿Qué ocurrió con el proceso de cambio que hace más de quince años conquistó su primera victoria con la guerra del agua? ¿Por qué un conglomerado de movimientos que querían cambiar Bolivia acabaron atrapados en un referéndum para que dos personas puedan re-elegirse en el 2019?

ReflexionesDecir que todo esto es obra de la conspiración imperialista es un despropósito. La idea del referéndum para la reelección no partió de la Casa Blanca sino del Palacio Quemado. Ahora es obvio que el imperialismo y toda la ultra derecha se aprovechen de este gran error que fue la convocatoria a un referéndum para que dos personas puedan ser reelectas.

El referéndum no es la causa del problema sino uno más de sus trágicos episodios. El proceso de cambio anda por mal camino y es necesario reflexionar más allá de los escándalos de corrupción y las mentiras, que aunque son importantes, son sólo la punta del iceberg.

Hace cuatro años y medio deje el gobierno y durante este tiempo he buscado entender este devenir. Lo que pasa en Bolivia no es algo único. Desde principios del siglo pasado diferentes movimientos revolucionarios, de izquierda o progresistas llegaron al gobierno en diferentes países del mundo y, a pesar de que varios de ellos generaron importantes transformaciones, prácticamente todos terminaron cooptados por las lógicas del capitalismo y el poder.

De manera muy resumida comparto aquí algunas ideas, autocriticas y propuestas que espero contribuyan a recuperar los sueños de un proceso de cambio que es muy complejo y que no es propiedad de ningún partido o dirigente.

I
LA LOGICA DEL PODER CAPTURÓ AL PROCESO

Los activistas de izquierda en el gobierno generalmente hablamos del peligro de la derecha, del imperialismo y de la contra-revolución, pero casi nunca mencionamos el peligro que representa el poder en si mismo. Los dirigentes de izquierda creen que estando en el poder podrán transformar la realidad del país y no son conscientes que ese poder los acabará también transformando a ellos mismos.

En los primeros momentos de un proceso de cambio generalmente el nuevo gobierno promueve -por vía constitucional o insurreccional- la reforma o transformación de las viejas estructuras de poder del Estado. Estos cambios, aunque radicales, nunca serán suficientes para evitar que los nuevos gobernantes sean cooptados por la lógica del poder que está presente tanto en estructuras de poder reaccionarias como en estructuras de poder revolucionarias. La única opción para evitar que un proceso de cambio sucumba está fuera del Estado: en la fortaleza, independencia del gobierno, autodeterminación y movilización creativa de las organizaciones sociales, de los movimientos y los diferentes actores sociales que dieron nacimiento a esas transformaciones.

En el caso boliviano, que comparativamente a otros procesos de cambio era muy privilegiado por la fuerte presencia de vigorosas organizaciones sociales, uno de nuestros errores más graves fue debilitar a las organizaciones sociales incorporando a las estructuras del Estado a una gran parte de sus dirigentes que terminaron expuestos a las tentaciones y la lógica del poder. Antes que cooptar a toda una generación de dirigentes había que formar verdaderos equipos para gestionar las reparticiones claves del Estado. Entregar sedes sindicales, movilidades, pegas y beneficios a las organizaciones sociales que promovieron el proceso de cambio incentivo una lógica clientelar y prebendalista. Por el contrario, debíamos haber potenciado la independencia y capacidad de autodeterminación de las organizaciones sociales para que sean un verdadero contra-poder que proponga y controle a quienes habíamos pasado a ser burócratas estatales. El verdadero gobierno del pueblo no está, ni nunca estará en las estructuras del Estado.

Continuamos con una estructura jerárquica estatal del pasado y no impulsamos una estructura más horizontal. Sin duda el concepto de “El jefe” o “El jefazo” fue un gravísimo error desde un principio. El culto a la personalidad jamás debió ser alimentado.

En un principio, muchas de estas equivocaciones se cometieron presionados por las circunstancias y debido al propio desconocimiento de cómo administrar de manera diferente un aparato del Estado. A nuestra inexperiencia se sumo la conspiración y el sabotaje de la derecha y el imperialismo que obligo a cerrar filas muchas veces de manera acrítica (caso Porvenir, negociación de artículos de la Constitución Política del Estado, etc.). Los aciertos y triunfos contra la derecha, lejos de abrir una nueva etapa para reconducir el proceso e identificar nuestros errores, acentuaron las tendencias más caudillistas y centralistas.

La lógica del poder es muy similar a la lógica del capital. El capital no es una cosa sino un proceso que sólo existe en tanto genera más capital. Capital que no se invierte y no da ganancias es un capital que sale del mercado. El capital para existir debe estar en permanente crecimiento. De igual forma opera la lógica del poder. Sin darte cuenta, lo más importante en el gobierno pasa a ser como preservarte en el poder y como adquirir más poder para asegurar tu continuidad en el poder. Los argumentos para esta lógica que antepone la permanencia en el poder y su expansión a toda costa son en extremo convincentes y nobles: “si no se tiene mayoría absoluta en el Congreso la derecha volverá a boicotear al gobierno”, “a mayor cantidad de gobernaciones y municipios que se controlan mejor se pueden ejecutar los planes y proyectos”, “la justicia y otras reparticiones del Estado deben estar al servicio del proceso de cambio”, “acaso quieres que vuelva la derecha”, “que será del pueblo si perdemos el poder…”.

Si el error primigenio del proceso de cambio fue creernos “el gobierno del Pueblo”, el momento de inflexión del proceso de cambio comenzó con el segundo mandato de gobierno. El 2010 se alcanzaron más de dos tercios en el parlamento y había energía suficiente para realmente avanzar hacia una transformación de fondo en la línea del Vivir Bien. Era el momento de fortalecer más que nunca el contrapoder de las organizaciones sociales y la sociedad civil para limitar el poder de quienes estábamos en el gobierno, el parlamento, las gobernaciones y los municipios. Era el momento de concentrar esfuerzos para promover nuevos liderazgos y activistas creativos que nos remplacen porque las dinámicas del poder nos iban a triturar.

Sin embargo lo que se hizo fue todo lo contrario. Se centralizó aún más el poder en manos de los jefes, se transformó al parlamento en un apéndice del ejecutivo, se continuo fomentando el clientelismo de las organizaciones sociales, se llegó al extremo de dividir a algunas organizaciones indígenas y se intentó controlar el poder judicial a través de burdas maniobras que acabaron frustrando el proyecto de contar con una Corte Suprema de Justicia idónea, independiente y electa por primera vez en la historia.

En vez de promover libre pensantes que incentivaran el debate en todos los espacios de la sociedad civil y el Estado se censuraron y persiguieron a quienes discrepaban con las posiciones oficiales. Se cayó en una terquedad absurda de querer justificar lo injustificable como Chaparina y de buscar revertir a toda costa la victoria de los indígenas y ciudadanos que habían hecho retroceder el proyecto de la carretera por el TIPNIS. Este contexto, donde la obsecuencia era premiada y la critica era tratada como la peste, incentivó el control de los medios de comunicación a través de diferentes vías, minó el surgimiento de nuevos dirigentes y fortaleció el engaño de que el proceso de cambio de millones de personas dependía de un par de personas.

La lógica del poder había capturado al proceso de cambio y lo más importante pasó a ser la segunda reelección y ahora la tercera reelección.

II
LAS ALIANZAS QUE MINARON EL PROCESO

Todo proceso de transformación social desplaza a ciertos sectores, catapulta a otros y engendra nuevos sectores sociales. En el caso boliviano el proceso de cambio significó en un principio el desplazamiento de una clase media tecnocrática y una burguesía parasitaria del Estado que durante décadas se había turnado en el gobierno y que siempre tenía familiares en las estructuras de poder para conseguir licitaciones, consultorías, concesiones, contratos, tierras y otros beneficios.

El 2006 este sector fue desplazado y aunque varios de sus miembros siguieron ocupando funciones estatales ya no tenían el poder de antes para hacer negocios y negociados con el Estado. En el país comenzó una lucha muy aguda entre, por un lado, sectores sociales antiguamente dominantes que habían sido desplazados o que tenían miedo de perder sus privilegios (terratenientes, agroindustriales y empresarios) y por otro lado, sectores sociales emergentes indígenas, campesinos, de trabajadores y una clase media popular muy diversa. Las oligarquías del oriente hábilmente desarrollaron un discurso de “autonomías” para ganar apoyo en sectores de la población y la confrontación nos llevo casi al borde de una guerra civil. Al final, gracias a la movilización social y al referéndum revocatorio los sectores más reaccionarios quedaron arrinconados. Sin embargo, a pesar de su derrota, esa oligarquía logró ciertas victorias parciales con las modificaciones al texto constitucional que en esa entonces parecían pequeñas frente al hecho de que por fin se iba a contar con la Constitución del Estado Plurinacional de Bolivia. Ahí empezó una nefasta política de alianza que le fue drenando el espíritu al proceso cambio.

Los dirigentes en el gobierno que ya habían empezado a ser capturados por la lógica del poder optaron por una estrategia que fue pactar con los representantes económicos de la oposición mientras se perseguía a sus líderes políticos. ¡Zanahoria económica y palo político!

Así, poco a poco, las banderas de la revolución agraria fueron vaciadas de contenido. La gran mayoría de terratenientes de antes del 2006 no fueron afectados. Se enfatizó el saneamiento y la titulación de tierras que favoreció mayoritariamente a indígenas y campesinos pero no se procedió a desmantelar el poder de los latifundistas. En este contexto se produjo una alianza con el sector más importante de los agro-empresarios: los exportadores de soya transgénica a los que se les permitió continuar e incrementar la producción de transgénicos. La soya transgénica que en el 2005 representaba sólo el 21% de la producción de soya en Bolivia alcanzó el 92% en el 2012. Se postergó la verificación del cumplimiento de la función económica social de las grandes propiedades que hubiera llevado a su expropiación y reversión, se perdonaron los desmontes ilegales de bosques y se llamó a ampliar la deforestación para beneficio fundamental de los agroexportadores.

Estas alianzas que antes del 2006 hubieran sido impensables se justificaron diciendo de que así se fracturaba a la oposición cruceña, se viabilizaba que el gobierno sea bien recibido en ciudades del oriente, y se evitaba una polarización como la de Venezuela, pues los sectores económicos de la oposición de derecha verían que era mejor no malograr la estabilidad del gobierno.

Esta política de alianzas para estabilizar y consolidar “el gobierno del pueblo” fue abarcando a casi todos los sectores de poder económico. La burguesía financiera que desde un principio fue tratada con guante blanco para evitar el riesgo de una corrida bancaria, como en los tiempos de la UDP, fue una de las mas beneficiadas. Las utilidades del sector financiero en Bolivia pasaron de 43 millones de dólares en el 2005 a 283 millones de dólares en el 2014. Algo similar paso con la minería privada transnacional, que pese a algunas nacionalizaciones, mantuvo a lo largo de los últimos diez años una participación del 70% en las exportaciones. Según el propio Ministro de Finanzas las utilidades del sector privado llegaron en el 2013 a los 4.111 millones de dólares.

El proceso de cambio no sólo había sido capturado por la lógica del poder sino que los intereses de sectores empresariales de derecha lo habían empezado a minar desde adentro.

III
LOS NUEVOS RICOS

Estas políticas de alianza con el enemigo no hubieran sido posibles si no se hubiera operado también una transformación en la base social del proceso de cambio. En casi todos los procesos revolucionarios que se han dado en este y el siglo pasado, después de un proceso de confrontación con los viejos sectores desplazados, surge desde adentro del mismo proceso revolucionario grupos de nuevos ricos y burócratas que quieren gozar de su nuevo estatus y que para ello se alían con sectores de los antiguos ricos. La mejora de las condiciones de vida de algunos sectores y en particular de algunas dirigencias no lleva necesariamente a un mayor desarrollo de la conciencia, sino todo lo contrario. La única forma de contrarestar a estos nuevos ricos y nuevas clases medias de origen popular es nuevamente la existencia de fuertes organizaciones sociales. Sin embargo, cuando estas son debilitadas y cooptadas por el Estado, no existe ningún contrapeso a estos nuevos sectores de poder económico que empiezan a incidir de manera determinante en la toma de decisiones.

Al comenzar el segundo mandato del gobierno en el 2010 quedaba claro que el gran peligro para el proceso de cambio no estaba afuera sino dentro de los dirigentes y nuevos grupos de poder que se estaban formando en los municipios, gobernaciones, empresas estatales, reparticiones públicas, las fuerzas armadas y los ministerios. La repartición de la renta del gas entre todas estas entidades abrió una oportunidad increíble de hacer negocios chicos y grandes de toda índole. En las altas esferas se era consciente del peligro, pero no se adoptaron oportunamente mecanismos eficientes de control interno y externo al aparato del Estado. La lógica dominante pasó a ser la de obras y más obras para ganar más popularidad y así lograr la reelección. Así fueron surgiendo nuevos sectores de poder económico de dirigentes políticos, sindicales y contratistas que empezaron a escalar socialmente gracias al Estado. A ellos se sumaron sectores de comerciantes, contrabandistas, cooperativistas mineros, productores de hoja de coca, transportistas y otros que consiguieron una serie de concesiones y beneficios gracias a que representaban importantes masas electorales.

El problema del proceso de cambio es más profundo de lo que parece. No se trata solamente de graves desaciertos de individuos o de escándalos de corrupción de telenovela, sino de que ahora hay una emergente burguesía y clase media popular, chola, aymara y quechua que lo que busca es continuar con su proceso de acumulación económica.

Para reconducir el proceso de cambio es necesario revigorizar antiguas y crear nuevas organizaciones sociales. Hoy no es seguro que los que fueron los actores claves de hace una década sean los actores claves del mañana. Creer que con un cambio de personas es posible reconducir el proceso de cambio es engañarse a si mismos. El proceso de cambio es mas complejo y requiere de la reconstitución del tejido social que le dio origen.

IV
DEL VIVIR BIEN AL EXTRACTIVISMO

Para revitalizar y reconducir el proceso de cambio es fundamental saber que país estamos construyendo y ser muy sinceros y autocríticos. Los logros de estos 10 años son innegables en muchos aspectos y tienen su origen en el incremento de los ingresos del Estado por la renegociación de los contratos con las transnacionales petroleras en un momento de altos precios de los hidrocarburos. En términos estrictos no podemos decir que hubo una nacionalización ya que hoy día dos empresas trasnacionales (PETROBRAS y REPSOL) manejan el 75% de la producción de gas natural en Bolivia. Lo que si hubo fue una renegociación de contratos que hizo que los beneficios de las empresas transnacionales por costos recuperables y ganancias bajaran de 43% en el 2005 a sólo 22% en el 2013. Es innegable que las transnacionales del petróleo siguen en Bolivia y ganan el triple de lo que ganaban hace diez años, pero el otro lado de la medalla es que el Estado tiene ocho veces más ingresos pasando de 673 millones en el 2005 a 5.459 millones de dólares en el 2013[1]. Esta ingente cantidad de millones de dólares permitió un salto en la inversión publica, la aplicación de una serie de bonos sociales, el desarrollo de obras de infraestructura, la ampliación de servicios básicos, el incremento de las reservas internacionales y otras medidas. Es innegable que comparado con las décadas pasadas hubo una mejora en la situación de la población y esto explica el respaldo que aún tiene el gobierno.

Sin embargo la pregunta es ¿a dónde nos está llevando este modelo? ¿al Vivir Bien? ¿al socialismo comunitario? O por el contrario ¿hemos caído en la adicción al extractivismo y el rentismo de una economía capitalista básicamente exportadora?

La idea original era nacionalizar los hidrocarburos para redistribuir la riqueza y salir del extractivismo de materias primas avanzando en la diversificación de la economía. Hoy, diez años después, a pesar de algunos proyectos de diversificación económica, no hemos superado esa tendencia y por el contrario somos más dependientes de las exportaciones de materias primas (gas, minerales y soya). ¿Por qué nos hemos quedado a medio camino y nos hemos vuelto casi adictos al extractivismo y a las exportaciones? Porque esta era la forma más fácil de conseguir recursos para mantenerse y continuar en el poder. No es cierto que no habían otras opciones, pero es evidente que todas ellas no iban a generar rápidamente ingresos de divisas para ampliar la popularidad del gobierno. Avanzar hacia una Bolivia agroecológica hubiera sido un camino mucho mas acorde con el Vivir Bien y el cuidado de la Madre Tierra, pero ello no hubiera garantizado en lo inmediato cuantiosos ingresos económicos y hubiera significado una confrontación con la gran agroindustria soyera transgénica.

Autocríticamente debemos decir que la visión de sustitución de importaciones que teníamos hace mas de diez años no es factible en la escala en que nos imaginábamos por la competencia de mercancías internacionales mucho más baratas y por el tamaño reducido de nuestro mercado interno. Esto es aún mucho mas difícil cuando no se establece una política de cierto monopolio del comercio exterior y de control del contrabando. Medidas acertadas como frenar los acuerdos de libre comercio de Bolivia, revertir el TLC con México y salirse del CIADI, no fueron acompañadas de medidas de control efectivo del comercio exterior.

El Vivir Bien y los derechos de la Madre Tierra cobraron notoriedad a nivel internacional pero a nivel nacional se fueron devaluando cada vez más porque sólo se limitaban a ser un discurso que no se ponía en práctica. El TIPNIS fue la gota que rebalso el vaso y mostró esa incongruencia entre el decir y el hacer.

V
OTRA BOLIVIA ES POSIBLE

Días antes del referéndum se difundió la noticia de que en Oruro se construiría una planta de energía solar que generará 50 MW y que cubriría LA MITAD de la demanda de energía eléctrica del departamento de Oruro, con un costo de inversión de casi 100 millones de dólares. La noticia apenas circulo a pesar de que es una pequeña muestra de que Otra Bolivia es Posible.

Bolivia puede ir dejando paulatinamente el extractivismo para colocarse a la vanguardia de una verdadera revolución energética solar comunitaria. Si Bolivia se lo propone con una inversión de 1.000 millones de dólares podría generar 500 MW de energía solar que representa casi un tercio de la demanda nacional actual. La transformación puede ser mucho mas profunda si tomamos en cuenta que el gobierno anuncia una inversión total de 47.000 millones de dólares hasta el 2020.

Pero además, Bolivia podría apuntalar una energía solar comunitaria, municipal y familiar que convierta al consumidor de electricidad en productor de energía. En vez de subsidiar el diesel para los agroindustriales se podría invertir ese dinero para que los bolivianos de menores ingresos generen energía solar en sus tejados. De esta forma se democratizaría y descentralizaría la generación de energía eléctrica. El Vivir Bien empezará a ser una realidad cuando se empodere económicamente a la sociedad (como productores y no sólo como consumidores y receptores de bonos de ayuda social) y se promuevan actividades para recuperar el equilibrio perdido con la naturaleza.

La verdadera alternativa a la privatización no es la estatización sino la socialización de los medios de producción. Muchas veces las empresas estatales se comportan como empresas privadas cuando no existe la efectiva participación y control social. Apostar a la generación de energía solar comunitaria, municipal y familiar contribuiría a empoderar a la sociedad antes que al Estado y ayudaría a reducir las emisiones de gases de efecto invernadero que provocan el cambio climático.

El tema de la energía solar comunitaria y familiar es sólo una pequeña muestra para que pensemos fuera de los patrones tradicionales del “desarrollo”. Así mismo debemos recuperar la propuesta de una Bolivia agroecológica y agroforestal porque la verdadera riqueza de las naciones de aquí a unas décadas no estará en el extractivismo destructivo de materias primas sino en la preservación de su biodiversidad, en la producción de productos ecológicos y en la convivencia con la naturaleza, algo en lo cuál tenemos un gran legado por los pueblos indígenas.

Bolivia no debe cometer los mismos errores de los países llamados “desarrollados”. El país puede saltar etapas si sabe leer las verdaderas posibilidades y peligros del siglo XXI y dejar el viejo desarrollismo del siglo XX.

Nadie está pensando en dejar de extraer y exportar gas en lo inmediato. Pero definitivamente no es posible hacer planes para profundizar el extractivismo cuando existen otras alternativas que quizás en el corto plazo sean mas complicadas pero en el mediano plazo son mucho mas beneficiosas para la humanidad y la Madre Tierra.

En vez de promover referéndums sobre la reelección de dos personas deberíamos promover referéndums sobre los transgénicos, la energía nuclear, las mega represas hidráulicas, la deforestación, la inversión publica y tantos otros temas que son cruciales para el proceso de cambio. Soló es posible reconducir el proceso de cambio con un mayor ejercicio de la democracia real.

Una lectura equivocada de lo ocurrido puede llevar a formas más autoritarias de gobierno y al surgimiento de una derecha neoliberal como ocurre en la Argentina. No hay duda que sectores de derecha operan tanto desde la oposición como desde el interior del gobierno. Tampoco podemos cerrar nuestros ojos y no reconocer que sectores de izquierda y de los movimientos sociales se dejaron cooptar por el poder o no fuimos capaces de articular una clara propuesta alternativa.

La reconducción del proceso de cambio pasa por: a) discutir critica y propositivamente los problemas de desarrollismo tardío capitalista inviable que subyace en la agenda patriótica para el 2025, b) evaluar, explicitar y asumir acciones dentro y fuera del Estado para hacer frente a los problemas y peligros que genera la lógica del poder (autoritarismo, clientelismo, continuismo, nuevos ricos, alianza pragmáticas espurias, corrupción, etc.) c) superar la contradicción entre el decir y el hacer, y hacer realidad la aplicación de los derechos de la Madre Tierra y la ejecución de proyectos que realmente contribuyan a la armonía con la naturaleza, y d) ser autocríticos con uno mismo y con las propias organizaciones y movimientos sociales que en algunos casos reproducen dañinas prácticas caudillistas y prebendalistas.

¡El Vivir Bien es posible!