Ecosocialismo, un progetto promettente per uscire de la crisis ecologica actuale

Tra le molte parole del linguaggio politico, una delle più fraintese è senza dubbio la parola “socialismo”. Chiaro, il perché. Si affaccia alla storia come progetto alternativo alla perversità del capitalismo inteso sia come modo di produzione sia come cultura globalizzata, ostile alla vita e incapace di massimizzare la felicità.

Si obietta che il socialismo ha fallito in tutti i paesi del mondo. Una delle ragioni per mantenere l’embargo a Cuba socialista, per tanti anni da parte degli Stati Uniti d’America, si deve forse alla volontà di mostrare al mondo che il socialismo è realmente disutile e non deve essere cercato come forma di organizzazione della società. Obama ha dovuto riconoscere che in questo gli Stati Uniti d’America hanno fatto fiasco. Il capitalismo non è l’unica forma di organizzazione della produzione e della società. Inoltre abbiamo assistito all’implosione del socialismo reale esistente nell’URSS, il che ha prodotto un entusiasmo quasi infantile tra i cultori dell’ideale capitalistico, promosso trionfatore e vera soluzione finale dei problemi sociali.

Ma siamo obbligati a riconoscere che quel “socialismo” non è mai arrivato ad essere il socialismo pensato dai suoi teorici tre secoli or sono. In verità, si trattava di un capitalismo di Stato autoritario: il solo che poteva accumulare ricchezza e realizzare il progetto socialista attraverso i membri del partito escludendo la società civile.

Se prendiamo come parametri i criteri umanistici, etici e sociali minimi, dobbiamo riconoscere che il produttivismo e in generale il capitalismo come sua espressione maggiore sono stati pure fallimentari. Come può riuscire bene un sistema che si propone un meschino ideale di arricchimento illimitato, senza nessuna considerazione? Ha asservito l’intera classe operaia, in Europa e altrove, agli interessi del capitale, soffiando sul fuoco della lotta di classe, ha conquistato e distrutto interi popoli in Africa e, in parte, in America Latina, riducendoli fino ad oggi alla miseria e all’emarginazione. Ha devastato e continua a devastare interi ecosistemi, spogliando con la deforestazione grande parte dell’area verde del mondo, avvelenando i suoli, contaminando le acque e l’aria, erodendo la biodiversità in ragione di 100.000 specie di esseri vivi ogni anno, secondo dati dell’eminente biologo Edward O. Wilson, distruggendo la base fisico-chimica che sostenta la vita e mettendo a rischio il futuro della nostra civiltà, suscitando l’immagine tetra di una Terra depredata e coperta di cadaveri e eventualmente senza di noi, in quanto specie umana. Questo sistema – secondo calcoli fatti da economisti che assumono il dato ecologico – è utile soltanto per circa di 2 miliardi di persone, che si strafogano in consumi regali e spreco spietato. Le cose stanno così: siamo ormai più di 7 miliardi di persone, di cui un miliardo vive nella più rabbiosa povertà e miseria. Più ancora, secondo i calcoli fatti, se questo sistema pretendesse universalizzare il benessere dei paesi opulenti come gli Stati Uniti d’America e l’Europa avremmo bisogno almeno di altri tre pianeti uguali alla Terra.

Dov’è allora un altro sistema capace di provvedere alle necessità fondamentali dell’umanità carente? Non sarà il capitalismo che, là dove arriva, porta subito con sé due ingiustizie: quella sociale con la ricchezza di pochi e la povertà di molti dovute allo sfruttamento; e quella ecologica con la devastazione massiccia della natura.

Un giorno che non sappiamo quando, verrà severo il giudizio della storia che chiederà conto dei milioni di vittime prodotte nei secoli quando il capitalismo imperava, e le grida salgono al cielo invocando una giustizia minima e il rispetto alla loro dignità, sempre negati.

Tralasciando i vari tipi di socialismo a cominciare dal socialismo utopico (Saint Simon, Owen, Fourier), il socialismo scientifico (Marx e Engels), il socialismo autoritario-dittatoriale (stalinismo) e il socialismo democratico (Schumpeter; da non confondere con la socialdemocrazia), limitiamoci all’ecosocialismo contemporaneo. Sorto negli anni 1970 con Raymon Williams (Inghilterra), James O’ Connor (Stati Uniti d’America), Manuel Sacristán (España) e tra di noi con Michael Löwy (Che cos’è il socialismo, Cortez 2015), esso si allontana dai socialismi anteriori e formula una proposta radicale che “auspica non solo la trasformazione delle relazioni di produzione, dei mezzi di produzione e del livello di consumo dominante, ma soprattutto costruisce un nuovo tipo di civiltà capitalistica/occidentale moderna” (Lowy, pagg 9-10).

Le topiche salienti di questa proposta sono state esposte nel Manifesto Ecosocialista Internazionale (2001), che ha dato origine alla Rete Ecosocialista Internazionale (2007). Nella Dichiarazione Ecosocialista di Belém (2007), si dice chiaramente: “l’umanità affronta oggi una scelta estrema: ecosocialismo o barbarie. Si cerca di bloccare e invertire il processo disastroso di riscaldamento globale in particolare e evitare l’ecocidio capitalistico in generale, e costruire una aspettativa pratica e radicale al sistema capitalistico” (Löwy, pagg.114.119).

Questa proposta si allinea con quello che propone anche la Charta della Terra frutto di una vasta consultazione planetaria e dopo lunga maturazione fino a essere approvata e fatta propria dall’Unesco nel 2003.

Tra non molto saremo tutti ecosocialisti non per opzione ideologica, ma per ragioni matematiche: i beni naturali esistenti con i quali dobbiamo provvedere a tutti gli esseri umani e a tutta la comunità della vita non sono sufficienti. O condividiamo tali beni con tutti secondo criteri minimi di equità, o nessuna arca di Noè potrà salvarci. O la Vita o la morte.

Vedi il mio libro Dall’Iceberg all’arca di Noè, Record, Rio 2010.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

El ecosocialismo: un proyecto prometedor para salir de la actual crisis

Una de las palabras más difamadas en el lenguaje político neoliberal y capitalista es seguramente la de “socialismo”. Se entiende el por qué, pues el socialismo aparece en la historia como un proyecto alternativo a la perversidad del capitalismo, ya sea como modo de producción ya sea como cultura globalizada, hostil a la vida e incapaz de traer y generalizar felicidad.

Se alega que el socialismo nunca dio buen resultado en ningún lugar del mundo. Tal vez una de las razones para mantener el boicot a la Cuba socialista durante tantos años por parte de Estados Unidos se deba al deseo de mostrar al mundo que el socialismo realmente no sirve y no debe ser buscado como forma de organización de la sociedad. Obama tuvo que reconocer que en eso Estados Unidos ha fracasado. El capitalismo no es la única forma de organizar la producción ni una sociedad. Además, hemos presenciado el derrumbe del socialismo realmente existente en la URSS, que suscitó un entusiasmo casi infantil en el ideal capitalista como triunfador y la verdadera solución final de los problemas sociales.

Pero es forzoso reconocer que aquel “socialismo” nunca fue el socialismo pensado por sus teóricos hace ya tres siglos. En realidad era un capitalismo de Estado autoritario, pues solamente este, y no todo el pueblo, podía acumular y a través de él y de los miembros del partido construir el proyecto socialista, Pero si tomamos como parámetro criterios humanísticos, éticos y sociales mínimos, debemos reconocer que el productivismo en general y el capitalismo como su mayor expresión tampoco han dado buen resultado. ¿Cómo puede resultar bien un sistema que se propone un ideal mezquino de enriquecimiento ilimitado, sin ninguna otra consideración? Sometió a toda la clase obrera en Europa y en otras partes a los intereses del capital, acendrando la lucha de clases, conquistó y destruyó pueblos enteros en África y, en parte, en América Latina, reduciéndolos hasta hoy miseria y a la marginalidad. Devastó y sigue devastando ecosistemas enteros, deforestando gran parte del área verde del mundo, envenenando los suelos, contaminando las aguas, y el aire, erosionando la biodiversidad a razón de cien mil especies de seres vivos al año, según datos del eminente biólogo Ewdard O. Wilson, destruyendo la base físico-química que sustenta vida y poniendo en peligro el futuro de nuestra civilización, suscitando la imagen tétrica de una Tierra depredada y cubierta de cadáveres y eventualmente sin nosotros, como especie humana?

Ese sistema, según cálculos hechos por economistas que asumen el dato ecológico, sirve bien solamente a unos dos mil millones de personas que se ahogan en un consumo suntuoso y en un desperdicio atroz. Pero sucede que somos ya más de siete mil millones de personas, mil millones de las cuales viven en la más clamorosa pobreza y miseria. Todavía más, y se han hecho los cálculos: si este sistema quisiese universalizar el bienestar de los países opulentos como Estados Unidos y Europa necesitaríamos por lo menos tres Tierras iguales a esta.

¿Qué sistema atenderá las necesidades fundamentales de la humanidad carente? No será el capitalismo que, allí donde llega, consigo dos injusticias: la social con la riqueza de pocos y la pobreza de muchos, a base de la explotación, y la ecológica con la devastación contundente de la naturaleza.

Sobre él, un día que no sabemos cuándo, vendrá severo el juicio de la historia y le cobrará los millones de víctimas producidas en los siglos en que estuvo vigente, cuyos gritos suben al cielo clamando por una justicia mínima y por el respeto a su dignidad, siempre negadas.

Dejando de lado los varios tipos de socialismo, comenzando por el socialismo utópico (Saint Simon, Owen, Fourier), el socialismo científico (Marx y Engels), el socialismo autoritario-dictatorial (estalinismo) y el socialismo democrático (Schumpeter; no confundirlo con la social democracia), nos vamos a restringir al ecosocialismo contemporáneo. Surgido en los años 1970 con Raymon Williams (Inglaterra), James O’Connor (USA), Manuel Sacristán (España) y entre nosotros con Michael Löwy (O que é ecossocialismo, Cortez 2015), se aleja de los socialismos anteriores y presenta una propuesta radical que «busca no solo la transformación de las relaciones de producción, del aparato productivo y del modelo de consumo dominante, sino sobre todo construir un nuevo tipo de civilización, en ruptura con los fundamentos de la civilización capitalista/industrialista occidental moderna» (Löwy, p. 9-10).

Los tópicos principales de esta propuesta han sido expuestos en el Manifiesto Ecosocialista Internacional (2001) que dio origen a la Red Ecosocialista Internacional (2007). En la Declaración Ecosocialista de Belém (2007) se dice claramente: «la humanidad enfrenta hoy una elección extrema: ecosocialismo o barbarie… se busca parar e invertir el proceso desastroso del calentamiento global en particular y del ecocidio capitalista en general, y construir una alternativa práctica y radical al sistema capitalista» (Löwy, pp.114 e 119).

Esta propuesta se alinea con lo que propone también la Carta de la Tierra, fruto de una amplia consulta a la humanidad, de larga duración hasta ser aprobada y asumida por la UNESCO en 2003.

Dentro de poco todos seremos ecosocialistas, no por opción ideológica sino por razones matemáticas: disponemos solamente de los escasos bienes naturales existentes con los cuales debemos atender a todos los humanos y a toda la comunidad de vida. O repartimos tales bienes con un mínimo de equidad entre todos o no habrá un Arca de Noé que nos salve. O la vida o la muerte.

Véase mi libro Del iceberg al Arca de Noé, Record, Río 2010.

Traducción de MJ Gavito Milano

 

Una revolución en la evolución

Existe una percepción generalizada de que el ser humano de hoy es alguien que debe ser superado. Todavía no ha terminado de nacer, pero está latente dentro de los dinamismos del proceso evolutivo. Esta búsqueda del hombre y mujer nuevos tal vez sea uno de esos anhelos que jamás lograron progresar en la historia.

Dos ejemplos. El pensamiento mesopotámico produjo la epopeya de Gilgamesh (siglo VII a.C) que está muy cerca del relato bíblico de la creación y del diluvio. El héroe Gilgamesh, angustiado por el drama de la muerte, busca el árbol de la vida. Quiere encontrar a Utnapishtim que había escapado del diluvio, había sido inmortalizado, y vivía en una isla maravillosa donde no reinaba la muerte. En su camino, el dios Sol (Shamash) le apostrofa: «Gilgamesh, la vida que buscas nunca la vas a encontrar». La divina ninfa Siduri le advierte: «cuando los dioses crearon la humanidad le dieron como destino la muerte; ellos retuvieron para sí la vida eterna. Gilgamesh, harías mejor llenando el vientre y gozando la vida de día y de noche; alégrate con lo poco que tienes en tus manos».

Gilgamesh no desiste. Llega a la isla de la inmortalidad. Consigue el árbol de la vida y regresa. Al volver, la serpiente sopla con su aliento fétido el árbol de la vida y lo roba. El héroe de la epopeya muere desilusionado y va «al país donde no hay retorno, donde la comida es polvo y barro, y los reyes son despojados de sus coronas». La inmortalidad sigue siendo una búsqueda perenne.

Nuestros tupi-guaraní y apopocuva-guaraní crearon la utopía de la “tierra sin males” y la “patria de la inmortalidad”. Vivían en movilidad constante. De la costa de Pernambuco, de repente se desplazaban hacia el interior de la selva, junto a las cabeceras del río Madeira. De allí, otro grupo se ponía en marcha hasta llegar a Perú. De la frontera de Paraguay, otro grupo se dirigía a la costa atlántica, y así sucesivamente. El estudio de los mitos por los antropólogos desveló su significado. El mito de la “tierra sin males” ponía en marcha a toda la tribu. El chamán profetizaba: “va a aparecer en el mar”. Para allí marchaban esperanzados. Mediante ritos, danzas y ayunos creían volver el cuerpo ligero e ir al encuentro en las nubes de la “patria de la inmortalidad.” Desilusionados, regresaba a la selva hasta oír otro mensaje e ir en busca de la ansiada “tierra sin males”, anhelo de una esperanza imperecedera.

Los dos ejemplos expresan, en formas míticas, lo mismo que expresan los modernos en el dialecto de las ciencias. Éstos no esperan el ser nuevo del cielo, quieren gestarlo con los medios que les ofrece la manipulación genética. Seguimos buscando y no obstante, muriendo siempre, jóvenes o mayores.

El cristianismo se inscribe también dentro de esta utopía. Con la diferencia de que ya no es una utopía sino una topía, es decir, un acontecimiento bienaventurado e inaudito que irrumpió dentro de la historia. El testimonio más antiguo del paleocristianismo es este: “Christus ressurrexit vere et aparuit Simoni” (Lc 24,34): “Cristo resucitó verdaderamente y apareció a Simón”.

Entendieron la resurrección no como la reanimación de un cadáver, como el de Lázaro, que después acabó muriendo nuevamente, sino como la emergencia del ser humano nuevo, el “novíssimus Adam” (1Cor 15,45), el “novísimo Adán”, como realización plena de todas las virtualidades presentes en lo humano.

No encuentran palabras para expresar ese fenómeno inaudito. Lo denominan “cuerpo espiritual” (1Cor 15,44). Eso parece contradictorio para la filosofía dominante en la época: si es cuerpo no puede ser espíritu; si es espíritu no puede ser cuerpo. Sólo uniendo los dos conceptos, según los primeros cristianos, hacían justicia al hecho nuevo: es cuerpo pero transfigurado; es espíritu pero liberado de los límites materiales y con dimensiones cósmicas.

Dicen más: la resurrección no es simplemente un acontecimiento personal, realizado en la vida de Jesús. Es algo para todos e incluso cósmico, como aparece en las epístolas de san Pablo a los Colosenses y a los Efesios. Por eso san Pablo reafirma: “él es la anticipación de los que han muerto… Así como por Adán todos murieron, así por Cristo todos volverán a vivir” (1Cor 15,22).

Este es un discurso de fe y religioso, pero no deja de tener su importancia antropológica. Representa una entre tantas respuestas al enigma de la muerte, tal vez la más prometedora.

Si es así, estamos ante una revolución dentro de la evolución, como si la evolución anticipase su fin bueno en el auge de la realización de sus potencialidades escondidas. Sería una miniatura que nos muestra a qué gloria y a qué destino sumamente feliz estamos llamados.

Así vale la pena vivir y morir. En realidad, no vivimos para morir. Morimos para resucitar. Para vivir más y mejor.

A todos los que creen y a aquellos que dejan en suspenso su juicio, buenas fiestas de Pascua.

Quem defende o impeachment da Presidenta Dilma Rousseff ?

O Blog do Luis Nassif – GGN – de 23/04/2015 fez uma breve seleção dos defensores do impeachment de Dilma Rouseff, oriundos de vários partidos:

1 – Aécio Neves (PSDB)

 O neto de Tancredo Neves que construiu um aeroporto de R$ 14 milhões no terreno do tio-avô já foi questionado na Justiça sobre o paradeiro de mais de R$ 4 bilhões que deveriam ter sido injetados na saúde de Minas Gerais. O caso Copasa contra o ex-governador foi engavetado, por manobras jurídicas. Destino semelhante tiveram as menções a Aécio na Lava Jato. O tucano foi citado por Alberto Youssef como beneficiário de propina paga com recursos de Furnas. Para o procurador-geral da República, isso não sustenta um inquérito. Rodrigo Janot também cuida de outro escândalo que leva a Aécio, sob a palavra-chave Liechtenstein (um principado ao lado da Suíça). Investigando caso de lavagem de dinheiro, procuradores do Rio de Janeiro chegaram a uma holding que estava em nome da mãe, irmã, ex-mulher e filha do tucano. Esse inquérito está parado desde 2010 – época em que Roberto Gurgel era o PGR.

 2- Agripino Maia (DEM)

Presidente do DEM, Agripino Maia foi dono das expressões mais sugestivas de defesa da luta contra a corrupção. “Chegou a hora de colocar o impeachment [de Dilma Rousseff]”, disse no encontro com os manifestantes anti-governo. O senador tem em seu currículo a acusação de receber R$ 1 milhão em propina, em um esquema que envolvia a inspeção de veículos no Rio Grande do Norte, entre 2008 e 2011. Coordenador da campanha presidencial de Aécio, o democrata, em 2014, teve seu caso arquivado no MPF pelo ex-procurador-geral da República Roberto Gurgel. Mas foi reaberto há sete meses por Janot, e agora está sendo investigado no Supremo Tribunal Federal (STF).

3- Ronaldo Caiado (DEM)

O senador Ronaldo Caiado (DEM) é associado ao bicheiro Carlinhos Cachoeira por supostamente ter recebido verba ilícita nas campanhas de 2002, 2006 e 2010. Cachoeira foi denunciado por tráfico de influência e negociava propinas para arrecadar fundos para disputas eleitorais. O bicheiro foi preso em 2012 por operação da Polícia Federal que desbaratou esquema de adulteração de máquinas caça-níquel. Caiado foi citado nesse contexto, recentemente, por Demóstenes Torres. Ele teria participado de negociação entre Cachoeira e um delegado aposentado que queria ampliar esquemas de jogo ilegal. Até familiar do democrata já foi alvo de denúncia. O pecuarista Antônio Ramos Caiado, tio de Caiado, está na lista suja do trabalho escravo.

4- Roberto Freire (PPS)

Uma das principais acusações que pesam contra o presidente nacional popular-socialista é de envolvimento com o Mensalão do DEM. A diretora comercial da empresa Uni Repro Serviços Tecnológicos, Nerci Soares Bussamra, relatou que o partido praticava chantagem e pedia propina para manter um contrato de R$ 19 milhões com a Secretaria de Saúde do Distrito Federal, comandada pelo deputado Augusto Carvalho. Freire teria sido beneficiado no esquema.

 5- Paulinho da Força (SD)

O presidente do Solidariedade, segundo autoridades policiais, participou de esquema de desvio de recursos do BNDES. Um inquérito foi aberto no STF para investigar o caso. Em 2014, a Polícia Federal também indiciou a sogra e outras duas pessoas ligadas ao deputado federal sob suspeita de falsificarem assinaturas para a criação do Solidariedade. Gilmar Mendes conduzirá, ainda, a apuração em torno da suposta comercialização de cartas sindicais (uma espécie de autorizações do Ministério do Trabalho para a criação de sindicatos) por Paulinho, dirigente da Força Sindical. Consta nos registros que cada carta era vendida por R$ 150 mil.

 6- Mendonça Filho (DEM)

Em fevereiro de 2014, Mendonça se envolveu em uma polêmica por querer indicar deputado acusado de duplo homicídio pelo Supremo Tribunal Federal para presidir a Comissão de Segurança Pública e Combate ao Crime Organizado. Julio Campos (DEM), ex-governador do Mato Grosso, afirmou que Mendonça teria dito que a indicação era uma “homenagem”. O deputado federal de Pernambuco já foi preso pela Justiça eleitoral sob acusação de fazer carreata no dia de votação, mas o STF decidiu que não houve crime eleitoral. Um documento da Operação Castelo de Areia citava contribuição suspeita de R$ 100 mil da Camargo Correa a Mendonça, para sua tentativa de ser prefeito do Recife. Ele admitiu que recebeu R$ 300 mil da empresa, mas alega que foram doações dentro das conformidades.

 7- Carlos Sampaio (PSDB)

O deputado mais votado da região de Campinas (SP) recebeu R$ 250 mil de uma empreiteira envolvida no esquema de corrupção da Petrobras investigado na Operação Lava Jato. Sua última campanha arrecadou, oficialmente, R$ 3 milhões. Não há comprovação sobre a lisura da doação. Sampaio, coordenador jurídico do PSDB e autor do pedido para que Aécio fosse empossado no lugar de Dilma Rousseff, teve reprovada a sua prestação de contas referente às eleições para a Assembleia de São Paulo, em 1998, e às eleições municipais de Campinas, em 2008.

 8- Luiz Penna (PV)

O presidente do PV também aparece um tanto escondido na fotografia. Irregularidades já remetidas à prestações de contas do partido incluem seu nome. Em 2006, por exemplo, boa parte dos R$ 37,8 mil gastos em passagens aéres e R$ 76,8 mil com diárias de campanhas eleitorais foram atribuídos a José Luis Penna. Na época, servidores do TSE apontaram ausência de documentos que comprovassem os gastos e uso de notas frias, indicando empresas fantasmas que teriam prestado os serviços. O corpo técnico do Tribunal sugeriu a rejeição das contas do partido de 2004, 2005 e 2006. O deputado federal respondeu a dois processos judiciais, um pelo TRE-SP, rejeitando a sua prestação de contas à eleição de 2006, e outra pelo TSE reprovando as contas do PV de 2004.

 9- Flexa Ribeiro (PSDB)

O hoje senador já foi preso pela Polícia Federal em 2004, na Operação Pororoca, por fraude em licitações de grandes obras realizadas no Amapá. Foi acusado de corrupção ativa e passiva, formação de quadrilha, tráfico de influência, peculato, prevaricação, usurpação de função pública e inserção de dados falsos em sistema de informações.

 10- Antonio Imbassahy (PSDB)

O deputado federal tucano era prefeito de Salvador em 1999, quando contratos suspeitos foram assinados com as empresas Andrade Gutierrez, Camargo Corrêa e Siemens, que formavam o consórcio responsável pelo metrô da capital baiana. O Ministério Público Federal investiga o superfaturamento nas obras, que gira em torno de R$ 166 milhões. Até agora, dois gestores indicados por Imbassahy à época e duas empresas foram indiciadas. O tucano é o vice-presidente da CPI da Petrobras, que investiga desvios de verbas da estatal, onde diretores da Andrade Gutierrez e Camargo Corrêa também aparecem como réus. Imbassahy foi acusado pelo PT de se aproveitar do posto na CPI para pedir documentos à Petrobras e vazar para a imprensa.

 11- Beto Albuquerque (PSB)

Ex-colaborador do governo Tarso Genro (PT) no Rio Grande do Sul, Beto Albuquerque (PSB) foi envolvido na intriga que rendeu a queda do então diretor-geral do Departamento de Autônomo de Estradas de Rodagem (Daer) José Francisco Thormann. Thormann se antecipou a uma demissão após a imprensa local ter revelado que ele viajou à Suiça às custas de uma empresa privada subcontratada para fazer obras no Estado. Em nota de defesa, Thormann afastou suspeitas sobre o fato, e revelou que Beto Albuquerque, quando secretário de Infraestrutura do Estado, também fez viagens ao exterior bancadas por empresas que detinham contratos com o poder público. Quando a notícia surgiu, Beto já não era secretário – tinha deixado a gestão petista para reforçar a bancada do PSB na Câmara Federal.

Estes são os principais atores políticos, a maioria dos quais, metidos em questões de corrupção, o que lhe tira qualquer força moral para urgir o impedimento da Presidenta.

 A retomada da privatização da Petrobrás ou de parte dela?

Acresce ainda o fato de que o impeachment não interesssa só a alguns brasileiros. Conforme denunciou o sociólogo Adalberto Cardoso, diretor do Instituto de Estudos Sociais e Políticos da Universidade Estadual do Rio de Janeiro numa entrevista à Folha de São Paulo do dia 26/04/2015:

“Seria ingenuidade imaginar que não há interesses internacionais envolvidos nessa questão. Trata-se da segunda maior jazida do planeta. Existem interesses geopolíticos de norte-americanos, russos, venezuelanos, árabes. Só haveria mudança na Petrobras se houvesse nova eleição e o PSDB ganhasse de novo. Nesse caso, se acabaria o monopólio de exploração, as regras mudariam. O impeachment interessa às forças que querem mudanças na Petrobrás: grandes companhias de petróleo, agentes internacionais que têm a ganhar com a saída da Petrobrás da exploração de Petróleo. Parte desses agentes quer tirar Dilma”

Uma vez mais fica claro que o projeto do PSDB, caso ganhasse a eleição, seria privatizar toda, ou, grande parte da Petrobrás, obedcendo ao receituário defendido por eles do neoliberalismo e do alinhamento às lógicas do Império.

O impeachment é parte deste projeto maior já que foi rejeitado por 54 milhões de brasileiros, portanto, pela maioria dos eleitores que votaram em Dilma. Os derrotados não aceitam o rito democrático. Querem anulá-lo pelo impedimento da Presidenta. Propõem-se retomar o velho e derrotado projeto privatista que inviabilizaria, o que o PT e os partidos progressitas defendem: um projeto nacional, autônomo, soberano e benéfico às grandes maiorias do povo que ganharia meios necessários para sua educação, saúde e infra-estrutura em geral.

É importante defender nas ruas e nos debates esse projeto inaugurado sob o governo do PT que representa, reconhecidos os erros e atos de corrupção, a verdadeira revolução brasileira, feita de forma democrática e pacífica. Ela direcionou o Estado a serviço das necessidades básicas das grandes maiorias que sempre estiveram à margem e que agora constituem o novo sujeito político histórico, de base popular do Estado e não mais a oligárquica e a burguesa. Essa reviravolta é inaceitável por aqueles que consideravam o Estado como seu (patrimonialismo) e do qual construiram suas principais fortunas.

Mas esperamos que o povo tenha a lucidez suficiente e o sentido da nacionalidade para impedir esse regresso ao passado.

Leonardo Boff, teólogo, filósofo e escritor, co-redator da Carta da Terra