Appoggio al Papa Francesco contro un scrittore nostalgico

Ho letto con un po’ di tristezza l’articolo critico di
Vittorio Messori sul*Corriere della Sera* esatamente nel giorno meno
adattato: la felice notte di Natale, festa di gioia e di luce. Lui haintentato danneggiare questa gioia al buono pastore di Roma e del mondo, Papa Francesco. Ma in vano perchè non sa il senso di
misericordia e di espiritualità di questo Papa, virtù che securamente
non dimonstra Messori. Sotto parole di pietà e di comprensione porta
un veleno. E lo fa in nome di tanti altri che si nascondono in dietro
di lui e no hanno il coraggio di apparire in pubblico.

Voglio propore un’altra lettura del Papa Francesco, come
contrappunto a quella di Messori, un convertito che, a mio parere,
ancora deve terminare la sua conversione, con l’inclusione dello Spirito Santo, per non dire più le cose che ha scrito.

Messori dimonstra tre insuficienze: due di natura teologica e altra d’interpretazione della Chiesa del Terzo Mondo.

Lui si ha scandalizzato per la “imprevisibilità” di
questo pastore “perchè “continua turbando la tranqulità del cattolico
medio”. Bisogna chiedere de la qualità della fede di questo “cattolico medio”, che ha dificoltà di accettare un pastore che ha il “odore delle pecore” e che annuncia “la gioia del vangelo”. Sono, generalmente,
cattolici culturali abbituati alla figura faraonica di un Papa con
tutti i simboli del potere dei imperatori pagani romani. Adesso appare
un Papa “francescano” che ama i poveri, que no “veste Prada”, che fa
la critica dura al sistema che produce miseria nella gran parte del
mondo, che apre la Chiesa non solo ai cattolici ma a tutti quelli che
portano il nome di “uomini e donne”, senza giudicarli ma accogliendoli
nello spirito della “rivoluzione della tenerezza” come a chiesto ai
vescovi di America Latina reuniti l’anno scorso in Rio.

C’è un grosso vuoto nell pensiero di Messori. Questi sono
le due insuficienze teologiche: la quasi assenza dello Spirito Santo.
Direi di più, incorre nel errore teologico del *cristomonismo*, cioè,
solo Cristo conta nella Chiesa.Non c’è propiramente un posto allo Spirito Santo,cosa che il Gesù
dei Vangeli esatamente non vuole. Perchè dico questo? Perchè quello che
lui deplora è la “imprevisibilità” della azione pastorale di questo
Papa. O bene, questa è la caratteristica dello Spirito, la sua
imprevedibilità, come lo dice San Giovanni: “Il Spirito soffia dove
vuole, ascolti la sua voce, pero no sai di donde viene ni verso dove
va”(3,8). La sua natura è la imprevisa irruzione con i suoi doni e
carismi. Francesco di Roma nella sequella di Francesco d’Assisi si
lascia condurre per lo Spirito.

Messori è ostaggio di una visione lineare, propria del suo “amato Joseph Ratzinger” e di altri Papi anteriori. Purtroppo, fu
questa visione lineare che ha fatto della Chiesa una cittadella, incapace di comprendere la complessità del mondo moderno, isolata in
mezzo delle altre Chiese e dei camini spirituali, senza dialogare e imparare degli altri, anche illuminati per il Spirito. Significa blasfemare contro lo Spirito Santo pensare che gli altri hanno pensato
solo errori. Per questo è summamente importante una Chiesa aperta come
la vuole Francesco di Roma. Bisogna essere aperta alle irruzzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologhi “la fantasia di Dio”, a raggione della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo,
nella storia dei popoli, nei individui, nelle Chiese e a fortiori nella
Chiesa Cattolica.

Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’instituzione pesante, noiosa, senza creatività e, in un certo punto, non ha niente da dire al mondo che no siano sempre dottrine sopra dottrine, senza
suscitare speranza y gioia di vivere.

È un dono dello Spirito che questo Papa venga dal di fuori
della vecchia cristiantà europea. Non appare come un teologo sottile,
ma come un Pastore che realiza quello che Gesù a chiesto a Pedro:
“conferma i fratelli nella fede”(Lc 22,31). Porta con se l’esperienza
delle chiese del Terzo Mondo, specificamente, di America Latina.

Questa è una altra insuficienza di Messori: no
dimensionare il fatto che oggi per oggi il cristianesimo è una

religione del Terzo Mondo come lo ha accentuato tante volte il
teologo tedesco Johan Baptist Metz. In Europa vivono solo 25% dei
cattolici; il 72,56% nel Terzo Mondo (in AmericaLatina 48,75%).
Perchè on venire di questa maggioranza uno che lo Spirito lo ha fatto
vescovo di Roma e Papa universale? Perchè non accetare le novità chesi derivano di queste chiese, che già non sono “chiese-specchio” delle vecchie Chiese europee sino “chiese-sorgenti” con i loro martiri,
confesori e teologi?

Forse nel futuro, la sede del primato non sia più Roma e
la Curia, con tutte le sue contradizioni, denunciatte per il Papa
Francesco nella reunione dei Cardinali e dei prelati della Curia con
parole solo sentite nella bocca di Lutero e con meno forza nel mio
libro condenato per il Card. J. Ratzinger “Chiesa: carisma e
potere”(1984) ma in mezzo dove vive la maggioranza dei cattolici in
America, Africa o Asia. Sarebbe un segno propria della vera
cattolicità della Chiesa dentro del processo di planetarizzazione del
fenomeno umano.

Speravo più inteligenza della fede e appertura di Vittorio Messori
con i suoi meriti di cattolico, fedele a un tipo di Chiesa e
rinosciuto scrittore. Questo Papa Francesco ha portato speranza e
gioia a tanti cattolici e ad altri cristiani. Non perdiamo questo dono
dello Spirito in funzione di raggionamenti piutosto negativi su di lui.

Leonardo Boff, 1938, Brasile, teologo dellaliberazione e scrittore con
parechie opere tradotte in italiano.

Site: http://www.leonardoboff.com – Blog:
leonardoboff.wordpress.com

Apoyar al Papa Francisco contra sus detractores

En varias partes del mundo, pero principalmente en Italia entre cardenales y personas de la Curia, y también entre grupos laicos conservadores, se está articulando una dura resistencia y demolición de la figura del Papa Francisco. Escondiéndose detrás de un escritor laico famoso, convertido, Vittorio Messori, muestran su malestar.

Así que he leído con tristeza un artículo de Vittorio Messori en el Corriere della Sera de Milán con el título: “Las opciones de Francisco: dudas sobre el rumbo del Papa Francisco” (24/12-2014). Esperó a la víspera de Navidad para tocar más profundamente al Papa. Lo que le critica es especialmente su “imprevisibilidad que sigue perturbando la tranquilidad del católico medio”. El admira la perspectiva linear “del amado Joseph Ratzinger” y bajo palabras piadosas instila insidiosamente mucho veneno. Y lo hace, como confiesa, en nombre de muchos que no tienen el valor de exponerse.

Quiero proponer un contrapunto a las dudas de Messori. Este no percibe los nuevos signos de los tiempos traídos por Francisco de Roma. Además demuestra tres insuficiencias: dos de naturaleza teológica y una de interpretación de la relevancia de la Iglesia en el Tercer Mundo.

Messori se ha escandalizado de la “imprevisibilidad” de este pastor porque “sigue perturbando la tranquilidad del católico medio”. Es necesario preguntarse por la calidad de la fe de este “católico medio”, que tiene dificultad en aceptar a un pastor que tiene olor a oveja y anuncia “la alegría del Evangelio”. Son, en general, católicos culturales habituados a la figura faraónica de un Papa con todos los símbolos de poder de los emperadores romanos paganos.

Ahora aparece un Papa “franciscano” que da centralidad a los pobres, que no “viste Prada”, que crítica valientemente el sistema que produce miseria en gran parte del mundo, que abre la Iglesia a todos los seres humanos, sin juzgarlos y acogiéndolos en el espíritu que él llamó “revolución de la ternura”, hablando a los obispos latinoamericanos.

Hay un gran vacío en el pensamiento de Messori. Estas son las dos insuficiencias teológicas: la casi ausencia del Espíritu Santo y el cristomonismo, es decir, que sólo Cristo cuenta en la Iglesia. No hay propiamente un lugar para el Espíritu Santo. Todo en la Iglesia se resuelve únicamente con Cristo, cosa que no corresponde a lo que enseñó Jesús. ¿Por qué digo esto? Porque lo que Messori lamenta en la acción pastoral del Papa es la “imprevisibilidad”. Pues bien, esta es la característica del Espíritu, como lo afirma San Juan: “El Espíritu sopla donde quiere, escuchas su voz, pero no sabes de dónde viene ni a dónde va” (3,8). Su naturaleza es la irrupción imprevista.

Messori es rehén de una visión lineal, propia de su “amado Joseph Ratzinger” y de otros papas anteriores. Por desgracia, fue esta visión lineal la que ha hecho de la Iglesia una fortaleza, incapaz de comprender la complejidad del mundo moderno, aislada en medio de las otras Iglesias y los otros caminos espirituales, sin dialogar y aprender de los demás, iluminados también por el Espíritu. Significa blasfemar contra el Espíritu Santo pensar que los otros solo piensan errores. Por eso, es sumamente importante una Iglesia abierta como la quiere el Papa Francisco para percibir las irrupciones del Espíritu en la historia. No sin razón algunos teólogos le llaman “la fantasía de Dios”, a causa de su creatividad y novedad para la historia y para la Iglesia.

Sin el Espíritu Santo, la Iglesia se convertiría en una institución pesada y sin creatividad. En el fondo, tendría poco que decir al mundo, a no ser doctrinas sobre doctrinas, sin llevar a un encuentro vivo con Cristo y sin suscitar esperanza y alegría de vivir.

Es un don del Espíritu Santo que este Papa haya venido de fuera de la vieja y cansada cristiandad europea. No aparece como un teólogo sutil, sino como un pastor que realiza el mandato que Jesús pidió a Pedro: “Confirma a los hermanos y hermanas en la fe” (Lc 22,31). Francisco trae consigo la experiencia de las Iglesias del Tercer Mundo, particularmente de América Latina.

Hay otra insuficiencia en el pensamiento de Messori: no valorar el hecho de que hoy por hoy el cristianismo es una religión del Tercer Mundo, como ha repetido tantas veces el teólogo alemán J. B. Metz. En Europa los católicos no llegan al 25% mientras que en el Tercer Mundo son casi el 73% y en América Latina cerca del 49%.

¿Por qué no aceptar la novedad que se deriva de estas Iglesias, que ya no son Iglesias-espejo de las viejas Iglesias europeas, sino Iglesias–fuente con sus mártires, confesores y teólogos?

Podemos imaginar que en un futuro, no muy distante, la sede del primado no será ya Roma con la Curia, con todas sus contradicciones recientemente denunciadas por el Papa Francisco con palabras valientes solamente oídas por boca de Lutero y en mi libro Iglesia, carisma y poder (1984), que leído en la óptica de hoy es más bien inocente que crítico. Tendría sentido que la sede principal estuviera allí donde se encuentra la mayoría de los católicos, que está en América Latina, Asia y África. Sería seguramente una señal inequívoca de la verdadera catolicidad de la Iglesia dentro de la nueva fase globalizada de la humanidad.

Esperaba sinceramente una mayor inteligencia de fe y más apertura de Vittorio Messori, con sus méritos de católico, fiel a un tipo de Iglesia y renombrado escritor. Este Papa Francisco ha traído esperanza y aire fresco a muchos católicos y a otros cristianos que están orgullosos de él.

No perdamos este don del Espíritu por análisis más negativos que positivos, que no refuerzan la “alegría del Evangelio” para todos.

Standing up to Pope Francis’ detractors as the writter Vittorio Messori

In several places in the world, but primarily in Italy, among the Cardinals and members of the Roman Curia, as well as conservative lay groups, a strong resistance to, and denigration of, the figure of Pope Francis is developing. They display their discomfort, while hiding behind Vittorio Messori, a famous lay converted writer.

So it was with sadness that I read the article by Vittorio Messori in Milan’s Corriere della Sera, titled: “The options of Francis: doubts about the path of Pope Francis” (12/24-2014). He waited for the vespers of the Nativity to cut deeply at the Pope. Messori especially criticizes his “unpredictability that continues to disturb the tranquility of the moderate Catholic.” Messori admires the linear perspective “of the beloved Joseph Ratzinger” and among pious phrases insidiously injects a great deal of poison. And he does it, as he himself confesses, in the name of those who lack the courage to expose themselves.

I would like to propose a counterpoint to the doubts of Messori. He does not grasp the new signs of the times brought by Francis of Rome. Moreover, he displays three errors: two of a theological nature, and one of interpreting the relevance of the Church in the Third World.

Messori has been scandalized by the “unpredictibility” of this pastor because “he continues to perturb the tranquility of the moderate Catholic.” One must question the quality of the faith of this “moderate Catholic”, who has trouble accepting a pastor who brings the aroma of sheep, and who announces “the joy of the Gospel”. They, in general, are cultural Catholics used to the Pharaonic figure of a Pope with all the symbols of power of the pagan Roman emperors.

Now a “Franciscan” Pope appears who gives centrality to the poor, who does not “wear Prada”, who courageously criticizes the system that produces misery in much of the world, who opens the Church to the people, without judging them, and welcoming them in the spirit he called a “revolution of tenderness” when he spoke to the Latin-American bishops.

There is a great emptiness in Messori’s thinking. His two theological errors are: the near absence of the Holy Spirit, and Christ-monism, this is, that only Christ counts. There is no proper place for the Holy Spirit. Everything in the Church is resolved only through Christ, which does not correspond to what Jesus taught. Why do I say this? Because what Messori laments in the Pope’s pastoral actions is his “unpredictibility”. Well then, that is the characteristic of the Spirit, as Saint John affirms: “The Spirit blows where the Spirit chooses, you hear the voice of the Spirit but you do not know whence it comes, nor whither it goes” (3,8). The nature of the Spirit is its unpredictable appearance.

Messori is hostage to a linear vision of his “beloved Joseph Ratzinger” and other prior Popes. Unfortunately, this linear vision turned the Church into a fortress, incapable of understanding the complexity of the modern world, isolated in the midst of other Churches and other spiritual paths, without dialoguing and learning from others, also illuminated by the Spirit. It blasphemes the Holy Spirit to think that others’ thoughts are all erroneous. For that reason, an open Church, such as Pope Francis wants, is key to perceiving the appearances of the Spirit throughout history. Not without reason do some theologians call it “the fantasy of God”, because of its creativity and novelty for history and for the Church.

Without the Holy Spirit, the Church would become a heavy institutiion, lacking creativity. In the end, she would have little to say to the world, except doctrine upon doctrine, and could not lead to a living encounter with Christ or elicit hope and joy in living.

It is a gift of the Holy Spirit that this Pope came from outside the old and tired European Christianity. Pope Francis is not a subtle theologian, but a pastor who understands the mandate Jesus asked of Peter: “Confirm the brothers and sisters in the faith,” (Lc 22,31). Francis brings the experience of the Churches of the Third World, particularly of Latin America.

There is another deficiency in Messori’s thinking: he does not value the fact that today Christianity is a Third World religion, as German theologian J. B. Metz has repeated so often. Catholics are less than 25% of the population in Europe, while in the Third World, Catholics are almost the 73%, and in Latin America, nearly 49%.

Why not accept the newness that comes from these Churches, that no longer are mirror-Churces of the old European ones, but source-Churches, with their own martyrs, confessors and theologians?

We can imagine that in the not too distant future, the See of the Primate will no longer be Rome with the Curia, with all their contradictions Pope Francis recently exposed with courageous words, heard only from the mouth of Martin Luther, and in my 1984 book, Church: Charism and Power, that, if read with today’s eyes, is more innocent than critical. It would make sense that the principal See would be where the majority of Catholics are, which is in Latin America, Asia and Africa. That would surely be an unequivocal sign of the true Catholicity of the Church within this new globalized phase of humanity.

I was sincerely hoping for a greater intelligence of faith and more openness from Vittorio Messori, with his credentials as a Catholic, faithful to one type of Church and a well known writer. Pope Francis has brought hope and fresh air to many Catholics and to other Christians, who are very proud of him.

Let’s not waste this gift from the Spirit with analysis that is more negative than positive, and does not strengthen the “joy of the gospel” for all.

 

Free translation from the Spanish sent by
Melina Alfaro, alfaro_melina@yahoo.com.ar,
done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

Je ne suis pas Charlie: El Rafo Saldanha, verdadeiro autor

Nos envios anteriores este artigo saiu sem o nome do autor, por distração minha. Vinha num e-mail quatremains@uol.com.br e era atribuido ao Pe. Antonio Piber. Posteriormente coloquei o nome do Pe. Antonio Piber. Por fim vim a saber que o verdadeiro autor é o jornalista Rafo Saldanha. Encontra-se no seu blog:emtomdemimi.blogspot.com.br/2015/01 je-ne-suis-pas-charlie.html  Aqui vai o texto original sem os acréscimos feitos pelo Pe. Antonio Piber.  Havia duas charges do Charlie Hebdo que não puderam aparecer neste meu texto. Mas podem ser vistas no referido blog. Peço a compreensão de todos: Lboff

El Rafo Saldanha

quinta-feira, 8 de janeiro de 2015

Je ne suis pas Charlie

Em primeiro lugar, eu condeno os atentados do dia do 7 de janeiro. Apesar de muitas vezes xingar e esbravejar no meio de discussões, sou um cara pacífico. A última vez que me envolvi em uma briga foi aos 13 anos (e apanhei feito um bicho). Não acho que a violência seja a melhor solução para nada. Um dos meus lemas é a frase de John Donne: “A morte de cada homem diminui-me, pois faço parte da humanidade; eis porque nunca me pergunto por quem dobramos sinos: é por mim”. Não acho que nenhum dos cartunistas “mereceu” levar um tiro. Ninguém merece. A morte é a sentença final, não permite que o sujeito evolua, mude. Em momento nenhum, eu quis que os cartunistas da Charlie Hebdo morressem. Mas eu queria que eles evoluíssem, que mudassem.

Após o atentado, milhares de pessoas se levantaram no mundo todo para protestar contra os atentados. Eu também fiquei assustado, e comovido, com isso tudo. Na internet, surgiu o refrão para essas manifestações: Je Suis Charlie. E aí a coisa começou a me incomodar.

A Charlie Hebdo é uma revista importante na França, fundada em 1970 e identificada com a esquerda pós-68. Não vou falar de toda a trajetória do semanário. Basta dizer que é mais ou menos o que foi o nosso Pasquim. Isso lá na França. 90% do mundo (eu inclusive) só foi conhecer a Charlie Hebdo em 2006, e já de uma forma bastante negativa: a revista republicou as charges do jornal dinamarquês Jyllands-Posten (identificado como “Liberal-Conservador”, ou seja, a direita européia). E porque fez isso? Oficialmente, em nome da “Liberdade de Expressão”, mas tem mais…

O editor da revista na época era Philippe Val. O mesmo que escreveu um texto em 2000 chamando os palestinos (sim! O povo todo) de “não-civilizados” (o que gerou críticas da colega de revista Mona Chollet – críticas que foram resolvidas com a saída dela). Ele ficou no comando até 2009, quando foi substituído por Stéphane Charbonnier, conhecido só como Charb. Foi sob o comando dele que a revista intensificou suas charges relacionadas ao Islã – ainda mais após o atentado que a revista sofreu em 2011.

Uma pausa para o contexto. A França tem 6,2 milhões de muçulmanos. São, na maioria, imigrantes das ex-colônias francesas. Esses muçulmanos não estão inseridos igualmente na sociedade francesa. A grande maioria é pobre, legada à condição de “cidadão de segunda classe”. Após os atentados do World Trade Center, a situação piorou. Já ouvi de pessoas que saíram de um restaurante “com medo de atentado” só porque um árabe entrou. Lembro de ter lido uma pesquisa feita há alguns anos (desculpem, não consegui achar a fonte) em que 20 currículos iguais eram distribuídos por empresas francesas. Eles eram praticamente iguais. A única diferença era o nome dos candidatos. Dez eram de homens com sobrenomes franceses, ou outros dez eram de homens com sobrenomes árabes. O currículo do francês teve mais que o dobro de contatos positivos do que os do candidato árabe. Isso foi há alguns anos. Antes da Frente Nacional, partido de ultra-direita de Marine Le Pen, conquistar 24 cadeiras no parlamento europeu…

De volta à Charlie Hebdo: Ontém vi Ziraldo chamando os cartunistas mortos de “heróis”. O Diário do Centro do Mundo (DCM) os chamou de“gigantes do humor politicamente incorreto”. No Twitter, muitos chamaram de “mártires da liberdade de expressão”. Vou colocar na conta do momento, da emoção. As charges polêmicas do Charlie Hebdo são de péssimo gosto, mas isso não está em questão. O fato é que elas são perigosas, criminosas até, por dois motivos.

O primeiro é a intolerância. Na religião muçulmana, há um princípio que diz que o profeta Maomé não pode ser retratado, de forma alguma. (Isso gera situações interessantes, como o filme A Mensagem – Ar Risalah, de 1976 – que conta a história do profeta sem desrespeitar esse dogma – as soluções encontradas são geniais!). Esse é um preceito central da crença Islâmica, e desrespeitar isso desrespeita todos os muçulmanos. Fazendo um paralelo, é como se um pastor evangélico chutasse a estátua de Nossa Senhora para atacar os católicos. O Charlie Hebdo publicou a seguinte charge:

Qual é o objetivo disso? O próprio Charb falou: “É preciso que o Islã esteja tão banalizado quanto o catolicismo”. Ok, o catolicismo foi banalizado. Mas isso aconteceu de dentro pra fora. Não nos foi imposto externamente. Note que ele não está falando em atacar alguns indivíduos radicais, alguns pontos específicos da doutrina islâmica, ou o fanatismo religioso. O alvo é o Islã, por si só. Há décadas os culturalistas já falavam da tentativa de impor os valores ocidentais ao mundo todo. Atacar a cultura alheia sempre é um ato imperialista. Na época das primeiras publicações, diversas associações islâmicas se sentiram ofendidas e decidiram processar a revista. Os tribunais franceses – famosos há mais de um século pela xenofobia e intolerâmcia (ver Caso Dreyfus) – deram ganho de causa para a revista. Foi como um incentivo. E a Charlie Hebdo abraçou esse incentivo e intensificou as charges e textos contra o Islã.

Mas existe outro problema, ainda mais grave. A maneira como o jornal retratava os muçulmanos era sempre ofensiva. Os adeptos do Islã sempre estavam caracterizados por suas roupas típicas, e sempre portando armas ou fazendo alusões à violência (quantos trocadilhos com “matar” e “explodir”…). Alguns argumentam que o alvo era somente “os indivíduos radicais”, mas a partir do momento que somente esses indivíduos são mostrados, cria-se uma generalização. Nem sempre existe um signo claro que indique que aquele muçulmano é um desviante, já que na maioria dos casos é só o desviante que aparece. É como se fizéssemos no Brasil uma charge de um negro assaltante e disséssemos que ela não critica/estereotipa os negros, somente aqueles negros que assaltam…

E aí colocamos esse tipo de mensagem na sociedade francesa, com seus 10% de muçulmanos já marginalizados. O poeta satírico francês Jean de Santeul cunhou a frase: “Castigat ridendo mores” (costumes são corrigidos rindo-se deles). A piada tem esse poder. Se a piada é preconceituosa, ela transmite o preconceito. Se ela sempre retrata o árabe como terrorista, as pessoas começam a acreditar que todo árabe é terrorista. Se esse árabe terrorista dos quadrinhos se veste exatamente da mesma forma que seu vizinho muçulmano, a relação de identificação-projeção é criada mesmo que inconscientemente. Os quadrinhos, capas e textos da Charlie Hebdo promoviam a Islamofobia. Como toda população marginalizada, os muçulmanos franceses são alvo de ataques de grupos de extrema-direita. Esses ataques matam pessoas. Falar que “Com uma caneta eu não degolo ninguém”, como disse Charb, é hipócrita. Com uma caneta se prega o ódio que mata pessoas.

No artigo do Diário do Centro do Mundo, Paulo Nogueira diz: “Existem dois tipos de humor politicamente incorreto. Um é destemido, porque enfrenta perigos reais. O outro é covarde, porque pisa nos fracos. Os cartunistas do jornal francês Charlie Hebdo pertenciam ao primeiro grupo. Humoristas como Danilo Gentili e derivados estão no segundo.” Errado. Bater na população islâmica da França é covarde. É bater no mais fraco.

Uma das defesas comuns ao estilo do Charlie Hebdo é dizer que eles também criticavam católicos e judeus. Isso me lembra o já citado gênio do humor (sqn) Danilo Gentilli, que dizia ser alvo de racismo ao ser chamado de Palmito (por ser alto e branco). Isso é canalha. Em nossa sociedade, ser alto e branco não é visto como ofensa, pelo contrário. E – mesmo que isso fosse racismo – isso não daria direito a ele de ser racista com os outros. O fato do Charlie Hebdo desrespeitar outras religiões não é atenuante, é agravante. Se as outras religiões não reagiram a ofensa, isso é um problema delas. Ninguém é obrigado a ser ofendido calado.

“Mas isso é motivo para matarem os caras!?”. Não. Claro que não. Ninguém em sã consciência apoia os atentados. Os três atiradores representam o que há de pior na humanidade: gente incapaz de dialogar. Mas é fato que o atentado poderia ter sido evitado. Bastava que a justiça francesa tivesse punido a Charlie Hebdo no primeiro excesso. Traçasse uma linha dizendo: “Desse ponto vocês não devem passar”.

“Mas isso é censura”, alguém argumentará. E eu direi, sim, é censura. Um dos significados da palavra “Censura” é repreender. A censura já existe. Quando se decide que você não pode sair simplesmente inventando histórias caluniosas sobre outra pessoa, isso é censura. Quando se diz que determinados discursos fomentam o ódio e por isso devem ser evitados – como o racismo ou a homofobia – isso é censura. Ou mesmo situações mais banais: quando dizem que você não pode usar determinado personagem porque ele é propriedade de outra pessoa, isso também é censura. Nem toda censura é ruim.

Por coincidência, um dos assuntos mais comentados do dia 6 de janeiro – véspera dos atentados – foi a declaração do comediante Renato Aragão à revista Playboy. Ao falar das piadas preconceituosas dos anos 70 e 80, Didi disse: “Mas, naquela época, essas classes dos feios, dos negros e dos homossexuais, elas não se ofendiam.”. Errado. Muitos se ofendiam. Eles só não tinham meios de manifestar o descontentamento. Naquela época, tão cheia de censuras absurdas, essa seria uma censura positiva. Se alguém tivesse dado esse toque nOs Trapalhões lá atrás, talvez não teríamos a minha geração achando normal fazer piada com negros e gays. Perderíamos algumas risadas? Talvez (duvido, os caras não precisavam disso para serem engraçados). Mas se esse fosse o preço para se ter uma sociedade menos racista e homofóbica, eu escolheria sem dó. Renato Aragão parece ter entendido isso.

Deixo claro que não estou defendendo a censura prévia, sempre burra. Não estou dizendo que deveria ter uma lista de palavras/situações que deveriam ser banidas do humor. Estou dizendo que cada caso deveria ser julgado. Excessos devem ser punidos. Não é “Não fale”. É “Fale, mas aguente as consequências”. E é melhor que as consequências venham na forma de processos judiciais do que de balas de fuzis.

Voltando à França, hoje temos um país de luto. Porém, alguns urubus são mais espertos do que outros, e já começamos a ver no que o atentado vai dar. Em discurso, Marine Le Pen declarou: “a nação foi atacada, a nossa cultura, o nosso modo de vida. Foi a eles que a guerra foi declarada” (grifo meu). Essa fala mostra exatamente as raízes da islamofobia. Para os setores nacionalistas franceses (de direita, centro ou esquerda), é inadmissível que 10% da população do país não tenha interesse em seguir “o modo de vida francês”. Essa colônia, que não se mistura, que não abandona sua identidade, é extremamente incômoda. Contra isso, todo tipo de medida é tomada. Desde leis que proíbem imigrantes de expressar sua religião até… charges ridicularizando o estilo de vida dos muçulmanos! Muitos chargistas do mundo todo desenharam armas feitas com canetas para homenagear as vítimas. De longe, a homenagem parece válida. Quando chegam as notícias de que locais de culto islâmico na França foram atacados – um deles com granadas! – nessa madrugada, a coisa perde um pouco a beleza. É a resposta ao discurso de Le Pen, que pedia para a França declarar “guerra ao fundamentalismo” (mas que nos ouvidos dos xenófobos ecoa como “guerra aos muçulmanos” – e ela sabe disso).

Por isso tudo, apesar de lamentar e repudiar o ato bárbaro de ontem, eu não sou Charlie. No twitter, um movimento – muito menor do que o #JeSuisCharlie – começa a surgir. Ele fala do policial, muçulmano, que morreu defendendo a “liberdade de expressão” para os cartunistas do Charlie Hebdo ofenderem-no. Ele representa a enorme maioria da comunidade islâmica, que mesmo sofrendo ataques dos cartunistas franceses, mesmo sofrendo o ódio diário dos xenófobos e islamófobos, repudiaram o ataque. Je ne suis pas Charlie. Je suis Ahmed.

Postado por El Rafo Saldaña às 09:20