Popoli indigeni: nostri maestri e medici in ecologia

Con il recente assassinio dell’indigenista Bruno Pereira e quello del giornalista inglese Dom Phillips nella valle del Jari amazzonico e, soprattutto, per l’abbandono subito dall’attuale governo, con un orientamento genocida, per lungo tempo, durante la pandemia del Covid- 19 che, in tutto, deve essere costata la vita a migliaia d’indigeni, la questione dei popoli originari ha guadagnato i titoli dei media a livello nazionale e internazionale.

Sorprendenti, nonostante il ritardo, le scuse di Papa Francesco nella sua visita di luglio in Canada, alle famiglie dei bambini indigeni, strappati dal loro ambiente e internati nelle scuole cattoliche con molti morti. Loro non si sono accontentati di questa scusa papale. Uno dei leader ha detto coraggiosamente al Papa: smettetela di farci superare questa tragedia, vogliamo che ci capiate, che rispettiate la nostra saggezza ancestrale, che favorisca la nostra cura e ci lasci vivere secondo le nostre tradizioni. Qualcosa di simile hanno detto gli indigeni boliviani in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II: la Bibbia che ci date, datela agli europei, perché ne hanno bisogno più di noi perché sono stati loro che, in modo disumanizzante, ci hanno colonizzato e ci hanno quasi decimati.

Non abbiamo mai pagato il debito secolare che abbiamo con i popoli originari brasiliani, latino-americani e caraibici. Loro sono gli ospiti originari di queste terre che vengono invase e rubate a causa della voracità dei taglialegna, dei cercatori d’oro e dell’industria mineraria.

La cura di tutto ciò che esiste e vive

Ora che siamo sotto un allarme ecologico planetario, non sapendo quali soluzioni trovare di fronte all’aumento del riscaldamento globale, scopriamo, finalmente, come loro trattano la natura con saggezza, si prendono cura delle foreste e della Madre Terra. Loro sono i nostri maestri e medici nel sentimento di appartenenza, di fratellanza e rispetto per tutto ciò che esiste e vive. Nutrono una profonda concordia tra di loro e con la comunità della vita, qualcosa che noi abbiamo perso da secoli. Stiamo subendo il danno irreparabile della nostra devastazione. Non abbiamo ancora imparato le lezioni che Gaia, la Pacha Mama e la Madre Terra ci stanno dando con l’intrusione del Covid-19. Cerchiamo di tornare all’ordine precedente, proprio quello che ha portato allo scoppio di innumerevoli virus, l’ultimo, il vaiolo delle scimmie. Elenchiamo alcuni valori del loro modo di essere in questo mondo naturale.

Integrazione sinfonica con la natura.

L’indio si sente parte della natura e non un estraneo al suo interno. Pertanto, nei loro miti, gli esseri umani e gli altri esseri viventi convivono e si sposano. Hanno intuito ciò che sappiamo dalla scienza empirica che tutti noi formiamo una catena di vita unica e sacra. Loro sono esimi ecologisti. L’Amazzonia, ad esempio, non è terra intoccabile. In migliaia di anni, le decine di nazioni indigene che vi abitano hanno saggiamente interagito con essa. Quasi il 12% dell’intera foresta amazzonica di ‘terra ferma’ è stata gestita da loro, promuovendo “isole di risorse”, sviluppando specie vegetali utili o foreste ad alta densità di castanheiras e frutti di ogni tipo. Essi furono piantati e curati per se stessi e per coloro che, per avventura, passavano di lì.

Gli Yanomami sanno utilizzare il 78% delle specie di alberi presenti dei suoi territori, tenendo conto dell’immensa biodiversità della regione, nell’ordine di 1.200 specie per un’area delle dimensioni di un campo da calcio.

Per loro la Terra è la Madre dell’indio. Lei è viva e per questo produce tutti i tipi di esseri viventi. Dovrebbe essere trattata con la riverenza e il rispetto dovuti alle madri. Mai si dovrebbero abbattere animali, pesci o alberi per puro piacere, ma solo per soddisfare i bisogni umani. Anche così, quando si tagliano gli alberi o si pratica la caccia e la pesca, sono organizzati riti di scuse in modo da non violare l’alleanza di amicizia tra tutti gli esseri.

Questo rapporto sinfonico con la comunità della vita è imprescindibile per garantire il futuro comune della propria vita e della specie umana.

Saggezza ancestrale.

Conoscendo un po’ le diverse culture indigene, identifichiamo in esse una profonda capacità di osservare la natura con le sue forze e la vita con le sue vicissitudini. La loro saggezza è stata intessuta attraverso la sintonizzazione con l’universo e l’ascolto attento del linguaggio della Terra. Sanno meglio di noi, sposare il cielo con la terra, integrare vita e morte, conciliare lavoro e divertimento, fraternizzare l’essere umano con la natura. In questo senso sono altamente civilizzati sebbene la loro tecnologia sia molto raffinata, ma non contemporanea.

Intuitivamente, hanno capito la vocazione fondamentale del nostro effimero passaggio in questo mondo, che è catturare la maestosità dell’universo, assaporare la bellezza della Terra e togliere dall’anonimato quell’Essere che fa essere tutti gli esseri, chiamandolo con mille nomi Palop, Tupã, Ñmandu e altri. Tutto esiste per brillare. E l’essere umano esiste per ballare e festeggiare questo bagliore.

Questa saggezza ha bisogno di essere riscattata dalla nostra cultura secolarizzata e irrispettosa delle varie forme di vita. Senza di essa, difficilmente potremmo porre limiti al potere che potrebbe distruggere il nostro Pianeta vivo e ridente.

Attitudine di venerazione e rispetto.

Per i popoli indigeni, così come per alcuni contemporanei, come il compianto James Lovelock, l’ideatore della teoria della Terra come Gaia, tutto è vivo e tutto viene caricato di messaggi che devono essere decifrati. L’albero non è appena un albero. Lui comunica con i suoi profumi. Possiede braccia che sono i suoi rami, ha mille lingue che sono le sue foglie, unisce il Cielo con la Terra attraverso le sue radici e la sua chioma. Loro sono in grado, naturalmente, di cogliere il filo che collega e ricollega tutte le cose tra loro e con la Divinità. Quando ballano e bevono le bevande rituali, sperimentano un incontro con il Divino e con il mondo degli anziani e dei saggi che sono vivi dall’altra parte della vita. Per loro, l’invisibile fa parte del visibile. È importante imparare da loro questa lezione.

La libertà, l’essenza della vita indigena.

Attualmente la mancanza di libertà ci tormenta. La complessità della vita, la sofisticazione delle relazioni sociali generano sentimenti di prigionia e angoscia. I popoli indigeni ci danno testimonianza di una libertà incommensurabile. Ci basta la testimonianza dei grandi indigenisti, i fratelli Orlando e Cláudio Villas Boas: “L’indio è totalmente libero, senza bisogno di dare soddisfazione per le sue azioni a chiunque sia… Se una persona grida nel centro di São Paulo, una pattuglia della polizia potrebbe portarla in galera. Se un indio lancia un urlo tremendo in mezzo al villaggio, nessuno lo guarderà, né gli chiederà perché ha urlato. L’indio è un uomo libero». Questa libertà è talmente in mostra attraverso la straordinaria leadership Krenak e dai suoi scritti, Ailton Krenak.

La autorità, potere come servizio e spoliazione.

La libertà vissuta dai popoli indigeni conferisce un segno unico all’autorità dei loro capi. Questi non hanno mai potere di comando sugli altri. La loro funzione è di animazione e articolazione delle cose comuni, sempre nel rispetto del dono supremo della libertà individuale. Soprattutto, tra i Guarani si vive questo alto senso di autorità, il cui attributo essenziale è la generosità. Il capo deve dare tutto ciò che gli viene chiesto e non deve tenere nulla per sé. In alcune comunità indigene si può riconoscere il capo nella persona che indossa gli ornamenti più poveri, poiché il resto è stato tutto donato. Noi occidentali definiamo il potere nella sua forma autoritaria: “la capacità di conseguire che l’altro faccia quello che io voglio”. A causa di questa concezione, le società sono permanentemente dilaniate da conflitti di autorità.

Immaginiamo il seguente scenario: se il cristianesimo si fosse incarnato nella cultura sociale guarani e non in quella greco-romana, allora avremmo sacerdoti poveri, vescovi miserabili e il papa un vero mendicante. Ma il suo segno distintivo sarebbe la generosità e il servizio umile a tutti. Allora sì, potremmo essere testimoni di Colui che ha detto: “sono in mezzo a voi come uno che serve”. Gli indigeni avrebbero colto questo messaggio come connaturale alla loro cultura e, chissà, avrebbero aderito liberamente alla fede cristiana.

Come si vede, in tante cose, lo ripeto, gli indigeni possono essere nostri maestri e nostri medici, come si diceva dei poveri nella Chiesa primitiva.

*Ecoteologo ha scritto il Matrimonio fra il Cielo e la Terra.

Miti  dei indigeni brasiliani, Planeta, São Paulo 2022.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Povos indígenas: nossos mestres e doutores                                                                    

Com o assassinato recente do indigenista Bruno Pereira e o do jornalista  inglês Dom Phillips no vale do Jari amazônico e mais que tudo pelo abandono que sofreram por parte do atual governo, de viés genocida, por longo tempo, durante da pandemia do Covid-19 que, ao todo, deve ter custado a vida de cerca de mil indígenas, a questão dos povos originários ganhou as manchetes nacionais e internacionais.

Surpreendente, embora tardio, foi o pedido de desculpa do Papa Francisco em sua visita em julho ao Canadá, às famílias de crianças indígenas, arrancadas de seu meio e internadas em colégios católicos com muitas mortes. Eles não se contentaram com essa desculpa papal. Uma das lideranças corajosamente disse ao Papa:parem de nos fazer superar esta tragédia, queremos que nos entendam, que respeitem a nossa sabedoria ancestral, que favoreçam a nossa cura e nos deixem viver segundo as nossas tradições. Algo semelhante disseram indígenas bolivianos por ocasião da visita do Papa João Paulo II: a Bíblia que nos dão, entreguem-na aos europeus, pois eles precisam dela mais do que nós porque foram eles que de forma desumanizadora nos colonizaram e quase nos dizimaram.

Nunca pagamos a dívida centenária que temos para com os povos originários brasileiros, latino-americanos e caribenhos. Eles são os hóspedes originários destas terras que lhes estão sendo invadidas e roubadas em função da voracidade dos madeireiros, do ouro e da mineração.

O cuidado para com tudo o que existe e vive

Agora que estamos sob um alarme ecológico planetário, sem saber que soluções encontrar face ao crescente aquecimento do planeta, descobrimos, finalmente, como eles com sabedoria tratam a natureza, o cuidado para com as florestas e a Mãe Terra. Eles são nossos mestres e doutores no sentimento de pertença, de irmandade e de respeito por tudo o que existe e vive. Nutrem uma profunda concórdia entre eles e com a comunidade de vida, coisa que nós há séculos perdemos. Estamos sofrendo os danos irremissíveis de nossa devastação. Ainda não tiramos as lições que Gaia, a Pacha Mama e Mãe Terra nos está dando com a intrusão do Covid-19. Buscamos volver à ordem anterior, justamente aquela que propiciou a irrupção de inúmeros vírus, o último, a varíola do macaco. Elenquemos alguns valores de seu modo de estar neste mundo natural.

Integração sinfônica com a natureza.

O índio se sente parte da natureza e não um estranho dentro dela. Por isso, em seus mitos, seres humanos e outros seres vivos convivem,m e casam entre si. Intuíram o que sabemos pela ciência empírica que todos formamos uma cadeia única e sagrada de vida. Eles são exímios ecologistas. A Amazônia, por exemplo, não é terra intocável. Em milhares de anos, as dezenas de nações indígenas que ai vivem, interagiram sabiamente com ela. Quase 12% de toda floresta amazônica de terra firme foi manejada por eles, promovendo “ilhas de recursos”, desenvolvendo espécies vegetais úteis ou bosques com alta densidade de castanheiras e frutas de toda espécie. Elas foram plantadas e cuidadas para si e para aqueles que, por ventura, por ai passassem.

Os Yanomami sabem aproveitar 78% das espécies de árvores de seus territórios, tendo-se em conta a imensa biodiversidade da região, na ordem 1200 espécies por área do tamanho de um campo de futebol.

Para eles a Terra é Mãe do índio. Ela é viva e por isso produz todo tipo de seres vivos. Deve ser tratada com reverência e respeito que se deve às mães. Nunca se há de abater animais, peixes ou árvores por puro gosto, mas somente para atender necessidades humanas. Mesmo assim, quando se derrubam árvores ou se fazem caçadas e pescarias maiores, organizam-se ritos de desculpa para não violar a aliança de amizade entre todos os seres.

Essa relação sinfônica com a comunidade de vida é imprescindível para garantirmos o futuro comum da própria vida e o da espécie humana.

Sabedoria ancestral.

Conhecendo-se um pouco as diversas culturas indígenas, identificamos nelas profunda capacidade de observação da natureza com suas forças  e da vida com suas  vicissitude . A sabedoria deles se teceu  através da sintonia fina com o universo e  da escuta atenta da linguagem da Terra. Sabem melhor do que nós, casar céu com a terra, integrar vida e morte, compatibilizar trabalho e diversão, confraternizar ser humano com a  natureza. Nesse sentido eles são altamente civilizados embora sua tecnologia seja finíssima mas não contemporânea.

Intuitivamente, atinaram com a vocação fundamental de nossa efêmera passagem por esse mundo que é captar a majestade do universo, saborear a beleza da Terra e tirar do anonimato aquele Ser que faz ser todos os seres, chamando-o por mil nomes Palop, Tupã, Ñmandu e outros.  Tudo existe para brilhar. E o ser humano existe para dançar e festejar esse brilho.

Essa sabedoria precisa ser resgatada por nossa cultura secularista e desrespeitosa das várias formas de vida. Sem ela dificilmente pômos limites ao poder que poderá destruir o nosso ridente Planeta vivo

Atitude de veneração e de respeito.

Para os povos  indígenas, bem  como para alguns contemporâneos, como o recém falecido James Lovelock, o formulador da teoria da Terra como Gaia, tudo é vivo e tudo vem carregado de mensagens que importa decifrar. A árvore não é apenas uma árvore. Ela se comunica por seus odores. Possui braços que são seus ramos, tem mil línguas que são suas folhas, une o  Céu com a Terra por suas raízes e  pela copa. Eles conseguem, naturalmente, captar o fio que liga e re-liga todas as coisas entre si e com a Divindade. Quando  dançam e tomam as beberagens rituais fazem uma experiência de encontro como Divino e com o mundo dos anciãos e dos sábios que estão vivos no outro lado da vida. Para eles, o invisível é parte do visível. Essa lição importa aprender deles.

       A liberdade, a essência da vida indígena.

Nos dias atuais a falta de liberdade nos atormenta. A complexidade da vida, a sofisticação das relações sociais geram sentimento de prisão e de angústia. Os povos indígenas nos dão o testemunho de uma incomensurável liberdade. Baste-nos o depoimento dos grandes indigenistas, os irmãos Orlando e Cláudio Villas Boas: “O índio é totalmente livre, sem precisar de dar satisfação de seus atos a quem quer que seja… Se uma pessoa der um grito no centro de São Paulo, uma rádio-patrulha poderá levá-lo preso. Se um índio der um tremendo berro no meio da aldeia, ninguém olhará para ele, nem irá perguntar por que ele gritou. O índio é um homem livre”. Essa liberdade é tão apresentada pela extraordinária liderança Krenak e por seus escritos, Ailton Krenak.

       A autoridade, o poder como serviço e despojamento.

A liberdade vivida pelos indígenas confere uma  marca singular à  autoridade de seus caciques. Estes nunca têm poder de mando sobre os demais. Sua função é de animação e de articulação das coisas comuns, sempre respeitando o dom supremo da liberdade individual. Especialmente, entre os Guarani se vive esse alto sentido da autoridade, cujo atributo essencial é a generosidade. O cacique deve dar tudo o que lhe pedem e não deve guardar nada para si. Em algumas tabas se pode reconhecer o chefe na pessoa de quem traz ornamentos  mais pobres, pois, o resto foi tudo doado.  Nós ocidentais definimos o poder sob sua forma autoritária:“a capacidade de conseguir  com que o outro faça aquilo que eu quero”. Em razão desta concepção, as sociedades são dilaceradas permanentemente por conflitos de autoridade.      

Imaginemos o seguinte cenário: caso o cristianismo, se tivesse encarnado na cultura social guarani e não naquela greco-romana, teríamos então padres pobres, bispos miseráveis e o papa um verdadeiro mendigo. Mas sua marca registrada seria a generosidade e o serviço humilde a todos. Então, sim, poderiam ser testemunhas d’Aquele que disse:”estou entre vós como quem serve”. Os indígenas teriam captado essa mensagem como co-natural à sua cultura  e, quem sabe, livremente aderido à fé cristã.

 Como se depreende, em tantas coisas, reafirmo, os indígenas podem ser nossos mestres e nossos doutores, como se dizia dos pobres na Igreja dos primórdios.

Leonardo  Boff escreveu O casamento entre o Céu e a Terra,contos de indígenas brasileiros,(com um suplemento sobre dados atualizados do seu universo),Planeta 2022.

O confronto  bolsonarista “o Bem contra o Mal”: um erro filosófico,um antagonismo falso e uma proposta absurda.

                                                      Leonardo Boff

O confronto que o  PL e o presidente a ele filiado  propõem como estratégia política de campanha eleitoral, representa um irremissível erro filosófico. É maniqueísmo que falsamente imagina haver um princípio dualista, de um lado somente o mal  e do outro somente o bem e sempre se confrontando. Eles, os fanatizados, se apresentam como os portadores  do bem. Os outros, do mal.

Reflitamos: Toda realidade humana pessoal e social carregam, misturadas e juntas, as dimensões de bem e as dimensões de mal. Essa é a condição concreta da realidade histórica: a convivência, junta e misturada, de ambas as dimensões. Cada  um dá primazia a uma destas dimensões, ou o bem ou o mal,embora não consiga,como uma sombra, se libertar totalmente dela,mas posso mantê-la sob vigilância. Aqui surge o caráter ético da opção e de suas práticas, seja da dimensão do bem  seja daquela  do mal.

Quando um grupo fanatizado e seu líder optam pelo ódio, pelo espírito de vingança, pela mentira,pela violência, pela magnificação da ditadura e da tortura  usa do fake news, estes decididamente não podem reivindicar “nós somos homens do bem”. Eles optaram pelo mal, admitemos, sem conseguir sufocar o bem  que é inerente à nossa natureza pessoal e social. Pois é isso que,inequivocamente, está ocorrendo com o atual presidente e seus seguidores, rubros de ódio e engolfados de raiva. Querem o mal para seus adversários pensando fazer o bem ao país. Na verdade,invertem a realidade cometendo um erro filosófico.

Os fanáticos bolsonaristas e seu líder,com características desviantes por sua falta completa de empatia,pela brutalização de suas comunicações e pela perda da dignidade inerente ao cargo que ocupa, propõe um falso antagonismo. Qual é o verdadeiro antagonismo: é entre a defesa da vida, a partir daqueles mais vulneráveis ou a completa falta de cuidado dela, especialmente neste momento sob a pandemia do Covid-19? É a transparência na coisa pública ou um orçamento secreto, sem critérios técnicos e faltos de toda equidade na distribuições dos bilhões de reais? É a busca do equilíbrio e da paz social ou o empenho de acirrar conflitos, destruir a reputação de autoridades e de políticos com falsas acusações, dossiês forjados? É defender o pacto social codificado na Constituição e nas leis ou atacá-lo sistematicamente e desrespeitar toda e qualquer norma. É ameaçar com uma ruptura institucional, rompendo o equilíbrio dos três  poderes e difamando especialmente um deles,  o STF? É armar o povo com todo tipo de armas (armas são para matar,seja agredindo seja se defendendo) ao invés de ensinar a amar, propiciar o diálogo, a conciliação e o ganha-ganha? E poderíamos aduzir mais dados do antagonismo como a malévola destruição do processo educativo, a desmontagem da cultura e o incentivo à discriminação e o ódio contra negros, indígenas,mulheres e de pessoas de outra opção sexual ao invés de propiciar a convivência pacífica e a acolhida das diferenças? Pois  o grupo fanatizado dos bolsonaristas e de seu líder promovem  exaltam este falso e odioso antagonismo. Existe em toda política oposição mas não  pode se transformar numa contraposição, a transformação do adversário em inimigo.E o fazem cotidianamente.

Por fim temos a ver com uma proposta absurda, destituída de qualquer sentido humano e humanístico. Nenhuma sociedade historicamente conhecida prosperou e se consolidou sobre a exclusão, o ódio, a perseguição, a injustiça, a mentira e a afirmação da morte. Formular tal proposta repugna à inteligência que se rege pela busca da verdade e afronta a consciência dos valores éticos e morais. Ela pode pela violência e repressão ser imposta por certo tempo mas não possui sanidade interior de poder se firmar.

Esta proposta absurda  do confronto entre o bem  e o mal  como mote eleitoral pelo PL e pelo o presidente,buscando por tal estratégia busca a reeleição, está fadada ao franco fracasso. No fundo esta proposta é suicidária. Como dizia um conhecido escritor brasileiro citando Shakespeare: eles tomam o veneno pensando que o outro vá morrer envenenado. Eles estão se envenenando.

Esta eleição de 2022 possui um claro caráter plebiscitário: ou optamos pela vida da natureza e pela vida das grandes maiorias humilhadas,ofendidas, famintas e desempregadas  ou optamos pelo poder que castiga, covardemente marginaliza, destrói a democracia e o Estado democrático de direito, depreda a natureza, aliena os bens públicos e prolonga a dependência para impor um autoritarismo fascistoide, obtuso, anti-vida, anti-cultura e anti-povo e sempre dependente de um poder maior e exterior. A seguir esse rumo transformará o nosso país em pária, no qual as grandes maiorias viverão na exclusão, na marginalização e na pobreza senão na aviltante miséria.

Cumpre reconstruir o que foi destruído e aproveitar a ocasião para, de fato, realizar o sonho de nossos melhores de concluir a refundação do Brasil, expressão de uma civilização biocentrada nos trópicos. Por sua magnitude e abundância de bens de vida poderá ser a fonte de água doce para saciar as sedes de milhões e a mesa posta para as fomes do mundo inteiro.

Leonardo Boff escreveu Brasil: concluir a refundação ou prolongar a dependência, Vozes 2018.

Situação do mundo: crise civilizacional, drama ou tragédia?

                                             Leonardo Boff

Sigam-me neste pensamento: alguém pode dizer para onde vamos? Nem o Dalai Lama, nem o Papa Francisco nem alguma autoridade o poderá dizer. No enteando temos três advertência sérias: uma do Papa Francisco em sua última encíclica Fratelli tutti (2020): “Estamos no mesmo barco: ou no salvamos todos ou ninguém se salva”(n.32). Outra também com a mais alta autoridade, a Carta da Terra de 2003: “a humanidade deve escolher o seu futuro; a escolha é essa: ou formar uma aliança global para cuidar da Terra e uns dos outros ou arriscar a nossa destruição e a diversidade da vida”(Preâmbulo). A terceira veio do Secretário Geral da ONU António Guterres em meados de julho deste ano de 2022 num conferência em Berlim sobre mudanças climáticas: “Nós temos uma escolha. Ação coletiva ou suicídio coletivo. Está em nossas mãos.” A maioria não se sente no mesmo barco nem cultiva o cuidado e sequer elabora ações coletivas.

Consideremos alguns fenômenos: o Brasil é perpassado por uma onda de ódio, de mentiras e de violência contra uma gama imensa de pessoas, covardemente desprezadas e difamadas, onda incentivada pelo Presidente que elogia a tortura, as ditaduras e constantemente viola a Constituição. Sem nenhuma prova questiona a segurança das urnas. Convoca todos os embaixadores para falar mal de nossas instituições jurídicas e dá a entender que, caso não se reeleja, dará um golpe de estado. Comete um crime de lesa-pátria, motivo para impugnar sua candidatura. Nem nos refinemos à fome e o desemprego de milhões que campeiam no país.

A situação ecológica do mundo não é menos preocupante: em pleno verão europeu o clima chegou a 40 graus ou mais. Há incêndios praticamente em todos os países do mundo. São os eventos extremos agravados pelo aquecimento global. Temos visto em nosso país neste corrente ano: grandes enchentes no sul da Bahia, no norte de Minas, do Rio Tocantins e Amazonas e trágicos deslizamento de encostas em Petrópolis e Angra dos Reis, com inúmeras vítimas e simultaneamente prolongada estiagem no sul.

Há 17 focos de guerra no mundo,o mais visível de todos na Ucrânia atacada pela Rússia com alto poder de destruição. Gravíssima foi a decisão dos países ocidentais,englobados pela Nato que tem os USA como seu  principal ator, ao estabelecer “um novo compromisso estratégico” de passar  de um pacto defensivo para um pacto ofensivo. Declara ipsis litteris a Rússia como inimigo presente, e mais adiante a China. Não se trata de um concorrente ou adversário, mas de inimigo que na perspectiva do jurista de Hitler Carl Schmitt, cabe combater e destruir,usando todos os meios inclusive os militares e, no limite, os nucleares.Como apontou o reconhecido economista ecológico Jeffrey Sachs, reforçado por Noam Chomsky: se isso ocorrer seria o fim da espécie. Isto significaria a grande tragédia.

Talvez a ameaça mais eminente nos vem do já citado aquecimento global acelerado. Com o esforço conjugado de todo os países dever-se-ia limitar o aquecimento a 1,5 grau Celsius até 2030. Agora constata-se que se acelerou com a entrada maciça do metano devido ao degelo das calotas polares e do parmafrost. Antecipou-se para 2027. O último relatório em tres volumes do IPCC publicado há poucos meses advertiu que poderá vir bem antes. Há o risco notado já anteriormente pela Academia Norte-americana de Ciências de um “salto abrupto” que pode elevar o clima a 2,7 ou mais graus Celsius. A conclusão que o IPCC chega é “que os impactos em todo mundo constituem uma ameaça à humanidade”. Grande parte dos organismos vivos não consegue se adaptar e acaba desaparecendo. Da mesma forma multidões humanas podem sofrer terrivelmente e também morrer antes do tempo.Tal evento pode ocorrer nos próximos 3-4 anos. Não parece que os analistas e os planejadores tomam em conta essa eventualidade.

Daí se entendem que alguns cientistas em clima, sejam tecnofatalistas e céticos. Afirmam que com as bilhões de toneladas de CO2 e de outros gases de efeito estufa já acumulados na atmosfera (eles permanecem cerca de 100 anos) não temos condições de impedir o aquecimento global. Chegamos tarde demais. Os eventos extremos fatalmente virão, cada vez mais frequentes e danosos, devastando partes dos biomas terrestres e das costas marítimas. Pelo fato de dispormos de ciência e de tecnologia podemos apenas mitigar os efeitos  nocivos mas não de evitá-los. Eis uma crise de nosso tipo de civilização.

Acresce a este quadro dramático, a Sobrecarga da Terra: consumimos mais do que ela nos pode oferecer, pois necessitamos mais de uma Terra e meia (1,7) par atender as demandas do consumo humano, especialmente, aquele suntuoso das classes opulentas.

Diante deste cenário inegavelmente dramático que pensar? Talvez tenha chegado a nossa vez de sermos excluídos da face da Terra? Dada a voracidade do processo produtivista mundializado que não conhece moderação, a cada ano estão desaparecendo cerca de 100 mil espécies de organismos vivos. Aqui cabem as palavras do eminente naturalista francês Théodore Monod, por nós algumas vezes citado:” somos capazes de uma conduta insensata e demente; pode-se a partir de agora temer tudo, tudo mesmo, inclusive a aniquilação da raça humana: seria o justo preço de nossas loucuras e de nossas crueldade”. Essa opinião é compartilhada por outras notáveis personalidades como Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky entre outros.

Não podemos travejar como será nosso futuro. Mas ele não pode ser o prolongamento do presente. A natureza da lógica capitalista não mudará senão a  obrigaria a renunciar de ser o que é e quer: acumular ilimitadamente sem cuidar das externalidades.

Como mostrou Hans Jonas em seu livro O Princípio Responsabilidade, o fator medo e pavor pode ser decisivo. Ao dar-se conta de que pode desaparecer, o ser humano fará tudo para sobreviver, como os navios antigos que sob risco de naufragar, jogavam toda a carga ao mar. Haveria mudanças radicais especialmente no consumo frugal e solidário.

Existe ainda o princípio do imponderável e do inesperado da mecânica quântica. A evolução não é linear. Em momentos de alta complexidade e de grande caos pode dar um salto para uma nova ordem e conquistar um outro equilíbrio. No nosso caso não é impossível. Mas seguramente se fará com o sacrifício de vidas também humanas.É o nosso drama.

Por fim, há a esperança teologal, o legado judaico-cristão, que deve ser entendido também como uma emergência do processo evolucionário e não como algo exógeno. Ela afirma o princípio da vida e do Deus vivo e doador da vida que criou tudo por amor. Ele  poderá criar condições para os seres humanos se converterem para um outro rumo de seu destino e assim poderem se salvar. Mas “chi lo sa”? A nós cabe o esperançar de Paulo Freire, quer dizer, criar as condições para a utopia viável, a esperança, de que o inesperado acontecerá e que a vida sempre terá futuro e está destinada a mudar para  continuar e continuar brilhando.

Leonardo Boff escreveu O doloroso parto da Mãe Terra:uma sociedade de fraternidade sem fronteiras e de amor universal, Vozes 2021 e Habitar a Terra, Vozes 2022.