AVER CURA DI MADRE TERRA E AMARE TUTTI GLI ESSERI

L’amore è la forza più grande che esista nell’universo, negli esseri viventi e tra gli umani. Perché l’amore è una forza di attrazione, di unione e di trasformazione. Già l’antico mito greco lo formulava con eleganza: “Eros, il Dio dell’amore si alzò per creare la Terra. Prima, tutto era silenzio, vuoto e immobile. Adesso tutto è vita, allegria, movimento”. L’amore è l’espressione più alta della vita, che sempre irradia e chiede premure, perché senza le cure dovute, s’indebolisce, s’ammala e muore.

Humberto Maturana, cileno, uno dei maggiori esponenti della biologia contemporanea, ha mostrato con i suoi studi sull’autopoiesi – vale a dire sull’autorganizzazione della materia da cui risulta la vita – come l’amore sorge all’interno del processo evoluzionistico. Nella natura – afferma Maturana – si verificano due tipi di connessioni (che lui chiama accoppiamenti) degli esseri con l’ambiente e tra di loro: una necessaria, legata alla sussistenza stessa, l’altra spontanea, vincolata a relazioni gratuite, per affinità elettive e per puro piacere, nel fluire della vivenza stessa.

Quando quest’ultima avviene, anche in stadi primitivi dell’evoluzione di miliardi di anni fa, lì nasce la prima manifestazione dell’amore, fenomeno cosmico e biologico. Nella misura in cui l’universo si inflaziona e si complessifica, questa connessione spontanea e amorosa tende a incrementarsi. A livello umano, diviene sempre più forte e diventa il motore principale delle azioni umane.

L’amore si orienta sempre attraverso l’altro. Significa un’avventura abramica, quella di abbandonare la propria realtà e andare incontro al diverso e stabilire una relazione di alleanza, di amicizia e di amore con lui.

Il limite più disastroso del paradigma occidentale ha a che fare con l’altro, perché lo vede prima come ostacolo che come opportunità d’incontro. La strategia è stata ed è la seguente: o incorporarlo, o sottometterlo o eliminarlo, come ha fatto con le culture dell’Africa e dell’America Latina. Questo si applica pure alla natura. La relazione non è di appartenenza reciproca e di inclusione, ma di sfruttamento e sottomissione. Negando l’altro, si perde l’opportunità dell’alleanza, del dialogo e del mutuo apprendistato. Nella cultura occidentale ha trionfato il paradigma dell’identità. Con esclusione della differenza. E questo ha generato molta arroganza e violenza.

L’altro gode di un vantaggio: permette di sorgere all’ethos che ama. Fu vissuto dal Gesù storico e dal paleocristianesimo, prima di costituirsi in istituzione con dottrine e riti. L’etica cristiana è stata influenzata più dai maestri greci che dal sermone della montagna e dalla pratica di Gesù. Il paleocristianesimo, al contrario, dà assoluta centralità all’amore dell’altro, che per Gesù è identico all’amore verso Dio. L’amore è talmente centrale che chi lo possiede, ha tutto. Lui testimonia che questa sacra convinzione che Dio è amore (1Gv 4,8), che l’amore viene da Dio (1Gv 4,7) e che l’amore non morirà mai (1Co 13,8). Questo amore incondizionato e universale include anche il nemico (Lc 6,35). L’ethos che ama si esprime nell’ aurea legge, presente in tutte le tradizioni dell’umanità: “Ama il prossimo come te stesso”; “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Papa Francisco ha riscattato il Gesù storico: per lui sono più importanti amore e misericordia che dottrina e disciplina.

Secondo il cristianesimo Dio stesso si è fatto altro attraverso l’incarnazione. Senza passare attraverso l’altro che ha fame, è povero, pellegrino e nudo non si può né incontrare Dio, né raggiungere la pienezza di vita (Mt 25,31-46). Questo uscire da se stessi verso l’altro per amarlo in lui stesso, amarlo senza ritorno, in forma incondizionata fonda l’ethos il più inclusivo possibile, il più umanizzante che si possa concepire. Quest’amore ha un movimento solo, va all’altro, a tutte le cose e a Dio.

In occidente è san Francesco di Assisi che meglio esprime quest’etica amorosa e cordiale. Lui unisce le due ecologie, quella interioreche integra le sue emozioni e desideri, e quella esteriore, facendosi fratello di tutti gli esseri. Eloi Leclerc, uno dei migliori pensatori francescani del nostro tempo. sopravvissuto ai compi di sterminio di Buchenwald commenta: “Invece di irrigidirsi e chiudersi in un superbo isolamento, Francesco si lascia spogliare, si fa piccolo piccolo e si mette con grande umiltà in mezzo alle creature. Prossimo e fratello delle più umili tra di loro. Confraternizza con la terra stessa col suo humus originale, con le sue radici oscure. Ecco che la nostra sorella e Madre-Terra apre davanti ai suoi occhi meravigliati il sentiero di una fraternità senza limiti, senza frontiere. Una fraternità che abbraccia tutta la creazione. L’umile Francesco diventa fratello del sole, delle stelle, del vento, delle nuvole, del’acqua, del fuoco, di tutto quello che vive e perfino della morte”.

Questo è il risultato di un amore che abbraccia tutti gli esseri, vivi e inerti, con dolcezza, tenerezza e amore. L’ethos che ama fonda un nuovo senso del vivere. Amare l’altro, sia un essere umano, sia un qualsiasi altro rappresentante della comunità di vita significa dar loro ragione di esistere. Non c’è motivo d’esistere. Esistere è pura gratuità . Amare l’altro è volere che esista, perché l’amore fa diventare l’altro importante. “Amare un persona è dirgli: tu non potrai morire mai” (G. Marcel); “Tu devi esistere, tu non puoi andartene via”.

Quando qualcuno o qualcosa si fanno importante per l’altro, nasce un valore che mobilita tutte le energie vitali. Perciò, quando qualcuno ama, ringiovanisce e ha la sensazione di cominciare la vita di nuovo. L’amore è fonte di suprema gioia.

Solamente questo ethos che ama è all’altezza delle sfide di fronte alla Madre-Terra devastata e minacciata nel suo futuro. Questo amore ci potrà salvare tutti, perché abbraccia e trasforma i distanti in prossimi e i prossimi in fratelli e sorelle.

Leonardo Boff è autore de O cuidado necessario, Vozes 2013.

 

Traduzione di Romano Baraglia

 

Quando la grande tribolazione arriverà, la Terra avrà finalmente il suo meritato riposo

Troviamo molto opportune le riflessioni di Waldemar Boff, che vive l’ecologia con piccoli produttori rurali vicino al fiume Surui, nella bassa fluminense. Ecco il suo testo:

«Nessuno conosce con certezza il giorno e l’ora. Il fatto è che già ci stiamo in mezzo, senza accorgercene. Ma che stia venendo, viene, con intensità e precisione sempre crescenti. Quando avverrà la grande svolta, tutto sembrerà una sorpresa. Quantunque esistano dati sicuri sull’inevitabilità dei cambiamenti globali dovuti al clima, con conseguenze che gli scienziati tentano di indovinare, ma che sicuramente saranno anche peggiori, gli interessi economici delle grandi nazioni e la miopia dei loro leaders quanto a tempi lunghi, non gli permettono di prendere le decisioni necessarie per mitigare gli effetti e adattare il loro modo di vita allo stato febbrile della terra.

Immaginiamo lo scenario plausibile in cui gli uragani spazzeranno intere regioni. Onde gigantesche ingoieranno città e civiltà, andando a smorzarsi ai piedi delle montagne. Secche prolungate faranno sì che si scambieranno tutte le ricchezze per un semplice bicchiere d’acqua sporca. Caldo e freddo estremi faranno ricordare con nostalgia i racconti dei nonni che parlavano del ponentino, del dolce abbraccio di un focolare negli inverni sempre prevedibili e di frutti maturati al calore del sole d’un’estate generosa. Si mangerà per sopravvivere, sempre poco e di sapore sospetto.

Tutto questo non sarà ancora il peggio. La madre, sarà così stanca che non riuscirà a seppellire la figlia e il nipote ammazzerà il nonno per un tozzo di pane. Cani e gatti, amici dell’uomo, saranno oggetto di caccia dappertutto come ultima possibilità di calmare la fame. I vivi invidieranno i morti e non ci sarà chi pianga la morte dei bambini. La fame arriverà a tal punto che, come in Gerusalemme assediata, gli affamati aspetteranno la prossima vittima della morte per disputarne la carne floscia. Il paese sarà devastato e le città diventeranno macerie.

Tutto il tempo che sarà oggetto di devastazione, la Terra si riposerà. Ma sarà la fine la fine di tutta la biosfera? No. A causa dei giusti e dei saggi, Dio abbrevierà questi giorni e non decimerà tutta la vita sulla Terra, mantenendo la promessa che aveva fatto nostro padre Noè. Ma è necessario che l’essere umano passi attraverso questa tribolazione per svegliarsi dal suo egocentrismo e riconoscere definitivamente che lui è una parte della comunità di vita e il principale custode della stessa.

Che cosa dobbiamo fare per prepararci a questi tempi? Innanzitutto, riconoscere che già ci stiamo vivendo in mezzo. Non sappiamo quando verrà la primavera o l’autunno. Ormai non riusciamo a calcolare i mesi di freddo e di caldo. Non sappiamo più quando verrà la pioggia e quando il sole.

In secondo luogo rimaniamo tranquilli e vigilanti, osservando i segnali che indicano l’accelerazione dei processi di cambiamento. E, soprattutto, è imprescindibile convertirsi, cambiare le nostre abitudini di vita, un cambiamento profondo, personale e definitivo. Soltanto allora staremo in condizioni morali di chiedere che gli altri facciano la stessa cosa. Ma come al tempo dei profeti, pochi ascolteranno, alcuni prenderanno in giro e la maggioranza si manterrà indifferente, permettendosi ogni sorta di libertà come al tempo di Noè.

Dovremo tornare alle radici, per ricominciare, come tante altre volte ha fatto l’umanità pentita, riconoscendo che siamo soltanto creature e non Creatori, che siamo compagni di viaggio e non padroni della natura; che per la nostra felicità è indispensabile sottometterci alle grandi leggi della vita e udire con attenzione la voce della nostra coscienza. Se ubbidiremo a queste grandi leggi, coglieremo i frutti della Terra e l’allegria dell’anima. Se disubbidiremo, ripristineremo una civiltà come questa che stiamo vivendo, piena di avidità, guerre e tristezze.

Per questi tempi di carestia che stanno arrivando, è fondamentale recuperare le antiche arti tecniche di piantare, cogliere, mangiare, occuparsi degli animali e servirsi di loro con rispetto; fare utensili con l’arte e tecnologia locali di selezionare le piante le erbe che curano e i grani che nutrono; di raccogliere per tessere, di preservare le fonti d’acqua, di trovare luoghi appropriati per scavare pozzi e imparare a conservar le acque della pioggia. E iscriversi alla Facoltà di economia di sussistenza, di sobrietà condivisa e di bellezza spogliata. Da questo sapere recuperato e arricchito potrebbe sorgere una civiltà del piacere moderato, una biocivilizzazione, una Terra di buone speranze.

Dopo una lunga stagione di lacrime e speranze, supereremo questa stupida guerra di religione, questa intollerabile disputa di Dei. Al di là di profeti di tradizioni, al di là di morali e liturgie, magari torneremo a adorare sotto molteplici nomi e forme, l’unico Creatore di tutte le cose e padre di tutti i viventi, nel grande Spirito che tutto unisce e ispira, abbracciati amorosamente all’unica fraternità universale. E potremo infine organizzare davvero l’unione di tutti i popoli del mondo e un autentico parlamento di tutte le religioni.»

Waldemar Boff, ha studiato  filosofia e sociologia negli USA, è animatore del SEOP (Serviço de Educação e Organização Popular) nella bassa fluminense.

Traduzione di Romano Baraglia

IL NOSTRO POSTO NELL’INSIEME DEGLI ESSERI

L’etica della società dominante nel mondo è utilitaristica e antropocentrica. Voglio dire: è illusione pensare che ciò che esiste in natura ha ragione di essere soltanto nella misura in cui serve agi umani e che questi ne possano disporre a loro piacimento. Infatti si presentano come re e regina della creazione.

La tradizione giudaico-cristiana ha rinforzato quest’idea con il suo «soggiogate la Terra e dominate sui pesci del mare e su tutto quello che si muove su di lei» (Gn 1,28).

Non sapevamo ancora che noi siamo stati tra gli ultimi esseri a entrare nel teatro della creazione. Quando il 99,98 % di tutto già stava pronto, arriviamo noi. L’universo, la Terra e gli ecosistemi non hanno avuto bisogno di noi per organizzarsi e per ordinare la loro maestosa complessità e bellezza.

Ogni essere possiede un valore intrinseco, indipendente dall’uso che ne facciamo noi. Esso rappresenta una emergenza di quelle energie di fondo, come dicono i cosmologi o di quell’Abisso generatore di tutti gli esseri. Possiede qualcosa da rivelare, che solo lui può fare, perfino il meno adattato, che in seguito, per selezione naturale, sparirà per sempre. Ma a noi tocca ascoltare e celebrare il messaggio che ci deve rivelare.

La cosa più grave, tuttavia, è l’idea che tutta la modernità e gran parte della comunità scientifica attuale possiede del pianeta Terra e della natura. La considera come semplice “res extensa”, cioè una cosa che può essere misurata, manipolata, nel linguaggio rozzo di Francesco Bacone, “torturata come fa l’inquisitore con la sua vittima fino a strappargli tutti i segreti”. Il metodo scientifico dominante mantiene in gran parte, questa logica aggressiva e perversa.

René Descartes nel suo Discorso sul Metodo dice qualcosa che è un clamoroso riduzionismo nella comprensione: “non intendo per ‘natura’ nessuna dea o un altro potere immaginario di qualsiasi tipo, anzi mi sevo di questa parola per indicare la materia”. Considera il pianeta come qualcosa di morto, senza scopo come se l’essere umano non ne facesse parte.

Il fatto è che noi siamo entrati nel processo evolutivo quando questo aveva raggiunto un altissimo stadio di complessità. E’ stato allora che la vita umana cosciente e libera ha fatto irruzione come un sottocapitolo della vita. Attraverso noi l’universo è arrivato alla coscienza di se stesso. E questo è avvenuto in una minuscola parte dell’universo che è la Terra. Per questo noi siamo quella porzione della Terra che sente, ama, pensa, cura e venera. Siamo terra che cammina, come dice il cantore indigeno argentino Atauhalpa Yupanqui.

La nostra missione specifica, il nostro posto nell’insieme di ciò che esiste è quello di rappresentare coloro che possono apprezzare la grandeur dell’universo, ascoltare i messaggi che ogni essere enuncia e celebrare la diversità degli esseri e della vita.

E per il fatto che siamo portatori di sensibilità e di intelligenza abbiamo una missione etica: aver cura della creazione e esserne i guardiani perché continui con vitalità e integrità e in condizione di poter ancora evolvere, visto che stiamo evolvendo da 4,4 miliardi di anni. Grazie a Dio che l’autore biblico come per correggere il testo citato sopra dice nel secondo capitolo della Genesi:” Il Signore ha preso l’essere umano e lo ha messo nel giardino di Eden (Terra originaria) per averne cura e custodirla” (Gn 2,15).

Purtroppo stiamo compiendo male la nostra missione, poiché secondo il biologo E. Wilson “L’umanità è la prima specie della storia della vita a diventare una forza geofisica; l’essere umano, questo essere a due gambe, questo sventato, ha già alterato l’atmosfera e il clima del pianeta, portandone i valori molto fuori norma; ha già sparso sostanze chimiche tossiche per il mondo intero e siamo vicini a consumare del tutto l’acqua potabile” (La creazione: come salvare la vita sulla terra, 2008,38). Preoccupato davanti a un quadro simile e sotto la minaccia di un’apocalisse nucleare si domandava il grande filosofo italiano, del diritto e della democrazia, Norberto Bobbio: “L’umanità merita ancora di essere salvata?” (Il Foglio n. 409, 2014,3).

Se non vogliamo essere espulsi dalla Terra stessa, come nemici della vita, è necessario cambiare il nostro atteggiamento davanti alla natura ma principalmente accogliere la Terra come l’Onu – già nell’aprile del 2009 – l’ha accettata come, Madre Terra e come tale averne cura, riconoscere e rispettare la storia di ogni essere vivo o inerte. Sono esistiti prima di noi e per miliardi di anni senza di noi. Per questa ragione devono essere rispettati come facciamo con le persone più anziane e le trattiamo con amore e rispetto. Più di noi essi hanno diritto al presente e al futuro insieme a noi.

Caso contrario non esistono tecnologie e promesse di progresso illimitato che potranno salvarci.

Traduzione di Romano Baraglia

Il popolo brasiliano: un popolo mistico e religioso

Il popolo brasiliano è spirituale e mistico, piaccia o non piaccia all’intellighenzia secolarizzata, che, di solito mantiene rapporti organici deboli o pressoché inesistenti con i movimenti popolari e sociali.

Il popolo non è transitato attraverso le aule scolastiche dei moderni maestri del sospetto che, invano, hanno tentato di delegittimare la religione. Per il popolo, Dio non è un problema ma una soluzione dei suoi problemi e il senso ultimo del suo vivere e  del suo morire. Il popolo sente Dio che accompagna i suoi passi, lo celebra nelle espressioni del quotidiano come “mio Dio”, “grazie a Dio”, “Dio ti paghi”, “che Dio ti accompagni”,  “voglia Dio” e “Dio ti benedica”. Generalmente molti mettendo giù la cornetta del telefono si separano con “resta con Dio”. Se non ci fosse Dio nella loro vita, certamente, non avrebbero resistito con tanta forza, humour e senso di lotta nei secoli dell’ostracismo sociale.

Il cristianesimo ha collaborato a formare l’identità dei brasiliani. Nel tempo della Colonia e dell’Impero esso entrò per via della Missione (Chiesa istituzionale) e della devozione dei Santi e delle Sante ( Cristianesimo popolare). Modernamente sta entrando per la via della liberazione (circoli biblici, comunità di base e pastorali sociali) e attraverso i carismatici (incontri di preghiera e di cura, grandi shows-celebrazioni dei preti mediatici). Fondamentalmente il cristianesimo coloniale e imperiale ha educato le classi padronali senza mettere in discussione il progetto di dominazione e ha addomesticato le classi popolari perché si ritagliassero lo spazio che spettava loro nell’emarginazione. Per questo la funzione del cristianesimo è stata estremamente ambigua, ma sempre funzionale allo status quo diseguale e ingiusto. Raramente è stato profetico. Nel caso della schiavitù è stato chiaramente legittimatore di un ordine iniquo.

Soltanto a partire dagli anni cinquanta del secolo passato, settori importanti dell’istituzionalità (Vescovi, preti, religiosi e religiose, laici e laiche) hanno cominciato un processo di dislocamento dal loro luogo sociale che era al centro, verso la periferia dove il popolo povero viveva. Sorgeva la discussione sulla promozione umana integrale e sulla liberazione socio-storica il cui centro è occupato dagli oppressi che ormai non accettavano più la loro condizione di oppressi. Per il fatto di essere simultaneamente poveri e religiosi, ricavarono dalla loro religione l’ispirazione per la resistenza e per la liberazione verso una società con più partecipazione popolare e più giustizia. Emerge un cristianesimo nuovo, profetico, liberatore e impegnato nei cambiamenti necessari.

Ma la maggiore creazione culturale fatta in Brasile è rappresentata dal cristianesimo popolare. Messi al margine del sistema politico e religioso, i poveri, indigeni e neri hanno dato corpo alla loro esperienza spirituale nel codice della cultura popolare, che si regge più per la logica dell’inconscio e dell’emozionale che per quella del razionale e del dottrinale. Elaborarono così una ricca simbologia, le feste per i loro santi e sante forti, un’arte colorita e una musica carica di sentimento associato alla noble tristesse. Questo non significa decadenza del cristianesimo ufficiale, ma una forma differente, popolare e sincretica per esprimere l’essenziale del messaggio cristiano.

Le religioni afro brasiliane, il sincretismo tessuto di elementi cristiani, afro brasiliani e indigeni, rappresentano un’altra creazione rilevante della cultura popolare. Astraendo da qualche fondamentalismo evangelico, il popolo in generale non è dogmatico, e nemmeno accecato nelle sue credenze. È tollerante, perché crede che Dio sta in tutti e tutti i cammini finiscono in lui. Per questo è multiconfessionale e non si vergogna di avere varie ascendenze religiose. La sintesi avviene nel loro cuore, nel profondo della loro spiritualità. A partire da lì compone il ricco tessuto religioso. L’antropologo Roberto da Matta ha espresso in modo indovinato: “nel cammino verso Dio posso mettere insieme molte cose. In lui, posso essere cattolico e umbandista, devoto di Ogum e di San Giorgio. Il linguaggio religioso del nostro paese è, dunque, un linguaggio di relazione e di unione. Un idioma che cerca il mezzo-termine, in mezzo cammino, la possibilità di salvare tutto il mondo che in tutti i luoghi possa incontrare qualche cosa di buono e degno” (O que faz de brasil Brasil, Rocco, Rio de Janeiro 1984,117).

Importante soprattutto il contributo di civiltà portato dalle religioni afro (nagô, camdonblé, macumba, umbanda e altre), che qui a partire dalle loro proprie matrici africane hanno elaborato un ricco sincretismo. Ogni essere umano può essere un incorporatore eventuale della divinità a beneficio degli altri. Negate socialmente, disprezzate politicamente, perseguitate religiosamente, le religioni afro brasiliane hanno restituito la loro auto-stima alla popolazione nera, affermando che gli orixàs africani li avevano inviati in queste terre per aiutare i bisognosi e impregnare di axé (energia cosmica e sacra) l’atmosfera del Brasile. Anche se schiavi, compivano una missione trascendente e di grande significato storico.

Sono stati i neri e gli indigeni che hanno conferito nel passato, e conferiscono anche oggi, un’impronta mistica all’anima brasiliana. Tutti sanno di essere accompagnati da santi e sante forti, dagli orixàs, attraverso il Vecchio Nero (umbanda) e dalla mano provvidenziale di Dio che non permetta che tutto si perda e diventi definitivamente inutile. Per tutto c’è una soluzione e esiste sempre una sortita benefica. Per questo c’è leggerezza, humour, un profumo di festa in tutte le manifestazioni popolari.

Il futuro religioso del Brasile non sarà probabilmente il suo passato cattolico. Sarà, forse, la creazione sincretica originale, di una nuova spiritualità ecumenica che saprà convivere con le differenze (la tradizione evangelica in ascesa, il pentecostalismo, il Kardecismo e altre religioni orientali), ma nell’unità della medesima percezione del divino e del sacro che impregna il cosmo, la storia umana e la vita di ogni persona.

Traduzione di Romano Baraglia