Il collasso della sua teologia: principale ragione delle demissioni di Benedetto XVI?

È sempre rischioso scegliere un teologo per fare il Papa. Lui potrebbe trasformare la sua teologia personale in teologia universale della chiesa e imporla a tutto il mondo. Sospetto che questo sia il caso di Benedetto XVI, prima come Cardinale, nominato Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-l’inquisizione) e infine Papa. Un simile procedimento non è legittimo e si trasforma in fonte di condanne ingiuste. Effettivamente ha condannato più di 100 teologi   e  teologhe, perché non si inquadravano nella sua lettura teologica della Chiesa e del mondo. Tra le ragioni della sua rinunzia, il Papa allega «diminuzione di vigore del corpo e dello spirito» della “sua incapacità” di affrontare le questioni che rendevano difficile l’esercizio della Sua missione.

Dietro a questa formulazione, penso che si occulti il motivo più profondo della sua rinuncia: la percezione del collasso della sua teologia e il fallimento del modello di Chiesa che voleva implementare. Una monarchia assoluta non è così assoluta al punto di fiaccare l’inerzia delle invecchiate strutture curiali. Le tesi della sua teologia sono sempre state problematiche per la comunità teologica. Tre di queste hanno finito per essere rifiutate dai fatti: il concetto di Chiesa come «piccolo mondo riconciliato»; la città degli uomini acquista valore unicamente passando attraverso la mediazione della città di Dio; e il famoso “subsistit” che significa: solo nella Chiesa cattolica sussiste la vera Chiesa di Cristo; tutte le altre “chiese” non possono essere designate chiese. Questa comprensione angusta di una intelligenza acuta ma ostaggio di se stessa, non aveva  forza intrinseca e adesione sufficienti per essere implementata. Benedetto XVI avrebbe riconosciuto il collasso e coerentemente rinunciato? Ci sono ragioni per questa ipotesi.

Il Papa emerito ha avuto Sant’Agostino come maestro e ispiratore. Di Agostino ha assunto la prospettiva di base, cominciando con la sua peregrina  teoria del peccato originale (si trasmette attraverso l’atto sessuale della generazione). Questo fa sì che tutta l’umanità sia una “massa  dannata”. Ma dentro di essa, Dio, attraverso Cristo, ha instaurato una cellula salvatrice, rappresentata dalla chiesa. Essa è “un piccolo mondo riconciliato” in rappresentanza (Vertretung) del resto del’umanità perduta. Non è necessario che abbia molti membri. Bastano pochi, purché siano puri e santi. Ratzinger la completava con la seguente riflessione: la chiesa fu costituita da Cristo e dagli apostoli. Perciò è apostolica. Fa poco caso dei discepoli, delle donne e delle masse che seguivano Gesù. Per lui non contano. Sono raggiunte dalla rappresentanza (Vertretung) che il piccolo mondo riconciliato assume.

Questo modello teologico e ecclesiologico non spiega il vasto mondo globalizzato. Volle pertanto fare dell’Europa “il mondo riconciliato” per riconquistare l’umanità. Ha fallito perché il progetto non è stato assunto da nessuno e anzi è stato messo in ridicolo. La seconda tesi presa pure da Sant’Agostino, è la sua lettura della storia: il confronto tra città di Dio e città degli uomini. Nella città di Dio c’è la grazia e la salvezza: essa è l’unico pedaggio che dà accesso alla salvezza. La città degli uomini è costruita dallo sforzo umano. Ma siccome già contaminato, tutto il suo umanesimo e i rimanenti valori, non riescono a salvare perché non sono passati attraverso la mediazione della città di Dio (Chiesa). Di conseguenza il cardinale Ratzinger condanna duramente la teologia della liberazione perché questa cerca la liberazione attraverso i poveri stessi diventati soggetto autonomo della loro storia. Ma siccome non si articola con la città di Dio e la sua cellula, la Chiesa, è insufficiente e vana.

La terza è una interpretazione personale che dà del concilio Vaticano II quando parla della Chiesa di Cristo. La prima elaborazione conciliare diceva che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo. Le discussioni, che tenevano conto dell’ecumenismo, sostituirono la copula ‘è’ con ‘sussiste’ per permettere che pure altre chiese cristiane, a modo loro, realizzassero la Chiesa di Cristo. Questa interpretazione sostenuta nella mia tesi dottorale meritò una esplicita condanna del cardinale Ratzinger nel suo famoso documento Dominus Jesus (2000). Afferma che “sussiste” deriva da “sussistenza” che può essere una sola e questo è quanto avviene nella Chiesa cattolica. Le altre “chiese” possiedono “soltanto” elementi ecclesiali. Sia io che altri noti  teologi abbiamo mostrato che questo senso non esiste in latino. Il senso è sempre concreto: “prendere consistenza”, “realizzarsi oggettivamente”. Questo era il “senso dei padri”, il senso dei padri conciliari. Queste tre tesi centrali sono state rifiutate dai fatti: dentro al “piccolo mondo riconciliato” ci sono troppi pedofili perfino tra cardinali e ladri di denaro della Banca vaticana.

La seconda, che la città degli uomini non ha densità salvatrice davanti a Dio, fatica nell’equivoco di restringere l’azione della città di Dio esclusivamente al campo della Chiesa. La città degli uomini è attraversata dalla città di Dio, non sotto la forma della coscienza religiosa ma sotto la forma di etica e di valori umanitari. Il concilio Vaticano II ha garantito l’autonomia delle realità terrestri che hanno valore indipendentemente dalla Chiesa. Contano per Dio. La città di Dio (la Chiesa) si realizza attraverso la fede esplicita, con la celebrazione e attraverso i sacramenti. La città degli uomini attraverso l’etica e la politica.

La terza, per cui sarebbe soltanto la Chiesa cattolica l’unica esclusiva Chiesa di Cristo e ancor più, che fuori di lei non c’è salvezza, tesi medievale risuscitata dal cardinale Ratzinger, fu semplicemente ignorata come offensiva alle rimanenti chiese. Invece che “fuori la Chiesa non c’è salvezza” si introdusse il discorso del Papa e dei teologi “l’universale offerta di salvezza a tutti gli esseri umani e al mondo”.

Nutro il serio sospetto che, tale fallimento e collasso del suo edificio teologico gli abbia tolto “il necessario vigore del corpo e dello spirito” al punto, come confessa, di “sentire incapacità” di esercitare il suo ministero. Prigioniero della sua stessa teologia, non gli è rimasta alternativa se non quella onesta di rinunciare.

Traduzione: Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

Contro la dimenticanza dello Spirito Santo

Nell’articolo precedente su lo stesso tema de lo spirito, ci siamo sforzati di riscattare la dimensione di “spirito” vastamente affogata nella cultura consumista e materialista della modernità. Adesso vogliamo riscattare la figura dello Spirito Santo, sempre lasciata a margine o dimenticata nella Chiesa latina. Siccome si tratta di una chiesa di potere, mal convive con il carisma proprio dello Spirito Santo. Lui è la fantasia di Dio e il motore delle trasformazioni, proprio tutto quello che la vecchia istituzione gerarchica non desidera. Ma lui sta ritornando.
Il concilio Vaticano II afferma con enfasi: “lo spirito di Dio dirige il corso della storia con ammirabile provvidenza, rinnova la faccia della Terra e è presente nell’evoluzione” (Gaudium et Spes, 26/281). Lui sta sempre in azione. Ma appare più intensamente quando succedono cesure instauratrici del nuovo. Quattro cesure, vicino a noi, meritano di essere menzionate: la realizzazione del concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965); la conferenza episcopale dei vescovi latinoamericani a Medellin (1968); la nascita della chiesa della liberazione; il rinnovamento carismatico cattolico.

Con il Vaticano secondo (1962-1965) la Chiesa ha raccordato il suo passo con il mondo moderno e con le sue libertà. Soprattutto ha stabilito un dialogo con la tecno-scienza, con il mondo del lavoro, con la secolarizzazione, con l’ecumenismo, con le religioni e con i diritti umani fondamentali. Lo Spirito ha ringiovanito con aria nuova l’edificio crepuscolare della chiesa.

A Medellin (1968) ha sintonizzato il passo con il sotto-mondo della povertà e della miseria che caratterizzava e ancora caratterizza il continente latino americano. Con la forza dello spirito, i pastori latinoamericani fecero un’opzione per i poveri e contro la povertà e decisero di implementare una pratica pastorale che fosse di liberazione integrale: liberazione non solo dai nostri peccati personali e collettivi, ma liberazione dal peccato di oppressione, dall’impoverimento delle masse, dalla discriminazione dei popoli indigeni, dal disprezzo per i discendenti dei popoli africani e dal peccato di dominazione patriarcale degli uomini sulle donne fin dal neolitico.

Da questa pratica è nata la Chiesa della liberazione. Essa mostra il suo volto attraverso l’appropriazione della lettura della Bibbia da parte del popolo, attraverso un nuovo modo di essere Chiesa mediante le comunità ecclesiali di base, le varie pastorali sociali (degli indigeni, degli afro discendenti, della terra, della salute, dei bambini e altre) e della loro corrispondente riflessione che è la teologia della liberazione.

Questa chiesa della liberazione ha allevato cristiani impegnati politicamente dalla parte degli oppressi e contro le dittature militari, soffrendo persecuzioni, imprigionamenti, torture e assassinii. Forse è una delle poche chiese che può contare con tanti martiri come suor Doroti Stang e perfino vescovi come Angelelli in Argentina e Oscar Arnulfo Romero a El Salvador.

La quarta irruzione è stata il sorgere del rinnovamento carismatico cattolico a partire dal 1967 negli Usa e in America Latina a partire dagli anni 70 del secolo 20º. Questo ha portato di ritorno la centralità della preghiera, della spiritualità, della vivenza dei carismi dello spirito. Furono create comunità di preghiera, per la coltivazione dei doni dello Spirito Santo e per l’assistenza ai  poveri e malati. Questo rinnovamento ha aiutato a superare la rigidezza dell’organizzazione ecclesiale, la freddezza delle dottrine, ha rotto il monopolio della parola tenuto dal clero, aprendo spazi per l’espressione libera dei fedeli.

Questi quattro eventi sono ben valutati teologicamente unicamente quando li osserviamo con l’ottica dello Spirito Santo. Lui irrompe sempre nella storia e in forma innovatrice nella Chiesa che allora si fa generatrice di speranze e di allegria di vivere la fede. Oggi viviamo forse la maggiore crisi della storia dell’umanità. Questa è la crisi maggiore perché può essere l’ultima. In effetti, ci siamo dati gli strumenti dell’autodistruzione. Abbiamo costruito una macchina di morte che può ucciderci tutti e liquidare tutta la nostra civiltà, costruita con tanta fatica in migliaia migliaia di anni di lavoro creativo. E insieme a noi potrà perire gran parte della biodiversità. Se questa tragedia avverrà, la Terra continuerà la sua traiettoria, coperta di cadaveri, devastata e impoverita, però senza di noi.

Per questo motivo, diciamo che con la nostra tecnologia di morte abbiamo inaugurato una nuova era geologica: l’Antropocene. Voglio dire, l’essere umano sta mostrando di somigliare alla grande meteora che passa radente minacciando la vita. Lui è capace di preferire l’autodistruzione di se stesso e il danno perverso della Terra viva, di Gaia, piuttosto che mutare lo stile di vita, di relazione con la natura e con la Madre Terra. Come un tempo nella Palestina, i giudei preferirono Barabba a Gesù. Gli attuali nemici della vita potranno preferire Erode ai santi innocenti. Di fatto appariranno come il Satana della Terra invece di essere l’angelo Custode della creazione.

È in questo momento che invochiamo, imploriamo e gridiamo la preghiera liturgica della festa di Pentecoste: “Veni, sancte Spiritus, et emitte caelitus lucis tuae radium”: vieni, Spirito Santo e manda dal cielo un raggio della tua luce”.

Se lo Spirito non torna, corriamo il rischio che la crisi smetta di essere una opportunità di purificazione e degeneri in tragedia senza ritorno. Nelle comunità ecclesiali si canta: “vieni, o Spirito Santo e rinnova la faccia della terra”
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Leonardo Boff è teologo, filosofo e scrittore.

Traduzione: Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

L’erosione delle fonti di senso

E’ già stato detto, e a ragione, che l’essere umano è divorato da due tipi di fame: di pane e di spiritualità. La fame di pane è saziabile. La fame di spiritualità, invece, è insaziabile. È fatta di valori impalpabili, e non materiali come la comunione, la solidarietà, l’amore, la compassione, l’apertura verso tutto quello che è degno e sacro, il dialogo e la preghiera al Creatore.

Questi valori sospirati in segreto dagli esseri umani, non conoscono limiti nella loro crescita. C’è una richiesta infinita che sta nascosta dentro di noi. Soltanto un infinito reale può farci riposare. L’eccessiva centralizzazione nell’accumulazione e nello sfruttamento dei beni materiali, finisce per produrre un gran vuoto e una grande delusione. Questo è quanto hanno concluso gli analisti dell’Università di Losanna. Qualcosa in noi richiede gridando qualcosa di più grande e più umanizzante.

È in questa dimensione che si pone la questione del senso della vita. È una necessità umana cercare un senso coerente. Il vuoto e l’assurdo producono angustie e il sentimento di essere soli e sradicati. Ora, la società industriale e consumista, montata sulla ragione funzionale, ha messo al centro l’individuo e i suoi interessi privati. Con ciò, ha frammentato la realtà, ha dissolto qualunque canone sociale, a carnevalizzato le cose più sacre e ironizzato su convinzioni secolari, chiamate “grandi saghe”, considerate metafisiche essenzialiste, proprie di società di altri tempi. Adesso funziona l’«anything goes», il passi per i vari tipi di razionalità, di posture e letture della realtà. Si è creato il relativismo che afferma che niente ha valore definitivamente.

E tutto ciò è stato chiamato post modernità che per me rappresenta la fase più avanzata e decadente della borghesia ricca mondiale. Non soddisfatta di distruggere il presente, vuole distruggere anche il futuro. Essa si caratterizza per un assoluto disimpegno nella trasformazione e per un confessato disinteresse per una umanità migliore. Tale atteggiamento si traduce in una assenza dichiarata di solidarietà per il destino tragico di milioni che lottano per avere una vita minimamente degna, per avere abitazioni migliori di quelle degli animali, per poter accedere ai beni culturali che arricchiscano la loro la visione del mondo. Nessuna cultura sopravvive senza che una saga conferisca dignità, coesione, coraggio e senso alla camminata collettiva di un popolo. La postmodernità nega irrazionalmente questo dato originario.

E invece in qualsiasi parte del mondo, le persone stanno elaborando significati per la loro vita e sofferenza, cercando stelle-guida che le orientino e aprano loro il cammino per un futuro speranzoso. Possiamo vivere senza fede, ma non senza speranza. Senza di lei si sta a un passo dalla violenza, dalla banalizzazione della morte e, al limite, dal suicidio.

Ora, le istanze che storicamente rappresentavano la costruzione permanente di senso, sono entrate modernamente in una fase di erosione. Nessuno, nemmeno il Papa, né Sua Santità il Dalai Lama possono dire sicuramente che cosa è buono o cattivo in questa frazione planetaria della storia umana.

Le filosofie e altri cammini spirituali rispondevano a questa domanda fondamentale dell’umano. Ma esse, in gran parte, si sono fossilizzate e hanno perso l’impulso creatore. Fanno ragionamenti sempre più sofisticati su quello che già si conosce, sempre nuovamente ripensato e ridetto, ma prive del coraggio per progettare nuove visioni, sogni promettenti e utopie mobilizzatrici. Viviamo un “malessere da civiltà”, simile a quello del tramonto dell’impero romano, descritto da Sant’Agostino in “La città di Dio”. I nostri “dei” come i loro ormai non sono più credibili. I nuovi “dei”che stanno spuntando all’orizzonte non sono forti quanto basta per essere riconosciuti, venerati e direttamente guadagnarsi gli altari.

Queste crisi saranno superate soltanto quando si farà una nuova esperienza dell’Essere essenziale da dove ci proviene una spiritualità viva. Vediamo alcuni luoghi dove i “nuovi dei” si annunciano e una nuova percezione dell’Essere compare. Per quanto siano numerose le critiche che le dobbiamo fare nel suo aspetto economico e politico, la globalizzazione è, prima di tutto, un fenomeno antropologico: l’umanità si scopre una specie, che abita l’unica Casa Comune, la Terra, con un destino comune. Tale fenomeno esige una governance globale per gestire i problemi collettivi. È qualcosa di nuovo.

I Fori Sociali Mondiali che dall’anno 2000 hanno cominciato a realizzarsi a partire da Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, rivelano una particolarissima irruzione di senso. Per la prima volta nella storia moderna, i poveri del mondo intero, facendo contrappunto alle riunioni dei ricchi nella città svizzera di Davos, sono riusciti ad accumulare tanta forza e capacità di articolazione che a migliaia hanno finito per incontrarsi prima in Porto Alegre, e in seguito in altre città del mondo, per presentare le loro esperienze di resistenza e di liberazione, per scambiare esperienze su come creano microalternative al sistema di dominazione imperante, come alimentano un sogno collettivo per gridare: un altro mondo è possibile, un altro mondo è necessario. È qualcosa di nuovo.

Nelle varie edizioni dei Forum Sociali Mondiali, ai livelli regionale e internazionale, si notano polloni del nuovo paradigma di umanità, capace di organizzare in forma differente la produzione, il consumo, la preservazione della natura e l’inclusione di tutta l’umanità nel progetto collettivo che garantisca un futuro di vita e di speranza per tutti. Da questo la sua importanza: dal fondo della sprotezione umana sta spuntando un fumo che rimanda a un fuoco interiore della spazzatura al quale sono state condannate le grandi maggioranze dell’umanità. Questo fuoco è inestinguibile. Esso si trasformerà in brace e luce per illuminare un nuovo senso per l’umanità.
Magari! Dio voglia!

*Leonardo Boff è autore di Tempo de trascendência, Vozes, 2010.

Traduzione: Romano Baraglia-romanobaraglia@gmail.com

La Chiesa-instituzione come “casta meretrix”

Chi ha seguito le notizie degli ultimi giorni sugli scandali dentro al Vaticano, portati a conoscenza dai giornali italiani “La Repubblica” e “La Stampa”, che parlano di una relazione di 300 pagine e elaborata da tre cardinali provetti sullo stato della curia vaticana, deve naturalmente, essere rimasto sbalordito. Immagino i nostri fratelli e sorelle devoti, frutto di un tipo di catechesi che celebra il Papa come “il dolce Cristo in Terra”, Devono star soffrendo molto, perché amano il giusto, il vero e il trasparente e mai vorrebbero legare la sua immagine a notorie malefatte di assistenti e cooperatori.

Il contenuto gravissimo di queste relazioni rafforza, a mio parere, la volontà del papa di rinunciare. E’ la riprova di un’atmosfera di promiscuità, di lotta per il potere tra “monsignori”, di una rete di omosessuali gay dentro al Vaticano e disvio di denaro attraverso la banca del Vaticano come se non bastassero i delitti di pedofilia in tante diocesi, delitti che hanno profondamente intaccato il buon nome della Chiesa-istituzione.

Chi conosce un poco la storia della Chiesa – e noi professionisti dell’area dobbiamo studiarla dettagliatamente – non si scandalizza. Ci sono state epoche di vera rovina del Pontificato con Papi adulteri, assassini e trafficanti di immoralità. A partire da Papa Formoso (891-896) sino a Papa Silvestro (999-1003) si instaurò, secondo il grande storico cardinale Baronio, l’ “era pornocratica”dell’alta gerarchia della Chiesa. Pochi papi la passavano liscia senza essere deposti o assassinati. Sergio III (904-911), assassinò i suoi due predecessori, il Papa Cristoforo e Leone V.

La grande rivoluzione nella Chiesa come un tutto è avvenuta, con conseguenze per tutta la storia ulteriore, col papa Gregorio VII, nel 1077. Per difendere i suoi diritti e la libertà della istituzione-Chiesa contro re e principi che la manipolavano, pubblicò un documento che porta questo significativo titolo “Dictatus Papae” che tradotto alla lettera significa “la dittatura del Papa”. Con questo documento, lui assunse tutti poteri, potendo giudicare tutti senza essere giudicato da nessuno. Il grande storico delle idee ecclesiali Jean-Yves Congar, domenicano, la considera la maggior rivoluzione avvenuta nella chiesa. Da una chiesa-comunità è passata a essere una istituzione-società monarchica e assolutista, organizzata in forma piramidale e che arriva fino ai nostri giorni.

Effettivamente il canone 331 dell’attuale Diritto Canonico si connette a questa lettura, con l’attribuzione al Papa di poteri che in verità non spetterebbero a nessun mortale se non al solo Dio: “in virtù del suo Ufficio, il Papa ha il potere ordinario, supremo, pieno, immediato, universale” e in alcuni casi precisi, “infallibile”.

Questo eminente teologo, Congar, prendendo la mia difesa davanti al processo dottrinario mosso dal cardinale Joseph Ratzinger in ragione del libro “Chiesa: carisma e potere” ha scritto un articolo su “La Croix” 08.09.1984) su “Il carisma del potere centrale”. Scrive: “il carisma del potere centrale è non aver nessun dubbio. Ora, non aver nessun dubbio su se stessi è, nello stesso tempo, magnifico e terribile. È magnifico perché il carisma del centro consiste precisamente nel rimanere saldi quando tutto intorno vacilla. E è terribile perché a Roma ci sono uomini che hanno limiti, limiti nella loro intelligenza, limiti del loro vocabolario, limiti delle loro preferenze, limiti nei loro punti di vista”. E io aggiungerei ancora limiti nella loro etica e morale.

Si dice sempre che la Chiesa è “Santa e peccatrice” e deve essere “riformata in continuazione”. Ma questo non è successo durante secoli e neppure dopo l’esplicito suggerimento del concilio Vaticano II e dell’attuale papa Benedetto XVI. L’istituzione più vecchia dell’Occidente ha incorporato privilegi, abitudini, costumi politici di palazzo e principeschi, di resistenza e di opposizione che praticamente impediscono o distorcono tutti i tentativi di riforma.

Solo che questa volta si è arrivati a un punto di altissimo degrado morale, con pratiche persino criminali che non possono più essere negate e che richiedono mutamenti fondamentali nella struttura di governo della Chiesa. Caso contrario, questo tipo di istituzionalità tristemente invecchiata e crepuscolare languirà fino a entrare nel suo tramonto. Scandali come quelli attuali sempre ci sono stati nella curia vaticana, soltanto non c’era quel provvidenziale Vatileaks per renderli di pubblico dominio e far indignare il Papa e la maggioranza dei cristiani.

La mia percezione del mondo mi dice che queste perversità nello spazio sacro e nel centro di riferimento di tutta la cristianità – il papato – (dove dovrebbe primeggiare la virtù e persino la santità) sono conseguenze di questa centralizzazione assolutista del potere papale. Questo rende tutti vassalli, sottomessi e avidi perché stanno fisicamente vicino al portatore del supremo potere, il Papa. Un potere assoluto, per sua natura, limita e perfino nega la libertà degli altri, favorisce la creazione di gruppi di anti-potere, fazioni di burocrati del sacro contro altre, pratica largamente la simonia che è compravendita di favori, promuove adulazioni e distrugge i meccanismi di trasparenza. In fondo tutti diffidano di tutti. E ognuno cerca la soddisfazione personale nella forma migliore che può. Per questo è sempre stata problematica l’osservanza del celibato all’interno della curia vaticana, come si sta rivelando adesso con l’esistenza di una vera rete di prostituzione gay. Fino a quando questo potere non sarà decentralizzato e non permetterà maggior partecipazione di tutti gli strati del popolo di Dio, uomini e donne, alla conduzione dei cammini della Chiesa, il tumore che sta all’origine di questa infermità continuerà a durare. Si dice che Benedetto XVI consegnerà a tutti i cardinali la suddetta relazione perché ciascuno sappia che problemi dovrà affrontare nel caso che sia eletto papa. E l’urgenza che avrà di introdurre radicali trasformazioni. Dal tempo della Riforma che si sente il grido: “Riforma nel capo e nelle membra”. E siccome mai è avvenuta, è nata la Riforma come gesto disperato dei riformatori di compiere tale impresa per conto proprio.

Per spiegare meglio ai cristiani e a tutti gl’interessati di problemi di Chiesa, torniamo alla questione degli scandali. L’intenzione è di sdrammatizzarli, permettere che se n’abbia una nozione meno idealista e a volte idolatrica della gerarchia e della figura del Papa e liberare la libertà a cui il Cristo ci ha chiamati (Gal 5,1). In questo non c’è nessun cattivo gusto per le cose negative né volontà di aumentare sempre di più il degrado morale. Il cristiano deve essere adulto, non può lasciarsi infantilizzare né permettere che gli neghino conoscenze teologiche e storiche per rendersi conto di quanto umana ed smodatamente umana può essere l’istituzione che ci viene dagli apostoli.

Esiste una lunga tradizione teologica che si riferisce alla Chiesa come casta meretrix, tema abbordato dettagliatamente da un grande teologo, amico dell’attuale Papa, Hans Urs von Balthasar (vedere in Sponsa Verbi, Einsiedeln 1971,203-305). In varie occasioni il teologo Joseph Ratzinger è ritornato su questa denominazione.

La chiesa è una meretrice che tutte le notti si abbandona alla prostituzione; è casta perché Cristo, ogni mattina ne ha compassione, la lava è la ama.

L’habitus meretricius, il vizio del meretricio, è stato duramente criticato dai santi padri della Chiesa come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo e altri. San Pier Damiani arriva chiamare il suddetto Gregorio VII “Santo satanasso” (D. Romag, compendio di storia della Chiesa, volume secondo, Petropolis, 1950, p. 112). Questa denominazione dura ci rimanda a quella di Cristo diretta Pietro. Per causa della sua professione di fede lo chiama “pietra”, ma per causa della sua poca fede e di non capire i disegni di Dio lo qualifica come “satanasso” (Vangelo di Matteo 16,23). San Paolo pare un moderno quando parla ai suoi oppositori con furia: “magari si castrassero tutti quelli che vi danno fastidio” (Galati, 5,12).

C’è pertanto un luogo per la profezia nella Chiesa e per le denunce delle malefatte che possono capitare in mezzo agli ecclesiastici e persino in mezzo ai fedeli.

Vi riporto un altro esempio tratto dagli scritti di un santo amato dalla maggioranza dei cattolici per il suo candore e bontà: Sant’Antonio da Padova. Nei suoi sermoni, famosi all’epoca, non appare niente affatto dolce e gentile. Fa una vigorosa critica ai prelati corrotti del suo tempo. Dice: “i vescovi sono cani senza nessuna vergogna perché il loro aspetto ha della meretrice e per questo stesso non vogliono vergognarsi” (uso l’edizione critica in latino pubblicata a Lisbona in due volumi nel 1895). Questo fu pronunciato nel sermone della quarta domenica dopo Pentecoste (pagina 278). Un’altra volta chiama i prelati “ scimmie sul tetto, da lì presiedono alle necessità del popolo di Dio”. (Op. cit p. 348). È continua: “Il vescovo della Chiesa è uno schiavo che pretende regnare, principe iniquo, leone che ruggisce, orso affamato di rapina che depreda il popolo povero” (p.348). Infine nella festa di San Pietro alza la voce e denuncia: “Attenzione che Cristo disse tre volte: pasci e neanche una volta tosa e mungi… Guai a quello che non pasce neanche una volta e tosa e munge tre o quattro volte…lui è un drago a fianco dell’arca del Signore che non possiede altro che apparenza e non verità” (volume secondo, 918).

Il teologo Joseph Ratzinger spiega il senso di questo tipo di denunce profetiche: “il senso della profezia risiede in verità meno in alcune previsioni che nella protesta profetica: protesta contro l’autosodisfazione delle istituzioni, l’autosoddisfazione che sostituisce la morale con il rito e la conversione con le cerimonie” (Das neue volk Gottes, Düsseldorf 1969,250, esiste traduzione italiana Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971).

Ratzinger critica con enfasi la separazione che abbiamo fatto in riferimento alla figura di Pietro: prima della Pasqua, il traditore; dopo la Pentecoste, il fedele. “Pietro continua a vivere questa tensione del prima e del dopo; lui continua ad essere tutte due le cose: la pietra e lo scandalo…Non è successo lungo tutta tutta la storia della Chiesa che il Papa era simultaneamente il successore di Pietro e la pietra dello scandalo” (p.259)?

Dove vogliamo arrivare con tutto questo? Vogliamo arrivare a riconoscere che la Chiesa-istituzione di papi, vescovi e preti è fatta di uomini che possono tradire negare e fare del potere religioso un affare e uno strumento di auto soddisfazione. Tale riconoscimento è terapeutico dato che ci cura di ogni ideologia idolatrica intorno alla figura del Papa, ritenuto come praticamente infallibile. Questo è visibile nei settori conservatori e fondamentalisti del movimento cattolico laici e anche di gruppi di preti. In alcuni è ancora viva una vera papolatria, che Benedetto XVI ha sempre cercato di evitare.

La crisi attuale della Chiesa provocato la rinuncia di un Papa che si è reso conto che non aveva più il vigore necessario per sanare scandali di tale portata. Ha buttato la spugna con umiltà. Che un altro più giovane venga e assuma il compito arduo e duro di pulire la corruzione nella curia romana e dell’universo dei pedofili, eventualmente punisca, deponga e invii i più renitenti in qualche convento per far penitenza e emendare la propria vita .

Soltanto chi ama la Chiesa può farle le critiche che gli abbiamo fatto noi citando testi di autorità classiche del passato. Se tu hai smesso di amare una persona un tempo amata, ti diventano indifferenti la sua vita e il suo destino. Noi ci interessiamo come fa l’amico e fratello di tribolazione HansKung (è stato condannato dalla ex inquisizione), forse uno dei teologi che più ama la Chiesa e per questo la critica.

Non vogliamo che i cristiani coltivino questo sentimento di poca stima e di indifferenza. Per quanto gravi siano stati gli errori e gli equivoci storici, l’istituzione-Chiesa custodisce la memoria sacra di Gesù e la grammatica dei Vangeli. Essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei.

Anche così vale stare dentro la chiesa, come ci stavano S. Francesco, dom Helder Camara, Giovanni XXIII e noti teologi che hanno aiutato a fare il concilio Vaticano II e che prima erano stati tutti condannati dall’ex inquisizione, come de Lubac, Chenu, Congar, Rahner e altri. Dobbiamo aiutarla a uscire da quest’imbarazzo, alimentandosi di più col sogno di Gesù di un regno di giustizia, di pace e di riconciliazione con Dio e di sequela della sua causa e destino, piuttosto che di semplice giustificata indignazione che può scadere facilmente nel fariseismo e nel moralismo.

Leonardo Boff

Altre riflessioni del genere si trovano nel mio libro Chiesa: carisma e potere, ed. Record, 2005, specialmente in appendice con tutte gli atti del processo celebrato all’interno dell’ex inquisizione nel 1984.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com