Per sopravivere: la convivialità necessaria

La convivialità come concetto venne messa in circolazione da Ivan Illich (1926-2002) uno dei grandi pensatori profetici del secolo XX, vissuto qualche tempo a Petropolis. Nato a Vienna, lavorò con i latinoamericani negli USA e più tardi in Messico. Diventò famoso per aver messo in discussione i paradigmi della medicina e dell’ecologia.

Il processo della rivoluzione industriale há fatto sì che il dominio dell’essere umano sullo strumentto diventasse il dominio dello strumento sull’essere humano. Creato per sostituire lo schiavo, lo strumento tecnoloogico ha finito per rendere schiavo l’essere humano da quando ha fissato come obiettivi la produzione e il consumo di massa. Ha fatto nascere una società piena di apparecchiature, ma senz’anima. La produzione industriale in corso non si combina com la fantasia e la creatività dei lavoratori. La produzione non li ama. Da loro solo vuole la forza del lavoro, muscolare o intellettuale. Quando incentiva la creatività, lo fa in vista della qualità totale del prodotto, per arriccchire sempre di più l’impresa e sempre meno il lavoratore. Comunque molti impresari hanno preso coscienza di questa distorsione e percepiscono il grado di disumanizzazione della socientà industriale. Hanno cominciato a mettere nell’agenda dell’impresa la loro responsabilità socioambientale, l’importanza della soggettività e della spiritualità, le relazioni di cooperazioni fra tutti, datori di lavoro e lavoratoori, invece che soltanto concorrenza e accumulazione.

Che s’intende per convivialità? Per convivialità (non consta nel dizionario Aurelio) s’intende la capacità di far convivere le dimensioni della produzione e della cura, della effettualità e della compassione, del modellamento dei prodotti e della creatività; della libertà e della fantasia; dell’equilibrio multidimensionale e di complessità sociale: tutto per rafforzare il senso di appartenenza universale contro l’egoismo.

Il valore tecnico della produzione materiale deve andare di pari passo com il valore etico della produzione sociale e spirituale. Dopo aver costruito l’economia dei beni materiali, importa sviluppare , e urgentemente, l’economia dei beni umani. Il grande capitale, infinito e inesauribile non è per fortuna l’essere umano, il capitale spirituale?

I valori umani dell’amore, della sensibilità, della cura, della commensalità e della venerazione possono imporre limiti alla voracità del potere-padrone e allo sfruttamento-produzione-accumulazione.La convivialità há pure la pretesa di essere una risposta adeguata alla crisi ecologica, prodotta dal processo industriale degli ultimi 4 secoli. Il processo di rapina dei beni e servizi naturali, può provocare una drammatica devastazione del sistema-Terra e di tutte le organizzazioni che lo compongono, un reale crush planetario.

Questo scenario non è improbabile. Esso è avvenuto prima, com la disfatta della borsa di Wall Street nel 1929. In quell’occasione era in crisi soltanto una parte del sistema capitalista e non toccava i limiti fisici del pianeta. Ora la crisi è del sistema globale.

Sicuramente in un contesto di rottura generalizzata, la prima reazione del sistema imperante sarà quella di aumentare il controllo planetario e usar violenza massiccia per assicurare il mantenimento dell’ordine vigente, economico, finanziario, militare. Tanta diligenza, invece che alleggerire la crisi, la radicalizzerà, a causa dell’aumento della disoccupazione tecnologica e dell’inefficacia delle correzioni fiscali. E’ quello a cui stiamo assistendo nei paesi centrali.

Qualcuno ha ventilato l’ipotesi di una catastrofe dalle dimensioni apocalittiche. Ma questo non è ineluttabile. Conviene lasciare come viabile l’opportunità di un uso conviviale degli strumenti tecnologici al servizio della preservazione della vita, del ben vivere dell’umanità e della salvaguardia della nostra civiltà.

E’ possibile che questa nuova piattaforma conosca un bruttissimo venerdì santo che getterà nell’abisso la dittatura del modo-di-essere-lavoro-prodzione-materiale per permettere una domenica di resurrezione: la ricostruzione della società mondiale sulla base di aver cura e di una reale sostenibiltà.

Il primo paragrafo del nuovo patto sociale tra i popoli sarà il sacro principio dell’autolimitazione e della giusta misura: in seguito, cura essenziale per tutto quello che esiste e vive, gentilezza verso gli umani e venerazione per la Madre-Terra.

A questo punto l’essere umano avrà imparato a usare gli strumenti tecnologici come mezzi e non come fini, avrà imparato a convivere con tutte le cose, sapendo trattarle con reverenza e rispetto. Non sarebbe questa la vera inaugurazione del nuovo millennio?

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)

Il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)

Il necessario riscatto del sacro

Una dimensione ‘sine qua non’ per inaugurare una nuova alleanza con la Terra risiede nel riscatto del sacro. Senza il sacro, l’affermazione della ‘dignitas terrae’ e dei suoi diritti rimane retorica senza effetti. Il sacro costituisce un’esperienza fondante. Esso sta sotto alle esperienze che hanno dato origine alle religioni e alle culture umane.

Gli ultimi secoli si caratterizzano per sistematici interventi sui ritmi della natura al tal punto da rimanere sordi alla musicalità degli esseri e ciechi davanti alla grandezza del cielo stellato. Con questo abbiamo perduto l’esperienza del sacro dell’universo. Al suo posto è subentrata una profanità che ha ridotto l’universo a una realtà inerte, meccanica matematica e la Terra a semplice magazzino di risorse riservate alle necessità umane. È stata tolta la parola a tutte le cose, affinché solo la parola umana stesse al comando.

Se non riusciremo a riscattare il sacro, difficilmente garantiremo il rispetto della Terra agli altri esseri che possiedono valore intrinseco. L’ecologia sarà solo un complesso di tecniche per la semplice gestione della voracità umana, ma mai potrà andare oltre. La pretesa nuova alleanza significherà una semplice tregua, perché la Terra si riabbia dalle piaghe ricevute, ma per ricerverne subito delle altre, perché lo standard delle relazioni aggressive non è cambiato e nemmeno ha trasformato il nostro atteggiamento di base che è di assenza di rispetto e sacralità.

Prima di qualsiasi altra cosa, occorre che risvegliamo la nostra capacità di rimanere incantati davanti all’universo. Questo è stato molto bene expresso dall’astronauta nordamericano Edgar D. Mitchell nel 1971, quando stava sull’Apollo 14 durante il viaggio verso la luna. Esclamò a bocca aperta: “Da qui, a migliaia di miglia di distanza, la terra mostra l’incredible bellezza di una perla splendida di colore biancazzurro, che fluttua nel vasto cielo oscuro. Starebbe sulla palma della mia mano. In lei c’è tutto quello che è sacro e amato da noi”.

Che cos’è il sacro? Non è una cosa. È una qualità delle cose, che in forma avvolgente, ci prende totalmente, ci affascina, ci parla nel profondo del nostro essere e ci dà un’immediata esperienza di rispetto, timore e venerazione.

Rudolf Otto, un classico studioso del fenomeno, in Il sacro (Das Heilige), descrive in due parole-chiave l’esperienza del sacro: il ‘tremendum’ e ‘fascinosum’. Il tremendum è quello che ci fa tremare per la sua grandiosità e per il dilatarsi delle nostre facoltà di sostenerne la presenza. Questa ci fa fuggire a causa della sua intensità irresistibile. Al tempo stesso è fascinosum, cioe quello che ci affascina, ci trascina come una camita irresistibile, percé ci concerne assolutamente. Il sacro è come il sole: la sua luce ci attira e ci riempie di entusismo (fascinosum). Eppure ci obbliga a deviare lo sguardo, perché potrebbe produrre ustioni e accecarci (tremendum).

E’ questa esperienza ambivalente che gli esseri umani originari hanno fatto e noi ancora potremmo fare, in contatto con il cosmos, con la Terra, con la vita, con persone carismatichde, con l’attrazione amorosa tra un uomo e una donna. Essi avvertirono che in queste realtà si comunicava loro una forza invincibile expressa classicamente da una parola della melanesia’mana’ o dagli axè delle religioni afro. Potenzialmente tutte le cose sono portatrici di mana o di axé. Sono per eccellenza la rivelazione del sacro, la sua epifania o diafania.

Sotto tutto questo opera – come spiegano i moderni cosmologi, l’energia fontale, l’abisso generatore di tutte le cose, lo Spiritus creator”. Il sacro irrompe in noi quando internalizziamo a visione contemporanea dell’Universo in evoluzione e in cosmogenesi.Non basta questa visione che si può trovare su Google. Quello di cui abbimo bisogno è di una commozione, un’esperienza di shok. Abbiamo bisogno di sentirci dentro a queste conoscenze sul cosmo, la Terra e la natura, perché sono conoscenze su noi stessi, sui nostri antenati e sulla nostra realtà più profonda. Queste sono le commozioni che modificano la vita.

Come non rimanere estasiati davanti all’immensità dell’energia emessa nel singolo big bang, nella formazione del campo di Higgs, che ha permesso di conferire massa alle particelle originarie, la formazione delle nuvole, dei gas originari che costituirono la prima generazione di stelle che dopo essere esplose, dettero origine alle galassie, alle stelle, ai pianeti e a noi stessi. È il fascinosum.

Che esiste di più tremendo e misterioso che la massiva distruzione dl materiale iniziale, fatta dall’anti-materia, che lascia sul campo la miliardesima parte da cui ha origine l’universo e noi stessi? Qui il ‘tremendum’ si associa al ‘fascinosum”. E potremmo enumerare altrettante esperienze.

Tutte queste ci mettono davanti a una realtà che si abborda, nella sua forma migliore con la teoria della complessità, per la quale tuti i contrari si fanno complementari, accettare di essere parte e particelle di questo tutto. Noi ci integriamo e ci sentiamo in casa quando ci associamo a questa sinfonia e quando capiamo che la grancassa convive col violino, quando usiamo la nostra creatività per agire con la natura e mai contro di lei o a suo dispetto.

Questo Sacro così inteso ci fa ritornare dal nostro esilio e ci scuote dalla nostra alienazione. Ci introduce di nuovo nella Casa che avevamo abbandonato. Solo una relazione personale con la Terra ce la fa amare. E colei che amiamo, noi non la sfruttiamo, ma la rispettiamo e veneriamo. Ora potrà cominciare una nuova era, non di tregua, ma di pace perpetua (Kant) e di un autentico riallacciarsi di tutto con tutto.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com