Qual è il senso degli auguri di Buon Anno?

Siamo già avanti nel nuovo anno e anche così continuiamo a farci gli auguri di salute e prosperità. Qual è il senso di questi auguri nel contesto mondiale e nazionale in cui viviamo?

Gli auguri hanno un senso se veramente si verificherà quello che chiede, con urgenza, la Carta della Terra, uno dei documenti più importanti e generatori di speranza degl’inizi del secolo XXI: “Un cambiamento nella mente e nel cuore”, un nuovo senso di interdipendenza globale e di responsabilità universale” (Conclusione). Cioè, se avremo il coraggio di cambiare la forma di vivere, se il modo di produzione e consumo terranno conto dei limiti della Terra, e soprattutto della scarsità di acqua potabile e dei milioni e milioni che soffrono la fame.

Non è impossibile che si avvenga la rottura sincronizzata del sistema-Terra e del sistema-Vita. gli Tsunami e gli uragani sono piccole anticipazioni. Dunque la biodiversità potrà, in gran parte, sparire come già avvenuto in passato nelle 15 grandi decimazioni sofferte dalla Terra. Anche molti umani moriranno e si salveranno soltanto frammenti sparsi della nostra civiltà.

Jared Diamond, conosciuto specialista di biologia evolutiva e di biogeografia della Università della California, nel suo libro  ‘Collasso: come le società scelgono il fallimento o il successo (Record 2012) ha mostrato come questo collasso è avvenuto nell’Isola di Pasqua, nella cultura Maya e nella Groenlandia del Nord. Non sarebbe una miniatura di quello che potrà succedere alla Terra, una Isola di Pasqua ampliata? Chi ci garantisce che non sia possibile?

Esistono nei nostri sentieri segnalazioni che additano questa direzione. E noi, continuiamo a divertirci, ridendo gaiamente, giocando alla speculazione in borsa, come nell’aneddoto di Kierkegaard: un teatro sta prendendo fuoco, il pagliaccio grida a tutti gli spettatori che vengano a spegnere il fuoco e nessuno si muove perché tutti pensano che fa parte del copione. Tutto il teatro prende fuoco, incenerendo uditorio, i spettatori e tutto quello che sta intorno. Noè è stato l’unico a leggere i segni dei tempi: ha costruito l’Arca di salvezza e ha messo in salvo se stesso e i rappresentanti della biodiversità.

Ma c’è una differenza tra Noè e noi adesso non disponiamo di un’Arca che salvi qualcuno e lasci morire tutti gli altri. Questa volta: o ci salviamo tutti, o moriremo tutti. Giustamente la Carta del Terra chiama tutti a raccolta nel suo messaggio finale: «Come mai prima della storia, il destino comune ci convoca a cercare un nuovo inizio». Osserviamo che non si parla di riforme, di miglioramenti, di correzioni limitate, di regole, ma «di un nuovo inizio». Non è che tali iniziative siano senza senso. Ma appartengono sempre allo stesso giro e sarebbero intrasistemiche. Non risolvono il problema-radice: è il sistema che deve essere cambiato. Altrimenti semplicemente rimandano la soluzione; esso è corroso dal di dentro e trasformato in una minaccia alla vita e al futuro della Terra. Da questo non potrà avvenire vita nuova che includa tutti e salvi il nostro saggio di civilizzazione.

Questo suppone che si riconosce che i valori e i principi, le istituzioni e gli organismi, le abitudini e i modi di produrre e consumare ormai non assicurano un futuro ben delineato. Il «nuovo inizio» implica l’invenzione di una nuova Terra e di forgiare un nuovo stile di “ben vivere” e “ben convivere”, producendo quanto basta e è conveniente per tutti, senza dimenticare la comunità di vita e i nostri figli e nipoti.

Gli assi articolatori non saranno più l’economia, il mercato, il sistema bancario e nemmeno la globalizzazione, ma la vita, l’Umanità e la Terra chiamata Gaia, super organismo vivo in cui noi rappresentiamo la parte cosciente e intelligente. Tutti i di altri subsistemi devono dipendere da questo grande sistema uno e diverso in cui tutti saranno interdipendenti, per costruire insieme un destino comune anche con la Madre Terra.

La situazione della Terra e dell’Umanità è paragonabile a un aereo in pista di rullaggio. Questo comincia a correre. Qualsiasi pilota sa che arriva un momento critico in cui o l’aereo di decolla, oppure si schianterà in fondo alla pista. Non pochi, come Michail Gorbachev, Martin Rees, James Lovelock, Eduard Wilson Albert Jacquard, tra gli altri, ci mettono in guardia: abbiamo già passato il punto critico e non stiamo decollando. Dove stiamo andando? Siccome l’evoluzione non è lineare ma a scatti, mai perdiamo la speranza, anzi la coltiviamo, di uno scatto quantico che ci salvi con una nuova mente e un nuovo cuore e, per questo, l’augurio di un destino pieno di promesse per il 2013.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Bilancio annuale dello micro: germogli nel deserto

Da San Agostino (“in ogni uomo c’è simultaneamente un Adamo e un Cristo”) passando per Abelardo (“sic et non”), per Hegel e Marx fino ad arrivare a Leandro Konder, sappiamo che la realtà è dialettica. Vale a dire è contradittoria perche gli opposti non si annullano ma si tensionano e convivono permanentemente generando dinamismo nella Storia. Questo non e un difetto di fabbricazione ma la marca registrata del reale. Nessuno lo ha espresso meglio che il poveretto di Assisi nel pregare: “dove ci sia odio che io porti amore, dove ci siano tenebre che io porti la luce, dove ci sia errore che porte la verità…” non si tratta di negare o di annulare uno dei poli, ma di optare per uno, quello luminoso, e rinforzarlo fino al punto di impedire che l’altro, negativo, sia così tanto destruttivo.

A che viene questa riflessione? Con questa si vuole esprimere che il male non è mai così male che impedisce la presenza del bene; e che il bene non è mai così buono da sopprimere la forza del male. Dobbiamo imparare a negoziare con queste contraddizioni. In un articolo precedente cercai di fare un bilancio del macro, negativo: così come stiamo andiamo di male in peggio.

Ma dialetticamente c’è un lato positivo che è importante rialzare. Un bilancio del micro che ci rivela che stiamo assistendo, con speranza, al germogliare dei fiori nel deserto. E questo accade ovunque nel pianeta. Basta frequentare i Fori Sociali Mondiali e le basi popolari di molte parti per notare che c’è vita nuova che si sta aprendo nel mezzo delle vittime del sistema e anche negozi e dirigenti che stanno abbandonando il vecchio paradigma e si mettono a costruire una Arca di Noe salvatrice.

Segniamo qui qualche punti di mutazione che potranno salvaguardare la vitalità della Terra e garantire nostra civilizzazione.

Il primo è la superazione della dittatura della ragione strumentale analitica, principale responsabile per la devastazione della natura, attraverso l’incorporazione dell’intelligenza emozionale  o cordiale, che ci porta a implicarsi con il destino della vita e della Terra, avendo cura, amando e cercando il vivere bene.

Il secondo è il rafforzamento  mondiale dell’economia solidale, dell’agroecologia, la agricoltura biologica, la bioeconomia e l’ecosviluppo, alternative alla crescita materiale via PIL.

Il terzo è l’ecosocialismo democratico che propone una nuova forma di produzione con la natura e non contro di lei e una necessaria gobernance globale.

Il quarto è il bioregionalismo che si presenta come alternativa a la globalizzazione omogeinizzatrice, valutando i beni e i servizi di ogni regione con la sua popolazione e la sua cultura.

Il quinto è il vivere bene dei popoli andini  che suppone la costruzione del equilibrio tra gli esseri umani e la naturalezza a base di una democrazia comunitaria e  il rispetto dei diritti della natura e della Madre Terra o l’Indice di Felicità Interna Lorda (FIL) del governo de Bhutan.

Il sesto è la sobrietà condivisa o la semplicità volontaria che rinforzano la sovranità alimentaria di tutti, la giusta misura e l’autocontrollo del desiderio ossessivo di consumare.

Il settimo è il visibile protagonismo delle donne e dei popoli originari che presentano una nuova benevolenza verso la naturalezza e forme più solide di produzione e di consumo.

L’ottavo è la lenta ma crescente accoglienza delle categorie di cura come condizione previa per una sostenibilità reale. Questa sta staccandosi della categoria di sviluppo ed è vista come la logica della rete della vita che garantisce le interdipendenze  di tutti con tutti assicurando la vita sulla Terra.

Il nono è la penetrazione dell’etica universale della responsabilità, perché siamo tutti responsabili per il comune destino, il nostro e quello della Madre Terra.

Il decimo è il recupero della dimensione spirituale, al di là delle religioni, che ci permette di sentirsi parte del tutto, percepire l’Energia universale che permea ogni cosa e da sostegno a tutto e ci fa guardiani e custodi della sacra eredità ricevuta da l’universo e da Dio .

Tutte queste iniziative sono più che semi. Sono germogli che stanno già mostrando la possibile fioritura di una nuova Terra con una umanità che sta imparando a essere responsabile, ad avere cura e ad amare, cose che rafforzano la sostenibilità di questo piccolo pianeta nostro.

2013: Il coraggio per rinnovarsi

Più di quindici anni fa pubblicai nel Jornal do Brasil, che oggi esiste solo in versione on line, un articolo con il titolo “Ringiovanire come aquile”. Rileggendo quelle riflessioni mi sono reso conto di quanto sono attuali e adeguate ancora nei brutti tempi che viviamo e soffriamo oggi. Le riprendo ora per alimentare la nostra speranza indebolita per le minaccia che pesano sulla Terra e sull’Umanità. Se non teniamo ferma qualche speranza, perdiamo l’orizzonte del futuro e rischiamo di consegnarci all’impotenza paralizzatrice o a alla sterile rassegnazione.

In questo contesto mi ricordai di un mito del’ antica cultura mediterranea sopra il ringiovanimento delle aquile.

Ogni tanto, dice il mito, l’aquila come la fenice egiziana, si rinnova totalmente. Vola ogni volta più in alto fino ad arrivare al sole. Allora le piume prendono fuoco e incomincia a bruciare. Quando arriva a questo punto, precipita dal cielo e si lancia nelle fredde acque del lago. E il fuoco si spegne. Attraverso questa esperienza di fuoco e acqua, la vecchia aquila ringiovanisce totalmente: ritorna ad avere grinfie affilate, occhi penetranti e il vigore della gioventù.

Questo mito è sicuramente il substrato culturale del salmo 103 quando dice: “il Signore fa rinnovare la mia giovinezza come un aquila”.

E qui dobbiamo rivisitare a C.G. Jung, che capiva molto di miti e del suo senso esistenziale. Secondo lui, fuoco e acqua sono opposti, ma, quando si uniscono, diventano potenti simboli di trasformazione.

Il fuoco simboleggia il cielo, la coscienza e le dimensioni mascoline nell’uomo e nella donna. L’acqua, invece, la terra, l’inconscio e le dimensioni femminili dell’uomo e della donna.

Passare per il fuoco e per l’acqua significa dunque integrare in sé gli opposti e crescere in identità personale. Nessuno che passa per il fuoco, rimane uguale. O si soccombe o si trasfigura, perché l’acqua pulisce e il fuoco purifica.

L’acqua ci fa anche pensare alle grandi piene come quelle che abbiamo sofferto nell’anno 2010 nelle città delle montagne dello Stato di Rio. Con la loro forza portarono via tutto, specialmente ciò che non aveva consistenza e quello che non era solido. Sono gli infortuni della vita.

E il fuoco ci fa immaginare il crogiolo o le fornaci che bruciano e purificano tutto ciò che è pula e non è essenziale. Sono le note crisi esistenziali. Nel fare questa traversia attraverso la notte buia e terribile, come dicono i maestri spirituali, lasciamo affiorare il nostro io profondo senza le illusioni dell’ego. Allora maturiamo grazie a quello che di autenticamente umano e vero c’è in noi. Chi riceve il battessimo del fuoco e dell’acqua ringiovanisce come l’aquila dell’antico mito.

Ma lasciando da parte le metafore, che cosa significa ringiovanire come l’aquila? Significa lasciare alla morte tutto quello vecchio che esiste in noi, in modo che il nuovo possa irrompere e intraprendere la sua strada. Il vecchio in noi sono le abitudini e gli atteggiamenti che non ci rendono grandi: voler avere sempre ragione e cercare il vantaggio in tutto, la noncuranza con se stessi, col nostro linguaggio, la mancanza di rispetto per la natura e di solidarietà con i bisognosi, vicini e lontani. Tutto questo deve morire in modo che si possa inaugurare un modo di convivere con gli altri che abbia cura della nostra Casa Comune e sia generoso col destino delle persone. In una parola, significa morire e risorgere.

Ringiovanire come un’aquila significa anche liberarsi di cose che erano buone e di idee che erano brillanti ma che lentamente, nel corso degli anni, sono state superate e non sono in grado di ispirare una via per il futuro. La attuale crisi persiste e si approfondisce perché coloro che controllano il potere hanno vecchi concetti e non sono in grado di dare nuove riposte.

Ringiovanire come un’aquila significa avere il coraggio di ricominciare da capo e di essere sempre aperti ad ascoltare, imparare e rivedere. No è questo quello che ci proponiamo ogni nuovo anno?

Che quest’anno 2013 che inauguriamo sia l’opportunità di domandarci quanto di gallina che vuole soltanto camminare sulla terra è in noi, e quanto c’è ancora dell’aquila, pronta a ringiovanire per affrontare con coraggio le difficoltà e le crisi della vita, e per cercare un nuovo paradigma di convivenza.

E non possiamo dimenticare quella Energia poderosa e amorosa che sempre ci accompagna e che muove tutto l’universo. Lei ci abita, ci anima e ci dà un senso permanente per lottare e per vivere.

Che lo Spiritus Creator non ci manchi mai!

Tradotto per María Gavito Milano e Carlo Felici

Bilancio annuale dei sistemi macroeconomici: stiamo andando di male in peggio.

La realtà mondiale è complessa. È impossibile fare un bilancio unitario. Proverò a farne uno che riguarda la macroeconomia del nostro tipo di civilizzazione, organizzata nella realtà e un altro che riguarda la microeconomia.

Se consideriamo il modo in cui i padroni del potere stanno affrontando la crisi che deriva dallo sfruttamento sfrenato della natura, e anche dall’accumulo illimitato delle risorse e nella conseguente creazione di una duplice ingiustizia: quella sociale, con le perverse diseguaglianze a livello mondiale e quella ecologica, con la destrutturazione della rete della vita che garantisce la nostra sussistenza e se prendiamo inoltre come punto di riferimento la “COP 18”, realizzata in questo fine d’anno a Doha, nel Qatar, sul riscaldamento globale, possiamo dire senza esagerazione: stiamo andando di male in peggio. Se seguiamo questo sentiero, troveremo là davanti – e non ci vorrà molto – un “abisso ecologico”.

Finora non sono state prese le misure necessarie per cambiare il corso delle cose. L’economia speculativa continua a fiorire, i mercati sempre più competitivi, il che equivale a dire sempre meno regolati, e l’allarme ecologico reso tangibile dal riscaldamento globale messo praticamente da parte. A Doha è mancato soltanto di dare l’estrema unzione al Trattato di Kyoto. E per ironia si dice nella prima pagina del documento finale che nulla è stato risolto perché è stato rimandato tutto il 2015: “Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta e questo problema ha bisogno di essere affrontato senza indugio da tutti i Paesi.” E invece non viene affrontato. Come ai tempi di Noè, noi continuiamo a mangiare, a bere e a sistemare le tavole del Titanic che sta affondando, ascoltando ancora la musica. La Casa Commune sta prendendo fuoco e noi ci raccontiamo storie l’un l’altro.

Vedo due ragioni per questa conclusione realista che pare pessimista. Direi con José Saramago: “Io non sono pessimista, è la realtà che è pessima, io sono realista.”

La prima ragione ha a che fare con la premessa falsa che sostiene e alimenta la crisi: l’obiettivo è la crescita materiale illimitata (aumento del PIL), realizzato sfruttando l’energia fossile e con il flusso totalmente liberato dei capitali, specialmente speculativi.

Questa premessa si trova presente in tutte le programmazioni dei Paesi, incluso quello brasiliano. La falsità di questa premessa risiede nella completa mancanza di considerazione dei limiti del “sistema terra”. Un pianeta limitato non riesce a sostenere un progetto illimitato. Questo non possiede sostenibilità, anzi, si evita la parola sostenibilità che viene dalle scienze della vita; essa è non-lineare, si organizza in reti di interdipendenza di tutti con tutti, che mantengono in funzione tutti e fattori che garantiscono la perpetuazione della vita e della nostra civiltà. Si preferisce parlare di “sviluppo sostenibile”, senza rendersi conto che si tratta di un concetto contraddittorio perchè è lineare, sempre crescente, e suppone la dominazione della natura e la rottura dell’equilibrio ecosistemico. Mai si arriva a un qualche accordo sul clima perchè i magnati del petrolio influenzano politicamente i governi e boicottano qualsiasi misura che diminuisca i loro guadagni e per questo non appoggiano le energie alternative. Soltanto cercano la crescita annuale del PIL.

Questo modello viene rifiutato dai fatti: non funziona più nemmeno nei Paesi centrali, come lo dimostra la crisi attuale, e nemmeno nei periferici. O si cerca un altro tipo di crescita, che è essenziale per il sistema-vita, ma che per noi deve essere fatto rispettando la capacità della Terra e i ritmi della natura, oppure andremo incontro all’innominabile.

La seconda ragione è più di ordine filosofico e per questa io mi sono battuto per circa trent’anni. Essa implica conseguenze paradigmatiche: il riscatto dell’intelligenza cordiale o emozionale per equilibrare il potere distruttore della ragione strumentale, sequestrata già da secoli dal processo produttivo di accumulazione. Come ci mostra il filosofo francese Patrick Viveret “La ragione strumentale senza l’intelligenza emozionale può perfettamente portarci alla peggiore barbarie” (Por uma sobriedade feliz, Quarteto 2012, p. 41); tieni conto della nuova mappa dell’umanità disegnata nel progetto di Himmler e che è culminata con lo Shoah, la liquidazione degli zingari e dei deficienti.

Se non unissimo l’intelligenza emozionale alla ragione strumentale-analitica, mai sentiremmo il grido della madre-Terra, il dolore delle foreste abbattute e la devastazione attuale della bio-diversità nell’ordine di quasi centomila specie ogni anno (E. Wilson).

Insieme con la sostenibilità deve esserci la cura, il rispetto e l’amore per tutto ciò che esiste e vive. Senza questa rivoluzione della mente e del cuore andremo, di sicuro, di male in peggio.

Vedi il mio libro Proteger a terra – cuidar da vita: como evitar o fim do mundo, Ed. Record 2010.

 

Traduzione; Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com