Quali sono i bisogni fondamentali?

L’essere umano è per sua natura un essere carente sotto molti aspetti. Ha bisogno di un grande impegno per sodisfarle e poter vivere, non una vita miserabile ma una vita di qualità.

Dietro ogni bisogno, si nasconde un desiderio e un timore: desiderio di poter soddisfarlo nella forma più conveniente possibile e il timore di non riuscirci e quindi dover soffrire. Chi possiede, teme di perdere: chi non ha, desidera avere. Questa è la dialettica dell’esistenza.

Maestri delle più grandi tradizioni dell’umanità e delle scienze dell’umano. convengono più o meno sui seguenti bisogni fondamentali: abbiamo bisogni biologici: in una parola dobbiamo mangiare, bere, abitare, vestirci e avere sicurezza. Gran parte del tempo è impegnato nel soddisfare tali bisogni. Le grandi maggioranze dell’umanità li soddisfano in forma precaria o per mancanza di lavoro o perché la solidarietà e la compassione sono beni scarsi.

La prima petizione del Padre Nostro, è per il pane quotidiano perché la fame non può aspettare. Ma noi non chiediamo a Dio che ogni giorno faccia miracoli e così ci lasci liberi di produrre il pane. Chiediamo che il clima e la fertilità dei suoli siano favorevoli.

Oltre a questo abbiamo bisogno di sicurezza. Possiamo ammalarci e soccombere a rischi che ci privano della vita. Possono provenire dalla natura, dalle tempeste, dai fulmini, da secche prolungate, dasmottamenti di terreno, da qualsiasi tipo di incidente. Possono provenire soprattutto dall’essere umano, che ha dentro di sé non solo l’istinto della vita, ma anche quello della morte. Può perdere l’autocontentamento e eliminare l’altro. Tutto questo genera in noi paura. E nutriamo la speranza di neutralizzarlo. Il fatto che siamo vissuti in caverne e poi in case dimostra la nostra ricerca di sicurezza.

Il fatto è che mai controlliamo tutti i fattori. Sempre possiamo essere vittime innocenti o colpevoli. E’ a questo punto che gridiamo invocando Dio, non perché ci allontani dall’abisso, ma perché dia il coraggio di evitarlo e così continuare a vivere.

In terzo luogo abbiamo bisogno di appartenenza: siamo esseri societari, apparteniamo a uma famiglia, a una etnia, a un determinato luogo, a un paese, al Pianeta Terra. Quello che rende penosa la sofferenza è la solitudine, il non poter contare con una spalla amica e una mano accogliente, dato che siamo il frutto delle attenzioni delle nostre mamme, che ci hanno tenuti in braccio, vogliamo moriré stringendo la mano di qualche vicino o di chi ci ama.

In fondo all’abisso esistenziale invochiamo gridando la mamma o Dio e sappiamo che lui ti dà retta, perché lui è sensibile alla voce dei suoi figli e delle sue figlie, e sente il batticuore del nostro cuore spaventato.

Per questo bisogna garantire il sentimento di appartenenza, caso contrario noi ci sentiamo come cani sperduti e abbandonati.

In quarto luogo abbiamo bisogno di autostima. Esistere non basta. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: “Sii benvenuto in mezzo a noi, tu sei importante per noi. Il rifiuto ci fa provare ancora da vivi l’esperienza della morte. Abbiamo quindi bisogno di essere riconosciuti come persone con le nostre differenze e individualità. Caso contrario siamo come una pianta senza nutrienti che va peggiorando fino a morire. E come è importante quando qualcuno ci chiama per nome e ci abbraccia. La nostra umanità negata ci viene resa e possiamo continuare il cammino con speranza e senza paura.

Infine abbiamo necessità di autorealizzazione. Questo è il grande miraggio, la grande e sfida dell’essere umano: di poter realizzarsi e diventare umano. Siamo un mistero per noi stessi. Non è che non sappiamo niente dell’essere umano. Al contrario, quanto più sappiamo, tanto più si allargano le dimensioni di quello che non sappiamo. Abbiamo nostalgia delle stelle da cui siamo venuti.

Ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro, al Tutto. Per quanto andiamo alla ricerca dell’oggetto che sazi il nostro desiderio, non lo troviamo tra gli esseri che ci stanno intorno, ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro. Siamo esseri dal desiderio illimitato. Desideriamo l’essere essenziale e troviamo solo esseri accidentali. Come riusciremo dunque la nostra autorealizzazione, se ci percipiamo come progetto infinito?

E’ in questo cammino affannoso há um senso parlare di Dio come essere essenziale e oscuro oggetto del nostro desiderio infinito. Autorealizzarsi pertanto implica un coinvolgersi con Dio. Coinvolgersi con Dio è risvegliare in noi la spiritualità, quella capacità di sentire un’energia poderosa e amorosa, che sorpassa tutta la realtà. È poter vedere il mare in un’onda e in una goccia d’acqua l’immensità dell’Amazzonia.

Spiritualità è avere sete e fame di un estremo abbraccio riposante, dove finalmente tutte le nostre necessità saranno soddisfatte, dove spariscono tutti i timori e ci riposeremo. Fino a quando non elaboriamo questo centro, ci sentiamo nella preistoria di noi stessi, esseri interi ma non rifiniti e letteralmente frustrati. Entrando in comunione con l’essere essenziale, per abbandonarci a lui, silenziosamente e senza condizioni, con l’orazione e la meditazione, apriamo una fonte di energie incomparabile e irresistibile. Effetto: gioia pura, leggerezza di vita, beatitudine come consentita a viandanti.

Traduzione; Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Per sopravivere: la convivialità necessaria

La convivialità come concetto venne messa in circolazione da Ivan Illich (1926-2002) uno dei grandi pensatori profetici del secolo XX, vissuto qualche tempo a Petropolis. Nato a Vienna, lavorò con i latinoamericani negli USA e più tardi in Messico. Diventò famoso per aver messo in discussione i paradigmi della medicina e dell’ecologia.

Il processo della rivoluzione industriale há fatto sì che il dominio dell’essere umano sullo strumentto diventasse il dominio dello strumento sull’essere humano. Creato per sostituire lo schiavo, lo strumento tecnoloogico ha finito per rendere schiavo l’essere humano da quando ha fissato come obiettivi la produzione e il consumo di massa. Ha fatto nascere una società piena di apparecchiature, ma senz’anima. La produzione industriale in corso non si combina com la fantasia e la creatività dei lavoratori. La produzione non li ama. Da loro solo vuole la forza del lavoro, muscolare o intellettuale. Quando incentiva la creatività, lo fa in vista della qualità totale del prodotto, per arriccchire sempre di più l’impresa e sempre meno il lavoratore. Comunque molti impresari hanno preso coscienza di questa distorsione e percepiscono il grado di disumanizzazione della socientà industriale. Hanno cominciato a mettere nell’agenda dell’impresa la loro responsabilità socioambientale, l’importanza della soggettività e della spiritualità, le relazioni di cooperazioni fra tutti, datori di lavoro e lavoratoori, invece che soltanto concorrenza e accumulazione.

Che s’intende per convivialità? Per convivialità (non consta nel dizionario Aurelio) s’intende la capacità di far convivere le dimensioni della produzione e della cura, della effettualità e della compassione, del modellamento dei prodotti e della creatività; della libertà e della fantasia; dell’equilibrio multidimensionale e di complessità sociale: tutto per rafforzare il senso di appartenenza universale contro l’egoismo.

Il valore tecnico della produzione materiale deve andare di pari passo com il valore etico della produzione sociale e spirituale. Dopo aver costruito l’economia dei beni materiali, importa sviluppare , e urgentemente, l’economia dei beni umani. Il grande capitale, infinito e inesauribile non è per fortuna l’essere umano, il capitale spirituale?

I valori umani dell’amore, della sensibilità, della cura, della commensalità e della venerazione possono imporre limiti alla voracità del potere-padrone e allo sfruttamento-produzione-accumulazione.La convivialità há pure la pretesa di essere una risposta adeguata alla crisi ecologica, prodotta dal processo industriale degli ultimi 4 secoli. Il processo di rapina dei beni e servizi naturali, può provocare una drammatica devastazione del sistema-Terra e di tutte le organizzazioni che lo compongono, un reale crush planetario.

Questo scenario non è improbabile. Esso è avvenuto prima, com la disfatta della borsa di Wall Street nel 1929. In quell’occasione era in crisi soltanto una parte del sistema capitalista e non toccava i limiti fisici del pianeta. Ora la crisi è del sistema globale.

Sicuramente in un contesto di rottura generalizzata, la prima reazione del sistema imperante sarà quella di aumentare il controllo planetario e usar violenza massiccia per assicurare il mantenimento dell’ordine vigente, economico, finanziario, militare. Tanta diligenza, invece che alleggerire la crisi, la radicalizzerà, a causa dell’aumento della disoccupazione tecnologica e dell’inefficacia delle correzioni fiscali. E’ quello a cui stiamo assistendo nei paesi centrali.

Qualcuno ha ventilato l’ipotesi di una catastrofe dalle dimensioni apocalittiche. Ma questo non è ineluttabile. Conviene lasciare come viabile l’opportunità di un uso conviviale degli strumenti tecnologici al servizio della preservazione della vita, del ben vivere dell’umanità e della salvaguardia della nostra civiltà.

E’ possibile che questa nuova piattaforma conosca un bruttissimo venerdì santo che getterà nell’abisso la dittatura del modo-di-essere-lavoro-prodzione-materiale per permettere una domenica di resurrezione: la ricostruzione della società mondiale sulla base di aver cura e di una reale sostenibiltà.

Il primo paragrafo del nuovo patto sociale tra i popoli sarà il sacro principio dell’autolimitazione e della giusta misura: in seguito, cura essenziale per tutto quello che esiste e vive, gentilezza verso gli umani e venerazione per la Madre-Terra.

A questo punto l’essere umano avrà imparato a usare gli strumenti tecnologici come mezzi e non come fini, avrà imparato a convivere con tutte le cose, sapendo trattarle con reverenza e rispetto. Non sarebbe questa la vera inaugurazione del nuovo millennio?

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)

Il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)