Il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)

Il necessario riscatto del sacro

Una dimensione ‘sine qua non’ per inaugurare una nuova alleanza con la Terra risiede nel riscatto del sacro. Senza il sacro, l’affermazione della ‘dignitas terrae’ e dei suoi diritti rimane retorica senza effetti. Il sacro costituisce un’esperienza fondante. Esso sta sotto alle esperienze che hanno dato origine alle religioni e alle culture umane.

Gli ultimi secoli si caratterizzano per sistematici interventi sui ritmi della natura al tal punto da rimanere sordi alla musicalità degli esseri e ciechi davanti alla grandezza del cielo stellato. Con questo abbiamo perduto l’esperienza del sacro dell’universo. Al suo posto è subentrata una profanità che ha ridotto l’universo a una realtà inerte, meccanica matematica e la Terra a semplice magazzino di risorse riservate alle necessità umane. È stata tolta la parola a tutte le cose, affinché solo la parola umana stesse al comando.

Se non riusciremo a riscattare il sacro, difficilmente garantiremo il rispetto della Terra agli altri esseri che possiedono valore intrinseco. L’ecologia sarà solo un complesso di tecniche per la semplice gestione della voracità umana, ma mai potrà andare oltre. La pretesa nuova alleanza significherà una semplice tregua, perché la Terra si riabbia dalle piaghe ricevute, ma per ricerverne subito delle altre, perché lo standard delle relazioni aggressive non è cambiato e nemmeno ha trasformato il nostro atteggiamento di base che è di assenza di rispetto e sacralità.

Prima di qualsiasi altra cosa, occorre che risvegliamo la nostra capacità di rimanere incantati davanti all’universo. Questo è stato molto bene expresso dall’astronauta nordamericano Edgar D. Mitchell nel 1971, quando stava sull’Apollo 14 durante il viaggio verso la luna. Esclamò a bocca aperta: “Da qui, a migliaia di miglia di distanza, la terra mostra l’incredible bellezza di una perla splendida di colore biancazzurro, che fluttua nel vasto cielo oscuro. Starebbe sulla palma della mia mano. In lei c’è tutto quello che è sacro e amato da noi”.

Che cos’è il sacro? Non è una cosa. È una qualità delle cose, che in forma avvolgente, ci prende totalmente, ci affascina, ci parla nel profondo del nostro essere e ci dà un’immediata esperienza di rispetto, timore e venerazione.

Rudolf Otto, un classico studioso del fenomeno, in Il sacro (Das Heilige), descrive in due parole-chiave l’esperienza del sacro: il ‘tremendum’ e ‘fascinosum’. Il tremendum è quello che ci fa tremare per la sua grandiosità e per il dilatarsi delle nostre facoltà di sostenerne la presenza. Questa ci fa fuggire a causa della sua intensità irresistibile. Al tempo stesso è fascinosum, cioe quello che ci affascina, ci trascina come una camita irresistibile, percé ci concerne assolutamente. Il sacro è come il sole: la sua luce ci attira e ci riempie di entusismo (fascinosum). Eppure ci obbliga a deviare lo sguardo, perché potrebbe produrre ustioni e accecarci (tremendum).

E’ questa esperienza ambivalente che gli esseri umani originari hanno fatto e noi ancora potremmo fare, in contatto con il cosmos, con la Terra, con la vita, con persone carismatichde, con l’attrazione amorosa tra un uomo e una donna. Essi avvertirono che in queste realtà si comunicava loro una forza invincibile expressa classicamente da una parola della melanesia’mana’ o dagli axè delle religioni afro. Potenzialmente tutte le cose sono portatrici di mana o di axé. Sono per eccellenza la rivelazione del sacro, la sua epifania o diafania.

Sotto tutto questo opera – come spiegano i moderni cosmologi, l’energia fontale, l’abisso generatore di tutte le cose, lo Spiritus creator”. Il sacro irrompe in noi quando internalizziamo a visione contemporanea dell’Universo in evoluzione e in cosmogenesi.Non basta questa visione che si può trovare su Google. Quello di cui abbimo bisogno è di una commozione, un’esperienza di shok. Abbiamo bisogno di sentirci dentro a queste conoscenze sul cosmo, la Terra e la natura, perché sono conoscenze su noi stessi, sui nostri antenati e sulla nostra realtà più profonda. Queste sono le commozioni che modificano la vita.

Come non rimanere estasiati davanti all’immensità dell’energia emessa nel singolo big bang, nella formazione del campo di Higgs, che ha permesso di conferire massa alle particelle originarie, la formazione delle nuvole, dei gas originari che costituirono la prima generazione di stelle che dopo essere esplose, dettero origine alle galassie, alle stelle, ai pianeti e a noi stessi. È il fascinosum.

Che esiste di più tremendo e misterioso che la massiva distruzione dl materiale iniziale, fatta dall’anti-materia, che lascia sul campo la miliardesima parte da cui ha origine l’universo e noi stessi? Qui il ‘tremendum’ si associa al ‘fascinosum”. E potremmo enumerare altrettante esperienze.

Tutte queste ci mettono davanti a una realtà che si abborda, nella sua forma migliore con la teoria della complessità, per la quale tuti i contrari si fanno complementari, accettare di essere parte e particelle di questo tutto. Noi ci integriamo e ci sentiamo in casa quando ci associamo a questa sinfonia e quando capiamo che la grancassa convive col violino, quando usiamo la nostra creatività per agire con la natura e mai contro di lei o a suo dispetto.

Questo Sacro così inteso ci fa ritornare dal nostro esilio e ci scuote dalla nostra alienazione. Ci introduce di nuovo nella Casa che avevamo abbandonato. Solo una relazione personale con la Terra ce la fa amare. E colei che amiamo, noi non la sfruttiamo, ma la rispettiamo e veneriamo. Ora potrà cominciare una nuova era, non di tregua, ma di pace perpetua (Kant) e di un autentico riallacciarsi di tutto con tutto.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Camino come archetipo della existenza humana

Sono particolarmente affascinato dai sentieri, soprattutto sentieri di campagna, che salgono penosamente sul pendio della montagna e scompaiono nelle curve del bosco. Oppure sentieri coperti dalle foglie multicolori di autunno, nei pomeriggi lenti a morire, quando, studente, me ne andavo sulle Alpi del sud della Germania.

Il fatto è che i sentieri stanno dentro di noi. E bisogna chiedere a loro il perché delle distanze, perché a volte sono tortuosi, stancanti e difficili da camminarci. Loro custodiscono il segreto dei piedi di chi cammina. Il peso della loro tristezza, la leggerezza della gioia a incontrare la persona amata.

Il sentiero costituisce uno degli archetipi principali della psiche umana. L’essere umano custodisce la memoria di tutto il cammino perseguito nel processo dell’evoluzione da 13,7 miliardi di anni. In particolare custodisce la memoria di quando i nostri antenati emersero: il ramo ‘vertebrati’, la classe dei mammiferi, l’ordine dei primati, la famiglia degli ominidi, il genere homo, la specie sapiens/demens attuale. A causa di questa incommensurabile memoria, il cammino umano si presenta tanto complesso e, a volte, indecifrabile. Sul sentiero di ciascuno di noi lavorano sempre milioni e milioni di esperienze di cammini passati andati per indecifrabili generazioni.

Il compito di ciascuno è polungare questo sentiero e fare il proprio cammino in modo tale, che migliori o approfondisca il cammino ricevuto, raddrizzi lo storto e lasci ai futuro viandante, un sentiero arricchito dai tuoi passi. Il cammino è sempre stato e continua ad esserlo, un’esperienza di direzione che indica la meta, e simultaneamente esso è pure il mezzo attaverso cui si ragginuge la meta. Senza un sentiero ci sentiamo persi, interiormente e esteriormente. Siamo immersi nella oscurità e nella confusione. Come oggi, l’Umanità senza un punto d’arrivo, disorientati e in un vicolo cieco, senza bussola né stelle che possano orientare nelle notti minacciose. Ogni essere umano è viandante, homo viator, é un camminante per le strade della vita, come dice e canta il poeta e cantore indigeno argentino Atahulpa Yupanki, “l’essere umano è la Terra che cammina”. Non abbiamo ricevuto un’esistenza prȇt-à-porter. Dobbiamo costruirla. E per questo importa aprire cammini e partire sui sentieri consumati da chi ci ha preceduto. Anche così il nostro cammino personale e privato mai è dato una volta per tutte, dev’essere costruito con creatività e coraggio, come dice il poeta spagnolo Antonio Machado. “O viandante, non c’è il cammino. Si fa il cammino, camminando”.

Effettivamente siamo sempre sul sentiero di noi stessi. Fondamentalemente o ci realizzaziomo o ci perdiamo. Per questo ci sono due cammini, come dice il primo salmo della Bibbia: il cammino del giusto e il cammino dell’empio, il cammino della luce e il camino delle tenebre, il cammino dell’egoismo e quello della solidarietà, il cammino dell’amore e quello dell’indifferenza, il cammino della pace e quello dei conflitti. In una parola: o il cammino che porta a un fine buono, o il cammino che porta all’abisso.

Ma stiamo attenti: la condizione umana cocreta è sempre la coesistenza di due cammini. E il loro incrociasrsi sul buon cammino si trova pure il cattivo. Nel cattivo, quello buono. Tutti e due attraversano il nostro cuore. Questo è il nostro dramma che può trasformarsi in crisi e anche in tragedia. Come è difficile separare il loglio dal grano, il buono dal cattivo sentiero, siamo obbligati a fare una scelta fondamentale per uno di loro, per quello buono, anche se costa rinunce e a volte ci porta svantaggi; ma per lo meno ci dà la pace della coscienza e la percezione che stiamo facendo la cosa giusta. E c’è chi opta pe il cammino del male: questo è più facile, non impone nessun obbligo dato ha valore tutto quello che porta un guadagno. Ma ha un prezzo: il rimorso di coscienza, rischi di punizioni e, addirittura di eliminazione.

Ma l’opzione fondamentale conferisce la qualità ética al cammino umano. Se optiamo per il buon cmmino, non saranno piccoli passi equivocati o un inciampare che andranno a distruggere il cammino e la sua direzione. Quel che conta davanti alla coscienza e davanti a quello che giudica tutti con giustizia è l’opzione fondamentale. Per questa ragione, la tendenza dominante nella teologia morale cristiana è sostituire il linguaggio ‘peccato’ veniale’ o ‘mortale’ con un’altra più adeguata all’unità del cammino umano. Fedeltà o infedeltà all’opzione fondamentale. Non bisogna isolare atti e giudicarli a se stanti sconnessi dall’opzione fondamentale. Si tratta di captare l’atteggiamento di base e il progetto di fondo che si traduce in atti che unificano tutta la vita.

Se questa opta per il bene, con costanza e fedeltà, sarà lei che conferirà maggiore o minore bontà aglli atti, nonostante gli alti e bassi, che capitano sempre, ma che non arrivano a distruggere il cammino del bene. Questi vive in stato di Grazia. Ma ci sono pure quelli che hanno optato per il cammino del male . Di sicuro avranno da passare sotto lo sguardo severo di Dio, se otterranno misericordia per le loro malefatte. Da qui non si scappa: dobbiamo scegliere che tipo di cammino costruire, come percorrerlo e andare avanti, sapendo che “Vivere è pericoloso”. (G. Rosa). Ma non siamo mai soli. Moltitudini camminano con noi, solidali nel nostro destino, accompagnate da uno che si chiama “Emanuele, Dio con Noi”.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

L’effetto di vedere la Terra dal di fuori della Terra

Gli ultimi secoli si sono distinti per un’infinità di scoperte: continenti, popoli indigeni, specie di esseri viventi, galassie, stelle, il mondo subatomico, le energie originarie e adesso il campo Higgs, una specie di fluido sottile che pervade l’universo; le particelle virtuali, toccandolo ricevono la massa e si stabilizzano. Ma non avevamo ancora scoperto la Terra come pianeta, come la nostra casa comune. Ci è voluto che uscissimo dalla Terra per vederla dal di fuori e a questo punto scoprirla e costatare l’unità Terra-Umanità.

È il grande lascito degli astrronauti, che hanno avuto per primi l’opportunità di contemplare la terra a partire dallo spazio celeste. Hanno prodotto in noi quello che fu chiamato EFFETTO OVERVIEW, cioè effetto della Visione da Sopra. Bellissime testimonianze di astronauti sono state raccolte d aFrank White nel suo libro Overview effect (Houghton Mifflin Company, Boston 1987). Esse producono in noi un forte impatto e un grande sentimento di riverenza, una vera esperienza spirituale. Leggiamo qualche testimonianza.

L’astronauta James Irwin diceva: “la Terra ci ricorda um albero di Natale, appeso al fondo buio dell’universo; quanto più ce ne allontaniamo, tanto più va diminuendo la sua grandezza finché non si riduce a una piccola palla, la più bella che si possa immaginare. Quell’obiettivo vivo così bello e caldo appare fragile e delicato; contemplarlo muta la persona, perché comincia ad apprezzare la creazionedi Dio e a scoprire l’amore di Dio.

Um altro, Eugene Cernan, confessava:” Eu fui o último homem a pisar na lua em dezembro de 1972; da superfície lunar olhava com temor reverencial para a Terra num transfundo muito escuro; o que eu via era demasiadamente belo para ser apreendido, demasiadamente ordenado e cheio de propósito para ser fruto de um mero acidente cósmico; a gente se sentia, interiormente, obrigado a louvar a Deus; Deus deve existir por ter criado aquilo que eu tinha o privilégio de contemplar; espontaneamente surge a veneração e a ação de graças; é para isso que existe o universo”.

Um altro, Eugene Cernan, confessava: Io sono stato l’ultimouomo a metter piede sulla luna nel 1972; dalla superficie lunare guardavo com timore reverenziale la Terra su um fondo molto scuro. Quello che io vedevo era troppo bello per essee appreso, troppo ordinato e pieno di propositi, per essere frutto di un incidente cosmico; io misentivo interiormente obbligato a lodare dio; Dio deve esistere per fare quelle cose, che io avevo il privilegio di contemplare. Spontaneamente sorge la venerazione e il ringraziamento. Per questo è che esiste l’universo”.

Com fine intuizione, un altro astronauta, Joseph P. Allen, osservò: “Si è molto discusso sui pro e i contro dei viaggi sulla luna; non ho mai sentito qualcuno ragionare e dire che si dovrebbe andare sulla luna per vedere la Terra di lassù, da fuori della terra; dopo tutto, questa è stata sicuramente la vera ragione che ci ha portati sulla luna.

A fare questa esperienza singolare, l’essere umano si risveglia alla comprensione che lui e la Terra formano una unità e che questa unità appartiene a un’altra più grande, a quella solare e questa a un’altra ancora maggiore, quella galattica e questa rimanda all’intero universo e l’intero Universo al mistero e il Mistero al Creatore.

“Da lassù”, osservava l’ astronauta, Eugene Cernan, non sono percepibili le barriere del colore della pelle, della religione e della política che là sotto dividono il mondo. Tutto è unificato dal pianeta Terra. Commentava l’astronauta Salman al-Saud:” il primo e il seconddo giorno, noi indicavamo il nostro paese, al terzo e quarto, il nostro continente; al quinto giorno avevamo coscienza solo della Terra come un tutto”.

Queste tetimonianze ci convincono che la Terra e l’Umanità formano di fatto un tutto indivisibile. Esattamente questo è quanto scrisse Isaac Asimov in un articolo sul The New York Times il 9 ottobre del 1982 per commemorare i 25 anni dal lanccio dello Sputnik, che fu il primo a fare il giro della Terra. Il titolo era: “L’eredità dello Sputnik: il globalismo. Qui diceva Asimov si impone alle nostre menti riluttanti la visione che Terra e Umanità formano una unica entità”. Il russo Anatoly Bberezovoy, che rimase 211 giorni nello spazio disse la stessa cosa. Effettivamente non possiamo porre da un lato la terra e dall’altro l’Umaanità. Formiamo un tutto organico e vivo. Noi umani siamo quella porzione di Terra che sente, pensa, ama ha cura e rispetta.

Contemplando il globo terrestre, che si trova quase dappertutto, irrompe spontaneamente in noi la percezione che nonostante tutte le minacce di distruzione che abbiamo montato contro Gaia, un futuro buono e benefico, in quache modo è garantito. Tanta bellezza e splendore non possono andare distrutti. I cristiani diranno: la terra è penetrata dallo Spirito e dal Cristo cosmico. Parte della nostra umanità in Gesù è stata eternizzata e sta nel cuore della Trinità. Non sarà sulle rovine dellla terra che Dio completerà la sua opera. Il Risorto e il suo Spirio stanno spingendo l’evoluzione verso il suo culmine.

Uma moderna leggenda dà corpo a questa credenza:”C’era volta um militante cristiano di Greenpeace che fu visitato da Gesù Cristo risorto. Questi lo invitò a fare due passi in girardino Il militante accettò molto volentieri. Dopo parecchio che stavano camminando, ammirando la biodiversità presente in quel posto, il militante domandò: “Signore, quando andavi per i sentieri della Palestina, tu una volta hai detto, che un giorno saresti tornato in pompa magna e gloria. La tua venuta si fa desiderare troppo. Sul serio, quando tornerai, Signore?”Dopo momenti di silenzio che parevano un’eternità, il Signore rispose. “Fratellino mio, quando la mia presenza nell’universo e nella natura sarà così evidente, quanto la luce che illumina questo giardino; quando la mia presenza soto la tua pelle e nel tuo cuore sarà così reale , quanto la mia presenza qui e adesso; quando questa mia presenza vivente sarà corpo e sangue in te, al punto che non ti occorrerà peensare ad essa; quando non domanderai più insistentemente come fai adesso, allora fratellino mio caro sara segno che sarò tornato in pompa magna e GLORIA.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com