Atteggiamento crítico costrutivo rispetto alla Rio+20

Credo che dobbiamo sviluppare tre atteggiamenti di fronte alla Rio +20.

Il primo è coscientizzare coloro che prendono decisioni e tutta l’umanità intorno ai rischi a cui sono sottoposti il sistema-Terra, il sistema-vita e il sistema-civiltà. Le guerre attuali, la paura del terrorismo e la crisi economico-finanziaria nel cuore dei paesi centrali stanno facendoci dimenticare l’urgenza della crisi ecologica generalizzata. Gli esseri umani e il mondo naturale stanno in una pericolosa rotta di collisione. Non serve a niente garantire uno sviluppo sostenibile e verde se non garantiamo innanzitutto la sostenibilità del pianeta vivo e della nostra civiltà. Questa coscientizzazione deve essere fatta a tutti i livelli, dalla scuola elementare all’università, dalla famiglia alla fabbrica, dalla campagna alle città.

Il secondo atteggiamento ha a che fare con uno spostamento e un’implicazione che bisogna fare. È necessario spostare la discussione dal tema dello sviluppo al tema della sostenibilità. Se si resta nello sviluppo rimaniamo presi nelle maglie della sua logica che consiste nel crescere sempre di più per offrire sempre più numerosi prodotti di consumo per l’arricchimento di pochi al costo del super sfruttamento della natura e della emarginazione della maggioranza dell’umanità. Una ricerca seria nell’Istituto Federale Svizzero di Ricerca Tecnologica (ETH) del 2011, ha rivelato la tremenda concentrazione di ricchezza e di potere in pochissime mani: sono 737 corporazioni che controllano l’80% del sistema corporativo mondiale, mentre lo zoccolo duro di 147 controlla il 40% di tutte le corporazioni a maggioranza finanziaria. Insieme a questo potere economico viene il potere politico (influenza i destini di un paese) e il potere ideologico (impone idee e comportamenti). L’impronta ecologica della Terra ci fa sapere che questa ha già oltrepassato del 30% i suoi limiti fisici. Forzarli significa obbligarla a difendersi. E lo fa con tsunami, inondazioni, siccità, eventi estremi, terremoti e il riscaldamento globale. E anche con le crisi economico-finanziarie comprese  nel sistema-Terra viva. Il tipo di sviluppo vigente è insostenibile. Vani sono gli aggettivi che gli possiamo aggiungere: umano, verde, responsabile e altri. Portarli avanti a qualsiasi costo, come ancora propone il testo base dell’Onu, ci avvicina all’abisso senza ritorno.

Spostarsi sul tema della sostenibilità significa creare meccanismi e iniziative che garantiscano la vitalità della Terra, la continuità della vita, la soddisfazione delle necessità umane delle presenti e delle future generazioni, di tutta la comunità di vita e la garanzia che potremo preservare la nostra civiltà. Questo concetto di sostenibilità è più vasto del concetto di sviluppo semplice e duro.

Per raggiungere tale proposito, è necessario un nuovo sguardo sulla Terra, un re-incantamento del mondo e un nuovo sogno. Questo significa inaugurare un nuovo paradigma. Se anteriormente, il paradigma era di «conquista» e di «espansione», adesso, a causa degli alti rischi che corriamo, dovrà essere di «cura» e di «responsabilità» globale. Abbiamo bisogno di assimilare una visione della Carta della Terra che propone tali atteggiamenti nel quadro di una visione olistica dell’universo e della Terra. Questa vede il nostro pianeta come vivo, con una comunità di vita unica. È frutto di un vasto processo di evoluzione che dura ormai da 13,7 miliardi di anni. L’essere umano appare come un’espressione avanzata della sua complessità e interiorizzazione. Questo ha la missione di curare e preservare la sostenibilità della natura e dei suoi esseri.

Questa visione sarà effettiva se sarà più che uno spostamento di modi di vedere. La scienza non produce saggezza ma solo informazioni. Cioè, non offre una visione globale e integrante della realtà interiore e esteriore (saggezza) che motivi verso la trasformazione. Per questo deve venire accompagnata da impegno di una emozione fondamentale. È necessario fare una lettura emozionale dei dati scientifici, perché è l’emozione, la passione, la ragione sensibile cordiale che si muoveranno all’azione. Non basta prendere conoscenza. Abbiamo bisogno di coscientizzare noi stessi, nel senso di Paolo Freire, armarsi di indignazione e di compassione e mettere mano all’opera.

Pertanto, insieme alla ragione intellettuale, indispensabile, che ha predominato per secoli, ci tocca riscattare la ragione sensibile e emozionale che era stata relegata ai margini. E essa e la nicchia dell’etica e dei valori. Ci fa sentire il dolore della Terra, la passione dei poveri e l’appello della coscienza per superare queste situazioni con un’altra forma di produrre, di distribuire e di consumare.

Il terzo atteggiamento è di lavoro critico e creativo «dentro al sistema». Già è stato detto: i vecchi dei (la conquiste e il dominio) non sono ancora morti e i nuovi (cura e responsabilità) non sono ancora nati. Siamo obbligati a vivere in una nicchia del tempo: con un piede dentro al vecchio sistema, lavorare e guadagnare la nostra vita nell’ambito delle possibilità che ci vengono offerte; e con l’altro piede dentro al nuovo che stava spuntando da tutte le parti e che assumiamo come il nostro. Ci sono molti ricettivi che possono essere implementate e che additano il nuovo.

Fondamentalmente è necessario ricomporre il «contratto naturale». La Terra è la nostra grande madre, come è stato approvato all’Onu il 22 aprile 2009. Essa ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere. La contropartita da parte nostra dovrebbe essere il ringraziamento nella forma di cura, venerazione e rispetto. Oggi abbiamo bisogno di reimparare a rispettare l’insieme della Terra, gli ecosistemi e ogni essere della natura, dato che possiedono valore intrinseco e indipendentemente dall’uso che faremo di loro come risalta dalla Carta della Terra. Questo atteggiamento è quasi inesistente nelle pratiche produttive e nei comportamenti umani. Ma possiamo risuscitare questo senso di amore, di autolimitazione della nostra voracità e di rispetto per tutto quello che esiste e vive. Esso diminuirebbe l’aggressione alla terra e farebbe dei nostri atteggiamenti qualcosa di più amichevole.

Difendere la dignità e diritti della terra, i diritti della natura, degli animali, della flora e della fauna, dato che tutti formiamo una grande comunità terrestre.
Appoggiare il movimento internazionale per un patto sociale mondiale intorno a quello che può unire tutti perché tutti dipendono da lui: l’acqua, come bene comune naturale, vitale è insostituibile. Creare una cultura dell’acqua, non sciuparla (solo lo 0,7% di lei e accessibile all’uso umano) e renderla un diritto inalienabile per tutti gli esseri umani e per la comunità di vita.

Rinforzare l’agroecologia, l’agricoltura familiare, la permacultura, le eco-città, le piccole e piccolissime imprese di alimenti, senza pesticidi e materiale transgenico.

Cercare in forma crescente energie alternative alle fossili, come l’idroelettrica la eolica, la solare, la biomassa e altre. Insistere nel riconoscimento dei beni comuni della Terra e della umanità. Tra questi si contano l’aria, l’atmosfera, l’acqua, i fiumi, gli oceani, i laghi, le falde acquifere, la biodiversità, le sementi, i parchi naturali, le molte lingue, i paesaggi, la memoria, le conoscenze, Internet, le informazioni genetiche e altre.

La cosa più importante tuttavia, è formare una coalizione di forze con il maggior numero possibile di gruppi, movimenti, chiese, e istituzioni intorno al valore dei principi collettivamente condivisi, come quegli espressi nella Carta della Terra, nelle Mete del Millennio, nella dichiarazione delle culture originarie delle Americhe. Infine abbiamo bisogno di essere coscienti che il tempo dell’abbondanza materiale è finito, fatto sulla pelle e a dispetto dei limiti del pianeta, e senza solidarietà e pietà per le vittime di un tipo di sviluppo predatorio, individualista e ostile alla vita. La crescita economica non può essere fine a sé stante. Sta a servizio del pieno sviluppo dell’essere umano, delle sue potenzialità intellettuali, morali e spirituali. La economia verde inclusiva, la proposta brasiliana per Rio+20, non muta la natura dello sviluppo in corso perché non mette in discussione la relazione con la natura, con il modo di produzione, il livello di consumo dei cittadini e le grandi diseguaglianze sociali. Una crescita illimitata non è sostenibile da un pianeta limitato. Dobbiamo cambiare rotta, nella mente e nel cuore. Caso contrario, il destino dei dinosauri potrà essere il nostro destino.

Infine, la mia percezione del mondo mi dice che non siamo davanti a una tragedia annunziata, ma davanti a una gravissima generalizzata crisi di civiltà. Contiene molti rischi, ma, se noi vorremo, saranno evitabili. Potrebbe essere l’annunzio dei dolori del parto di un nuovo paradigma e il prezzo da pagare a una civiltà più rispettosa della Terra, più rispettosa della vita, più amica degli esseri umani e più sorella di tutti gli altri esseri della natura.

* Teologo, filosofo, attivo nella commissione Iniziativa della Carta della Terra, autore di: Proteggere la Terra, aver cura della vita: come evitare la fine del modo, Record 2011.

Tradotto da Romano Baraglia

Reinventare l’Educazione

Muniz Sodré, professore titolare dell’Università federale di Rio de Janeiro, è uno che ne sa, di cose. Ma la sua caratteristica è che, come pochi, riflette su tutto quello che sa.  Frutto del suo pensiero è un libro notevole appena uscito: Reinventare l’educazione: diversità, decolonizzazione e reti (Vozes, 2012).

In questo libro cerca di affrontare le sfide alla pedagogia e all’educazione che provengono da vari tipi di conoscenze, dalle nuove tecnologie e dalle trasformazioni operate dal capitalismo. Tutto questo a partire dal nostro luogo sociale che è l’ Emisfero Sud, un tempo colonizzato e che sta passando attraverso un intrigante processo di neo decolonizzazione e un raffronto con un debilitato neoeurocentrismo, oggi devastato dalla crisi dell’euro.

Muniz Sodré analizza le varie correnti di pedagogia e dell’educazione a cominciare dalla paideia greca fino al mercato mondiale dell’educazione che rappresenta una grossolana concezione dell’educazione utilitaristica, quando trasforma la scuola in una impresa e in una piazza di mercato al servizio della dominazione mondiale. Smaschera i meccanismi del potere economico e politico che si nascondono dietro espressioni che stanno nella bocca di tutti come «società della conoscenza o dell’informazione». Diciamo meglio, il capitalismo-informazional-cognitivo costituisce la nuova fase dell’accumulazione del capitale. Tutto è diventato capitale: capitale naturale, capitale umano, capitale culturale capitale intellettuale, capitale sociale, simbolico, capitale religioso… capitale e sempre più capitale. Dietro si occulta una monocultura de saper, quella del macchinismo, espressa attraverso «economia della conoscenza» al servizio del mercato.

Oggi è stata progettata un tipo di educazione che tende alla formazione dei quadri che prestano «servizi simbolico-analitici», quadri dotati di alta capacità di inventare, identificare problemi e risolverli. Codesta educazione «distribuisce conoscenze allo stesso modo in cui una fabbrica istalla componenti lungo la catena di montaggio». L’educazione perde il suo carattere di formazione. Essa cade sotto la critica di Hanna Arendt che diceva: «È possibile continuare a imparare fino alla fine di una vita senza, senza mai arrivare a educarsi».

Educare implica certo imparare a conosce e a fare, ma soprattutto imparare a essere, convivere e ad aver cura, comporta la elaborazione di sensi della vita, sapersi destreggiare nella complessa condizione umana, e definirsi davanti ai sentieri della storia. Quello che aggrava tutto il processo educativo è il predominare del pensiero unico. Gli americani vivono un mito, quello del «destino manifesto». Immaginano che Dio ha riservato loro un destino… quello di essere il «nuovo popolo scelto» per portare nel mondo il loro stile di vita, il loro modo di produrre e di consumare illimitatamente, il loro tipo di democrazia con i loro valori del libero mercato. In nome di questa eccezionalità, intervengono dappertutto in giro per il mondo, addirittura con guerre, per garantire la loro egemonia imperiale.

L’Europa non ha ancora rinunciato alla sua arroganza. La Dichiarazione di Bologna del 1999, che riunì 29 ministri dell’educazione di tutta la CE, affermava che solo l’Europa poteva produrre un conoscere universale, «capace di offrire ai cittadini le competenze necessarie per rispondere alle sfide del nuovo millennio». Un tempo l’immaginaria universalità si fondava sui diritti umani e perfino sul cristianesimo con la sua pretesa di essere l’unica religione vera. Adesso la visione è più terra terra: solo l’Europa garantisce efficacia imprenditoriale, competenze, abilità e destrezza che realizzeranno la globalizzazione degli affari. La crisi economico finanziaria attuale rende ridicola questa pretesa. La maggioranza dei paesi non sanno come uscire dalla crisi che hanno creato. Preferiscono lanciare intere società nella disoccupazione e nella miseria per salvare il sistema finanziario speculativo crudele e senza pietà.

Muniz Sodré cala nella realtà brasiliana queste questioni per mostrare con quali sfide la nostra educazione deve confrontarsi nei prossimi anni. E’ arrivato il momento di costruirci un popolo libero e creativo e non soltanto pura eco delle voci degli altri. Valorizzare i nomi degli educatori che hanno pensato un’educazione adeguata alle nostre possibilità, come Joaquim Nabuco, Anisio Teixeira e soprattutto Paulo Freire. Darcy Ribeiro parlava con entusiasmo della reinvenzione del Brasile a partire dalla ricchezza e dagli incroci tra tutti i rappresentanti dei 60 popoli che sono venuti nel nostro paese.

L’educazione reinventata deve aiutare nella decolonizzazione e nel superamento del pensiero unico, imparando con le diversità culturali e tirando profitto dalle reti sociali. Da questo sforzo potranno nascere tra di loro i primi virgulti di un altro paradigma di civiltà che avrà come centro la vita, l’ Umanità e la Terra.

Che cosa vuol dire “curare”?

Oggi le discussioni sullo sviluppo sostenibile, uno dei temi centrali della Rio+20, hanno messo nell’ombra la categoria «sostenibilità». Essa non può essere ridotta allo sviluppo realmente esistente, che è animato da una logica contraria alla sostenibilità. Questo infatti poggia sulla linearità, suppone una crescita illimitata che implica lo sfruttamento della natura e la creazione di profonde diseguaglianze; la sostenibilità è circolare, coinvolge tutti gli esseri con relazioni di interdipendenza e di inclusione, in modo che tutti possono e devono convivere e coevolversi. Sostenibile è una realtà che riesce a mantenersi, a riprodursi, a conservarsi all’altezza delle sfide dell’ambiente e stare sempre bene. E questo risulta dall’insieme delle relazioni di interdipendenza che intrattiene con tutti gli altri esseri e con tutti gli ambiti della realtà.

Affinché la sostenibilità ci sia realmente, specialmente quando entra il fattore umano, capace di intervenire nei processi naturali, non basta il funzionamento meccanico dei processi di interdipendenza e inclusione. È necessaria un’altra realtà da coniugare con la sostenibilità: la cura. Questa inoltre fonda un nuovo paradigma.

Prima di tutto, la cura costituisce una costante cosmologica. Se le energie originarie e di elementi primi non fossero retti da una sottilissima rete di cure affinché tutto si mantenesse nelle dovute proporzioni, l’universo non sarebbe nato e noi non staremmo qui a discutere sull’aver cura. Noi stessi, siamo figli e figlie del «curare».se le nostre mamme non ci avessero accolto con infinita premura, noi non saremmo stati capaci di scendere dalla culla e andare in cerca di qualcosa da mangiare. “Curare” è quella condizione previa che permette a un essere di venire all’esistenza. È l’elemento orientante previo alle nostre azioni perché siano costruttive e non distruttive. In tutto quello che facciamo, la cura è presente.

Noi abbiamo cura di quello che amiamo. Amiamo tutto ciò di cui abbiamo cura. Oggi giorno per le conoscenze che abbiamo intorno ai rischi che corrono la Terra e la vita, se non abbiamo cura, sorge la minaccia della nostra sparizione come specie, mentre la Terra, impoverita, continuerà per secoli il suo corso nel cosmo. Fino a quando, chissà, non nasca un altro essere di alta complessità e capacità di cura, capace di supportare le spirito della coscienza.

Riassumo i vari significati del «curare» costruiti a partire da molte fonti che non è qui il caso di riferire ma che provengono dalla lontana antichità, dai greci, dai romani, passando per Sant’Agostino e culminando i Martin Heidegger che vedono nel «curare» l’essenza stessa dell’essere umano, nel mondo, insieme con gli altri e rivolto al futuro. Abbiamo identificato quattro grandi significati, tutti mutuamente implicati.

Primo: «curare» è un atteggiamento di relazione amorosa, soave, amichevole, armoniosa e protettrice rispetto alla realtà, personale, sociale e ambientale. Metaforicamente possiamo dire che «curare» e la mano aperta che si estende per una carezza essenziale, per una stretta di mani, con le dita che si intrecciano con le altre dita per formare un’alleanza di cooperazione e unione di forze. Questo si oppone alla mano chiusa e al pugno stretto per sottomettere e dominare l’altro.

Secondo: aver cura qualsiasi tipo di preoccupazione, inquietudine, turbamento, incomodo, stress, timore e perfino paura davanti a persone e a realtà con le quali si siamo affettivamente coinvolti e per questo ci sono preziose. Questo tipo di cura ci accompagna ad ogni istante e in tutte le fasi della nostra vita. È il coinvolgimento con persone o con situazioni che ci sono care. E se ci portano attenzioni e ci fanno vivere la premura esistenziale.

Terzo: curare è il vissuto della relazione tra la necessità di essere curato e la volontà e la predisposizione a curare, creando un insieme di appoggi e protezioni (holding), che rende possibile questa relazione indissolubile, a livello personale, sociale e con tutti gli esseri viventi. La cura-amorosa, la cura-preoccupazione e la cura-protezione-appoggio sono esistenziali, vale a dire dati obiettivi della struttura del nostro essere nel tempo, nello spazio nella storia, come ce lo ha dimostrato Winnicott. Sono presi a qualsiasi altro atto e soggiacciono a tutto ciò che incominciamo a fare. Per questo appartengono all’essenza dell’essere umano.

Quarto:cura-precauzione e di cura-prevenzione costituiscono quegli atteggiamenti e comportamenti che devono essere evitati a causa delle conseguenze dannose prevedibili (prevenzione) e quelle imprevedibili, per la sicurezza dei dati scientifici e per la imprevedibilità degli effetti dannosi al sistema-vita e al sistema-Terra (precauzione). La cura-prevenzione e precauzione nasce dalla nostra missione di custodi di tutto l’essere. Siamo esseri etici e responsabili, cioè ci rendiamo conto delle conseguenze benefiche o malefiche dei nostri atti, atteggiamenti e comportamenti.

Come si deduce, «curare» sta legato alle questioni vitali che possono significare la distruzione del nostro futuro o il mantenimento della nostra vita sono su questo pianeta piccolo e bello. Soltanto vivendo radicalmente il curare cura-precauzione e cura-prevenzione garantiremo la sostenibilità necessaria alla nostra Casa Comune e alla nostra vita.

Tempi de crise – Tempi de cura

Negli ultimi tempi, il tema “cura” ricorre sempre più spesso nella riflessione culturale. Inizialmente è stato veicolato dalla medicina e dalle scienze infermieristiche, dato che rappresenta l’etica naturale di queste attività. In seguito è stato assunto dall’educazione e dall’etica e è diventato paradigma per filosofe e teologhe femministe specialmente nordamericane. Vedono in questa un dato essenziale delle dimensioni dell’ “anima”, presente nell’uomo e nella donna. Ha prodotto e continua a produrre una serrata discussione, specialmente negli Stati Uniti, tra etica a base patriarcale centrata nel tema della giustizia e etica di base matriarcale basata sulla cura essenziale. Si è rinforzata in modo particolare nella discussione ecologica, sino a rappresentare un elemento centrale della Carta della Terra. Aver cura dell’ambiente, delle scarse risorse, della natura e della Terra sono diventati gli imperativi del nuovo discorso.

Infine, si è visto la cura come definizione essenziale dell’essere umano così come è abbordato da Martin Heidegger in Essere e Tempo, che accoglie una tradizione risalente ai greci, ai romani e ai primi pensatori cristiani come San Paolo e Sant’Agostino. D’altra parte si constata che la categoria “cura” viene guadagnando forza tutte le volte che emergono situazioni critiche. È questo che impedisce che le crisi si trasformino in tragedie fatali. La prima grande guerra (1914-1918), scatenata tra paesi cristiani, aveva distrutto il richiamo illusorio dell’era vittoriana e prodotto un profondo sconcerto metafisico. Fu quando Martin Heidegger (1889-1976) scrisse il suo geniale Essere e Tempo (1929), i cui paragrafi centrali (39-44) sono dedicati alla cura come ontologia dell’essere umano.

Durante la seconda Guerra Mondiale (1989-1945), spuntò la figura del pediatra e psicologo D.W. Winnicot (1896-1971), incaricato dal governo inglese di seguire bambini orfani o vittime degli orrori dei bombardamenti nazisti su Londra. Sviluppò tutta una riflessione e una pratica intorno ai concetti di aver cura (care), di preoccupazione per l’altro (concern) e di un insieme di sostegni a bambini o a persone vulnerabili (holding), applicabili pure ai processi di crescita e di educazione.

Nel 1972,il Club di Roma lanciò l’allarme ecologico sullo stato di salute cagionevole della Terra. E identificò la causa principale: il nostro tenore di sviluppo, consumista, predatorio, scialacquatore e totalmente senza attenzioni per le risorse scarse della natura e gli scarti che produce. Dopo vari incontri organizzati dall’Onu a partire dagli anni 70 del secolo passato, si è arrivati alla proposta di uno sviluppo sostenibile, come espressione della cura umana per l’ambiente, ma centrato specialmente sull’aspetto economico.

Il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ((PNUMA) il fondo mondiale per la natura (WWF) e l’unione internazionale per la conservazione della natura (UICN) hanno elaborato nel 1991 una Strategia minuziosa per il futuro del pianeta sotto il segno di “curare il pianeta Terra” (Caring for the Earth). Lì si dice: la cura della Terra si applica tanto a livello internazionale come a livelli nazionali e individuali; nessuna nazione è autosufficiente; tutti hanno da guadagnare con la sostenibilità mondiale e tutti saranno minacciati se non riusciremo a raggiungerla.

Nel marzo del 2000, raccogliendo questa tradizione, termina a Parigi, dopo otto anni di lavoro e a livello mondiale, la redazione della Carta della Terra. La categoria “sostenibilità”, cura o modo sostenibile di vivere, costituiscono i due perni articolatori principali del nuovo discorso ecologico, etico e spirituale. Nel 2003 l’Unesco assunse ufficialmente la Carta della Terra e la presentò come un sostanziale strumento pedagogico per la costruzione del nostro futuro comune. Nel 2003 i ministri o segretari dell’ambiente dei paesi dell’America Latina e dei Caribe elaborano un notevole documento-manifesto per la vita, per una etica della sostenibilità dove la categoria “cura” è incorporata nell’idea di uno sviluppo che sia effettivamente sostenibile e radicalmente umano.

La cura viene richiesta praticamente per tutte le sfere dell’esistenza, dalle cure del corpo, dalla vita intellettuale e spirituale, dalla conduzione generale della vita fino al momento di attraversare una loro una via movimentata, come già osservava il poeta romano Orazio “la cura è quell’ombra che non ci abbandona perché siamo fatte a partire dalla cura”. Oggi data la crisi generalizzata sia sociale sia ambientale, la cura diventa imprescindibile per preservare l’integrità della Madre Terra e salvaguardare la continuità della nostra specie e della nostra civiltà.