Un “razzismo amatoriale” o un razzismo culturale

La questione del razzismo contro i neri è ancestrale. Negli ultimi tempi ha assunto particolare rilevanza per i crimini commessi nei confronti di alcuni di loro, in modo crudele, negli USA e per i massacri avvenuti soprattutto nella zona nord e nella Baixada di Rio de Janeiro: giovani neri di età tra i 18-20 anni sono, non di rado, “macellati” (c’era persino la crudele “legge sulla macellazione” introdotta dal Governatore destituito di Rio, Witzel) come se fossero animali. Con il pretesto di sentirsi spaventato o minacciato un agente di polizia poteva “sparare” alle persone, specialmente, nere.

Un fenomeno simile si sta verificando in diversi paesi dell’Europa. Ho tra le mani uno studio meticoloso di un nero della Guinea Bissau, Filomeno Lopes, giornalista laureato in un’università italiana e che lavora a Roma come conduttore radiofonico per l’Africa nella radio del Vaticano. Impegnato nel superamento del razzismo, ha scritto una sorta di lettera aperta ai giovani italiani, non in linguaggio accademico, ma ad alta diffusione. Manda loro un messaggio, spiegando le tante ragioni, tutte false, per cui è sorto il razzismo secolare contro i neri africani. Dà un titolo curioso: “un razzismo amatoriale e non complesso”. Con ciò, ha voluto chiarire che il razzismo anti-neri-africani è culturalmente così radicato che i giovani non ne sono consapevoli delle ragioni, motivo per cui è “amatoriale, semplice” e legittimato. Senza rendersene conto, sono razzisti nel loro linguaggio, nelle metafore dispregiative, nelle battute e nei comportamenti discriminatori, al punto da non rendersi conto di quello che stanno facendo e della sofferenza e dell’umiliazione che producono nelle loro vittime nere-africane. Questo fatto è avvenuto di recente in Spagna contro un bravissimo calciatore nero brasiliano, Vinicius Junior giocatore del Valencia.

Per molti europei i neri africani sono come “Lazzaro”, i dannati della Terra, i maledetti discendenti del biblico Cam, scartati dal sistema mondo.

In Brasile abbiamo coniato l’espressione “razzismo culturale” o “strutturale”, vale a dire, i tre secoli di barbara schiavitù, di maltrattamenti, di disprezzo e di odio verso milioni di afro-discendenti hanno impregnato la nostra cultura in un modo disumano e, talvolta, crudele. Solo per il semplice fatto che sono neri e, soprattutto, se sono poveri e vivono nelle favelas che circondano quasi tutte le nostre città.

Guardate fino a che punto è arrivata la barbarie nei Paesi cosiddetti “civilizzati” d’Europa. Recentemente hanno deciso, su delibera dei Governi e all’unanimità, di omettere i soccorsi in mare, sia per chi viene dal Medio Oriente, ma particolarmente per chi arriva dall’Africa. Hanno messo sulle spalle dell’Italia il fardello del riscatto. Ma in quanto stanno arrivando moltitudini, anche l’Italia ha aderito a questa politica, un crimine contro l’umanità e contro tutta l’etica tradizionale della “legge del mare”, osservata scrupolosamente da tutti nel salvare e soccorrere le persone in pericolo o naufragate.

Il Mediterraneo sta diventando la tomba di centinaia e centinaia di persone, relegate, considerate indesiderabili e “spazzatura del mondo”. Ha detto bene Papa Francesco: «loro adesso sono qui in Europa, perché prima noi europei eravamo là, in Africa, ben accolti, ma allo scopo di dominarli e derubarli delle loro ricchezze; adesso loro vengono qui e sono respinti e non accolti». Se riescono a varcare le frontiere, la prima domanda certamente fatta, senza neanche salutarli, è: «documenti»; non chi sei? Come ti chiami? Da dove vieni e cosa cerchi in questo paese? La maggior parte fugge da guerre e fame e cerca solo di vivere con un minimo di pace.

Dietro il razzismo contro i neri c’è l’arroganza dei suprematisti bianchi europei e nordamericani. Si credono al vertice della piramide dell’evoluzione della specie umana, considerando i neri, per il colore della loro pelle, la scala intermedia tra la scimmia antropoide e l’uomo bianco. Come è stato possibile che queste persone, cristianizzate, abbiano negato totalmente il messaggio del Maestro di Nazareth, non bianco ma semita, il quale ha rivelato che tutti gli esseri umani sono figli e figlie di Dio e quindi rispettabili e amabili? Anche i più grandi filosofi e geni non sono sfuggiti dal vizio razzista, il che conferma la tesi secondo cui la testa pensa a partire da dove si mettono i piedi, in questo caso, in un suolo culturale razzista, anti-nero africano.

Kant, il più grande critico della ragion pura e della ragion pratica, non è stato abbastanza critico. È sua l’affermazione: “I neri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura alcun sentimento che si elevasse al di sopra della stupidità […]. I neri […] sono così rumorosi che per calmarli si ricorre alle percosse”. Hegel va più lontano ancora: “Il nero incarna l’uomo nello stato di natura in tutta la sua ferocia e sfrenatezza”. Pertanto, “se vogliamo avere un’idea corretta di lui, dobbiamo astrarci da ogni nozione di rispetto, moralità, da tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo personaggio non troviamo nulla che contenga anche solo un’eco di umanità. I resoconti dettagliati dei missionari confermano pienamente la nostra affermazione e sembra che solo la religione di Maometto sia ancora capace per avvicinare i neri alla cultura”. Gramsci ha giustamente riconosciuto: “La storia è maestra ma non ha discepoli”. Questi cattivi discepoli hanno forgiato l’ideologia che legittimasse la schiavitù e la supremazia dei bianchi.

L’intero sforzo dell’autore è mostrare ai giovani i grandi valori delle culture africane, in particolare attorno al concetto di Ubuntu: “io sono solo me stesso attraverso e con te; io sono perché noi siamo; la vita è sempre con gli altri; l’essere umano è la medicina dell’altro essere umano”. È lo stare insieme, la comunione del “noi siamo” che fonda la “comunità di destino”.

Se questo si vive non c’è motivo di segregare, già per tanti secoli, milioni e milioni di africani. È importante ricordare che siamo tutti africani, poiché i primi esseri umani sono comparsi ​​in Africa e da lì si sono diffusi nel mondo. Oggi ci incontriamo nella stessa Casa Comune. Coloro che furono i primi non si possono considerare gli ultimi. Al contrario, dovremmo ringraziarli perché in loro si sono formate le prime strutture psichiche, mentali, sentimentali e razionali che ci caratterizzano in quanto esseri umani. In questo senso Mamma Africa è perenne e vivrà sempre in noi, perché con lei formiamo una comunità di destino insieme all’altra Madre, la Terra.

Dal caos mondiale, un nuovo ordine?

Leonardo Boff

Come poche volte nella storia generale dell’umanità, possibile da datare, constatiamo una situazione di caos in tutte le direzioni e in tutte le sfere della vita umana, della natura e del pianeta Terra nel suo insieme. Ci sono presagi apocalittici che vanno sotto il nome di antropocene (l’essere umano è la grande meteorite che minaccia la vita), di necrocene (massiva morte di specie di vita) e infine di pirocene (i grandi incendi in varie regioni della Terra), tutto derivante da un’azione umana irresponsabile e come conseguenza del nuovo regime climatico irrefrenabile, e non ultimo, il rischio di un’ecatombe nucleare fino al punto di sterminare tutta la vita umana.

Nonostante l’enorme progresso nelle scienze della vita e della terra, specialmente nel mondo virtuale e dell’Intelligenza Artificiale (AI), non regna l’ottimismo, ma il pessimismo e la seria preoccupazione sull’eventuale fine della nostra specie. Molti giovani si rendono conto che, prolungando e peggiorando l’attuale corso della storia, non avranno un futuro attraente. S’impegnano coraggiosamente in un movimento già planetario per salvaguardare la vita e il futuro della nostra Casa Comune, come fa in modo prototipico la giovane Greta Thunberg.

Il monito di papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti (2020) non smette di suonare pesante: “Siamo tutti sulla stessa barca; o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n.32).

È in questo contesto che vale la pena riflettere sul contributo offerto da uno dei più grandi scienziati attuali, ora scomparso, il russo-belga Ilya Prigogine, Premio Nobel per la Chimica nel 1977, con la sua vasta opera ma soprattutto con “La fine delle certezze. Il tempo, il caos e le leggi della natura” (Bollati Boringhieri 2014). Lui e il suo team hanno creato una nuova scienza, la fisica dei processi di non equilibrio, cioè in una situazione caotica.

Nella sua opera sfida la fisica classica con le sue leggi deterministiche e mostra che la lancetta del tempo non torna indietro (irreversibilità) e punta alle probabilità e mai alle certezze. L’evoluzione stessa dell’universo è caratterizzata da fluttuazioni, deviazioni, biforcazioni, situazioni caotiche, come la prima singolarità del big bang, generatrici di nuovi ordini. Sottolinea che il caos non è mai solo caotico. Esso ospita un ordine nascosto che, date determinate condizioni, irrompe e dà inizio a un altro tipo di storia. Il caos, pertanto, può essere generativo, poiché dal caos è emersa la vita, afferma Prigogine.

In questo scienziato, che fu anche un grande umanista, troviamo alcune riflessioni che non sono soluzioni, ma ispirazioni per sbloccare il nostro orizzonte oscuro e catastrofico. Si può generare qualche speranza in mezzo al pessimismo generalizzato del nostro mondo, oggi planetario, nonostante la lotta per l’egemonia del processo storico, unipolare (USA) o multipolare (Russia, Cina e i BRICS).

Prigogine parte dicendo che il futuro non è determinato. “La creazione dell’universo è prima di tutto una creazione di possibilità, alcune delle quali si realizzano, altre no”. Ciò che può accadere è sempre in potenza, in sospensione e in uno stato di fluttuazione. Cosi è accaduto nella storia delle grandi decimazioni avvenute milioni di anni fa sul pianeta Terra. Ci sono state epoche, in particolare, quando si è verificata una disgregazione della Pangea (il continente unico) che si ruppe in parti, originando i vari continenti. Circa del 75% del carico biotico scomparse. La Terra ebbe bisogno di alcuni milioni di anni per ricostruire la sua biodiversità.

Vale a dire, da quel caos emerse un nuovo ordine. Lo stesso vale per le 15 grandi decimazioni che non sono mai riuscite a sterminare la vita sulla Terra. Piuttosto, in seguito ci fu un salto di qualità e un ordine superiore. Così successe con l’ultima grande estinzione di massa avvenuta 67 milioni di anni fa che si prese tutti i dinosauri, ma risparmiò il nostro antenato che evolse fino a raggiungere l’attuale stadio di sapiens sapiens o, realisticamente, sapiens e demens.

Prigogine sviluppò quelle che chiamò “strutture dissipative”. Esse dissolvono il caos e persino i rifiuti trasformandoli in nuovi ordini. Così, nel linguaggio pedestre, dalla spazzatura del sole – i raggi che si disperdono e arrivano a noi – nasce quasi tutta la vita sul pianeta Terra, permettendo soprattutto la fotosintesi delle piante che ci forniscono l’ossigeno senza il quale nessuno vive. Queste strutture dissipative trasformano l’entropia in sintropia. Ciò che è tralasciato e caotico è rielaborato fino a formare un nuovo ordine. In questo modo non andremo incontro alla morte termica, al collasso totale di tutta la materia ed energia, ma a ordini sempre più complessi e superiori fino a un ordine supremo, il cui significato ultimo ci è indecifrabile. Prigogine rifiuta l’idea che tutto finisca in polvere cosmica.

Di conseguenza, Prigogine è ottimista di fronte al caos attuale, insito nel processo evolutivo. In questa fase, spetta agli esseri umani assumersi la responsabilità, conoscendo il dinamismo aperto della storia, di assumere decisioni che diano prevalenza al caos generativo e impongano le strutture dissipative che frenano l’azione letale del caos distruttivo.

“Tocca all’uomo com’è oggi, con i suoi problemi, dolori e gioie, garantire che sopravviva al futuro. Il compito è trovare la stretta via tra la globalizzazione e la conservazione del pluralismo culturale, tra la violenza e la politica, e tra la cultura della guerra e quella della ragione”. L’essere umano appare come un essere libero e creativo e saprà trasformarsi e trasformare il caos in cosmo (nuovo ordine).

Questa sembra essere la sfida attuale di fronte al caos che ci affligge. O prendiamo coscienza che ricade sopra di noi la responsabilità di voler continuare su questo pianeta o permettere, per nostra irresponsabilità, una apocalisse ecologico-sociale. Sarebbe la tragica fine della nostra specie.

Alimentiamo con Prigogine la speranza umana (e anche teologica) che il caos attuale rappresenti una sorta di parto, con i dolori che l’accompagnano, di un nuovo modo di organizzare l’esistenza collettiva della specie umana all’interno dell’unica Casa Comune, comprendente tutta la natura senza la quale nessuno sopravviverebbe. Se grande è il rischio, diceva un poeta tedesco, grande è anche la possibilità di salvezza. O con le parole delle Scritture: “Dove è abbondato il peccato (caos), ha sovrabbondato la grazia (nuovo ordine: Rm 5,20). Così speriamo e così lo vuole Dio.

Leonardo Boff ha scritto “O doloroso parto da Mãe Terra: uma sociedade de fraternidade sem fronteiras e de amizade social”, Vozes 2021; Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale?, Prefazione di Pierluigi Mele, Castelvecchi 2021.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste

                  Leonardo Boff

“Dio non esiste”, stimava il fisico e astronomo Stephen Hawking morto nel marzo 2018. Replicherò con un filosofo e teologo medievale, uno dei più perspicaci, al punto da essere chiamato il “dottore sottile”, il francescano scozzese Duns Scotus (1266 -1308):”Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste”.

Entrambi, Hawking e Scotus, hanno ragione. Il celebre fisico e identificatore dei “buchi neri” si muove all’interno della bolla della fisica, di ciò che può essere misurato, calcolato e fatto oggetto di sperimentazione empirica. Cercare Dio all’interno di questo paradigma significa non poter trovare Dio perché Dio non è una cosa, con le caratteristiche delle cose, per quanto minuscole possano essere (un top-quark o il bosone di Higgs) o per le maggiori che si presentano come un agglomerato di galassie di dimensione incalcolabile. Il massimo che la ragione potrebbe dire, come ipotese, è che Dio è “l’Essere che fa esistere tutte le cose”, non essendo una cosa.

Quindi, a partire dalla fisica, vale l’affermazione che “Dio, di fatto, non esiste”. Solo che la fisica non è l’unica finestra di accesso alla realtà.

Ci sono altre realtà che, non essendo fisiche, non cessano di essere realtà. Cosi come un verme non capirà mai una canzone di Villa Lobos, né il coronavirus saprà apprezzare un quadro di Tarsila. Sono realtà di altra natura.

Anche Duns Scotus ha ragione perché, quando ci riferiamo a Dio, egli sostiene, stiamo pensando in una Realtà Ultima che trascende ogni limite della fisica, dello spazio e del tempo o di qualsiasi altra forma di conoscenza. Egli è l’Innominabile e l’Ineffabile, Colui che non si adatta a nessuna lingua, né a nessun dizionario. Dio non è un fatto della realtà tangibile, che può essere catturata e detta. Per sua natura Egli è al di là dei fatti. Egli è Colui davanti al quale dobbiamo riverentemente tacere, esprimendo il Nobile Silenzio. Questa è la vera posizione del pensiero radicale che si esprime attraverso la filosofia e la teologia, così ben elaborata negli scritti di Duns Scotus. Enfatizzando: Egli è il Mistero che trascende qualsiasi realtà data, misurabile o catturabile dall’essere umano. Chi lo vide chiaramente fu il filosofo viennese Ludwig Wittgenstein (1889-1951) nel suo famoso Tractatus Logico-philosophicus (1921) quando disse: “La scienza studia come il mondo è; il mistico si meraviglia di ciò che il mondo è. Sicuramente esiste l’Ineffabile. Ciò si mostra, è il mistico… Su quello di cui non possiamo parlare, dobbiamo tacere» (aforisma 6.522).

Qui risuona la famosa frase di Gottfried Leibniz (1646-1716): “perché c’è l’essere e non il nulla”? Non c’è risposta a questa domanda: è il Mistero dell’essere, di fronte al nulla. Di fronte al Mistero dell’essere, bisogna tacere piuttosto che parlare, perché tutto ciò che diciamo non è all’altezza del Mistero che è Ineffabile e Inesprimibile e già presuppone che noi siamo nell’essere.

Ma non essendo all’orizzonte delle cose, Dio è comunque all’orizzonte del senso. Ecco perché Wittgenstein afferma: “Credere in un Dio significa comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio significa percepire che ancora  non tutto è stato deciso con i fatti del mondo. Credere in Dio significa percepire che la vita ha un senso” (Id.ibd).

Ma torniamo a Hawking: tutti i grandi scienziati, a cominciare da Newton che introdusse la matematica nella natura, passando per Einstein e altri, fino al geniale inglese, cercavano una formula che rendesse conto di tutta la realtà. L’intento era una “Teoria del Tutto” (TOE in inglese: Theory of Everything ) o chiamata anche “Teoria della Grande Unificazione” (TGU).

Ci sono due libri classici che riassumono i percorsi e le deviazioni di questa grande questione (la grande sfida della fisica contemporanea): John B. Barrow, Theories of Everything: The Quest for the Final Explanation (Oxford University Press, New York 1991) e quello di Abdus Salam, Werner Heisenberg, Paul Dirac, The Unification of Forces foundations (Cambridge University Press, Cambridge 1990). Tutti hanno finito per riconoscere il fallimento di questo tentativo. Nell’espressione di John Barrow: “Tutta la vita quotidiana, ciò che muove gli esseri umani nella loro ricerca della felicità e nella loro tragedia, non si incastona nella concezione fisica del “Tutto”.

L’ultimo a riprendere la questione è stato proprio Stephen Hawking nel suo celebre libro “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” (Rizzoli, Milano 1988). Ha provato in tutti i modi. Alla fine, ha riconosciuto l’impossibilità, affermando: “Se scopriamo davvero una teoria completa, i suoi principi generali dovranno essere, a tempo debito, comprensibili a tutti, e non solo a pochi scienziati. Allora, tutti noi, filosofi, scienziati e semplice gente comune, saremo capaci di partecipare alla discussione sul perché noi e l’Universo esistiamo. Se trovassimo una risposta a questa domanda, sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché allora conosceremmo la mente di Dio” (Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo). Si riferisce a Dio e alla sua mente nascosta. Questo Dio-Mistero si trova alla radice di tutte le esistenze, sostenendole e facendole sussistere continuamente, ma sempre sottraendosi alla vista umana. Ecco perché le Scritture giudaico-cristiane affermano: “Dio abita in una luce inaccessibile che nessun essere umano ha visto né può vedere” (1Tim 6,16; Sal 104,2; Es 33,20; Jo,1,18; 1Jo 4,12).

Quindi tocca, realmente, concludere: se Dio esiste come esistono le cose, allora Egli non esiste”. Prescindendo dalle cose, Egli esiste, con una natura diversa dalle cose, come Colui che ha tratto tutto dal nulla e soggiace continuamente a tutto ciò che esiste e potrà esistere.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Forme di vivere il cristianesimo oggi

Leonardo Boff

I grandi analisti della storia ci hanno confermato che da un secolo viviamo in una nuova fase dello spirito della nostra cultura. È la fase della secolarizzazione. Ciò significa che l’asse strutturante della società moderna non risiede più nel mondo religioso, ma nell’autonomia delle realtà terrene, nel mondo secolare. Da qui si parla di secolarizzazione. Questo non significa negare Dio, solo che Egli non rappresenta più il fattore di coesione sociale. Al suo posto subentra la ragione, i diritti umani, il processo di sviluppo scientifico che si traduce in un’operazione tecnica produttrice di beni materiali, il contratto sociale.

Non è questa la sede per discutere gli avatar di questo processo. Vale la pena sottolineare le trasformazioni che ha portato in campo religioso, precisamente, attraverso il cristianesimo romano-cattolico.

C’era un’enorme discrepanza tra i valori della modernità secolarizzata (democrazia, diritti umani, libertà di coscienza, dialogo tra le chiese e le religioni ecc.) e il cattolicesimo tradizionale. Questo scollamento è stato superato dal Concilio Vaticano II (1962-1965), in cui la Chiesa gerarchica ha cercato di mettersi al passo, sotto il nome di aggiornamento, sintonizzando il cammino della Chiesa al progresso del mondo moderno.

Lo sfondo di tutti i testi conciliari era il mondo sviluppato moderno. In America Latina, nelle varie conferenze episcopali, si è cercato di assumere le vedute del Vaticano II nel contesto del mondo sottosviluppato, cosa praticamente assente nei testi conciliari. Ne è nata quindi una lettura liberatrice, in quanto il sottosviluppo è stato inteso come sviluppo della povertà e della miseria, pertanto dell’oppressione che esige liberazione. Ecco le radici della Teologia della Liberazione, che si fonda sulla pratica delle Chiese, impegnate a superare la povertà e la miseria, a partire dai valori della pratica di Gesù e dei profeti.

Il processo di secolarizzazione ha messo in luce quatro modi di vivere il messaggio cristiano nel continente latino-americano e brasiliano.

Il primo è  in cristianesimo offiziale e tradizionale. Per i paesi che sono stati colonizati per gli europei,come America Latina e Africa ma anche Asia hanno in cristianesimo implantato nella versione europea e è dominante perfino oggi: è costruito  su dottine, dogmi, sacramenti, riti, feste liturgiche, santi e sante. Si presenta come um cristianesino piramidale, clerici di una parte e laici (uomini e donne) del altra parte. Quello dominano la parola e de lecisioni e praticamente lasciano fuori i laici e le donne sono fate invisibile. L’esprezione più definitoria di questa forma à la frequenza alla messa. In Brasile ci sono 70% di cattolici mas solo 5% frequentano le messe.

C’è un modo che chiameremmo cristianesimo culturale, che dalla colonizzazione ha permeato la società. Le persone respirano il cristianesimo nei suoi valori umanistici di rispetto dei diritti umani, di cura dei poveri, anche sotto forma di assistenzialismo e paternalismo, l’accettazione della democrazia e la pacifica convivenza con altre chiese o cammini spirituali. Dell’oltre 70% dei cattolici, solo il 5% va a messa. Non negano il valore della Chiesa, ma non è un riferimento esistenziale. Sia perché non ha sostanzialmente rinnovato la sua struttura clericale e gerarchica, il suo linguaggio dottrinale e i suoi simboli ereditati dal passato.

C’è un altro tipo di cristianesimo di compromesso. Si tratta di persone che, legate alla Chiesa gerarchica, assumono la loro fede nelle loro espressioni sociali e politiche. Il riferimento maggiore non è la Chiesa istituzionale, ma la categoria del Gesù storico, del Regno di Dio. Il Regno non è uno spazio fisico né assomiglia ai regni di questo mondo. È una metafora per una rivoluzione assoluta che implica nuove relazioni individuali – conversione sociale, relazioni di fraternità ed ecologiche – custodia e cura del Giardino dell’Eden, cioè della Terra vivente e, infine, un nuovo rapporto religioso – una totale apertura a Dio, conosciuto come Abba-papà caro, pieno di amore e di misericordia. Questi cristiani hanno creato i loro movimenti come la JUC, la JEC, il Movimento Fede e Politica, l’Economia di Francesco e Chiara e altri.

C’è un altro modo di vivere il cristianesimo, senza farvi riferimento consapevolmente, in modo secolarizzato. Queste sono persone che possono qualificarsi come agnostiche o come atee o semplicemente non auto-definite. Ma seguono un cammino etico di centralità all’amore, di fedeltà alla verità, di rispetto per tutte le persone senza discriminazione, di preoccupazione per e con i poveri e di cura per il Creato e altri valori umanistici.

Ora, questi valori sono i contenuti della predicazione del Gesù storico. Come si legge nei quattro vangeli, Egli fu sempre dalla parte della vita e di coloro che avevano meno vita, guarendoli, simpatizzando con loro, difendendo le donne, contro la tradizione estremamente patriarcale dell’epoca, e invitando a un’apertura illimitata verso tutti, arrivando ad affermare anche che «chi viene a me non lo manderò via» (Gv 6,37). Nel Vangelo di San Matteo (25, 41-46), che possiamo denominare il vangelo degli atei umanisti, si dice che chiunque «si è preso cura di un affamato o di un assetato, di un pellegrino o di un infermo o di un carcerato… lo hai fatto a me” (v.45).

Pertanto, per vivere il cristianesimo è necessario vivere l’amore, avere compassione e sentire il dolore dell’altro. Chi non vive questi valori, per quanto pio possa essere, è lontano da Cristo e le sue preghiere non giungono a Dio.

San Giovanni nelle sue epistole sottolinea: “Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio in lui” (1 Jn 4,16). In un altro passo dice: «Chi fa il bene è di Dio» (3Gv 1,11).

Qui si avvera quanto disse il grande teologo tedesco che ha partecipato a un fallito attentato a Hitler, Dietrich Bonhöffer: “vivere come se Dio non esistesse”(etsi Deus non daretur).

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)