Pensare l’impensabile? La vita e il tempo

Leonardo Boff

Mi è stato chiesto di scrivere alcune riflessioni sulla vita e il tempo per i giovani di oggi, ecco cosa ho scritto:

“Miei cari giovani,

Considerate la vita, il valore supremo, al di sopra del quale c’è solo il Generatore di tutta la vita, quell’Essere che fa essere tutti gli esseri. Gli scienziati, specialmente il più grande di loro che ha affrontato il tema della vita, il russo-belga I. Prigogine diceva: possiamo conoscere le condizioni fisico-chimiche-geologiche che hanno permesso l’emergere della vita 3,8 miliardi di anni fa. Di cosa si tratta, tuttavia, resta un mistero.

Ma possiamo tranquillamente affermare che il senso della vita è vivere, semplicemente vivere, anche nelle condizioni più umili. Vivere è compiere, in ogni momento, la celebrazione di questo misterioso evento dell’universo che pulsa in noi e forse in tante altre parti dell’universo.

La vita è sempre una vita con e una vita per. La vita con altre vite, con vite umane, con vite della natura e con vite che esistono nell’universo e che un giorno potranno comunicare con noi. E la vita per darsi e unirsi con altre vite affinché la vita continui la vita e si perpetui sempre.

Ma la vita è permeata da una spinta interiore che non può essere frenata. La vita vuole irradiarsi, espandersi e incontrare altre vite. La vita è solo vita quando è vita con e vita per.

Senza il con e senza il per, la vita non esisterebbe come la conosciamo, avvolta in reti di relazioni inclusive e in tutti i lati.

L’impulso inarrestabile della vita le fa desiderare non solo questo e quello. Vuole tutto. Vuole anche la Totalità, vuole l’Infinito. In fondo, la vita vuole essere eterna.

Porta in sé un progetto infinito. Questo disegno infinito la rende felice e infelice. Felice perché trova, ama e celebra altre vite e tutto ciò che la circonda, ma infelice perché tutto ciò che trova, ama e celebra è finito, lentamente si consuma, cade sotto il potere dell’entropia e alla fine scompare. Nonostante questa finitezza non affievolisce in alcun modo la spinta all’Infinito e all’Eterno.

Trovando questo Infinito a riposo, sperimenta una pienezza che nessuno può darle, ma che solo lei può godere e celebrare. L’infinito in noi è l’eco di un Infinito più grande che sempre ci chiama e ci convoca.

La vita è intera, ma incompleta. È intera perché al suo interno c’è tutto: il reale e il potenziale. Ma è incompleta perché il potenziale non è ancora diventato reale. E poiché il potenziale è illimitato, il nostro tipo di vita limitato non comporta l’illimitato. Ecco perché non è mai completo per sempre. Resta come apertura e attende una completezza che vuole e deve, un giorno, realizzarsi, è un vuoto che chiede di essere colmato. Altrimenti la vita non avrebbe senso, come diceva qualcuno: “la vita è troppo oceanica per rientrare in una dottrina pietrificata nel tempo”. La morte non sarebbe il momento dell’incontro tra il finito e l’Infinito?

Ecco, con la vita arriva il tempo. Che cosa è il tempo? Il tempo è l’attesa di ciò che può accadere. Questa attesa è la nostra apertura, capace di accogliere ciò che verrà, rendendoci più integri e meno incompleti.

Vivete intensamente ogni momento! Il passato non esiste perché già trascorso, il futuro non esiste perché non è ancora arrivato. C’è solo il presente. Vivetelo con assoluta intensità, custodite ogni momento, esso porta il futuro nel presente e arricchisce il passato.

Ogni momento è l’irruzione dell’eterno. Si può solo vivere. Non può essere sequestrato, imprigionato e appropriato. Solo lui è. Un giorno era (il passato) e un giorno sarà (il futuro). Del tempo conosciamo solo il passato. Il futuro ci è inaccessibile perché non lo è ancora. Noi, tuttavia, viviamo l’«è» del presente a cui non ci è mai permesso di aggrapparci, semplicemente ci passa accanto e se ne va. Possiede la natura dell’eternità che è un permanente «è». Il tempo, quindi, significa la presenza fugace dell’eternità. Siamo immersi nell’eternità.

Vivi questo «è» come se fosse il primo e l’ultimo. In questo modo, ti rendi eterno. E facendoti eterno, partecipi di Colui che è sempre senza passato né futuro. Uno è eterno.

Si può parlare di tempo, ma è impensabile. Questo «è eterno» è legato a ciò che le tradizioni spirituali e religiose dell’umanità hanno designato come Mistero, Tao, Shiva, Allah, Olorum, Yahweh, Dio, nomi che non rientrano in nessun dizionario e sono al di là della nostra comprensione. Davanti a lui le parole sono affogate. Solo il nobile silenzio è degno.

Tuttavia, ciascuno deve dargli il nome che è il nome della sua partecipazione a Lui e della sua totale apertura a Lui. Questo nome è inscritto in tutto il tuo essere temporale, ma principalmente pulsa nel tuo cuore. Allora il tuo cuore e il cuore di Colui che è eternamente formano un unico immenso cuore”.

Dedico questo testo al Prof. Wilian Martinhão che ha realizzato un libro O tempo, o que é? Uma história dos tempos” per la quale ho scritto la Presentazione che mi permetto di pubblicarla prima che l’opera venga alla luce.

Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore

Pasqua: l’irruzione dell’inaspettato

Leonardo Boff

I cristiani celebrano a Pasqua quello che significa: il passaggio. Nel nostro contesto, è il passaggio dalla delusione all’irruzione dell’inaspettato. Qui la delusione è la crocifissione di Gesù di Nazaret e l’inaspettato, la sua risurrezione.

Lui fu uno che passò per il mondo facendo del bene. Più che le dottrine, introdusse pratiche sempre legate alla vita dei più deboli: guariva i ciechi, purificava i lebbrosi, faceva camminare gli zoppi, rimetteva in salute molti ammalati, sfamava le folle e perfino risuscitava i morti. Conosciamo la sua tragica fine: un complotto ordito tra religiosi e politici lo portò alla morte sulla croce.

Coloro che lo seguirono, apostoli e discepoli, con la tragica fine della crocifissione furono profondamente frustrati. Tutti, tranne le donne che lo seguivano, iniziarono a tornare alle loro case. Delusi, poiché speravano che portasse la liberazione di Israele. Tale frustrazione appare chiaramente nei due discepoli di Emmaus, probabilmente una coppia che camminava piena di tristezza. Si lamentarono con qualcuno che si uni a loro lungo il cammino: «Avevamo sperato che fosse lui a liberare Israele, ma sono passati tre giorni da quando l’hanno condannato a morte» (Lc 24,21). Questo compagno si rivelò poi come Gesù risorto, dal modo in cui benedisse il pane, lo spezzò e lo distribuì.

La risurrezione era fuori dall’orizzonte per i suoi seguaci. C’era un gruppo in Israele che credeva nella risurrezione alla fine dei tempi, ma la risurrezione intesa come un ritorno alla vita come è sempre stata.

Ma con Gesù è successo l’inaspettato, perché nella storia possono sempre succedere l’inaspettato e l’improbabile. Solo che l’inaspettato qui è di un’altra natura, un evento davvero improbabile e imprevisto: la resurrezione. Essa deve essere ben capita: non si tratta della rianimazione di un cadavere come quello di Lazzaro. La resurrezione rappresenta una rivoluzione nell’evoluzione. La buona fine della storia umana è anticipata. Significa l’emergere inaspettato del nuovo essere umano, come dice san Paolo, del “nuovo Adamo”.

Questo evento è davvero la realizzazione dell’inaspettato. Teilhard de Chardin, la cui mistica è tutta incentrata sulla resurrezione come novità assoluta all’interno del processo di evoluzione, lo definì un fatto “eccezionale” di qualcosa, quindi, che muove l’intero universo.

Questa è la fede fondamentale dei cristiani. Senza la risurrezione le comunità cristiane non esisterebbero. Perderebbero il loro evento fondatore e fondante.

Infine, va notato che i due più grandi misteri della fede cristiana sono strettamente legati alle donne: l’incarnazione del Figlio di Dio con Maria (Lc 1,35) e la risurrezione con Maria di Magadala (Gv 20,15). Una parte della Chiesa, la gerarchica, ostaggio del patriarcato culturale, non ha attribuito a questo fatto singolare alcuna rilevanza teologica. È sicuramente nel piano di Dio e dovrebbe essere accolto come qualcosa di culturalmente innovativo.

In questi tempi bui, segnati dalla morte e persino dall’eventuale scomparsa della specie umana, la fede nella risurrezione ci squarcia un futuro di speranza. Il nostro fine non è l’autodistruzione all’interno di una tragedia, ma la piena realizzazione delle nostre potenzialità attraverso la risurrezione, l’emergere dell’uomo e della donna nuovi.

Buona Pasqua a tutti quelli che credono e anche a coloro che non riescono a credere.

Leonardo Boff há scritto La risurrezione di Gesù e la nostra nella morte, 2008.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

SENZA PAPA FRANCESCO SAREMMO PERSI COME CHIESA

Leonardo Boff, Brasile

Con la guerra in Ucraina, mossa dalla Russia, con il rischio che un’ecatombe nucleare comprometta la biosfera e la vita umana, con il predominio dell’egoismo a livello internazionale nella lotta al Covid-19 e con l’ascesa del nazifascismo con la sua ondata di odio e di violenza e di pensiero reazionario e ultraconservatore in varie parti del mondo, si sta rivelando l’irrazionalità della ragione moderna.

Perdendo la ragione, perdiamo i criteri che guidano le nostre pratiche e gli esseri umani dimostrano comportamenti folli. In momenti come questi, dobbiamo ricorrere a ciò che è più fondamentale nella vita umana: il buon senso critico. Il buon senso, critico e non ingenuo, è sempre stato la grande guida anticipata delle nostre pratiche affinché mantengano il loro livello umano e minimamente etico.

Cos’è il buon senso? Diciamo che qualcuno mostra buon senso quando per ogni situazione ha la parola giusta, il comportamento appropriato e quando arriva subito al nocciolo della questione. Il buon senso è legato alla saggezza concreta della vita. È distinguere l’essenziale dal secondario. È la capacità di vedere e mettere le cose al loro posto.

Il buon senso è l’opposto dell’esagerazione. Pertanto, il pazzo e il genio, che in molti punti sono simili, qui si distinguono fondamentalmente. Il genio è colui che radicalizza il buon senso. Il pazzo radicalizza l’esagerazione.

Per rendere concreto il buon senso, prendiamo due esempi di figure archetipiche: il più vicino, Papa Francesco, e il più originario, Gesù di Nazaret.

L’asse strutturante della retorica di papa Francesco non sono le dottrine e i dogmi della Chiesa cattolica. Non che li apprezzi di meno. Sa che sono creazioni teologiche create storicamente. Ma provocarono conflitti e perfino guerre di religione, scismi, scomuniche, teologi e donne (come Giovanna d’Arco e quelle considerate “streghe”) bruciate sul rogo dell’Inquisizione. Questo durò secoli e l’autore di questo testo fece un’amara esperienza personale nel cubicolo dove s’interrogavano gli accusati nel severo e oscuro edificio dell’ex Inquisizione, alla sinistra della basilica di San Pietro per chi guarda di fronte.

Papa Francesco ha rivoluzionato il pensiero della Chiesa facendo riferimento alla pratica dell’estremo buon senso del Gesù storico. Ha riscattato quella che oggi si chiama la Tradizione di Gesù” che precede i vangeli attuali, scritti 30-40 anni dopo la sua esecuzione sulla croce.

La Tradizione di Gesù o la via di Gesù”, come è chiamata negli Atti degli Apostoli, si basa più su valori e ideali che su dottrine. Essenziali per il Papa sono l’amore incondizionato, la misericordia, il perdono, la giustizia per gli oppressi, la centralità dei poveri e degli emarginati e l’apertura totale a Dio-Abbá (Caro Padre). Sono questi i valori assiali che guidano i suoi interventi e li rivelano concretamente nei suoi gesti di gentilezza, di cura, in particolare nei confronti degli immigrati provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa, e ora dall’Ucraina, nonché dalle vittime di pedofilia da parte di alcuni membri della Chiesa.

Ritorniamo a Gesù di Nazaret. Egli non pretendeva fondare una nuova religione. Ha voluto insegnarci a vivere. Vivere con fraternità, solidarietà e cura reciproca e totale apertura a Dio-Abbá. Questi sono i contenuti del suo messaggio: il Regno di Dio e l’illimitata misericordia del suo Dio di infinita bontà.

Come ci testimoniano i Vangeli, si dimostrò un genio del buon senso. Una freschezza unica permea tutto ciò che dice e fa. Dio nella sua bontà, l’essere umano con la sua fragilità, la società con le sue contraddizioni e la natura con il suo splendore appaiono in una immediatezza cristallina. Non fa teologia. Né fa appello a principi morali superiori. Né si perde in una casuistica noiosa e spietata come facevano e fanno i farisei di ieri e di oggi. Le sue parole e i suoi atteggiamenti pungono dritti nel concreto dove la realtà sanguina e lui, di fronte ai sofferenti, li consola, li guarisce e perfino li resuscita.

I suoi moniti sono incisivi e diretti: «riconciliati con il tuo fratello» (Mt 5,24). «Non giurare in nessun modo» (Mt 5,34). «Non resistere agli empi» (Mt 5,39) ma «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,34). «Quando fai l’elemosina, che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la destra» (Mt 6,3).

Questo buon senso è spesso mancato nella Chiesa istituzionale (Papi, vescovi e sacerdoti), soprattutto nelle questioni morali legate alla sessualità e alla famiglia. Qui si è mostrata severa e implacabile. Sacrifica le persone nel suo dolore a principi astratti. È governata dal potere piuttosto che dalla misericordia. E i santi e i saggi ci avvertono: dove regna il potere, l’amore svanisce e la misericordia scompare.

Com’è differente con Gesù e con papa Francesco. La principale qualità di Dio, ce lo dice il Maestro e lo ripete continuamente il Papa, è la misericordia. Gesù è schietto: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro celeste» (Lc 6,36).

Papa Francesco spiega il significato etimologico della «misericórdia: miseris cor dare»: «dare il cuore ai miseri», a chi soffre. In un discorso all’Angelus del 6 aprile 2014, dice con voce alterata: «Ascoltate bene: non esiste alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti». Chiede alla folla di ripetere con lui: «Non esiste alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti».

Fa il teologo quando ricorda la concezione di san Tommaso d’Aquino sulla pratica della misericordia: è la più grande delle virtù «perché sta a lei riversarsi sugli altri e ancor più aiutarli nelle loro debolezze».

Pieno di misericordia, di fronte ai rischi dell’epidemia del virus Zika, fa spazio all’uso dei contraccettivi. Si tratta di salvare vite: “evitare la gravidanza non è un male assoluto”, ha detto nella sua visita in Messico. Durante la pandemia del Covid-19 ha rivolto continui appelli alla solidarietà e alla cura, soprattutto per i bambini e gli anziani. Accorati sono stati i suoi appelli alla pace nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Ha ricevuto bambini ucraini nel Vaticano e mostrato il simbolo nazionale di Ucrania e lo ha bacciato.È arrivato anche a dire: «Signore, trattieni il braccio di Caino. Una volta arrestato, abbi cura di lui, perché è nostro fratello».

Ai nuovi cardinali dice in tutti i modi che: «La Chiesa non condanna per sempre. La punizione è per quel tempo». Dio è un mistero di inclusione e di comunione, mai di esclusione. La misericordia è sempre trionfante. Non può mai perdere un figlio o una figlia che ha allevato con amore (cfr Sab 11,21-24).

Logicamente, non si entra in qualsiasi modo nel Regno della Trinità. Si dovrà passare attraverso la clinica purificatrice di Dio affinché le persone escano purificate.

Un tale messaggio è veramente liberatorio. Conferma la sua esortazione apostolica «La gioia del Vangelo». Tale gioia è offerta a tutti, anche ai non cristiani, perché è un cammino di umanizzazione e di liberazione.

Questo è il trionfo del buon senso che tanto ci manca in questo momento drammatico della nostra storia, il cui destino è nelle nostre mani. Papa Francesco e Gesù di Nazaret appaiono come ispiratori di buon senso, di misericordia e di una radicale umanità. Tali attitudini ci potranno salvare.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Attacchi spietati a papa Francesco, “un giusto tra le nazioni”

                                             Leonardo Boff

Dall’inizio del suo pontificato, nove anni fa, papa Francesco è stato oggetto di furiosi attacchi da parte dei cristiani tradizionalisti e dei suprematisti bianchi, di quasi tutto il nord del mondo, degli Stati Uniti e dell’Europa. Hanno persino costruito un complotto, mettendo insieme milioni di dollari, per deporlo come se la Chiesa fosse un’impresa e il papa il suo amministratore delegato. Tutto invano. Lui segue il suo cammino nello spirito delle beatitudini evangeliche dei perseguitati.

Le ragioni di questa persecuzione sono diverse: ragioni geopolitiche, lotte di potere, un’altra visione della Chiesa e la cura della Casa Comune.

Alzo la mia voce in difesa di Papa Francesco a partire dalla periferia del mondo, dal Grande Sud. Mettiamo a confronto i numeri: solo il 21,5% dei cattolici vive in Europa, il 78,5% vive fuori dall’Europa e il 48% in America. Siamo, quindi, la stragrande maggioranza. Fino alla metà del secolo scorso la Chiesa cattolica era del primo mondo. Ora è una Chiesa del terzo e quarto mondo, che un tempo ebbe origine nel primo mondo. Qui sorge una questione geopolitica. I conservatori europei, ad eccezione di importanti organizzazioni cattoliche di cooperazione solidale, hanno un sovrano disprezzo per il Sud, in particolare per l’America Latina.

La Chiesa-grande-istituzione fu alleata della colonizzazione, complice del genocidio indigeno e partecipante allo schiavismo. Qui si è costituita una Chiesa coloniale, specchio della Chiesa europea. Succede che in più di 500 anni, nonostante la persistenza della Chiesa specchio, si è verificata un’ecclesiogenesi, la genesi di un altro modo di essere Chiesa. Chiesa, non più specchio, ma fonte:  incarnatasi nella cultura locale indigena-afro-meticcia e dei popoli immigrati provenienti da 60 paesi diversi. Da questo amalgama ha creato il suo stile di adorare Dio e celebrare, di organizzare la sua pastorale sociale dalla parte degli oppressi, che lottano per la loro liberazione. Ha progettato la sua teologia adatta alla sua pratica liberatoria e popolare. Ha i suoi profeti, confessori, teologi e teologhe, santi e molti martiri, tra cui l’arcivescovo di San Salvador Arnulfo Oscar Romero. Questo tipo di Chiesa è fondamentalmente composto da comunità ecclesiali di base, dove si vive la dimensione della comunione degli eguali, tutti i fratelli e le sorelle, con i loro coordinatori laici, uomini e donne, con i sacerdoti inseriti in mezzo alla gente e i vescovi, mai dando le spalle al popolo come autorità ecclesiastiche, ma insieme come pastori, con «odore di pecora» con la missione di essere «defensores et advocati pauperum», come si diceva nella Chiesa primitiva. Papi e autorità dottrinali vaticane hanno cercato di limitare e persino condannare un tale modo di essere Chiesa, spesso con l’argomento che non sono Chiesa perché non vedono in loro il carattere gerarchico e lo stile romanico. Questa minaccia è durata molti anni finché, finalmente, è emersa la figura di papa Francesco. Lui nasce dal brodo di questa nuova cultura ecclesiale ben espressa dall’opzione preferenziale, non esclusiva, per i poveri e dai vari filoni della teologia della liberazione che l’accompagna. Ha dato legittimità a questo modo di vivere la fede cristiana, soprattutto in situazioni di grande oppressione.

Ma ciò che scandalizza di più i cristiani tradizionalisti è il suo stile di esercitare il ministero dell’unità della Chiesa. Non appare più come il pontefice classico, vestito di simboli pagani, assunti dagli imperatori romani, in particolare la famosa “mozzetta”, quella piccola mantellina rossa piena di simboli del potere assoluto dell’imperatore e del papa. Francesco subito se n’è sbarazzato e ha indossato una “mozzetta” bianca, spoglia come quella del grande profeta del Brasile, Dom Helder Câmara, e con la sua croce di ferro senza gioielli. Ha rifiutato di abitare in un palazzo pontificio, quello che avrebbe fatto uscire San Francesco dalla tomba per condurlo dove ha scelto di vivere: in una semplice pensione, Santa Marta. E li [nella mensa] si mette in fila per servirsi da solo e mangia con tutti. Con umorismo possiamo dire: così è più difficile avvelenarlo. Non indossa Prada, ma le sue vecchie scarpe consumate. Nell’annuario pontificio in cui si usa un’intera pagina con i titoli onorifici dei Papi, egli semplicemente ha rinunciato a tutti loro, scrivendo solo Franciscus, pontifex. Ha detto chiaramente in uno dei suoi primi pronunciamenti che non presiederà la Chiesa con il diritto canonico, ma con amore e tenerezza. Innumerevoli volte ha ripetuto di volere una Chiesa povera e dei poveri.

Tutto il grande problema della Chiesa-grande-istituzione risiede, dagli imperatori Costantino e Teodosio, nell’assunzione del potere politico, trasformato nel potere sacro (sacra potestas). Questo processo  raggiunse il suo culmine con papa Gregorio VII (1075) con la sua bolla Dictatus Papae che ben tradotto è la “Dittatura del Papa”. Come dice il grande ecclesiologo Jean-Yves Congar, con questo Papa si consolidò la svolta più decisiva della Chiesa, che tanti problemi ha creato e da cui non si è mai più liberata: l’esercizio centralizzato, autoritario e persino dispotico del potere. Nelle 27 proposizioni della bolla, il Papa è considerato il signore assoluto della Chiesa, l’unico e supremo signore del mondo, divenendo la suprema autorità nel campo spirituale e temporale. Ciò non è mai stato cancellato.

Basta leggere il Canone 331 in cui si dice che “il Pastore della Chiesa universale ha la potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e universale“. Qualcosa di inaudito: se cancelliamo il termine Pastore della Chiesa universale e inseriamo Dio la frase funziona perfettamente. Chi tra gli esseri umani, se non Dio, può attribuirsi una tale concentrazione di potere? Non è senza significato che nella storia dei Papi c’è stata una crescita del faraonismo del potere: da successori di Pietro, i Papi si sono creduti rappresentanti di Cristo. E come se non bastasse, rappresentanti di Dio, fino ad essere chiamati deus minor in terra. Qui si realizza l’hybris [l’arroganza] greca e ciò che Thomas Hobbes annota nel suo Leviatano: “Noto, come tendenza generale di tutti gli uomini, un desiderio perpetuo e irrequieto di potere e di più potere. La ragione di ciò risiede nel fatto che il potere non può essere garantito se non cercando ancora più potere”. Questa è stata la tragica traiettoria della Chiesa cattolica alle prese con il potere che persiste fino ai nostri giorni, fonte di polemiche con le altre Chiese cristiane e di estrema difficoltà nell’assumere i valori umanistici della modernità. Essa è lontana anni luce dalla visione di Gesù che voleva un potere-servizio (hierodulia) e non un potere-gerarchico (hierarquia).

Da tutto questo papa Francesco prende le distanze, cosa che suscita indignazione nei conservatori e anche nei reazionari, ben espressa nel libro di 45 autori dell’ottobre 2021: “Dalla pace di Benedetto alla guerra di Francesco” (From Benedict’s Peace to Francis’s War) a cura di Peter A Kwasnievskij. Noi replicheremmo così: “Dalla pace dei pedofili di Benedetto (coperti da lui) alla guerra contro i pedofili di Francesco (da lui condannati)”. È noto che il papa in pensione Benedetto XVI è stato indiziato come colpevole da un tribunale di Monaco per la sua clemenza nei confronti dei preti pedofili.

C’è un problema di geopolitica ecclesiastica: i tradizionalisti rifiutano un Papa che viene “dalla fine del mondo”, che porta al centro del potere vaticano un altro stile più vicino alla grotta di Betlemme rispetto ai palazzi degli imperatori. Se Gesù apparisse al Papa durante la sua passeggiata per i giardini vaticani, direbbe sicuramente: “Pietro, su queste pietre sontuose non edificherei mai la mia Chiesa”. Questa contraddizione è vissuta da papa Francesco avendo rinunciato alla sontuosità del palazzo e allo stile imperiale.

In effetti, c’è uno scontro di geopolitica religiosa tra il Centro, che ha perso la sua egemonia per numero e irradiazione, ma che conserva le abitudini dell’esercizio autoritario del potere, e la Periferia, numericamente maggioritaria tra i cattolici, con nuove chiese, con nuovi stili di vivere la fede e in dialogo permanente con il mondo, specialmente con i condannati della Terra, avendo sempre una parola da dire sulle ferite che sanguinano nel corpo del Crocifisso, presente nei poveri e oppressi.

Forse ciò che più infastidisce i cristiani ingessati nel passato è la visione della Chiesa vissuta dal Papa. Non una Chiesa-castello, chiusa in se stessa, nei suoi valori e dottrine, ma una Chiesa “ospedale da campo” sempre “in cammino verso le periferie esistenziali”. Essa accoglie tutti senza interrogarsi sul loro credo o sulla loro situazione morale. Basta che siano esseri umani in cerca del senso della vita e che soffrono per le avversità di questo mondo globalizzato, ingiusto, crudele e spietato. Condanna direttamente il sistema che dà centralità al denaro a spese delle vite umane e della natura. Ha realizzato diversi incontri mondiali con i movimenti popolari. Nell’ultimo, il quarto, ha detto esplicitamente: “Questo sistema (capitalista), con la sua logica implacabile, sfugge al dominio umano; bisogna lavorare per una maggiore giustizia e cancellare questo sistema di morte”. Nella Fratelli tutti lo condanna con forza.

È orientato da quello che è uno dei grandi apporti della teologia latinoamericana: la centralità del Gesù storico, povero, pieno di tenerezza verso i sofferenti, sempre dalla parte dei poveri e degli emarginati. Il Papa rispetta i dogmi e le dottrine, ma non è attraverso di loro che raggiunge il cuore delle persone. Per lui Gesù è venuto ad insegnarci come vivere: fiducia totale in Dio-Padre, vivere l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione per e con i caduti nelle strade, la cura per e con il Creato; beni che costituiscono il contenuto del messaggio centrale di Gesù: il Regno di Dio. Predica instancabilmente la misericordia sconfinata con cui Dio salva i suoi figli e figlie, perché Lui non può perdere nessuno di loro, frutto del suo amore, «perché è l’amante appassionato della vita» (Sap 11,24). Per questo afferma che «per quanto qualcuno sia ferito dal male, non è mai condannato su questa terra ad essere separato per sempre da Dio». In altre parole: la condanna è solo per questo tempo.

Invita tutti i pastori ad esercitare la pastorale della tenerezza e dell’amore incondizionato, formulata sinteticamente da un leader popolare di una comunità di base: “l’anima non ha confini, nessuna vita è straniera”. Come pochi al mondo, si è impegnato per gli immigrati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente e ora dall’Ucraina. Si rammarica del fatto che i moderni abbiano perso la capacità di piangere, di sentire il dolore dell’altro e, da buon samaritano, di soccorrerlo nel suo abbandono.

La sua opera più importante è stata la preoccupazione per il futuro della vita della Madre Terra. La Laudato Sì esprime il suo vero significato nel sottotitolo: “sulla cura della Casa Comune”. Non elabora un’ecologia verde, ma un’ecologia integrale che abbraccia l’ambiente, la società, la politica, la cultura, la vita quotidiana e il mondo dello spirito. Assume i contributi più sicuri delle scienze della Terra e della vita, in particolare della fisica quantistica e della nuova cosmologia, il fatto che tutto è connesso “ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra”, come lui dice poeticamente nella Laudato Sì. La categoria della cura e della corresponsabilità collettiva acquista così tanta centralità al punto di dire nella Fratelli tutti che “siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti salvati o nessuno si salva”.

Noi latinoamericani gli siamo profondamente grati per aver convocato il Sinodo Querida Amazônia, per difendere questo immenso bioma di interesse per tutta la Terra e come la Chiesa si è incarnata in quella vasta regione che copre nove paesi.

I grandi nomi dell’ecologia mondiale hanno testimoniato: con questo suo contributo, Papa Francesco si pone in prima linea nel dibattito ecologico contemporaneo.

Quasi disperato ma ancora pieno di speranza, propone un cammino di salvezza: una fraternità universale e un amore sociale come assi strutturanti di una bio-società su cui rifondare la politica, l’economia e ogni sforzo umano. Non abbiamo molto tempo, né abbastanza saggezza accumulata, ma questo è il sogno e la vera alternativa per evitare un cammino senza ritorno.

Il Papa che cammina da solo in Piazza San Pietro sotto una pioggia leggera, in tempo di pandemia, rimarrà un’immagine immortale e un simbolo della sua missione di Pastore che si preoccupa e prega per il destino dell’umanità.

Forse una delle ultime frasi della Laudato Sì rivela tutto il suo ottimismo e la speranza contro ogni speranza: “Camminiamo cantando che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano l’allegria della speranza”.

Hanno bisogno di essere nemici della propria umanità, coloro che condannano impietosamente gli atteggiamenti così umanitari di Papa Francesco, in nome di una cristianità sterile, come un fossile del passato e un contenitore di acque morte. I feroci attacchi che rivolgono al Papa possono essere tutto, meno che cristiani e evangelici. Sono cismatici e heretici nel senso primitivo della parola, quelli che rompano l’unità della comunità eclesiale.

 Papa Francesco sopporta tutto, intriso dell’umiltà di San Francesco d’Assisi e dei valori del Gesù storico. Per questo egli merita bene il titolo di “un giusto tra le nazioni“.

Leonardo Boff è un teologo brasiliano e ha scritto Francisco de Assis e Francisco de Roma, Rio de Janeiro 2015.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)