Un’altra agenda (mondiale): liberiamo la vita o un altro paradigma di civiltà?

                           Leonardo Boff

Nota preliminare: è stato organizzato un gruppo internazionale che ha proposto “un’altra agenda mondiale per liberare la vita”. La prima sessione si è tenuta il 5/5/2022. Ciascun partecipante (circa 20 in tutto, ma non tutti hanno partecipato) ha avuto 10-15 minuti per presentare la propria opinione sull’argomento. Il coordinatore era un noto economista italiano, che lavora nella Comunità Europea, a Bruxelles. Lo scopo fondamentale è come democratizzare la conoscenza scientifica che rafforzi la ricerca di un’agenda che miri a liberare la vita. Presento qui la mia breve relazione, fatta in francese, con le idee che ho proposto e difeso in altri scritti. Finora, per quanto visto, la nuova agenda si muove ancora all’interno del vecchio paradigma (la bolla dominante), senza sollevare la questione della profonda crisi che questo paradigma, quello della modernità tecno-scientifica, ha provocato e che sta mettendo a rischio il futuro della nostra vita e della nostra civiltà. Da qui l’opportunità di esporre chiaramente la mia posizione critica e totalmente incredula sulle potenzialità di questo paradigma di liberazione della vita, prima che la stia rapidamente distruggendo.

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Andrò dritto al punto: all’interno dell’attuale paradigma di civiltà, della modernità, è possibile un’altra Agenda o ne tocchiamo i limiti insormontabili e dobbiamo cercare un altro paradigma di civiltà se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta?

La mia risposta è ispirata a tre affermazioni di grande autorità.

La prima è della Carta della Terra, adottata dall’UNESCO nel 2003. La sua frase di apertura assume toni apocalittici: “Siamo di fronte a un momento critico nella storia della Terra, in un’epoca in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro… La nostra scelta è: o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e gli uni degli altri, o rischiare la nostra distruzione e la distruzione della diversità della vita” (Preambolo).

La seconda severa affermazione è di papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (2020): “siamo sulla stessa barca, nessuno si salva da solo, o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n.32).

La terza affermazione è del grande storico Eric Hobsbawn nella sua famosa opera The Age of Extremes (1994) nella sua frase finale: “Non sappiamo dove stiamo andando. Tuttavia, una cosa è certa. Se l’umanità vuole avere un futuro accettabile, non può esserlo per il prolungamento del passato o del presente. Se proviamo a costruire il terzo millennio su queste basi, falliremo. E il prezzo del fallimento, cioè l’alternativa per il cambiamento della società, è l’oscurità” (p.562).

In altre parole: il nostro modo di abitare la Terra, che ci ha portato innegabili vantaggi, è giunto al suo esaurimento. Tutti i semafori sono diventati rossi. Abbiamo costruito il principio dell’autodistruzione, essendo in grado di sterminare tutta la vita con armi chimiche, biologiche e nucleari in molti modi diversi. La tecno-scienza che ci ha fatto arrivare ai limiti estremi di sopportabilità del pianeta Terra (The Earth Overshoot) non è in grado, da sola, come ha dimostrato il Covid-19, di salvarci. Possiamo limare i denti del lupo pensando, illusoriamente, di averlo privato della sua voracità. Ma questa non risiede nei denti del lupo, ma nella sua natura.

Pertanto, dobbiamo abbandonare la nostra nave e andare oltre una nuova agenda mondiale. Siamo arrivati ​​alla fine del cammino. Dobbiamo aprirne uno diverso. Altrimenti, come ha detto Sigmund Bauman nella sua ultima intervista prima di morire: “ci uniremo al corteo di coloro che si stanno dirigendo verso la propria tomba”. Siamo costretti, se vogliamo vivere, a ricrearci e reinventare un nuovo paradigma di civiltà.

Due paradigmi: del dominus e del frater

Vedo in questo momento il confronto tra due paradigmi: il paradigma del dominus e il paradigma del frater. In un’altra formulazione: il paradigma della conquista, espressione della volontà di potenza come dominio, formulata dai padri fondatori della modernità con Cartesio, Newton, Francis Bacon, dominio di tutto, dei popoli, come nelle Americhe, nell’Africa e nell’Asia, dominio delle classi, della natura, della vita e dominio della materia fino alla sua ultima espressione energetica del bosone di Higgs.

L’essere umano (maître et possesseur di Cartesio) non si sente parte della natura, ma il suo signore e proprietario (dominus) che nelle parole di Francis Bacon “deve torturare la natura come fa il carnefice con la sua vittima, fino a quando essa non sveli a tutti i suoi segreti”. Lui è il fondatore del metodo scientifico moderno, prevalente fino ai giorni nostri.

Questo paradigma concepisce la Terra come un mera res extensa (realtà fisica estesa) e senza scopo, trasformata in uno scrigno di risorse, viste come infinite che consentono una crescita/sviluppo anch’esso infinito. Accade così che oggi sappiamo scientificamente che un pianeta finito non può sopportare un progetto infinito. Questa è la grande crisi del sistema del capitale come modo di produzione e del neoliberismo come sua espressione politica.

L’altro paradigma è quello del frater: il fratello e la sorella di tutti gli esseri umani tra di loro e i fratelli e le sorelle di tutti gli altri esseri della natura. Tutti gli esseri viventi possiedono, come dimostrarono Dawson e Crick negli anni ’50, gli stessi 20 aminoacidi e le 4 basi azotate, a partire dalla cellula più originaria apparsa 3,8 miliardi di anni fa, passando per i dinosauri e arrivando fino a noi umani. Per questo, lo dice la Carta della Terra e lo sottolinea con forza papa Francesco nelle sue due encicliche ecologiche, Laudato Si: sulla cura della casa comune (2015) e Fratelli tutti (2020): un vincolo di fraternità ci unisce tutti, “a fratello Sole, sorella Luna, a fratello fiume e alla Madre Terra” (LS n.92; CT preambolo). L’essere umano si sente parte della natura e ha la stessa origine di tutti gli altri esseri, “l’humus” (la terra fertile) da cui deriva l’uomo, come maschio e femmina, uomo e donna.

Se nel primo paradigma prevalgono la conquista e il dominio (paradigma Alessandro Magno e Hernan Cortes), nel secondo si mostra la cura e la corresponsabilità di tutti con tutti (paradigma Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta).

Rappresentando figurativamente possiamo dire: il paradigma del dominus è il pugno chiuso che sottomette e domina. Il paradigma del frater è la mano tesa che si intreccia con le altre mani per l’essenziale carezza e la cura di tutte le cose.

Il paradigma del dominus è dominante ed è all’origine delle nostre numerose crisi in tutti i settori. Il paradigma del frater è nascente e rappresenta il più grande anelito dell’umanità, specialmente di quelle grandi maggioranze spietatamente dominate, emarginate e condannate a morire prima del tempo. Ma ha la forza di un seme. Come in ogni seme, sono presenti le radici, il tronco, i rami, le foglie, i fiori ei frutti. Ecco perché la speranza passa attraverso di esso, come principio più che come virtù, come quell’energia indomabile che proietta sempre nuovi sogni, nuove utopie e nuovi mondi, cioè ci fa camminare nella direzione di nuovi modi di abitare la Terra, di produrre, di distribuire i frutti della natura e del lavoro, di consumare e odi rganizzare relazioni fraterne e solidali tra gli esseri umani e con gli altri esseri della natura.

Il passaggio da un paradigma del dominus al paradigma del frater

So che qui si pone lo spinoso problema della transizione da un paradigma all’altro. Essa si farà processualmente, avendo un piede nel vecchio paradigma del dominus/conquista poiché dobbiamo garantire la nostra sussistenza e l’altro piede nel nuovo paradigma del frater/cura per inaugurarlo a partire dal basso. Qui dovrebbero essere discusse diverse ipotesi, ma non è il momento di farlo. Ma una cosa si può avanzare: lavorando territorialmente, il bio-regionalismo, il nuovo paradigma del frater/cura può essere attuato a livello regionale in modo sostenibile, poiché ha la capacità di coinvolgere tutti e creare maggiore uguaglianza sociale ed equilibrio ambientale.

La nostra grande sfida è questa: come passare da una società capitalista di sovrapproduzione di beni materiali a una società che sostiene tutta la vita, con valori umano-spirituali, immateriali come l’amore, la solidarietà, la compassione, l’equa misura, il rispetto e il prendersi cura soprattutto dei più vulnerabili.

L’avvento di una bio-civiltà

Questa nuova civilizzazione ha un nome: è una bio-civiltà, in cui la centralità è occupata dalla vita in tutta la sua diversità, ma soprattutto la vita umana personale e collettiva. L’economia, la politica e la cultura sono al servizio del mantenimento e dell’ampliamento delle potenzialità presenti in ogni forma di vita.

Il futuro della vita sulla Terra e il destino della nostra civiltà è nelle nostre mani. Abbiamo poco tempo per apportare i cambiamenti necessari, poiché siamo già entrati nella nuova fase della Terra, il suo crescente riscaldamento. Manca la sufficiente coscienza delle emergenze ecologiche nei capi di stato ed è ancora molto rara nell’insieme dell’umanità.

*Ecoteologo che ha scritto Abitare la Terra:quale via per la fraternità universale,Castelvcchi 2021.

Traduzione dal Portoghese di Gianni Alioti

Pensare l’impensabile? La vita e il tempo

Leonardo Boff

Mi è stato chiesto di scrivere alcune riflessioni sulla vita e il tempo per i giovani di oggi, ecco cosa ho scritto:

“Miei cari giovani,

Considerate la vita, il valore supremo, al di sopra del quale c’è solo il Generatore di tutta la vita, quell’Essere che fa essere tutti gli esseri. Gli scienziati, specialmente il più grande di loro che ha affrontato il tema della vita, il russo-belga I. Prigogine diceva: possiamo conoscere le condizioni fisico-chimiche-geologiche che hanno permesso l’emergere della vita 3,8 miliardi di anni fa. Di cosa si tratta, tuttavia, resta un mistero.

Ma possiamo tranquillamente affermare che il senso della vita è vivere, semplicemente vivere, anche nelle condizioni più umili. Vivere è compiere, in ogni momento, la celebrazione di questo misterioso evento dell’universo che pulsa in noi e forse in tante altre parti dell’universo.

La vita è sempre una vita con e una vita per. La vita con altre vite, con vite umane, con vite della natura e con vite che esistono nell’universo e che un giorno potranno comunicare con noi. E la vita per darsi e unirsi con altre vite affinché la vita continui la vita e si perpetui sempre.

Ma la vita è permeata da una spinta interiore che non può essere frenata. La vita vuole irradiarsi, espandersi e incontrare altre vite. La vita è solo vita quando è vita con e vita per.

Senza il con e senza il per, la vita non esisterebbe come la conosciamo, avvolta in reti di relazioni inclusive e in tutti i lati.

L’impulso inarrestabile della vita le fa desiderare non solo questo e quello. Vuole tutto. Vuole anche la Totalità, vuole l’Infinito. In fondo, la vita vuole essere eterna.

Porta in sé un progetto infinito. Questo disegno infinito la rende felice e infelice. Felice perché trova, ama e celebra altre vite e tutto ciò che la circonda, ma infelice perché tutto ciò che trova, ama e celebra è finito, lentamente si consuma, cade sotto il potere dell’entropia e alla fine scompare. Nonostante questa finitezza non affievolisce in alcun modo la spinta all’Infinito e all’Eterno.

Trovando questo Infinito a riposo, sperimenta una pienezza che nessuno può darle, ma che solo lei può godere e celebrare. L’infinito in noi è l’eco di un Infinito più grande che sempre ci chiama e ci convoca.

La vita è intera, ma incompleta. È intera perché al suo interno c’è tutto: il reale e il potenziale. Ma è incompleta perché il potenziale non è ancora diventato reale. E poiché il potenziale è illimitato, il nostro tipo di vita limitato non comporta l’illimitato. Ecco perché non è mai completo per sempre. Resta come apertura e attende una completezza che vuole e deve, un giorno, realizzarsi, è un vuoto che chiede di essere colmato. Altrimenti la vita non avrebbe senso, come diceva qualcuno: “la vita è troppo oceanica per rientrare in una dottrina pietrificata nel tempo”. La morte non sarebbe il momento dell’incontro tra il finito e l’Infinito?

Ecco, con la vita arriva il tempo. Che cosa è il tempo? Il tempo è l’attesa di ciò che può accadere. Questa attesa è la nostra apertura, capace di accogliere ciò che verrà, rendendoci più integri e meno incompleti.

Vivete intensamente ogni momento! Il passato non esiste perché già trascorso, il futuro non esiste perché non è ancora arrivato. C’è solo il presente. Vivetelo con assoluta intensità, custodite ogni momento, esso porta il futuro nel presente e arricchisce il passato.

Ogni momento è l’irruzione dell’eterno. Si può solo vivere. Non può essere sequestrato, imprigionato e appropriato. Solo lui è. Un giorno era (il passato) e un giorno sarà (il futuro). Del tempo conosciamo solo il passato. Il futuro ci è inaccessibile perché non lo è ancora. Noi, tuttavia, viviamo l’«è» del presente a cui non ci è mai permesso di aggrapparci, semplicemente ci passa accanto e se ne va. Possiede la natura dell’eternità che è un permanente «è». Il tempo, quindi, significa la presenza fugace dell’eternità. Siamo immersi nell’eternità.

Vivi questo «è» come se fosse il primo e l’ultimo. In questo modo, ti rendi eterno. E facendoti eterno, partecipi di Colui che è sempre senza passato né futuro. Uno è eterno.

Si può parlare di tempo, ma è impensabile. Questo «è eterno» è legato a ciò che le tradizioni spirituali e religiose dell’umanità hanno designato come Mistero, Tao, Shiva, Allah, Olorum, Yahweh, Dio, nomi che non rientrano in nessun dizionario e sono al di là della nostra comprensione. Davanti a lui le parole sono affogate. Solo il nobile silenzio è degno.

Tuttavia, ciascuno deve dargli il nome che è il nome della sua partecipazione a Lui e della sua totale apertura a Lui. Questo nome è inscritto in tutto il tuo essere temporale, ma principalmente pulsa nel tuo cuore. Allora il tuo cuore e il cuore di Colui che è eternamente formano un unico immenso cuore”.

Dedico questo testo al Prof. Wilian Martinhão che ha realizzato un libro O tempo, o que é? Uma história dos tempos” per la quale ho scritto la Presentazione che mi permetto di pubblicarla prima che l’opera venga alla luce.

Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore

Pasqua: l’irruzione dell’inaspettato

Leonardo Boff

I cristiani celebrano a Pasqua quello che significa: il passaggio. Nel nostro contesto, è il passaggio dalla delusione all’irruzione dell’inaspettato. Qui la delusione è la crocifissione di Gesù di Nazaret e l’inaspettato, la sua risurrezione.

Lui fu uno che passò per il mondo facendo del bene. Più che le dottrine, introdusse pratiche sempre legate alla vita dei più deboli: guariva i ciechi, purificava i lebbrosi, faceva camminare gli zoppi, rimetteva in salute molti ammalati, sfamava le folle e perfino risuscitava i morti. Conosciamo la sua tragica fine: un complotto ordito tra religiosi e politici lo portò alla morte sulla croce.

Coloro che lo seguirono, apostoli e discepoli, con la tragica fine della crocifissione furono profondamente frustrati. Tutti, tranne le donne che lo seguivano, iniziarono a tornare alle loro case. Delusi, poiché speravano che portasse la liberazione di Israele. Tale frustrazione appare chiaramente nei due discepoli di Emmaus, probabilmente una coppia che camminava piena di tristezza. Si lamentarono con qualcuno che si uni a loro lungo il cammino: «Avevamo sperato che fosse lui a liberare Israele, ma sono passati tre giorni da quando l’hanno condannato a morte» (Lc 24,21). Questo compagno si rivelò poi come Gesù risorto, dal modo in cui benedisse il pane, lo spezzò e lo distribuì.

La risurrezione era fuori dall’orizzonte per i suoi seguaci. C’era un gruppo in Israele che credeva nella risurrezione alla fine dei tempi, ma la risurrezione intesa come un ritorno alla vita come è sempre stata.

Ma con Gesù è successo l’inaspettato, perché nella storia possono sempre succedere l’inaspettato e l’improbabile. Solo che l’inaspettato qui è di un’altra natura, un evento davvero improbabile e imprevisto: la resurrezione. Essa deve essere ben capita: non si tratta della rianimazione di un cadavere come quello di Lazzaro. La resurrezione rappresenta una rivoluzione nell’evoluzione. La buona fine della storia umana è anticipata. Significa l’emergere inaspettato del nuovo essere umano, come dice san Paolo, del “nuovo Adamo”.

Questo evento è davvero la realizzazione dell’inaspettato. Teilhard de Chardin, la cui mistica è tutta incentrata sulla resurrezione come novità assoluta all’interno del processo di evoluzione, lo definì un fatto “eccezionale” di qualcosa, quindi, che muove l’intero universo.

Questa è la fede fondamentale dei cristiani. Senza la risurrezione le comunità cristiane non esisterebbero. Perderebbero il loro evento fondatore e fondante.

Infine, va notato che i due più grandi misteri della fede cristiana sono strettamente legati alle donne: l’incarnazione del Figlio di Dio con Maria (Lc 1,35) e la risurrezione con Maria di Magadala (Gv 20,15). Una parte della Chiesa, la gerarchica, ostaggio del patriarcato culturale, non ha attribuito a questo fatto singolare alcuna rilevanza teologica. È sicuramente nel piano di Dio e dovrebbe essere accolto come qualcosa di culturalmente innovativo.

In questi tempi bui, segnati dalla morte e persino dall’eventuale scomparsa della specie umana, la fede nella risurrezione ci squarcia un futuro di speranza. Il nostro fine non è l’autodistruzione all’interno di una tragedia, ma la piena realizzazione delle nostre potenzialità attraverso la risurrezione, l’emergere dell’uomo e della donna nuovi.

Buona Pasqua a tutti quelli che credono e anche a coloro che non riescono a credere.

Leonardo Boff há scritto La risurrezione di Gesù e la nostra nella morte, 2008.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

SENZA PAPA FRANCESCO SAREMMO PERSI COME CHIESA

Leonardo Boff, Brasile

Con la guerra in Ucraina, mossa dalla Russia, con il rischio che un’ecatombe nucleare comprometta la biosfera e la vita umana, con il predominio dell’egoismo a livello internazionale nella lotta al Covid-19 e con l’ascesa del nazifascismo con la sua ondata di odio e di violenza e di pensiero reazionario e ultraconservatore in varie parti del mondo, si sta rivelando l’irrazionalità della ragione moderna.

Perdendo la ragione, perdiamo i criteri che guidano le nostre pratiche e gli esseri umani dimostrano comportamenti folli. In momenti come questi, dobbiamo ricorrere a ciò che è più fondamentale nella vita umana: il buon senso critico. Il buon senso, critico e non ingenuo, è sempre stato la grande guida anticipata delle nostre pratiche affinché mantengano il loro livello umano e minimamente etico.

Cos’è il buon senso? Diciamo che qualcuno mostra buon senso quando per ogni situazione ha la parola giusta, il comportamento appropriato e quando arriva subito al nocciolo della questione. Il buon senso è legato alla saggezza concreta della vita. È distinguere l’essenziale dal secondario. È la capacità di vedere e mettere le cose al loro posto.

Il buon senso è l’opposto dell’esagerazione. Pertanto, il pazzo e il genio, che in molti punti sono simili, qui si distinguono fondamentalmente. Il genio è colui che radicalizza il buon senso. Il pazzo radicalizza l’esagerazione.

Per rendere concreto il buon senso, prendiamo due esempi di figure archetipiche: il più vicino, Papa Francesco, e il più originario, Gesù di Nazaret.

L’asse strutturante della retorica di papa Francesco non sono le dottrine e i dogmi della Chiesa cattolica. Non che li apprezzi di meno. Sa che sono creazioni teologiche create storicamente. Ma provocarono conflitti e perfino guerre di religione, scismi, scomuniche, teologi e donne (come Giovanna d’Arco e quelle considerate “streghe”) bruciate sul rogo dell’Inquisizione. Questo durò secoli e l’autore di questo testo fece un’amara esperienza personale nel cubicolo dove s’interrogavano gli accusati nel severo e oscuro edificio dell’ex Inquisizione, alla sinistra della basilica di San Pietro per chi guarda di fronte.

Papa Francesco ha rivoluzionato il pensiero della Chiesa facendo riferimento alla pratica dell’estremo buon senso del Gesù storico. Ha riscattato quella che oggi si chiama la Tradizione di Gesù” che precede i vangeli attuali, scritti 30-40 anni dopo la sua esecuzione sulla croce.

La Tradizione di Gesù o la via di Gesù”, come è chiamata negli Atti degli Apostoli, si basa più su valori e ideali che su dottrine. Essenziali per il Papa sono l’amore incondizionato, la misericordia, il perdono, la giustizia per gli oppressi, la centralità dei poveri e degli emarginati e l’apertura totale a Dio-Abbá (Caro Padre). Sono questi i valori assiali che guidano i suoi interventi e li rivelano concretamente nei suoi gesti di gentilezza, di cura, in particolare nei confronti degli immigrati provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa, e ora dall’Ucraina, nonché dalle vittime di pedofilia da parte di alcuni membri della Chiesa.

Ritorniamo a Gesù di Nazaret. Egli non pretendeva fondare una nuova religione. Ha voluto insegnarci a vivere. Vivere con fraternità, solidarietà e cura reciproca e totale apertura a Dio-Abbá. Questi sono i contenuti del suo messaggio: il Regno di Dio e l’illimitata misericordia del suo Dio di infinita bontà.

Come ci testimoniano i Vangeli, si dimostrò un genio del buon senso. Una freschezza unica permea tutto ciò che dice e fa. Dio nella sua bontà, l’essere umano con la sua fragilità, la società con le sue contraddizioni e la natura con il suo splendore appaiono in una immediatezza cristallina. Non fa teologia. Né fa appello a principi morali superiori. Né si perde in una casuistica noiosa e spietata come facevano e fanno i farisei di ieri e di oggi. Le sue parole e i suoi atteggiamenti pungono dritti nel concreto dove la realtà sanguina e lui, di fronte ai sofferenti, li consola, li guarisce e perfino li resuscita.

I suoi moniti sono incisivi e diretti: «riconciliati con il tuo fratello» (Mt 5,24). «Non giurare in nessun modo» (Mt 5,34). «Non resistere agli empi» (Mt 5,39) ma «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,34). «Quando fai l’elemosina, che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la destra» (Mt 6,3).

Questo buon senso è spesso mancato nella Chiesa istituzionale (Papi, vescovi e sacerdoti), soprattutto nelle questioni morali legate alla sessualità e alla famiglia. Qui si è mostrata severa e implacabile. Sacrifica le persone nel suo dolore a principi astratti. È governata dal potere piuttosto che dalla misericordia. E i santi e i saggi ci avvertono: dove regna il potere, l’amore svanisce e la misericordia scompare.

Com’è differente con Gesù e con papa Francesco. La principale qualità di Dio, ce lo dice il Maestro e lo ripete continuamente il Papa, è la misericordia. Gesù è schietto: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro celeste» (Lc 6,36).

Papa Francesco spiega il significato etimologico della «misericórdia: miseris cor dare»: «dare il cuore ai miseri», a chi soffre. In un discorso all’Angelus del 6 aprile 2014, dice con voce alterata: «Ascoltate bene: non esiste alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti». Chiede alla folla di ripetere con lui: «Non esiste alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti».

Fa il teologo quando ricorda la concezione di san Tommaso d’Aquino sulla pratica della misericordia: è la più grande delle virtù «perché sta a lei riversarsi sugli altri e ancor più aiutarli nelle loro debolezze».

Pieno di misericordia, di fronte ai rischi dell’epidemia del virus Zika, fa spazio all’uso dei contraccettivi. Si tratta di salvare vite: “evitare la gravidanza non è un male assoluto”, ha detto nella sua visita in Messico. Durante la pandemia del Covid-19 ha rivolto continui appelli alla solidarietà e alla cura, soprattutto per i bambini e gli anziani. Accorati sono stati i suoi appelli alla pace nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Ha ricevuto bambini ucraini nel Vaticano e mostrato il simbolo nazionale di Ucrania e lo ha bacciato.È arrivato anche a dire: «Signore, trattieni il braccio di Caino. Una volta arrestato, abbi cura di lui, perché è nostro fratello».

Ai nuovi cardinali dice in tutti i modi che: «La Chiesa non condanna per sempre. La punizione è per quel tempo». Dio è un mistero di inclusione e di comunione, mai di esclusione. La misericordia è sempre trionfante. Non può mai perdere un figlio o una figlia che ha allevato con amore (cfr Sab 11,21-24).

Logicamente, non si entra in qualsiasi modo nel Regno della Trinità. Si dovrà passare attraverso la clinica purificatrice di Dio affinché le persone escano purificate.

Un tale messaggio è veramente liberatorio. Conferma la sua esortazione apostolica «La gioia del Vangelo». Tale gioia è offerta a tutti, anche ai non cristiani, perché è un cammino di umanizzazione e di liberazione.

Questo è il trionfo del buon senso che tanto ci manca in questo momento drammatico della nostra storia, il cui destino è nelle nostre mani. Papa Francesco e Gesù di Nazaret appaiono come ispiratori di buon senso, di misericordia e di una radicale umanità. Tali attitudini ci potranno salvare.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)