LA RELIGIONE COME FONTE DI UTOPIE REGENERATIVE E LIBERTARIE

Oggi predomina la convinzione che il fattore religioso è un dato di fondo utopico dell’essere umano. Dopo che l’ondata critica della religione fatta da Marx, Nietzsche, Freud e Popper si è placata, possiamo dire che i critici non sono stati abbastanza critici.

In fondo, tutti loro si sono affaticati su un equivoco. Hanno voluto collocare la religione dentro la ragione, il che è fonte di molti malintesi. Questi critici non si sono resi conto che il luogo della religione non sta nella ragione, anche se possiede una dimensione razionale, ma nell’intelligenza cordiale, nel sentimento oceanico, in quella sfera dell’umano dove emergono le utopie.

Bene diceva Blaise Pascal, matematico e filosofo, nel famoso frammento 277 dei suoi Pensées: “È il cuore che sente Dio, non la ragione”. Credere in Dio non è pensare Dio, ma sentire Dio a partire dalla totalità del nostro essere. La religione è la voce di una coscienza che si rifiuta di accettare il mondo così com’è, sim-bolico e dia-bolico. Essa si propone di trascenderlo, proiettando visioni di un nuovo cielo e di una nuova terra e di utopie che squarciano orizzonti ancora non intravisti.

L’antropologia in generale e specialmente la scuola psicanalitica di C. G. Jung vedono l’esperienza religiosa emergere dagli strati più profondi della psiche. Oggi sappiamo che la struttura più profonda dell’essere umano non è la ragione (logos,ratio), ma è l’emozione e il mondo degli affetti (pathos, eros, ethos).

La ricerca empirica di David Golemann con la sua Intelligenza emozionale (1984) è venuta a confermare una vasta tradizione filosofica che culmina con M. Meffessoli, MunizSodré e anche con me stesso (Direitos do coração, Paulus, 2016). Affermiamo che l’intelligenza è saturata di emozioni e di affetti. È nelle emozioni e negli affetti che si elabora l’universo dei valori, dell’etica, delle utopie e della religione.

È da questo sprofondo che emerge l’esperienza religiosa che soggiace a tutte le religioni istituzionalizzate. Secondo L. Wittgenstein, il fattore mistico e religioso nasce dalla capacità di estasiarsi dell’essere umano. “Estasiarsi non può essere espresso da una domanda. Per questo non esiste nessuna risposta” (Schriften 3, 1969, 68). Il fatto che il mondo esista è totalmente inesprimibile. Per questo fatto “non esiste linguaggio; ma questo inesprimibile si mostra; è il mistico” (Tractatus logico-philosophicus, 1962, 6,52). E continua Wittgenstein: “Il mistico non risiede nel come il mondo è, ma nel fatto che esiste” (Tractatus, 6, 44). “Anche se abbiamo risposto a ogni possibile questione scientifica, ci rendiamo conto che i nostri problemi vitali non sono stati nemmeno sfiorati” (Tractatus, 5, 52).

“Credere in Dio”, prosegue Wittgenstein, “è comprendere la questione del senso della vita. Credere in Dio è affermare che la vita ha senso. Su Dio che sta al di là di questo mondo non possiamo parlare e su quel che non possiamo dire, dobbiamo tacere” (Tractatus, 7).

Il limite della scienza è non avere niente su cui tacere. Le religioni, quando parlano, è sempre in forma simbolica, evocativa e coinvolgente. Infine, finiscono nel nobile silenzio di Budda oppure nell’uso del linguaggio dell’arte, della musica, della danza e del rito.

Oggi, stanchi per eccesso di razionalità, di materialismo e consumismo, stiamo assistendo al ritorno del religioso e del mistico. Poiché in questo si cela l’invisibile, che è parte del visibile e che può conferire una nuova speranza agli esseri umani.

Ricordiamo una frase del grande sociologo e pensatore, al termine della sua opera monumentale “Forme elementari della vita religiosa” (in portoghese 1996): “c’è qualcosa di eterno nella religione, destinato a sopravvivere a tutti i singoli particolari”, perché sopravvive ai tempi, vale l’affermazione di Ernst Bloch nei suoi famosi tre volumi “Il principio speranza”: “Dove c’è religione, lì c’è speranza”.

L’essenza del cristianesimo non risiede nell’affermare l’incarnazione di Dio. Anche altre religioni l’hanno fatto. Ma è affermare che la utopia (quello che non ha un posto) è diventato eutopia (un bel posto). In qualcuno non solo la morte è stata vinta, il che sarebbe già molto, ma è avvenuto qualcosa di più grande: tutte le virtualità nascoste nell’essere umano con la resurrezione sono esplose e implose. Gesù di Nazareth è l’Adamo ultimo nell’espressione di San Paolo (I Cor. 15, 45), l’uomo nascosto ora è stato rivelato. Ma questi è soltanto il primo tra molto fratelli e sorelle; anche l’umanità, la terra e perfino l’universo saranno trasfigurati per essere il corpo di Dio.

Pertanto il nostro futuro è la trasfigurazione dell’universo e di tutto quello che esso contiene, specialmente la vita umana e non la polvere cosmica. Forse questa è la nostra grande speranza, il nostro futuro assoluto.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

Esiste vita extraterrestre?

Scienziati della NASA hanno scoperto una stella, Trappist 1, distante 39 anni luce dalla Terra, con sette pianeti pietrosi, tre dei quali potrebbero disporre di acqua e, quindi, di vita. La scoperta ripropone la questione della eventuale esistenza di vita extraterrestre. Ecco alcune riflessioni sul tema, sulla scia di noti studiosi di questa materia.

Le scienze della Terra e le conoscenze sopraggiunte della nuova cosmologia ci hanno abituati a situare tutte le questioni nel quadro della grande evoluzione cosmica. Tutto è in divenire creativo, condizione per il sorgere della vita.

Si ritiene che la vita sia la realtà più complessa e misteriosa dell’universo. È un fatto che circa 3,8 miliardi di anni fa, in un oceano o in una “materia primordiale”, sotto l’azione di inimmaginabili tempeste di raggi, di elementi cosmici, del sole stesso in interazione con la geochimica terrestre, giunse a compimento la complessità delle forme inanimate. Ad un tratto, la barriera venne scavalcata: venti amminoacidi e quattro basi fosfate si ritrovarono strutturate. Come un immenso lampo che cade sul mare primordiale, irruppe il primo essere vivente.

Come un salto qualitativo nel nostro spazio-tempo curvo, in un angolo della nostra galassia, con un sole marginale, in un pianeta di dimensioni trascurabili, la Terra, emerse la grande novità: la vita. La Terra attraversò quindici grandi catastrofi ma, come se fosse una piaga, la vita non si è più estinta.

Vediamo rapidamente la logica interna che ha permesso l’irruzione della vita. Nella misura in cui avanzano nel loro processo di espansione, la materia e l’energia dell’universo tendono a diventare sempre più complesse. Ogni sistema si trova in un insieme interattivo in una danza di scambi di materia ed energia, in un dialogo permanente con l’ambiente circostante, immagazzinando informazioni.

Biologi e biochimici, come Ilya Prigogine (premio Nobel per la chimica 1977), affermano che esiste una continuità tra esseri animati e inanimati. Non abbiamo bisogno di ricorrere a un principio trascendente e esterno per spiegare il sorgere della vita come fanno, di solito, le religioni e la cosmologia classica. Basta che il principio di complessità, auto-organizzazione e auto-creazione di tutto, anche della vita, chiamato principio cosmogenico, stesse in modo embrionale in quel puntino infimo emerso dall’energia di fondo, che poi esplose. Uno dei più importanti fisici attuali, Amit Goswami, sostiene la tesi che l’universo è matematicamente inconsistente, senza l’esistenza di un principio ordinatore supremo, Dio. Perciò, secondo lui, l’universo è auto-cosciente (O universo autoconsciente, Rio 1998).

La Terra non ha l’esclusività della vita. Secondo Christian de Duve, premio nobel di biologia (1974): nell’universo i pianeti vivi sono tanti quanti i pianeti capaci di generare e sostenere la vita. Una stima per difetto alza il numero alla quota di due milioni. Trilioni di biosfere punteggiano lo spazio in trilioni di pianeti, canalizzando materia ed energia in flussi creativi di evoluzione. In qualsiasi direzione dello spazio ci volgiamo, esiste la vita (…). L’universo non è il cosmo inerte dei fisici, come un soffio di vita in più per precauzione. L’universo è vita con la necessaria struttura di contorno (Poeira vital: a vida como imperativo cósmico, Rio de Janeiro, 1997, 383).

È merito dell’astronomia, nella “fascia millimetrica”, aver identificato un insieme di molecole nelle quali si trova tutto ciò che è essenziale per dare inizio al processo di sintesi biologica (Longair, M. As origens do nosso universo, Rio de Janeiro, 1994, 65-6). Nei meteoriti sono stati rinvenuti amminoacidi. Questi, sì, sono eventuali portatori dei batteri primordiali della vita. Ci sono stati, probabilmente, vari inizi di vita, molti falliti, fino a quando uno di essi ha avuto successo.

Si presume che le più diverse forme di vita hanno avuto origine da un unico batterio originario (Wilson O. E., A diversidade da vida, São Paulo, 1994). Con i mammiferi si passò ad un nuovo livello della vita, della sensibilità emozionale e delle attenzioni. Tra i mammiferi, circa settanta milioni di anni fa, si distinguono i primati e, in seguito, verso i trentacinque milioni di anni fa, i primati superiori, nostri antenati genealogici, e da diciassette milioni di anni i nostri predecessori, gli ominidi. Circa 8-10 milioni di anni fa, venne alla luce in Africa l’essere umano o australopiteco. Infine, circa centomila di anni fa, l’homo sapiens-sapiens/demens-demens, del quale siamo eredi immediati (Reeves, H. e altri, A mais bela historia do mundo, Petropolis, 1998).

La vita non è frutto del caso (contro Jacques Monod, O acaso e necessidade, Petropolis, 1979). Biochimici e biologi molecolari hanno mostrato (grazie all’elaborazione computerizzata di numeri aleatori) l’impossibilità matematica del caso puro e semplice. Affinché gli amminoacidi e i duemila enzimi soggiacenti potessero avvicinarsi e formare una cellula viva, sarebbero necessari trilioni e trilioni di anni, più che i 13,7 miliardi di anni che è l’età dell’universo. Il cosiddetto caso è espressione della nostra ignoranza. Noi calcoliamo che l’evoluzione ascendente è produrre sempre più vita, anche extraterrestre.

Leonardo Boff insieme al cosmologo Mark Hathaway tratta dettagliatamente il tema in Tao da libertação, Vozes, 2010.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

ATTUALI MINACCE ALLA CONVIVENZA UMANA

L’onda d’odio che avanza nel mondo, e chiaramente in Brasile, discriminazioni contro afrodiscendenti, nordestini, indigeni, donne, LGBT e membri del PT, per non dire dei rifugiati e dei migranti respinti dall’ Europa, le misure autoritarie del Presidente Donald Trump contro immigranti mussulmani stanno facendo a pezzi il tessuto sociale della convivenza umana a livello internazionale e locale.

La convivenza è un dato essenziale della nostra natura, in quanto esseri umani, perché noi non esistiamo, co-esistiamo, non viviamo, conviviamo. Quando si dilacerano le relazioni di convivenza, qualcosa di inumano e violento avviene nella società e in generale nella nostra civiltà in franca decadenza.

La cultura del capitale oggi globalizzata non offre incentivi per coltivare il “noi” della convivenza, ma enfatizza l’ “io” dell’individualismo in tutti i campi. L’espressione maggiore di questo individualismo collettivo è la parola di Trump: “Al primo posto (first) degli USA”, e, interpretata correttamente, è “soltanto (only) gli USA”.

Abbiamo bisogno di riscattare la convivenza di tutti con tutti noi che abitiamo nella medesima Casa Comune. Divisi e discriminati percorreremo un cammino che potrà essere tragico per noi e per la vita sulla terra.

Notoriamente la parola “convivenza”, come riconosciuto da ricercatori stranieri (per esempio, un accademico tedesco T. Sundermeier Konvivenz und Differenz, 1995) ha come luogo di nascita due fonti brasiliane: nella pedagogia di Paulo Freire e nelle Comunità Ecclesiali di Base.

Paulo Freire parte dalla convinzione che la divisione insegnante/alunno non è originaria. Originaria è la comunità apprendente, dove tutti si relazionano con tutti e tutti imparano gli uni dagli altri, convivendo e scambiando saperi. Nelle CEBS è essenziale lo spirito comunitario e la convivenza egualitaria di tutti i partecipanti. Perfino il vescovo e i preti si siedono insieme attorno allo stesso tavolo e tutti parlano e decidono. Non sempre il vescovo ha l’ultima parola.

Che cos’è la convivenza? La parola stessa contiene in sé il suo significato: deriva da convivere, che significa condurre una vita insieme agli altri, partecipando dinamicamente alla loro vita alle loro lotte, con progressi e sconfitte. In questa convivenza avviene l’apprendimento reale come costruzione collettiva del sapere, della visione del mondo, dei valori che orientano la vita e delle utopie che mantengono aperto il futuro.

La convivenza non annulla le differenze. Al contrario, è la capacità di accoglierle, lasciarle essere differenti e anche così vivere con loro nonostante loro. La convivenza nasce soltanto dopo avere relativizzato le differenze a favore dei punti in comune. Allora sorge la convergenza necessaria, base concreta per una convivenza pacifica, anche se sempre sorgono ondate di tensione a causa di legittime differenze.

Esaminiamo alcuni passi in direzione della convivenza:

In primo luogo, superare la estraneità per il fatto che qualcuno non appartiene al nostro mondo. Subito domandiamo: da dove vieni? Cosa sei venuto a fare? Non dobbiamo creare forzature ne inquadrare l’estraneo ma accoglierlo cordialmente.

In secondo luogo evitare di farsi subito un immagine dell’altro e dare spazio ad alcuni preconcetti (se è un nero, mussulmano, povero). E’ difficile ma è necessario per la convivenza. Einstein diceva bene: “è più facile disintegrare un atomo che estirpare un preconcetto dalla testa di qualcuno”. Però è possibile tirarlo fuori…

In terzo luogo, cercare di costruire un ponte con il differente, ponte che si costruisce attraverso il dialogo e la comprensione della sua situazione.

Quarto: è necessario conoscere la lingua, sia pure a livello elementare. Se questo non fosse possibile, prestare attenzione ai simboli, che generalmente sono più carichi di significato delle parole. I simboli parlano del loro profondo e del nostro.

Per ultimo, sforzarsi per fare di un estraneo, un compagno (che è quello con cui si condivide il pane) di cui si cerca di conoscere la storia e le aspirazioni. Aiutarlo a sentirsi inserito e non escluso. L’ideale è farne un alleato nella camminata del popolo e della terra che lo ha accolto attraverso il lavoro e la convivenza.

Aggiungiamo ancora che non bisogna restringere la convivenza soltanto alla dimensione umana. Essa possiede una dimensione mondana e cosmica. Si tratta di convivere con la natura e i suoi ritmi e rendersi conto che siamo parte dell’universo e delle sue energie che ad ogni momento ci attraversano.

La convivenza potrà fare, partendo da una geo società meno centrata su se stessa e più aperta in alto e più avanzata, meno materialista e più umanizzata, uno spazio sociale nel quale sia più facile la convivenza e l’allegria del convivere.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

DONNA MARISA LETICIA,MOGLIE DI LULA, HA RISPOSTO ALL’ODIO DONANDO I SUOI ORGANI

Donna Marisa Letizia, moglie dell’ ex presidente Lula, è morta in un contesto politico caotico. Nelle parole dello stesso Lula, “lei è morta triste” e anche traumatizzata.

Si dice che tutte le istituzioni funzionano. Ma non si specifica in quale grado. Funzionano male. In altre parole, non funzionano. Prendiamo come punto di riferimento la più alta istituzione della nazione, il STF. Lì è chiaro che le istituzioni sono corrotte, inclusi la PF e la MP. In particolare il STF è attraversato da interessi politici e uno dei suoi ministri, straccia platealmente l’etica di ogni magistrato, parlando, criticando e attaccando fuori dalla sala giudiziaria e prendendo chiaramente posizione per un partito; non succede nulla, nel nostro vale tutto giuridico, mentre dovrebbe sentire il rigore della legge e essere sottomesso a impeachment. Questa situazione è un segnale lampante che siamo davanti a una disfatta politica, etica e istituzionale. Il Brasile va di male in peggio perché ogni giorno i valori sociali e politici si deteriorano. E dire che c’erano senatori e deputati poco illuminati: sostenevano che, con la caduta di Dilma e del P.T., il Brasile entrava in una nuova primavera di progresso.

La cosa che a noi sembra più grave è il fatto che si sia istaurato un reale stato di assedio giudiziale. L’operazione Lava-Jato ha mostrato giudici giustizieri che usano il diritto come strumento di persecuzione, nel caso del P.T. e direttamente del ex presidente Lula. La P.F., perfettamente allineata allo stile SS nazista, invade la casa della famiglia Lula, rovistano ogni angolo, rigirano i materassi, frugano nella specchiera di Donna Marisa, controllano minuziosamente il frigo portano via il massimo possibile, compreso l’ex presidente Lula, sotto scorta e con la forza, per interrogarlo in un ufficio dell’aeroporto.

Un simile atto di violenza fisica e simbolica traumatizzò la Prima Donna. Peggiore fu il trauma quando fu additata come criminale nella operazione Lava-Jato insieme al marito. Questo la riempì di paura e alterò tutto il suo stato di salute. Come se non bastasse quello che ha scritto coraggiosamente il giornalista Hidegard Angel nel suo blog su internet, “Gli otto anni di bombardamento intenso, fucileria di sfottò, offese di ogni genere, ridicolaggini, riferimenti mordaci, critiche crudeli e persino calunnie. E sempre senza il conforto di adeguata autodifesa”.

Faccio mie le parole di Hildegard Angel, dato che rappresentano quello che posso testimoniare in più di trent’anni di amicizia profonda con donna Marisa e Lula: “E’ stata compagna, amica e leale col marito per tutto il tempo. E’ stata amabile e cordiale con tutti quelli che l’hanno avvicinata. Non esiste nemmeno l’ombra di episodi di arroganza o disfattismo nei confronti di chicchessia, nel ruolo di prima Donna del paese. La donna di casa che cura il giardino, coltiva l’orto, si preoccupa per la dieta del marito personaggio importante e protegge la famiglia, che ha fatto con Lula una vera coppia.

La criticano perché come prima Donna non assunse funzioni pubbliche .Ma pochi sanno che è stata lei a ristabilire la forma originale del palazzo del Planalto. Riscattando i mobili e i tappeti frutto di donazioni a ministri e ad altri dipartimenti. Lei possedeva elevato senso estetico: provvidenziale nella ristrutturazione della Cattedrale che lei ha seguito passo a passo. È stata lei a ravvivare le feste della cultura popolare, nella Granja doTorto la celebrazione dei suoi santi, la devozione soprattutto a S.Antonio e a s. Giovanni da parte della maggioranza del popolo brasiliano. Organizzò la festa di san Giovanni proprio nello stile del popolo con le bandierine e l’albero della cuccagna. Scandalo della borghesia che non possiede più le nostre radici e vergognosa delle nostre tradizioni.

Lei soffriva di un disturbo che le fu fatale. Sono andato a trovarla nella UTI, e ho parlato al suo orecchio (dicono che anche se uno è in coma il suo udito funziona ancora) dicendo parole di fiducia e di abbandono in Dio, Padre e Madre, che essa accettava con fede profonda. Dio stava aspettando il momento che lei si tuffasse nel suo seno materno e paterno per essere felice eternamente. Io ho abbracciato l’ex presidente che non nascondeva le lacrime. Quando si constatò la morte cerebrale, il cuore batteva ancora. Lui disse una parola autentica: “ il suo cuore batte perché il nostro amore va al di là della morte” .

Accanto a un dolore così grande sono apparse in internet parole di odio e di malaugurio. Felici perché lei moriva e meritava morire in quel modo. Lì mi sono accorto che non abbiamo soltanto pedofili, ma anche necrofili, quelli che vendono le armi e festeggiano la morte degl’altri. E’ pertinente la frase attribuita a Papa Francesco: “quando tu festeggi la morte di qualcuno, il primo a morire sei tu”.

Davanti alla morte l’istante supremo per ogni essere umano, dato che va incontrò alla suprema realtà che è Dio, dobbiamo tacere con rispetto. O preferiamo parole di conforto e di solidarietà oppure stiamo in rispettoso silenzio. Come si può essere crudeli e senza pietà davanti ad una morte dolorosa di una persona conosciuta come estremamente buona, vicina ai poveri lottatrice per i diritti dei lavoratori e delle donne e con grande amore al Brasile.

All’odio lei ha risposto generosamente i propri organi perché qualche altro potesse vivere. Purtroppo il golpe perpetrato contro il popolo, ha imposto una radicale agenda che secondo il giornalista Elio Gaspari è una grande maschera, dietro la quale si nascondono i vecchi e buoni oligarchi (O Globo, 5/ 02/17 p. 8). Costoro odiano i poveri come odiano il P.T. e Lula e hanno odiato donna Marisa Letizia.

Ma la verità e la giustizia possiedono una forza intrinseca. Esse strapperanno le maschere dei perfidi. La luce brillerà. Nel frattempo contempleremo una stella nel cielo della politica brasiliana: dona Marisa Leticia Lula da Silva.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.