Leonardo Boff e il suo rapporto a l’enciclica “Cura de la Casa Comune” “

È apparso nel JORNAL DO BRASIL 14/06/2015 questa intervista che forse può interessare a parecchi lettori. Il testo è questo:

“Leonardo Boff, columnist del Jornal do Brasil, è stato uno degli attori che hanno aiutato a montare l’enciclica di Papa Francesco dedicata all’ambiente e divulgata giovedì scorso. In una intervista “e-mail”, ha spiegato come i suoi testi e contributi sono arrivati fino a Bergoglio, «una delle maggiori leadership mondiali, sia in campo religioso, sia in campo politico». Ha commentato inoltre il modo con cui il Papa ha affrontato delicati problemi e anche le risposte di potenze mondiali alle minacce “contro la nostra unica casa comune”.

“Vedo pochi passi avanti, perché gli interessi economici si sovrappongono alla preoccupazione per la salvezza dell’unica casa comune che abbiamo da abitare” – dice Boff in un’intervista al Jornal do Brasil – “c’è una irresponsabilità incosciente e colpevole nei riguardi delle minacce che pesano sul nostro futuro. Se quello che dice la comunità scientifica mondiale fosse ascoltato, ben altri sarebbero i risultati degli incontri organizzati dall’Onu sul riscaldamento globale e sulla crescente erosione della biodiversità”, mette in guardia Boff. “Il mio presentimento oscilla tra la catastrofe e la crisi”, continua.

Il Papa Francesco ha stabilito una “relazione intima tra i poveri e la fragilità del pianeta” nell’enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune, divulgata giovedì scorso e pubblicata in portoghese dalle Edizioni Paoline. In gennaio, durante la visita alle Filippine, Francesco ha dimostrato preoccupazione per l’ecologia, affermando “la necessità di vedere, con gli occhi della fede, la bellezza del piano di salvezza di Dio, il legame tra l’ambiente naturale e la dignità della persona umana”.

Per Boff, “lo scandalo della povertà mondiale, in un mondo ad altissimo consumo, la devastazione degli ecosistemi e le minacce che pesano sulla nostra casa comune, trascurata e maltrattata,” preoccupano costantemente Papa Francesco.

Legga il testo integrale dell’intervista di LBoff al JB: JORNAL DO BRASIL –

Come sono andate le vostre conversazioni durante l’elaborazione dell’enciclica?

Vi siete incontrati personalmente?

Leonardo Boff – E’ con qualche difficoltà che rispondo alle domande dell’intervista, perché non vorrei creare l’impressione di attribuirmi un’importanza che in realtà non ho. Se voi mi domandate: tu hai aiutato il Papa a scrivere l’enciclica? Devo dire: no. Io ho soltanto messo a disposizione del materiale, dei mattoncini con i quali, volendo, potrebbe costruire qualche cosa. Non ho mai avuto incontri personali con Papa Francesco, soltanto indiretti. Innanzitutto attraverso un’amica comune, Clelia LURO, alla quale lui telefonava da Roma tutte le domeniche verso le 10,00. Attraverso di lei, mi mandava messaggi e mi faceva richieste di testi. All’inizio mi chiese un testo che l’ex-presidente dell’assemblea dell’Onu (gestione 2008-2009), Miguel d’Escoto e io avevamo elaborato per farne il cippo teorico della nuova Onu ancora allo studio: “Declaración Universal del Bien comun de la Madre Tierra y de la Humanidad”. Il testo è ordito all’interno del nuovo paradigma secondo il quale tutte le cose sono interconnesse, formando un incommensurabile sistema in evoluzione. In questo testo noi usavamo molto il termine “casa comune” per riferirci alla terra.

Quando il Papa è venuto in Brasile, l’intermediario è stato dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales-SP, al quale ho affidato il libro da me scritto proprio per l’occasione della sua venuta: “Francisco de Assisi – Francisco de Roma: uma nova primavera para a Igreja, Editora Mar de ideias, Rio”.

Inoltre chiesi di consegnargli in spagnolo “Francisco de Assis: ternura e vigor” (Vozes), nel quale io affrontavo largamente la questione ecologica, dato che lui l’aveva sollecitato a Clelia Luro. Pure in spagnolo inviai la “Carta della Terra”, con raccomandazioni mie perché la utilizzasse, perché mi pareva la cosa più importante del documento sull’ecologia nell’inizio del secolo 21º, frutto di una vasta consultazione di più di 200.000 persone di tutti gli orientamenti, sotto la direzione di Michail Gorbaciov; io avevo partecipato alla redazione e avevo ottenuto di includere il tema della cura, “il legame parentale con tutta la vita” e la spiritualità.

Scrissi al Papa che la “Carta da Terra” affermava l’interdipendenza tra tutti gli esseri e il valore intrinseco di ognuno, contro l’antropocentrismo tradizionale. Un’altra volta inviai attraverso il vescovo di Altamira nello Xingu, dom Erwin Kräutler, che nel 2014 aveva vinto il premio Nobel alternativo della pace dal Parlamento svedese e che passando da Roma il Papa invitò a redigere qualche cosa sull’Amazzonia. Attraverso di lui mandai in spagnolo il mio libro più completo sulla ecologia, “Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres” espressione che l’enciclica ha fatto sua. Inviato pure un altro libro, sempre in spagnolo “Cuidar la Tierra: Hacia una ética universal”, pubblicato in Messico.

ll più importante è stato un libretto con DVD sulle quattro ecologie, con immagini bellissime, in cui abbordo anche l’ecologia integrale. Altri materiali sono stati inviati all’ambasciatore argentino presso la Santa sede, Eduardo Valdés, amico di Bergoglio, perché inviando le cose direttamente al Vaticano non si ha mai la certezza che le cose arrivino nelle mani del Papa. Attraverso di lui inviai un libro che io consideravo importante “Proteger la Tierra – Cuidar la vida – como evitar la fin del mundo”.

Attraverso lo stesso ambasciatore inviai vari articoli in spagnolo sulle questioni ecologiche che escono in JB on line con cui collaboro da vari anni. Mi ricordo d’aver scritto in un biglietto da consegnare al Papa, nel quale c’era una citazione della Carta da Terra che – secondo me – doveva entrare nell’enciclica e di fatto consta al numero 207: “Come mai prima nella storia il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio… possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per un’allegra celebrazione della vita” (parole finali della Carta della Terra).

Né io né l’ambasciatore abbiamo ricevuto una qualsiasi risposta. Quale non è stata dunque la sorpresa dell’ambasciatore Eduardo Valdés quando il giorno anteriore alla pubblicazione dell’enciclica, cioè il 17 giugno, il Monsignor Fernandez del Vaticano si mise in contatto con lui per ringraziarlo di tutto il materiale che aveva consegnato a Papa Francesco. Per finire: ho fatto quello che il Papa Francesco mi ha chiesto, senza nessuna pretesa di influenzarlo. L’enciclica è sua e lui è l’autore. Comunemente il Papa lavora con un corpo di periti che lo aiutano e con altri specialisti invitati. Quello che posso dire è che io sento molte risonanze dei miei pensieri e modi di dire nell’enciclica che non sono soltanto miei, ma di quanti lavorano a partire dal nuovo paradigma di una ecologia integrale. Ma io sono stato un semplice servo come si dice nel Vangelo.

Cosa ci potrebbe dire lei rispetto al Papa e al modo come lui sta affrontando questioni delicate nella chiesa?

Considero Papa Francesco uno dei più grandi leaders mondiali, sia in campo religioso sia in campo politico. Nel campo religioso ha usato la tenerezza di San Francesco per trattare le persone, particolarmente i più poveri. Ma ha trattato con fermezza di gesuita coloro che hanno macchiato l’immagine della Chiesa cristiana con abusi sessuali e crimini finanziari. In questo punto è stato duro e ha agito come medico. Ha ripulito il Vaticano e forse avrà ancora qualcosa da pulire.

Il fatto più visibile è che lui ha portato una primavera nella chiesa dopo tentativi di ritorno alla grande vecchia disciplina. I cristiani sentono la chiesa come un focolare spirituale e non come un incubo da sopportare scoraggiati. Politicamente lui ha promosso il dialogo tra i popoli, riavvicinato Cuba agli Stati Uniti e viceversa e ha predicato insistentemente l’incontro come forma di superare preconcetti e fondamentalismi e creare spazio per la pace. E lo fa con tanta dolcezza e convinzione che difficilmente qualcuno smette di dargli attenzione.

Lo scandalo della povertà mondiale in un mondo ad altissimo consumo, la devastazione degli ecosistemi e le minacce che pesano sulla casa comune, trascurata e maltrattata, lo preoccupano costantemente, perché presagisce situazioni apocalittiche se non faremo niente di serio per contenere il riscaldamento globale. Credo che l’enciclica andrà a rafforzare una visione più ampia, sistemica, integrale dell’ecologia inserendo specialmente la questione sociale mentale e profonda. Spero che la discussione ora sarà più ricca e non soltanto ridotta a problemi dell’ambiente.

Lei ha visto progressi significativi della questione tra le principali potenze mondiali?

C’è una irresponsabilità incosciente e colpevole a proposito delle minacce che pesano sul nostro futuro.

Vedo pochi passi avanti perché gl’interessi economici si impongono sulla preoccupazione per la salvaguardia dell’unica casa comune che abbiamo per abitarci. C’è un’incoscienza irresponsabile e colpevole intorno alle minacce che pesano sul nostro futuro.

Se si ascoltasse quello che dice la comunità scientifica mondiale, ben altri sarebbero i risultati degli incontri organizzati dall’Onu sul riscaldamento globale e sulla crescente erosione della biodiversità: secondo il noto biologo Edward O. Wilson, il numero delle specie che ogni anno spariscono definitivamente dal ciclo evolutivo oscilla tra le 27.000 e le 100.000.

Viviamo come ai tempi di Noè: le persone mangiavano, bevevano, prendevano moglie o marito e non importava niente dell’arrivo di uno tsunami. Questa volta però sarà diverso. Non ci sarà un’arca di Noè che salvi qualcuno e lasci morire tutti gli altri. Potremo avere lo stesso destino tragico. Il Papa parla di queste questioni, ma come uomo di fede ricorda che Dio è il “Signore amante della vita”, espressione che usa più di una volta e che concede alla speranza e non al disastro l’ultima parola,

Come vede lei il futuro della Terra? Ci sono speranze?

Il mio presentimento oscilla tra la catastrofe e la crisi. Come studioso della questione da più di trent’anni e leggendo gli ultimi dati scientifici ho l’impressione che la nostra ora è già arrivata. Abbiamo fatto tante e così gravi aggressioni contro la madre terra che non meritiamo più di vivere su di essa. Inoltre di anno in anno sono più di 3000 le specie che arrivano al loro climax e naturalmente spariscono dal processo evolutivo. E non sarà per caso arrivato anche il nostro turno? D’altro lato una crisi conserva sempre e purifica e fa crescere.

Come uomo di fede io so che il disegno del creatore, iscritto nelle circonvoluzioni del processo cosmogenetico, può portare alla nostra piccola nave al porto nonostante i venti contrari. Anche se avvenisse una catastrofe che liquidasse la vita visibile del nostro pianeta (solo il 5% è visibile, il resto, il 95% è invisibile: batteri, virus, funghi), credo che l’ultima parola spetterà alla vita. In che modo, non so. Faccio una scommessa positiva: credo e spero.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

La Carta Magna dell’ecologia integrale: urlo della Terra-urlo dei poveri

Prima di qualsiasi commento vale la pena di sottolineare alcuni aspetti singolari dell’enciclica Laudato si del Papa Francesco.

È la prima volta che un papa abborda il tema dell’ecologia nel senso di ecologia integrale (e pertanto va al di là dell’ambiente) in forma tanto completa. Grande sorpresa: elabora il tema dentro al nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale dell’Onu ha fatto fino ad oggi. Fondamentale il suo discorso con i dati più sicuri delle scienze della vita e della Terra. Legge i dati affettivamente (con l’intelligenza sensibile o cordiale), perché intravede che al di là di questi si nascondono drammi umani e molta sofferenza anche da parte della madre Terra. La situazione attuale è grave, ma Papa Francesco trova sempre motivi nella speranza e nella la fiducia che l’essere umano può trovare soluzioni possibili. Onora i papi che lo hanno preceduto, Giovanni Paolo II e Benedetto 16º, citandoli con frequenza. Qualcosa di assolutamente nuovo: il suo testo si iscrive dentro alla collegialità, perché valorizza contributi di decine di conferenze episcopali del mondo, dagli Stati Uniti alla Germania alla Patagonia-Comahue al Paraguay. Accoglie i contributi di altri pensatori come i cattolici Pierre Teilhard de Chardin, Romano Guardini, Dante Alighieri, e del suo maestro argentino Juan Carlos Scannone, del protestante Paul Ricoeur e del musulmano sufi Ali Al-Khawwas. Infine i destinatari sono tutti gli esseri umani, poiché tutti sono abitanti della stessa casa comune (parola molto usata dal Papa) e subiscono le stesse minacce.

Il Papa Francesco non scrive nella veste di maestro e Dottore della fede ma come un Pastore zelante che ha cura della casa comune di tutti gli esseri non solo degli uomini che ci abitano.

Un elemento merita di essere messo in risalto, perché rivela la “forma mentis” (il modo di organizzare il pensiero) di Papa Francesco. Lui è tributario dell’esperienza pastorale e teologica delle chiese latinoamericane, che alla luce dei documenti dell’episcopato latino-americano (CELAM), di Medellín (1968), di Puebla (1979), di Aparecida (2007) hanno fatto l’opzione per i poveri contro la povertà e a favore della liberazione.

Il testo e il tono dell’enciclica sono tipici di Papa Francesco e della cultura teologica che ha accumulato. Ma mi rendo conto che anche molte espressioni e modi di parlare rimandano a ciò che viene pensato e scritto principalmente in America Latina. I temi della “casa comune”, della Madre Terra, dell’urlo della Terra e dell’urlo dei poveri”, “dell’aver cura”, della interdipendenza tra tutti gli esseri, “dei poveri e vulnerabili”, dal “cambiamento di paradigma” “dell’essere umano come Terra” che sente, pensa, ama e venera, della “ecologia integrale”, tra gli altri, sono temi ricorrenti da noi.

La struttura dell’enciclica obbedisce al rituale metodologico usato per le nostre chiese e per la riflessione teologica legata alla pratica di liberazione, adesso assunta e consacrata dal Papa: vedere, giudicare, agire e celebrare.

Innanzitutto rivela la sua fonte di ispirazione maggiore: San Francesco di Assisi, detto da lui “esempio per eccellenza dell’aver cura e di una ecologia integrale e che ha dimostrato un’attenzione speciale per i più poveri e abbandonati” (n.10; n.66).

E dunque comincia con il vedere “quello che sta accadendo alla nostra casa” (nn.17-61). Afferma il Papa: “Basta guardare la realtà con sincerità per vedere c’è un grande deterioramento della nostra casa comune” (n.61). In questa parte incorpora i dati più consistenti con riferimento ai cambiamenti climatici (nn.20-22) la questione dell’acqua (n.27-31), l’erosione della biodiversità (nn.32-42,), il deterioramento della qualità della vita umana, il degrado della vita sociale (n.46-47), denuncia l’alto tasso di iniquità planetaria, che raggiunge tutti gli ambiti della vita (nn.48-52). E, in tutto ciò, le vittime principali sono i poveri (n.48).

In questa parte c’è una frase che ci rimanda alla riflessione fatta in America Latina: ” oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n.49). Subito dopo aggiunge: “i gemiti della sorella Terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati di questo mondo” (n.53). Questo è assolutamente coerente, perché proprio all’inizio dice che “noi siamo Terra “(n.2; Gen 2,7) proprio in linea con il grande cantore e poeta indigeno argentino Atahualpa Yupanqui: “L’essere umano è terra che cammina, che sente, che pensa e che ama”.

Condanna la proposta di internazionalizzazione dell’Amazzonia che, servirebbe soltanto agli interessi delle multinazionali (n.38). C’è un’affermazione di grande rigore etico: “è gravissima iniquità ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dall’umanità, presente e futura, i altissimi costi di degradazione ambientale” (n.36).

Con tristezza riconosce: “Mai abbiamo offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” (n.53). Davanti a questa offensiva umana contro la madre Terra che molti scienziati denunciano come l’inaugurazione di una nuova era geologica – Antropocene –, lamenta la debolezza dei poteri di questo mondo che, illusi, pensano che tutto può continuare come sta come alibi per “mantenere le loro abitudini autodistruttive” (n.59) con “un comportamento che pare suicida” (n.55).

Prudente, riconosce la diversità delle opinioni (nn.60-61) e che “non c’è un’unica possibilità di soluzione” (n.60). Anche così “è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo lasciato di pensare ai fini dell’agire umano” (n.61) e ci siamo persi nella costruzione di mezzi destinati a all’accumulazione illimitata a costo dell’ingiustizia ecologica (degrado degli ecosistemi) e dell’ingiustizia sociale (impoverimento delle popolazioni). L’umanità semplicemente “ha deluso l’atessa divina” (n.61).

La sfida urgente dunque, consiste nel “proteggere la nostra casa comune”(n.13); e per questo abbiamo bisogno – citando Giovanni Paolo II – di “una conversione ecologica globale” (n.5); avere “una cultura della cura che impregni tutta la società ” (n.231).

Realizzata la dimensione vedere, si impone adesso la dimensione giudicare. Questo giudicare si realizza su due sponde, una scientifica e l’altra teologica.

Vediamo quella scientifica. L’enciclica dedica tutto il terzo capitolo all’analisi “della radice umana della crisi ecologica” (nn. 101-136). Qui il Papa si propone di analizzare la tecnoscienza, senza preconcetti, accogliendo quello che essa ha apportato di “strumenti preziosi per migliorare la qualità della vita dell’essere umano” (nn. 103). Ma non è questo il problema. Essa si è resa indipendente, si è messa a servizio dell’economia, della politica e della natura in vista dell’accumulazione di beni materiali (cfr.n.109). Essa parte da un presupposto equivoco, coè la “disponibilità infinita dei beni del pianeta” (n.106), mentre sappiamo che già ci siamo avvicinati ai limiti fisici della Terra e grande parte dei beni e servizi non sono più rinnovabili. La tecnoscienza è diventata tecnocrazia, una vera dittatura della sua logica di dominio su tutto e su tutti (n.108).

La grande illusione oggi dominante resiste alla credenza che con la tecnocrazia si possono risolvere tutti i problemi ecologici. Questa è una teoria ingannevole perché “implica l’isolamento delle cose che stanno sempre connesse” (n.111). In realtà, “tutto è relazionato”(n.117) “tutto sta in relazione” (n.117) un’affermazione che trapassa il testo dell’enciclica come un ritornello, perché è un concetto-chiave del nuovo paradigma contemporaneo. Il grande limite della tecnocrazia sta nel fatto di “frammentare i saperi e perdere il senso della totalità” (n.110). Il peggio è non riconoscere il valore intrinseco di ogni essere e negare perfino uno speciale valore all’essere umano” (n.118).

Il valore intrinseco di ogni essere, per minuscolo che sia, è enfatizzato in continuazione dall’enciclica (n.69), come lo fa la Carta della Terra. Negando questo valore intrinseco stiamo impedendo che “ogni essere comunichi il suo messaggio e dia gloria a Dio” (n.53).

La deviazione maggiore prodotta dalla tecnocrazia è l’antropocentrismo moderno. Il suo presupposto illusorio è che le cose possiedono valore soltanto se servono all’uso umano, dimenticando che la loro esistenza vale in se stessa(n.33). Se è vero che tutto sta in relazione, dunque, “noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle e ci uniamo con tenero affetto al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre Terra” (n.92). Come potremo pretendere di dominarli e vederli nell’ottica stretta della dominazione per parte di un essere umano?

Tutte queste “virtù ecologiche” (n.88) sono perdute in cambio della volontà di potere come dominazione degli altri e della natura. Viviamo un’angustiante “perdita di senso della vita e della volontà di vivere insieme” (n.110). Cita alcune volte il teologo italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), uno dei più letti verso la metà del secolo passato e che ha scritto un libro contro le pretese della modernità (n.105): Das Ende der Neutzeit,La fine dell’epoca moderna,1959).

Un’altra variante del giudicare è di stampo teologico. L’enciclica riserva notevole spazio al “Vangelo della creazione” (n. 62-100). Parte giustificando il contributo delle religioni e del cristianesimo perché essendo la crisi globale, ogni istanza deve, con il suo capitale religioso, contribuire alla cura della Terra (n.62). Non insiste nelle dottrine ma nella sapienza presente nei vari cammini spirituali. Il cristianesimo preferisce parlare di creazione invece che di natura, dato che “la creazione ha a che vedere con un progetto di amore di Dio” (n.76). Cita più volte, un bel testo del libro della Sapienza (11,24) dove pare chiaro che la creazione è dell’ordine dell’amore (n.77) e che Dio emerge come” il Signore amante della vita” (Sap 11,26).

Il testo si apre con una visione evoluzionistica dell’universo, senza usare la parola, ma facendo un giro di parole, riferendosi all’universo “composto da sistemi aperti che entrano in comunione l’uno con gli altri”e con tutto l’universo, rendendo sacra la materia e tutta la Terra (n.83). È in questo contesto che cita padre Teilhard de Chardin (1881-1955, (n.83, nota 53) come precursore di questa visione cosmica.

Il fatto che Dio-Trinità sia relazione delle divine persone ha come conseguenza che tutte le cose in relazione siano risonanza della trinità divina (n.240).

Citando il patriarca ecumenico Bartolomeo della chiesa ortodossa “riconosce che i peccati contro la creazione sono peccati contro Dio” (n.7). Da qui l’urgenza di una conversione ecologica collettiva che ricrei l’armonia perduta.

L’enciclica conclude giustamente: “L’analisi ha mostrato la necessità di un cambiamento di obiettivi. Dobbiamo uscire dalla spirale dell’auto distruzione dove ci stiamo affondando” (n.163). Non si tratta di una riforma, ma, citando la Carta della Terra, di cercare un “nuovo cominciamento” (n. 207). L’interdipendenza di tutti con tutti ci porta a pensare a un solo mondo con un progetto comune (n.164).

Già che la realtà presentano molteplici aspetti tutti intimamente relazionati il Papa Francesco propone una «ecologia integrale» che va oltre la solita ecologia ambientale (n.137). Lui ricopre tutti i campi, l’ambiente, l’economia, la società, la cultura e anche la vita quotidiana (nn.147-148). Mai dimentica i poveri che testimoniano pure la loro forma di ecologia umana e sociale, vivendo spazi di appartenenza e di solidarietà tra di loro (n.149).

Il terzo passo metodologico è l’agire. In questa parte l’enciclica si attiene ai grandi temi della politica internazionale, nazionale e locale (nn.164-181). Sottolinea l’ interdipendenza del sociale e dell’educazione con l’ecologia e constata purtroppo le remore che il predominio della tecnologia comporta, rendendo difficili i cambiamenti che frenano la velocità dell’accumulazione e del consumo e che possono inaugurare il nuovo (n.141). Riprende il tema dell’economia e della politica che devono servire al bene comune e creare le condizioni di una pienezza umana possibile (nn. 139-198). Ritorna insistere nel dialogo tra scienza e religione, come suggerito dal grande biologo Edward O. Wilson (cf. Il libro la creazione: come salvare la vita sulla terra, 2008). Tutte le religioni “devono cercare la cura della natura nella difesa dei poveri” (n.201).

Ancora nel quadro dell’agire sfida l’educazione, nel senso di “creare una cittadinanza ecologica” (n.211) e un nuovo stile di vita poggiante sulla cura, la compassione, la sobrietà condivisa, l’alleanza tra umanità e ambiente, dato che tutte due sono legati da un cordone ombelicale e dalla corresponsabilità per tutto quello che esiste e vive e dal nostro stesso destino (nn.203-208).

Infine il momento di celebrare. La celebrazione si realizza in un contesto di “conversione ecologica”(n.216) che implica una “spiritualità ecologica”(n.216). Questa proviene non tanto dalle dottrine teologiche ma da motivazioni che la fede suscita perché si abbia cura della casa comune e “alimentare una passione per la cura del mondo” (n.216). Tale vivenza è prima di tutto una mistica che mobilizza le persone a vivere l’equilibrio ecologico, “quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi e quello spirituale con Dio” (n.210). Lì si vede che “il meno è più” e che possiamo essere felici con poco.

Nel senso della celebrazione “il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella nell’allegria e nella lode” (n.12).

Lo spirito tenero e fraterno di San Francesco di Assisi permea tutto il testo dell’enciclica Laudato si. La situazione attuale non è una tragedia annunciata, ma una sfida per farci prendere cura della casa comune e gli uni degli altri. C’è nel testo una leggerezza, una poesia, un’allegria dello spirito e incrollabile speranza che se grande è la minaccia più grande è ‘opportunità di soluzione dei nostri problemi ecologici.

Termina poeticamente con le parole «Al di là del sole» dicendo: “Camminiamo cantando. Che le nostre lotte e le nostre preoccupazioni per questo pianeta non ci tolgano l’allegria della speranza” (n.244).

Mi piace terminare con le parole finali della Carta della Terra che lo stesso Papa cita (n. 207): “Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per la gioiosa celebrazione della vita”.

Leonardo Boff, teologo e ecologo

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Questo testo farà parte de in libro Curare la Madre Terra, EMI, Bologna 2015

De ecclesia lascatorum: la chiesa delle schiappe

Il titolo – De ecclesia lascatorum – potrebbe far arricciare il naso a qualcuno. Alla fine del mio libro: Chiesa: carisma e potere, 1982), io ne promettevo la continuazione con il titolo: De Severina ecclesia, La chiesa dei Severini, cioè “la chiesa dei disgraziati e poveri” chiamati, nel nord-est, Severini. Non sono mai riuscito a scrivere quel libro anche se il cardinale Joseph Ratzinger, allora presidente della Congregazione per la Dottrina della fede, che aveva giudicato quello precedente, ogni tanto chiedeva informazioni se il libro annunciato era stato pubblicato o no. Era pieno di preoccupazioni per l’ortodossia del testo, dato che il tema dei poveri sempre mette paura ai portatori di potere.

Ma ecco che adesso appare un libro che ha realizzato quel mio proposito dei tempi andati. Arriva rifinito in forma profondamente spirituale, commovente e convincente dal mio caro e affezionatissimo confratello Frei Lency Frederico Smaniotto, che in Seminario veniva soprannominato affettuosamente ‘polentone’ o “testone” che recentemente ci ha lasciati.

Se qualcuno ha voglia di conoscere la radicalità di un francescano che ha preso a serio il messaggio innovatore del concilio Vaticano II, i documenti dell’episcopato latino-americano di Medellin e di Puebla, l’opzione radicale per i poveri e abbandonati e la Teologia della liberazione, legga questo libro, trattenga le lacrime perché la sua saga provoca commozione per coerenza, affetto, umiltà, coraggio e spiritualità francescana che ha paralleli nel padre Alfredino, in fra Damiano, nel Vescovo di Barra in Bahia, Dom Luis Fernando Cappio, nel vescovo di Sao Felix da Araguaia Dom Pedro Casaldaliga e, oso dire, anche nel Papa Francesco, tra gli altri.

Lui ha realizzato per filo e per segno quanto Papa Francesco aveva richiesto il 28 maggio 2015 ai francescani del mondo intero: che vivessero la minorità. Diceva il Papa: “Minorità” significa uscire da noi stessi, dai nostri schemi e punti di vista personali; significa andare al di là delle strutture che pure sono utili quando utilizzate saggiamente al di là degli abiti e al di là delle certezze per testimoniare una prossimità concreta con i poveri, i bisognosi, gli emarginati, con un atteggiamento autentico di compartecipazione e di servizio”. Frei Lency è stato concretamente un frate minore che si abbassava fino all’altezza degli occhi dell’interlocutore per poterlo vedere meglio.

Ha scritto il libro De Ecclesia Lascatorum, appoggiato a una bombola del gas. Lui non pretendeva far teologia, ma testimoniare una mistica con i più umiliati di questo mondo, servi sofferenti e invisibili della società. Non si tratta soltanto di scrivere, ma molto più di vivere, soffrire insieme e insieme buscarle, essere arrestati insieme, arrischiare la vita insieme e rallegrarsi insieme. Mille lotte e centinaia di sconfitte. Ma, come il Maestro, mai ha abbandonato i suoi. Sempre si è risollevato e ha ripreso la via-sacra dei lascados, in qualsiasi parte si ritrovassero.

Ha percorso le principali stazioni della passione popolare in vari Stati del Brasile. Effettivamente, Gesù è ancora inchiodato alla croce, ancora gocce disudore e sangue scorrono nel suo corpo e gridano preghiere a Dio. Frei si è associato a coloro che hanno ascoltato il lamento del Maestro. Insieme con tanti “lascados” Lency ha tentato di fare scendere Gesù dalla croce.

Trovo che questo libro è una delle testimonianze più vive, più forti e più persuasive della Chiesa dei poveri, onore della nostra Chiesa brasiliana e faro che illumina il cammino di tanti che, compassionevoli e solidali, vogliono ma non sempre possono seguire la stessa opzione.

Ma questa opzione è lì per dimostrare che il Vangelo dei “lascados” è vivo. Può essere vissuto nella radicalità con cui l’ha vissuto Francesco di Assisi, attuata da Francesco di Roma. Il suo messaggio è talmente di sfida che nessun editore ha avuto il coraggio evangelico di pubblicarlo. Ma “habent sua fata libelli” dicevano gli antichi: “i libri, quelli veri, hanno un loro destino”.

Il libro è completato da scritti di un altro che si è identificato con la popolazione afrodiscendente, frei David Raimundo Santos, che apre scuole e prepara gli studenti per l’università.

Frei Lency non è più visibile tra noi, anche se è sempre presente. Lui sta con i suoi lascados che lo hanno preceduto nella gloria. Finalmente sta con il Resuscitato, che non ha nascosto le sue piaghe di “lascado”. Dopo tante lotte, frei Lency non è morto: ha ascoltato la chiamata di Dio che gli ha sussurrato: «Mio caro figlio, Lency, come ti stavo aspettando! Tu vieni stanco e con il tuo corpo a pezzi. Adesso starai con me e ti porterò alla fonte dell’eterna giovinezza dove tutti i tuoi fratelli e sorelle “lascados” ti stanno aspettando. E come un’aquila che rinnova tutto il suo corpo, rivivrai. Più ancora, risusciterai per restare eternamente con noi, con quei “miei fratelli e sorelle minori nei quali io stavo presente e che tu mi hai servito e che adesso non soffrono più, e non piangono né si lamentano più perché tutto è passato».

“Vieni, mio caro figlio. Vieni perché io ti sto aspettando da sempre. Hai compiuto la tua missione come la mia quando andavo pellegrinando tra i poveri e “Lascados” della Palestina. Vieni, rimani con noi per sempre per tutti tempi che non avranno fine nel nuovo Cielo e nella nuova Terra dove non ci saranno più “lascados”, perché tutti saranno fratelli e sorelle, miei cari figli e figlie care”.

Leonardo Boff

amico, fratello, confratello
Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

STERZATA PERICOLOSA

L’iniziativa dell’amministrazione Dilma Roussef di fare un conguaglio fiscale ed economico di chiaro stampo neoliberale, allineato agl’interessi delle grandi corporazioni multinazionali, ai latifondisti nazionali, ai fondi di pensione, alle banche private e ad altri enti finanziari, ha tutta l‘aria di una sterzata pericolosa per il futuro politico del nostro paese.

L’alternativa che si imponeva, avendo sostenitori di ambo i lati, era la seguente: o continuare con la volontà di reinventare il Brasile, con un progetto su nuove basi, sostenuto dalla nostra cultura, dalle nostre ricchezze naturali (estremamente importanti dopo la costatazione che i beni naturali non rinnovabili sono un tot limitato e che il sistema Terra è squilibrato), progetto questo difeso brillantemente dallo scienziato politico Louis Gonzaga de Souza Lima, in un libro che fino ad oggi non ha avuto l’attenzione che meritava: A refundação do Brasil: rumo a una società biocentrada (RiMa, São Carlos, SP 2011); oppure ci sottomettiamo alla logica imperiale che ci vuole soci, incorporati, subalterni, in una specie di ricolonizzazione, che ci obbliga a essere soltanto fornitori di prodotti in natura (commodities, granaglie, minerali, acqua virtuale ecc.) che essi non posseggono e di cui hanno bisogno urgente.

Il primo realizzerebbe il sogno maggiore di coloro che hanno pensato il Brasile veramente indipendente, da Joaquim Nabucco fino a Darcy Ribeiro e Luiz Gonzaga de Souza Lima e alla maggioranza dei movimenti sociali di stampo libertario. Questi sempre hanno nutrito il progetto di nazione autonoma, sovrana e aperta al mondo intero.

Il secondo accetta con rassegnazione il più forte insieme alla logica hegheliana del “Signore e del servo” e conferisce immensi vantaggi alle classi tradizionalmente beneficiate e che hanno voltato le spalle alle grandi maggioranze, ormai abbandonate alla loro povertà e miseria: gli indigeni quasi sterminati, in neri schiavizzati e colonizzati per quattro secoli.

Finora ha prevalso questa seconda alternativa. Con la vittoria democratica di coloro che venivano dal basso, dal PT e soci, si potrebbe sperare la ripresa del sogno di un altro Brasile con le trasformazioni che sarebbero implicite: riforma politica, tributaria, agraria, urbana e ambientalistica. Ma niente di questo è avvenuto.

C’è stata, a dire il vero, e è importante riconoscerlo, una politica di ridistribuzione di reddito, un aumento dei salari, politiche sociali che direttamente hanno beneficiato 36 milioni di brasiliani che stavano ai margini. Ma un progetto di sviluppo fatto in base al consumo e alla produzione, non poteva non raggiungere i suoi limiti e alla fine svuotarsi. È stato quello che purtroppo è avvenuto. Abbiamo perso un’opportunità storica unica, vuoi per mancanza di visione strategica di lungo corso, vuoi per l’urgenza di dare il minimo ai milioni di esclusi. In ogni caso, la storia, che non è lineare, non ha l’abitudine di ripetersi e non c’è stato lo scatto necessario per il nuovo o inaudito fattibile.

Adesso stiamo affondando nella palude di una megacrisi che alcuni credono sia la maggiore della nostra storia (Cid Benjamin), perplessi e con soluzioni che difficilmente garantiscono un buon futuro alla maggioranza dei brasiliani. Nubi scure coprono il nostro orizzonte. Saremo dunque nuovamente obbligati a ripetere quelle cose che non sono riuscite nel passato e che adesso si mostrano non essere giuste nemmeno nei paesi che hanno portato in gestazione l’attuale sistema di produzione, distribuzione, consumo e di rapporto predatorio con la natura? Il paradigma della modernità si è esaurito quanto a capacità di presentare alternative.

C’è un timore abbastanza generalizzato che consiste nel fatto che siamo forzati a seguire lo strano consiglio dato dal tanto lodato Lord Keynes per uscire dalla grande depressione degli anni 30 del secolo passato:

«Per almeno 100 anni dobbiamo simulare davanti a noi stessi e davanti a qualsiasi altra persona che quello che è bello è sporco e quello che è sporco è bello perché lo sporco è utile, il bello non lo è. L’avarizia, l’usura, il sospetto devono essere i nostri “dèi” perché sono loro che potranno guidarci fuori dal tunnel della necessità economica in direzione della luce del giorno… Dopo verrà il ritorno ad alcuni dei principi più sicuri e certi della religione e delle virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, che l’usura è un crimine e che l’amore per il denaro è detestabile» (Economic possibilities of our Gran-Children).

Qualcosa di simile pensano i responsabili della crisi del 2008, perché continuano a propagare che greed is good, che «l’avarizia è buona». Per chi? Non per milioni di affamati, disoccupati, emarginati o per gli esclusi dall’attuale sistema produttivistico, consumistico, individualistico e cinico ma vantaggioso per un pugno di miliardari che controllano grande parte dei flussi finanziari del mondo.

Viene a proposito la frase di Martin Heidegger pubblicata dopo morte con un riferimento al destino della nostra civiltà che ha dimenticato l’Essere (o fondamento ultimo che sostiene tutte le cose) e si è perso negli enti (il senso immediato e consumabile): «Soltanto un Dio potrà salvarci» (nur ein Gott kann uns noch retten).

Il Dio della tradizione giudeo-cristiana è un Dio Salvatore e liberatore degli oppressi, “un sovrano amante della vita” (Sap. 11,24). Crediamo e speriamo che non permetta questa volta che la vita debba avere la peggio.

Leonardo Boff, A grande trasformação, Vozes, Petropolis 2014.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia