Filemone e Bauci, ospitalità verso il gli haitiani: quanto umana è la nostra società?

Centinaia e centinaia di haitiani, vittime di un terremoto devastatore, cercano ospitalità in Brasile passando attraverso lo Stato di Acre. Questo dramma è un test di quanto umana è o no la nostra società.

Non vogliamo limitarci soltanto agli haitiani, ma ai tanti – proprietari, indigeni, abitanti dei quilombos e altri – che sono stati cacciati dalle loro terre, per l’avanzata dell’agro industria o sloggiati da un palazzo della OI come recentemente a Rio de Janeiro e che hanno dovuto cercare rifugio nella piazza della cattedrale della città. Organismi dell’ONU ci informano che esistono nel mondo più di 100 milioni di rifugiati, a causa di guerre per problemi di fame o per il clima o per altre cause simili.. Quali Abrami c’è in giro in cerca di chi accolga questi profughi ? E quante navi respinte al largo vagano per i mari in mezzo a ogni tipo di necessità e sconforto.

Basti ricordare i rifugiati dell’Africa che arrivano all’isola italiana di Lampedusa. Hanno ricevuto la solidarietà di Papa Francesco, che in quell’occasione ha fatto le più dure critiche alla nostra civiltà sia per l’insensibilità sia per aver perso la capacità di piangere sulle disgrazie dei suoi simili. Tutti questi soffrono per mancanza di ospitalità e di solidarietà.

In Brasile, sui giornali ma specialmente sulle reti sociali si è sviluppata un’accanita polemica su come trattare gli haitiani disperati e depauperati che stanno arrivando in Brasile. Il governatore dello Stato di Acre, Tiao Diana, ha dimostrato profonda sensibilità e ospitalità , ma ha perso il controllo della situazione nonostante che avesse messo a disposizione tutti i mezzi di uno Stato povero. Alla fine . ha dovuto chiedere soccorso al governo centrale. Ma si è beccato vergognose ingiurie da molta gente nelle reti sociali e sul Twitter. A questo punto riconosciamo quanto disumani e spietati si può arrivare a essere. Nemmeno rispettano l’aurea regola universale di non desiderare di essere trattati a quel modo, nel caso che un giorno venissero a trovarsi in situazioni analoghe.

Secondo il noto biologo Humberto Maturana, tali persone regrediscono a uno stadio pre- umano, alla pari degli attuali scimpanzé che sono societari ma autoritari e non sempre praticano la reciprocità.

È in questo contesto che la virtù dell’ospitalità raggiunge un rilievo particolare. L’ospitalità – dice il filosofo Kant nel suo ultimo libro «La Pace Perpetua» (1795) – è la prima virtù di una repubblica mondiale. È un diritto e un dovere di tutti, perché tutti siamo figli e figlie della stessa Terra. Abbiamo il diritto di circolare per il mondo, di ricevere e di offrire ospitalità.

Uno dei più bei miti greci si riferisce all’ospitalità. Due vecchietti molto poveri, Filemone e Bauci, avevano dato ospitalità a Giove e a Ermes travestiti da miseri viandanti per provare quanta ospitalità ancora restava sulla Terra. Furono respinti da tutti. Ma vennero calorosamente accolti dai buoni vecchietti che offersero loro il poco che avevano. Quando le divinità si spogliarono dei loro stracci e mostrarono la loro gloria, trasformarono la baracca in uno splendido tempio. I buoni vecchietti si prostrarono in segno di rispetto. Le divinità chiesero loro di esprimere un desiderio, che sarebbe stato prontamente accolto. Come se si fossero messi d’accordo prima, tutti e due dissero che volevano continuare a stare nel tempio ricevendo i pellegrini e che alla fine della loro vita, dopo tanto lungo amore, potessero morire insieme. E Furono esauditi. Filemone fu trasformato in un’enorme quercia e Bauci in una frondosa pianta di gelso. I rami si intrecciarono tra di loro su in cima e così rimasero fino al giorno d’oggi come raccontano i viandanti . E se ne trasse una lezione che ha attraversato tutte le tradizioni. Chi accoglie un povero ospita Dio in persona.

L’ospitalità esige una buona volontà incondizionata per accogliere chi ha bisogno e chi si trova in grande sofferenza.

Essa esige pure l’ascolto attento dell’altro, più con il cuore che con le orecchie per captare le sue angustie e speranze.

Essa esige d’altra parte un’accoglienza generosa, senza preconcetti di colore, religione e condizione sociale. Evitare tutto quello che fa sentire indesiderati e estranei.

Comporta dialogare apertamente per captare la loro storia di vita e i rischi che hanno passato e come sono arrivati fin qua.

Responsabilizzarsi coscientemente insieme con altri perché trovi un luogo dove dormire e un lavoro per guadagnarsi il pane.

L’ospitalità è uno dei criteri di base dell’umanesimo di una civiltà. La nostra viene segnata purtroppo da preconcetti di lunga tradizione, da nazionalismi, xenofobia e da vari fondamentalismi. Tutti questi sbattono le porte in faccia agli immigrati invece di aprirle, e , compassionevoli, condividere il loro dolore.

È in questo spirito che l’ospitalità verso i nostri fratelli e sorelle haitiani deve essere vissuta e testimoniata. Qui si mostra se siamo veramente un popolo cordiale e accogliente, aperto a tutti e quanto siamo cresciuti nella nostra umanità e quanto abbiamo migliorato la nostra civiltà.

Leonardo Boff ha scritto Hospitalidade; direito e dever di todos, Vozes, Petropolis, 2005.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

 

La hospitalidad a los haitianos: ¿cuán humana es nuestra sociedad?

El drama de cientos y cientos de haitianos, víctimas del devastador terremoto, que, vía el Estado de Acre, buscan hospitalidad en Brasil, representa un test de lo humana que es o no es nuestra sociedad. No quiero restringirme solo a los haitianos sino a tantas personas que son expulsadas de sus tierras, poseros, indígenas, quilombolas y otros, por el avance del agronegocio o desalojados, como recientemente del local de la OI en Rio de Janeiro, que tuvieron que refugiarse en la plaza de la Catedral de la ciudad. Organismos de la ONU nos informan de que existen en el ¡ mundo más de cien millones de refugiados, ya sea por guerras, por situación de hambre, por problemas climáticos y otras causas similares. Cual Abrahanes andan por ahí buscando quien los acoja. Y cuántos barcos son rechazados teniendo que vagar por los mares en medio de todo tipo de necesidades y desesperanzas.

Basta recordar a los refugiados de África que llegan a la isla italiana de Lampedusa. Recibieron la solidaridad del Papa Francisco, que en esa ocasión hizo las más duras críticas a nuestra civilización por ser insensible y haber perdido la capacidad de compadecerse de la desgracia de sus semejantes. Todas estas personas padecen por falta de hospitalidad y de solidaridad.

En Brasil, en los periódicos y especialmente en los medios sociales, se desató una fuerte polémica sobre cómo tratar a los haitianos desesperados y depauperados que están llegando a nuestro país. El Gobernador de Acre, Tião Viana, mostró profunda sensibilidad y hospitalidad al acogerlos, hasta el punto de, con los escasos medios de un estado pobre, no poder resolver la situación. Tuvo que pedir socorro al Gobierno Central. Pero ha sido insultado por muchos de manera descarada en las redes sociales y en twitter. Aquí nos damos cuenta de cuan inhumanos y sin piedad pueden ser algunos. No respetan la regla de oro universal de no desear ser tratado de esa forma si se encontrasen un día en una situación semejante. Según el notable biólogo Humberto Maturana, tales personas retroceden a un estadio pre-humano, al nivel en el que se encuentran hoy los chimpancés que son societarios pero autoritarios, no siempre practicando siempre la mutualidad.

En este contexto la virtud de la hospitalidad gana especial relevancia. La hospitalidad, dijo el filósofo Kant en su último libro La Paz Perpetua (1795): es la primera virtud de una república mundial. Es un derecho y un deber de todos, pues todos somos hijos e hijas de la misma Tierra.

Tenemos el derecho de circular por ella, de recibir y de ofrecer hospitalidad.

Uno de los más bellos mitos griegos se refiere a la hospitalidad. Dos viejitos muy pobres, Baucis y Filemón, dieron acogida a Júpiter y a Hermes que se disfrazaron de andariegos miserables para probar cuanta hospitalidad quedaba en la Tierra. Fueron rechazados por casi todos, pero cálidamente acogidos por esta pareja de viejitos que les ofrecieron lo poco que tenían. Cuando las divinidades se deshicieron de sus trapos y mostraron su gloria, transformaron la choza en un espléndido templo. Los viejitos se prostraron en reverencia. Las divinidades les dijeron que hiciesen un pedido que sería prontamente atendido. Como si lo hubiesen combinado previamente, ambos dijeron que querían seguir en el templo recibiendo a los peregrinos y que al final de su vida ambos, después de tan largo amor, pudiesen morir juntos. Y fueron escuchados. Filemón fue transformado en un enorme carbayo y Baucis en una frondosa morera. Sus ramas se entrelazaron en lo alto y así siguen hasta el día de hoy, como cuentan los que pasan por allí. Y se sacó una lección que pasó a lo largo de todas las tradiciones: quien acoge a un pobre hospeda al propio Dios.

La hospitalidad exige una buena voluntad incondicional para acoger al necesitado y al que se encuentra en gran sufrimiento.

Exige también escuchar atentamente al otro, más con el corazón que con los oídos, para captar su angustia y su esperanza.

Exige además una acogida generosa, sin prejuicios de color, de religión ni de condición social. Evitar todo aquello que lo haga sentir un indeseado y un extraño.

Es importante dialogar abiertamente para captar su historia de vida, los peligros que pasó y cómo llegó hasta aquí.

Responsabilizarse conscientemente junto con otros para que encuentre un lugar donde vivir y un trabajo para ganare la vida.

La hospitalidad es uno de los criterios básicos del humanismo de una civilización. La nuestra está marcada lamentablemente por prejuicios de larga tradición, por nacionalismos, por xenofobia y por varios fundamentalismos. Todos estos cierran las puertas a los inmigrantes en vez de abrírselas y, compasivos, compartir su dolor.

En este espíritu debe ser vivida y testimoniada la hospitalidad con nuestros hermanos y hermanas haitianos. Aquí se demuestra si somos verdaderamente un pueblo de cordialidad y de acogida abierta a todos, cuánto hemos crecido en nuestra humanidad y mejorado nuestra civilización.

Leonardo Boff ha escrito Hospitalidad: derecho y deber de todos, Sal Terrae, Santander, 2005.

Traducción de Mª José Gavito Milano

O tempo das utopias mínimas viáveis

Não é verdade que vivemos tempos pós-utópicos. Aceitar esta afirmação é mostrar uma representação reducionista do ser humano. Ele não é apenas um dado que está ai fechado, vivo e consciente, ao lado de outros seres. Ele é também um ser virtual. Esconde dentro de si virtualidades ilimitadas que podem irromper e concretizar-se. Ele é um ser de desejo, portador do princípio esperança (Bloch), permanentemente insatisfeito e sempre buscando novas coisas. No fundo, ele é um projeto infinito, à procura de um obscuro objeto que lhe seja adequado.

É desse transfundo virtual que nascem os sonhos, os pequenos e grandes projetos e as utopias mínimas e máximas. Sem elas o ser humano não veria sentido em sua vida e tudo seria cinzento. Uma sociedade sem uma utopia deixaria de ser sociedade, lhe faltaria um fator de coesão interna, um rumo definido pois afundaria no pântano dos interesses individuais ou corporativos. O que entrou em crise não são as utopias, mas certo tipo de utopia, as utopias maximalistas vindas do passado.

Os últimos séculos foram dominados por utopias maximalistas. A utopia iluminista que universalizaria o império da razão contra todos os tradicionalismos e autoritarismos. A utopia industrialista de transformar as sociedades com produtos tirados da natureza e da invenções técnicas. A utopia capitalista de levar progresso e riqueza para todo mundo. A utopia socialista de gerar sociedades igualitárias e sem classes. As utopias nacionalistas sob a forma do nazifascismo que, a partir de uma nação poderosa, de “raça pura”, redesenharia a humanidade, impondo-se a todo mundo. Atualmente a utopia da saúde total, gestando as condições higiênicas e medicinais que visam a imortalidade biológica ou o prolongamento da vida até a idade das céculas (cerca de 130 anos). A utopia de um único mundo globalizado sob a égide da economia de mercado e da democracia liberal. A utopia de ambientalistas radicais que sonham com uma Terra virgem e o ser humano totalmente integrado nela.

Essas são as utopias máximalistas. Propunham o máximo. Muitas deles foram impostas com violência ou geraram violência contra seus opositores. Temos hoje distância temporal suficiente para nos confirmar que estas utopias maximalistas frustraram o ser humano. Entraram em crise e perderam seu fascínio. Dai falarmos de tempos pós-utópicos. Mas o pós se refere a este tipo de utopia maximalista. Elas deixaram um rastro de decepção e de depressão, especialmente, a utopia da revolução absoluta dos anos 60-70 do século passado como a cultura hippy e seus derivados.

Mas a utopia permanece porque pertence ao ânimo humano. Hoje a busca se orienta pelas utopias minimalistas, aquelas que, no dizer de Paulo Freire, realizam o “possível viável” e fazem a sociedade “menos malvada e tornam menos difícil o amor”. Nota-se por todas as partes a urgência latente de utopias do simples melhoramento do mundo. Tudo o que nos entra pela muitas janelas de informação nos levam a sentir: assim como o mundo está não pode continuar. Mudar e se não der, ao menos melhorar.

Não pode continuar a absurda acumulação de riqueza como jamais houve na história (85 mais ricos possuem rendas correspondentes a 3,57 bilhões de pessoas, como denunciava a ONG Oxfam intermón em janeiro deste ano em Davos). Para esses, o sistema econômico-financeiro não está em crise; ao contrário, oferece chances de acumulação como nunca antes na história devastadora do capitalismo. Há que se pôr um freio à verocidade produtivista que assalta os bens e serviços da natureza em vista da acumulação, produz gases de efeito estufa que alimenta o aquecimento global. Se não for detido, poderá produzir um armagedon ecológico.

As utopias minimalistas, a bem da verdade, são aquelas que vêm sendo implementadas pelo governo atual do PT e seus aliados com base popular: garantir que o povo coma duas ou três vezes ao dia, pois o primeiro dever de um Estado é garantir a vida dos cidadãos; isso não é assistencialismo mas humanitarismo em grau zero. São os projeto “minha casa-minha vida”, “luz para todos”, o aumento significativo do salário mínimo, o “Prouni” que permite o acesso aos estudos superiores a estudantes socialmente menos favorecidos, os “pontos de cultura” e outros projetos populares que não cabe aqui elencar.

Na perspectiva das  grandes maiorias, são verdadeiras utopias mínimas viáveis: receber um salário que atenda as necessidades da família, ter acesso à saúde, mandar os filhos à escola, conseguir um transporte coletivo que não lhe tire tanto tempo de vida, contar com serviços sanitários básicos, dispor de lugares de lazer e de cultura e com uma aposentadoria digna para enfrentar os achaques da velhice.

A consecução destas utopias mínimas  cria a base para utopias mais altas: que tenhamos uma verdadeira democracia participativa de base popular, aspirar que os povos se abracem na fraternidade, que não se guerreiem, se unam todos para preservar este pequeno e belo planeta Terra, sem o qual nenhuma utopia máxima ou mínima pode ser projetada. O primeiro ofício do ser humano é viver livre de necessidades e gozar um pouco do reino da liberdade. E por fim poder dizer: “valeu a pena”.

Leonardo Boff escreveu: Virtudes para um outro mundo possivel, 3 vol. Vozes 2005.

Dom Tomás Balduino, bispo emérito de Goiás Velho, foi um dos grandes profetas e pastores que Deus enviou à Igreja do Brasil. Junto com outro profeta, pastor e poeta Dom Pedro Casaldaliga fundou a Comissão Indigenista Missionária (CIMI) e a Comissão Pastoral da Terra (CPT). Foram os amigos e defensores de indígenas, posseiros, migrantes e das vítimas do assalto que o Capital brasileiro e internacional faz sobre nossas florestas, sobre nossa biodiversidade e especialmente sobre os habitantes que por incontáveis gerações habitaram essas terras. Se queremos preservar a Amazônia precisamos preservar os filhos e filhas da floresta. Eles conhecem esse mapa como nós manejamos um catálogo telefônico. Dom Tomás partiu para a Terra sem Males. De lá acompanhará o povo brasileiro mais esquecido e desvalido: indios, posseiros, negros e pobres. Reproduzimos aqui um artigo da Comissão Pastoral da Terra (CPT) que realça o alto valor que Dom Tomás tinha para todo o pais e para essa gente empobrecida que ele tanto amou e que foi tanto amado por ela:  LBoff

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O adeus a Dom Tomás Balduino

O adeus a Dom Tomás Balduino, bispo emérito da cidade de Goiás (GO) e fundador da Comissão Pastoral da Terra (CPT).

 

Durante três dias milhares de pessoas se despediram de Dom Tomás e assumiram continuar as causas que ele defendia e as lutas que ele apoiava.

“Não nos deixem sozinhos!” clamou uma indígena Krahô durante celebração no velório de Dom Tomás Balduino, falecido na última sexta-feira, 02 de maio. O pedido dirigido sobretudo à Igreja, estende-se também aos amigos, amigas, militantes, admiradores e admiradoras de Dom Tomás.

Foi uma fala que reafirmou e reforçou a fala dos demais indígenas durante as últimas homenagens ao bispo fundador da CPT e do CIMI, “a luta dele continuará através de todos nós!”. Não foram poucas as homenagens e mensagens vindas das mais diversas partes desse nosso país e do mundo. Também não foram poucas as celebrações  que relembraram e reafirmaram o compromisso de dar continuidade às lutas encampadas e defendidas por Dom Tomás.

Bispo da reforma agrária, dos indígenas, dos povos do campo e das florestas, dos pobres do Brasil e de toda a América Latina. Assim era conhecido e reconhecido.  Para os amigos era, simplesmente, Tomás. De sorriso largo, cheio de simplicidade, Dom Tomás será sempre lembrado por sua proximidade com os povos que o admiravam. As Igrejas, os povos indígenas e os camponeses fizeram cada qual a seu jeito sua despedida. A família, os amigos, a família dominicana da mesma forma o fizeram. Como foi sua vida e caminhada, não poderia deixar de ser a sua despedida, plural e diversa, ecumênica e profética, forte e revolucionária.

Plantado na Catedral da Cidade de Goiás está seu corpo, pelo mundo continuará ressoando sua voz pela libertação do povo da terra, por justiça social e por uma sociedade mais justa e igualitária.

“Direitos humanos não se pede de joelhos, exige-se de pé!”

Assim proclamou Dom Tomás. Batizado Paulo, escolheu por nome Tomás quando tornou-se religioso dominicano. Desde a década de 1950 atuava próximo aos povos indígenas e aos camponeses, quando foi nomeado superior da missão dos dominicanos na Prelazia de Conceição do Araguaia, no Pará. Sempre ávido por mais informações e conhecimento, decidiu estudar linguística indígena, em um curso na Universidade Nacional de Brasília (UNB), onde aprendeu a língua dos índios Xicrin, dos grupos Bacajá e Kayapó. Também diante da necessidade e das dificuldades em percorrer grandes extensões territoriais entre os estados do Pará, Mato Grosso e Goiás, fez curso de piloto de avião, e amigos italianos o presentearam com um teco-teco vermelho. Avião esse que poderia contar inúmeras histórias sobre a seriedade e os cuidados de Dom Tomás ao pilotar, sobre as visitas às aldeias indígenas da Amazônia, algumas vezes levando médicos para cuidar da saúde dos índios, e sobre aqueles e aquelas cujas vidas Dom Tomás salvou ao tirá-los do alvo das ameaças da ditadura militar.

Apesar do delicado estado de sua saúde, a notícia de sua morte pegou a todos de surpresa. Pois até o fim manteve uma lucidez impressionante, pedindo inclusive aos que o cercavam apoio para redigir algumas contribuições que ele queria enviar para serem incorporadas ao documento da terra em debate na 52ª Assembleia Geral dos Bispos do Brasil, que ainda acontece em Aparecida (SP)  da qual sonhava participar. Continuava a se preocupar com o povo pobre, dizendo que precisávamos, também, ajudar os andarilhos e moradores de rua desse país. Povo muito sofrido, conforme suas palavras. Deixava claro que ainda queria lutar, e que tinha muito a fazer e contribuir na busca por um mundo mais justo.

A tristeza de sua partida, que tomou conta de todos e todas que o conheceram,   não foi maior que a certeza de que Dom Tomás viveu em plenitude e deixou muitos frutos.

As milhares de pessoas que passaram pelo velório e celebrações, na cidade de Goiânia, na Igreja São Judas Tadeu, ao encargo da família dominicana, entre os dias 3 e 4 de maio, e na cidade de Goiás, na tarde do dia 4 e manhã do dia 5 de maio, são provas disso. Dom Tomás foi recebido na cidade de Goiás por cerca de 40 indígenas das etnias Apinajé, Krahô, Krahô-Kanela, Xerente, Tapuia e Karajá, vindos dos estados do Tocantins e de Goiás. O corpo entrou na catedral de Nossa Senhora de Santana pelas mãos dos indígenas, que realizaram os rituais conforme seus costumes. O rosto de Dom Tomás recebeu a pintura de urucum e um grande cocar foi colocado no caixão, acima de sua cabeça.

Dom Tomás foi sepultado na catedral de Goiás, levando junto bandeiras dos movimentos sociais camponeses, de sindicatos e organizações que receberam o apoio de Dom Tomás. Ele era o mestre e inspirador das lutas, mas também sabia ser rígido e crítico quando era necessário. Da mesma forma o fez com governantes e partidos políticos, mesmo com aqueles que em algum momento apoiou, mas que em decorrência de sua atuação, ou da sua não atuação, achou por bem criticar e cobrar. As mesmas críticas ele estendeu à Igreja, ou melhor, às igrejas, que se afastavam do compromisso evangélico de estar ao lado do povo pobre e injustiçado.

Dom Tomás continua vivo nas lutas do povo pobre da terra de todo o mundo. Sua voz ecoa no grito do camponês e do indígena que exigem terra para trabalhar e a preservação de seus territórios. Seus ensinamentos continuam presentes nas Igrejas que promovem o povo oprimido. Seu coração continua a pulsar naqueles que se organizam, naquelas que lutam, nas fileiras em marcha por esse país, seguindo bandeiras de um mundo mais justo.