“Senza spiritualità non salveremo la vita sulla Terra”

Leonardo Boff

Confini

di Pierluigi Mele

spiritualità5

Pubblichiamo, per gentile concessione, questo intervento di Leonardo Boff, ecoteologo brasiliano, sulla spiritualità della Terra.
In tempi di grandi crisi, disastri naturali e ora con l’epidemia di Coronavirus, gli esseri umani lasciano emergere ciò che è nella loro essenza: solidarietà, cooperazione, cura reciproca e per l’ambiente circostante, e la spiritualità.
Abbiamo sentito Michail Gorbaciov agli incontri per l’elaborazione della Carta della Terra, proprio lui ex-capo di Stato e considerato ateo per essere comunista: “o svilupperemo una spiritualità con nuovi valori, centrata sulla vita e sulla cooperazione, oppure non ci sarà soluzione per la vita nella terra”.
Questa pandemia significa un appello a questa spiritualità salvifica. Come dice la Carta della Terra: “Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio.[…] Questo richiede una trasformazione del cuore e della mente, un rinnovato senso di interdipendenza globale e di responsabilità universale […]”. Solo così si raggiunge uno stile di vita sostenibile.
Viviamo in un’emergenza ecologica planetaria. La Laudato Sì di Papa Francesco giustamente ci ha avvertito: “Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. […] Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi […]” (n.161).
Questi avvertimenti rafforzano l’urgenza di una spiritualità della Terra. Essa richiede un nuovo paradigma, presentato da Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti (2020): dobbiamo smettere di immaginarci padroni (dominus) della natura per essere di fatto fratelli e sorelle (frater, soror). Se non facciamo questo cammino, vale questo avvertimento: “nessuno si salva da solo, […] ci si può salvare unicamente insieme” (n. 32).
In funzione di questa comune missione, si è stabilita una collaborazione e articolazione tra due famiglie religiose con le loro tradizioni spirituali, amichevoli con il creato, la vita, i più indigenti: i francescani con il Servizio Inter-francescano per la Giustizia, Pace ed Ecologia della Conferenza della Famiglia Francescana del Brasile e i Gesuiti con l’Osservatorio Luciano Mendes de Almeida, la Rete di Giustizia socio-ambientale dei Gesuiti e il Movimento Cattolico Globale per il Clima, attraverso i programmi brasiliani MAGIS e FAJE.
Le spiritualità e i valori di ciascuna di queste due tradizioni possono ispirarci nuovi modi di prenderci cura dell’eredità sacra che l’evoluzione e Dio ci hanno donato, la Terra, la Magna Mater degli antichi, la Pachamama degli Andini e la Gaia dei moderni.
Nella sua enciclica sull’ecologia integrale Laudato Si, Papa Francesco presenta San Francesco come “l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani”. (n.10). San Francesco aveva un cuore universale. Per lui qualunque creatura era sorella, unita a lui da vincoli di affetto; per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste…finanche le erbe selvatiche che dovevano avere il loro posto nell’orto di ogni convento dei frati.
Per Sant’Ignazio di Loyola, grande devoto di San Francesco, questo essere povero significava più che un esercizio ascetico, ma una spoliazione di tutto per essere più vicini agli altri e costruire con loro la fraternità. Essere poveri per essere più fratello e sorella.
Per i primi compagni di Sant’Ignazio, la vita in povertà, individuale e comunitaria, ha sempre accompagnato la cura dei poveri, parte essenziale del carisma gesuita. E San Francesco viveva queste tre passioni: Cristo crocifisso, i più poveri e la natura. Chiamava tutte le creature, anche il lupo feroce di Gubbio, con il dolce nome di fratelli e sorelle.
Entrambi intravedevano Dio in tutte le cose. Come ha magnificamente espresso Sant’Ignazio: “Trovare Dio in tutte le cose e vedere che tutte le cose provengono dall’alto”. E diceva inoltre, in linea con lo spirito di San Francesco: «Non è il tanto sapere che sazia e soddisfa l’anima, quanto il sentire e assaporare le cose interiormente». Puoi assaporare tutte le cose interiormente solo se le ami veramente e ti senti unito ad esse. In San Francesco abbondano affermazioni simili.
Tali modi di vivere e relazionarsi sono fondamentali se vogliamo reinventare un modo amichevole, riverente e premuroso verso la Terra e la natura. Da lì nascerà una civiltà bio-centrica. Come afferma la Fratelli tutti, fondata su una “politica della tenerezza e della gentilezza”, “sull’amore universale e sulla fratellanza senza confini”, sull’interdipendenza tra tutti, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sulla cura per tutto ciò che esiste e vive, soprattutto con i più indifesi.
Il Covid-19 è un segno che la Madre Terra ci invia per assumere la nostra missione che il Creatore e l’universo ci hanno affidato: “proteggere e curare il Giardino dell’Eden”, cioè della Madre Terra (Gn 2,15). Se insieme, questi due Ordini, i francescani e i gesuiti, in associazione con altri, si proporranno di realizzare questo sacro proposito, daranno un segnale che non tutto del Paradiso terrestre è andato perduto. Ciò comincia a crescere dentro di noi e si espande fuori di noi, facendo veramente della Madre Terra la vera e unica Casa Comune in cui possiamo vivere insieme nella fraternità, nell’amore, nella giustizia, nella pace e nella gioiosa celebrazione della vita. Sono sogni? Sì, sono i Grandi Sogni, necessari, che anticipano la realtà futura.

Leonardo Boff, ecoteologo della famiglia francescana (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

The principle of compassion and the Covid-19

                                            Leonardo Boff

Through Covdi-19 Mother Earth is moving a counterattack against humanity as a reaction to the overwhelming attack it has been suffering for centuries. It is simply defending itself. Covif-19 is also a sign and a warning to us: we cannot wage war on her as we have done up to now, for she is destroying the biological basis that sustains her and all other life forms, especially human life. We have to change, otherwise it might send us even more lethal viruses, perhaps even an indefensible one against which we could do nothing. Then we would be as a species seriously endangered. It is not without reason that Covid-19 has struck only humans, as a warning and a lesson. It has already led millions to their deaths, leaving a via-sacra of suffering to millions more, and a lethal threat that could strike everyone else.

The cold numbers hide a sea of suffering for lives lost, loves broken, and projects destroyed. There are not enough tissues to wipe away the tears of the dear relatives or friends who have died and who have not been able to say a final goodbye, or even to celebrate their mourning and accompany them to the grave.

As if the suffering produced for a great part of humanity by the prevailing capitalist and neoliberal system, fiercely competitive and uncooperative, was not enough. It has allowed the richest 1% to personally own 45% of all global wealth, while the poorest 50% get less than 1%, according to a recent report by Crédit Suisse. Let’s listen to the person who best understands capitalism in the 21st century, the Frenchman Thomas Piketty, referring to the Brazilian case. Here, he says, we have the highest concentration of income in the world; the Brazilian millionaires, among the richest 1%, are ahead of the oil millionaires of the Middle East. No wonder the millions of marginalized and excluded that this disastrous inequality produces.

Again the cold numbers cannot hide the hunger, the misery, the high mortality of children and the devastation of nature, especially in the Amazon and other biomes, implicated in this process of plundering natural wealth.

But at this moment, by the intrusion of the coronavirus, humanity is crucified and we hardly know how to take it down from the cross. It is then that we must activate in all of us one of the most sacred virtues of the human being: compassion. It is attested in all peoples and cultures: the ability to put oneself in the place of another, to share their pain and thus alleviate it. 

The greatest Christian theologian, Thomas Aquinas, points out in his Summa Theologica that compassion is the highest of all virtues, because it not only opens the person to the other person, but it opens the person to the weakest and most in need of help. In this sense, he concluded, it is an essential characteristic of God.

translatorWe refer to the principle of compassion and not simply to compassion. The principle, in a deeper (philosophical) sense, means an original and essential disposition, generating a permanent attitude that is translated into acts but is never exhausted in them.It is always open to new acts. In other words, the principle has to do with something belonging to human nature. For this is how the English economist and philosopher Adam Smith (1723-1790) could put it in his book on the Theory of Ethical Sentiments: even the most brutal and anti-communitarian person is not immune to the power of compassion.

Modern reflection has helped us to rescue the principle of compassion. It has become increasingly clear to critical thinking that the human being is not only structured on intellectual-analytical reason, which is necessary to account for the complexity of our world. There is something deeper and more ancestral in us, which appeared more than 200 million years ago when mammals burst into the evolution: the sensitive and cordial reason, which means the capacity to feel, to affect and be affected, to have empathy, sensitivity, and love.

We are rational but essentially sensitive beings. In fact, we build the world on emotional ties that make people and situations precious and valuable. We do not only inhabit the world through work, but through empathy, care and love. This is the place of compassion.

The one who has worked better than us Westerners is Buddhism. Compassion (Karuná) is articulated in two distinct and complementary movements: total detachment and essential care.detachment means letting the other be, not framing him, respecting his life and destiny. Caring for him implies never leaving him alone in his suffering, getting affectively involved with him so that he can live better by bearing his pain more lightly.

The terrible thing about suffering is not so much the suffering itself, but the loneliness in suffering. Compassion consists in not leaving the other alone. It means to be with him, to feel his suffering and anguish, to tell him words of comfort and to give him an affectionate hug.

Today, those who suffer, cry and are discouraged by the tragic fate of life need this compassion and this deep humanitarian sensitivity that is born of sensitive and cordial reason. The words spoken that seem so ordinary gain a new sound, reverberate inside the heart and bring serenity and raise a small ray of hope that everything will pass. The departure was tragic, but the arrival in God is blessed.

The Judeo-Christian tradition testifies to the greatness of compassion. The God of Jesus and Jesus himself show himself to be especially merciful, as revealed in the parables of the Good Samaritan (Luke 10:30-37) and the Prodigal Son (Luke 15:11-32).

More than ever before, in the face of the devastation wrought by Covid-19 on the entire population, without exception, it becomes urgent to live compassion with the suffering as our most human, sensitive and solidary side.

Leonardo Boff wrote with Werner Müller the book Compassion & Care Principle, Vozes 2009; Covid-19 Mother Earth Strikes Back at Humanity, Vozes 2020.

O princípio compaixão e o Covid-19

                                            Leonardo Boff

Através do Covdi-19 a Mãe Terra está movendo um contra-ataque à humanidade como reação ao avassalador ataque que vem sofrendo já há séculos.Ele simplesmente está se defendendo. O Covif-19  é igualmente um sinal e uma advertência que nos envia: não podemos fazer-lhe uma guerra como temos feito até agora, pois está destruindo as bases biológicas que a sustenta e sustenta também todas as demais formas de vida, especialmente, a humana. Temos que mudar, caso contrário nos poderá enviar vírus ainda mais letais, quem sabe, até um indefensável contra o qual nada poderíamos. Então estaríamos como espécie seriamente ameaçados. Não é sem razão que o Covid-19 atingiu apenas os seres humanos, como aviso e lição. Já  levou  milhões à morte, deixando uma via-sacra de sofrimentos a outros milhões e uma ameaça letal que pode atingir a todos os demais.

Os números frios escondem um mar de padecimentos por vidas perdidas, por amores destroçados e por projetos destruídos. Não há lenços suficientes para enxugar as lágrimas dos familiares queridos ou dos amigos mortos, dos quais não puderam dizer um último adeus,nem sequer celebrar-lhes o luto e acompanhá-los à sepultura.

Como se não bastasse o sofrimento produzido para grande parte da humanidade pelo sistema capitalista e neoliberal imperante, ferozmente competitivo e nada cooperativo. Ele permiitu que 1%  dos mais ricos possuísse pessoalmente 45% de toda a riqueza global enquanto os 50% mais pobres ficasse com menos de 1%, segundo relatório recente do Crédit Suisse. Ouçamos aquele que mais entende de capitalismo no século XXI, o francês Thomas Piketty referindo-se ao caso brasileiro. Aqui, afirma, verifica-se a maior concentração de renda do mundo; os milionários brasileiros, entre o 1% dos mais ricos, ficam à frente do milionários do petróleo do Oriente Médio. Não admira os milhões de marginalizados e excluídos que esta nefasta desigualdade produz.

Novamente os números frios não podem esconder a fome, a miséria, a alta mortandade de crianças e devastação da natureza, especialmente na Amazônia e em outros biomas, implicada nesse processo de pilhagem de riquezas naturais.

Mas nesse momento, pela intrusão do coronavírus, a humanidade está crucificada e mal sabemos como baixá-la da cruz. É então que devemos ativar em todos nós uma das mais sagradas virtudes do ser humano: a compaixão. Ela é atestada em todos  os povos e culturas: a capacidade de colocar-se no lugar do outro, compartilhar de sua dor e assim aliviá-la. 

O maior teólogo cristão, Tomás de Aquino, assinala na sua Suma Teológica que a compaixão é a mais elevada  de todas as virtudes, pois não somente abre a pessoa para a outra pessoa senão que a abre para a mais fraca e necessitada de ajuda. Neste sentido, concluía, é uma característica essencial de Deus.

bReferimo-nos ao princípio compaixão e não simplesmente à compaixão. O princípio, em sentido mais profundo (filosófico) significa uma disposição originária e essencial, geradora de uma atitude permanente que se traduz em atos mas nunca se esgota neles.Sempre está aberta a novos atos. Em outras palavras, o princípio tem a ver com algo pertencente à natureza humana. Porque é assim podia dizer o economista e filósofo inglês Adam Smith (1723-1790) em seu livro sobre a Teoria dos Sentimentos Éticos: até a pessoa mais brutal e anticomunitária não está imune à força da compaixão.

A reflexão moderna nos ajudou a resgatar o princípio compaixão. Foi ficando cada vez mais claro para o pensamento crítico que o ser humano não se estrutura somente sobre a razão intelectual-analítica, necessária para darmos conta da complexidade de nosso mundo. Vigora em nós, algo mais profundo e ancestral, surgido há mais de 200 milhões de anos quando irromperam na evolução os mamíferos: a razão sensível e cordial.Ela significa  a capacidade de sentir, de afetar e ser afetado, de ter empatia, sensibilidade  e amor.

Somos seres racionais mas essencialmente sensíveis. Na verdade, construimos o mundo a partir de laços afetivos.Tais laços  fazem com que as pessoas e as situações sejam preciosas e portadoras de valor. Não apenas habitamos o mundo pelo trabalho senão pela empatia, o cuidado e a amorosidade. Este é o lugar da compaixão.

Quem trabalhou melhor que nós ocidentais foi o budismo. A compaixão (Karuná) se articula em dois movimentos distintos e complementares: o desapego total e o cuidado essencia. Desapego significa deixar o outro ser, não enquadrá-lo, respeitar sua vida e destino. Cuidado por ele, implica nunca deixá-lo só em seu sofrimento, envolver-se afetivamente com ele para que possa viver melhor carregando mais levemente sua dor.

O terrível do sofrimento não é tanto o sofrimento em si, mas a solidão no sofrimento. A compaixão consiste em não deixar o outro só. É estar junto com ele, sentir seus padecimentos e angústias, dizer-lhe palavras de consolo e dar-lhe um abraço carregdo de afeto.

Hoje os que sofrem, choram e se desalentam com o destino trágico da vida, precisam desta compaixão e desta profunda sensibilidade humanitária que nasce da razão sensível e cordial. As palavras ditas que parecem corriqueiras ganham outro sonido, reboam dentro do coração e trazem serenidade e suscitam um pequeno raio de esperança de que tudo vai passar. A partida foi trágica mas a chega em Deus é bem-aventurada.

A tradição judaico-cristã testemunha a grandeza da compaixão. Em hebraico é “rahamim” que significa “ter entranhas”, sentir o outro com profundo sentimento.Mais que sentir é identificar-se com o outro.O Deus de Jesus e Jesus mesmo mostram-se especialmente misericoridios como se revela nas parábolas do bom samaritano (Lc 10,30-37) e do filho pródigo(Lc 15,11-32).Curiosamente, neste parábola, a virada se dá não no filho pródigo que volta mas no pai que se volta para o filho pródigo.

Mais no que nunca antes, face a devastação feita pelo Covid-19 em toda a população,sem exceção, faz-se urgente viver a compaixão com os sofredores como o nosso lado mais humano, sensível e solidário.

 Leonardo Boff escreveu com Werner Müller o livro Princípio compaixão&cuidado, Vozes 2009; Covid-19 A Mãe Terra contra-ataca a humanidade, Vozes 2020.

Sin espiritualidad no salvaremos la vida en la Tierra

Leonardo Boff*

En momentos de grandes crisis, de desastres naturales y ahora con la epidemia del coronavirus, los seres humanos dejan salir a la superficie aquello que está en su esencia como humanos: la solidaridad, la cooperación, el cuidado de unos a otros y de su entorno y la espiritualidad.

En los encuentros para la elaboración de la Carta de la Tierra oímos de boca de Mijaíl Gorbachov, justamente de él considerado ateo por ser comunista y jefe de Estado: o desarrollamos una espiritualidad con nuevos valores, centrados en la vida y en la cooperación o no habrá solución para la vida en la Tierra.

Esta pandemia es un llamamiento a esa espiritualidad salvadora. Como dice la Carta de la Tierra: “Como nunca antes en la historia, el destino común nos convoca a un nuevo comienzo… Esto requiere un cambio en la mente y en el corazón; requiere un nuevo sentido de interdependencia global y de responsabilidad universal… solo así se llega a un modo sostenible de vida” (Conclusión).

Estamos viviendo una emergencia ecológica planetaria. Acertadamente nos alertó la Laudato Sì del Papa Francisco (2015): “Las previsiones catastróficas ya no se pueden mirar con desprecio e ironía. El ritmo de consumo, de desperdicio y de alteración del medio ambiente ha superado las posibilidades del planeta, de tal manera que el estilo de vida actual, por ser insostenible, sólo puede terminar en catástrofes” (n.161).

Esta advertencias refuerzan la urgencia de una espiritualidad de la Tierra. Ella demanda un nuevo paradigma, presentado por el Papa Francisco en su última encíclica Fratelli tutti (2020): debemos dejar de imaginar que somos los dueños (dominus) de la naturaleza para poder ser de hecho hermanos y hermanas (frater, soror). Si no hacemos esta transformación habra que tener presente esta advertencia: “nadie se salva solo, únicamente es posible salvarse juntos” (n. 32).

En función de esa misión común se ha establecido una colaboración y una articulación entre dos familias religiosas, con sus tradiciones espirituales, amigables con la creación y la vida de los más destituidos: los franciscanos con el Servicio Interfranciscano de Justicia, Paz y Ecología de la Conferencia de la Familia Franciscana de Brasil y los jesuitas con el Observatorio Luciano Mendes de Almeida, la Red de Justicia socioambiental de los Jesuitas y el Movimiento Católico Global por el Clima, sumándoseles como compañeros el centro juvenil MAGIS, y la Facultad Jesuita de Filosofía y Teología (FAJE).

Las espiritualidades y los valores de cada una de estas dos tradiciones nos podrán inspirar nuevas formas de cuidar la herencia sagrada que la evolución y Dios nos han entregado, la Tierra, la Magna Mater de los antiguos, la Pachamama de los andinos y la Gaia de los modernos.

En su encíclica de ecología integral Laudato Si, el Papa Francisco presenta a San Francisco “como el ejemplo por excelencia de todo lo que es débil y de una ecología integral, vivida con alegría y autenticidad. Es el santo patrono de todos los que estudian y trabajan en torno a la ecología, amado también por muchos que no son cristianos” (n.10). Y dice todavía más: “Corazón universal, para él cualquier criatura era una hermana, unida a él con lazos de cariño. Por eso se sentía llamado a cuidar todo lo que existe… hasta de las hierbas silvestres que debían tener su lugar en el huerto” de cada convento de los frailes (n.11.12).

Para San Ignacio de Loyola, gran devoto de San Francisco, ser pobre significaba más que un ejercicio ascético, un despojamiento de todo para estar más próximo a los otros y construir con ellos fraternidad. Ser pobre para ser más hermano y hermana.

Para los primeros compañeros de San Ignacio la vida en pobreza, individual y comunitaria, siempre acompañó el cuidado de los pobres, parte esencial del carisma jesuítico. Y San Francisco vivía estas tres pasiones: a Cristo crucificado, a los pobres más pobres y a la naturaleza. Llamaba a todas las criaturas, hasta al feroz lobo de Gubbio, con el dulce nombre de hermanos y hermanas.

Ambos vislumbraban a Dios en todas las cosas. Como lo expresó bellamente San Ignacio: “Encontrar a Dios en todas las cosas y ver que todas las cosas vienen de lo alto”. Y decía más, muy en la línea del espíritu de San Francisco: “No es el mucho saber lo que sacia el alma, sino el sentir y saborear internamente as cosas”. Sólo puede saborear internamente todas las cosas si las ama verdaderamente y se siente unido a ellas. En San Francisco abundan afirmaciones semejantes.

Tales modos de vida y de relacionarse son fundamentales si queremos reinventar una forma amigable, reverente y cuidadosa de la Tierra y la naturaleza. De ahí nacerá una civilización biocentrada. Como afirma la Fratelli tutti, fundada en una “política de la ternura y de la gentileza”, “en el amor universal y en la fraternidad sin fronteras”, en la interdependencia entre todos, en la solidaridad, la cooperación y el cuidado de todo lo que existe y vive, especialmente de los más desprotegidos.

La Covid-19 es una señal que la Madre Tierra nos envía para que asumamos la misión que nuestro Creador y el universo nos han confiado de “proteger y cuidar el Jardín del Éden”, es decir, de la Madre Tierra (Gn 2,15). Si juntos, estas dos Órdenes de los franciscanos y los jesuitas, asociados a otros, se proponen realizar este sagrado propósito, darán una señal de que no se ha perdido todo del Paraíso terrenal. Él empieza a crecer dentro de nosotros y se expande hacia fuera de nosotros, haciendo, de verdad, de la Madre Tierra, la verdadera y única Casa Común en la cual podremos vivir juntos en fraternidad, amorosidad, justicia y paz y alegre celebración de la vida. ¿Son sueños? Sí, son los Grandes Sueños, necesarios, que anticipan la realidad futura.

*Leonardo Boff, ecoteólogo, por parte de la familia franciscana.

Traducción de Mª José Gavito Milano