La soluzione alla crisi del Brasile non è allineare con gli Stati Uniti

L’attuale processo di globalizzazione rivela, a mio avviso, due tendenze fondamentali: la globalizzazione monopolare egemonizzata dagli Stati Uniti, sostenuta dalle grandi società economico-finanziarie. Segnata dall’omogeneizzazione di tutto. Detto in un linguaggio ordinario, sarebbe un hamburguerizazzione del mondo: lo stesso hamburger, con la stessa ricetta, consumato negli Stati Uniti, in Russia, in Giappone, in Cina e in Brasile.

L’altra tendenza è multipolare, prevede diversi poli di potere, con diversi centri decisionali ma tutti all’interno della stessa Casa Comune, unica, complessa, minacciata di rovina. La Cina egemonizza questa tendenza.

Il monopolare predomina. “L’America first” di Trump significa “solo America”. Solo lei, dicono, ha interessi globali e si arroga il diritto di intervenire laddove tali interessi sono minacciati o possono essere estesi, sia attraverso guerre dirette o delegate, come Trump voleva fare con il Brasile nella crisi del Venezuela, senza considerare patti e leggi internazionali.

La strategia statunitense, radicalizzata dopo l’attacco alle Twin Towers, è quella di garantire in primo luogo la sua egemonia globale attraverso i mezzi di distruzione di massa (possono uccidere il mondo intero) e poi per mezzo dell’economia capitalista e dell’ideologia (Hollywood gioca un grande ruolo in questo), che è una forma di guerra morbida (guerra ambigua) ma efficace per conquistare la mente e il cuore attraverso la via simbolica e attraverso l’immaginario, sotto il presunto segno della democrazia e dei diritti umani.

Ma il grande mezzo di dominazione è l’economia capitalista neoliberista. Questa deve essere imposta a tutti (la Cina è stata presa da essa per rafforzarsi economicamente). Questo viene fatto attraverso le grandi società globalizzate e i loro alleati nazionali. Questa è la grande arma, perché l’altra, la guerra, funziona da deterrente e da spaventapasseri, in quanto può distruggere tutti, compreso chi la usa.

Chi vince la corsa della innovazione tecnologica, in particolare quella militare ma anche quella economica, raggiungerà l’egemonia mondiale.

Cosa c’entra tutto questo con l’attuale situazione politica ed economica in Brasile? C’entra completamente. Con il presidente Jair Bolsonaro è stata fatta una chiara opzione per l’allineamento senza restrizioni e senza contropartita con le strategie statunitensi di egemonia mondiale.

Negli alti livelli militari e nelle élite ricche, viene fatto il seguente ragionamento: non abbiamo la possibilità di essere una grande nazione, sebbene abbiamo tutte le condizioni oggettive per esserlo. Siamo arrivati tardi e non abbiamo partecipato al piccolo gruppo che decide le strategie del mondo. Siamo stati una colonia e ci è stata imposta una ricolonizzazione per fornire materie prime naturali (commodities) ai paesi avanzati. È necessario aderire al più forte, in questo caso gli Stati Uniti, come partner aggregato con i vantaggi economici concessi al gruppo transnazionale selezionato che supporta questa opzione. Qui è mancata un’intelligenza più indipendente per cercare un percorso adeguato in relazione dialettica con i grandi poteri attuali.

Le grandi maggioranze povere non contano. Sono zeri economici. Producono poco e non consumano quasi nulla. Dalla dipendenza passano alla inconsistenza.Pero bisogna dire che esatamente questi ultimi costituiscono il punto centrale della Teologia della Liberazione.

Qual è il cambiamento che si è verificato in Brasile negli ultimi anni? La gerarchia superiore dell’esercito, i generali che hanno truppe sotto il loro comando (questi sono quelli che contano) avrebbero abbracciato questa tesi. Avrebbero lasciato in disparte il progetto di una nazione autonoma. La sicurezza, di cui sono responsabili, ora sarebbe garantita dagli Stati Uniti con il loro apparato militare e le loro oltre 800 basi militari sparse in tutto il mondo. Questa adesione implica anche l’incorporazione dell’economia liberale (tra i nostri ultraliberali) e della democrazia rappresentativa, anche se a bassa intensità.

Con l’attuale Presidente, il Brasile è stato occupato dai militari. L’ex capitano, nominato capo di stato, è il capo visibile di questo progetto, impiantato bruscamente in Brasile. Per questa conduzione è necessario indebolire tutto ciò che ci rende un paese-nazione: l’industria deve rallentare e essere sostituita dalle importazioni; le istituzioni democratiche e nazionali, devono essere mantenute, ma rese inefficienti; le università pubbliche sminuite e scorporate, per dare spazio al quelle private, associate alle grandi aziende, perché queste hanno bisogno di quadri formate da loro per poter lavorare.

Le piccole lotte interne tra l’astrologo della Virginia, Il brasiliano Olavo de Carvalho, astrologo, guru di Bolsonaro), e l’esercito sono irrilevanti. Entrambi hanno lo stesso progetto base di adesione agli Stati Uniti e al neoliberismo, ma con una differenza. Gli “olavisti” sono rozzi, scortesi, con linguaggio volgare. I militari procedono con un’aria di educazione e civiltà perché vogliono ispirare fiducia, ma hanno lo stesso progetto base. Anche la stessa adesione agli Stati Uniti. Rassegnati, ammettono che nella nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina dobbiamo optare per gli Stati Uniti o essere inghiottiti dalla Cina, rinunciando così a una via indipendente e sovrana in mezzo alle tensioni tra le grandi potenze.

Vedo due vie, tra le altre, di confronto:

La  viaecologica: siamo tutti dentro l‘antropocene, era in cui l’essere umano sta rapidamente destabilizzando l’intero sistema di vita e il sistema Terra. I saggi e gli scienziati ci avvertono che, se non cambiamo, possiamo conoscere un disastro ecologico/sociale che può distruggere gran parte della biosfera e della nostra civiltà. Così il sistema capitalista stesso e la sua cultura perderebbero le loro basi di appoggio. I sopravvissuti dovrebbero pensare a un piano Marshall globale per salvare ciò che rimane della civiltà e ripristinare la vitalità della Madre Terra.

La via politica: una massiccia manifestazione popolare, uno tsunami di persone nelle strade, che protestano e respingono quel modello anti-umano e anti-vita. I generali si sentirebbero intrappolati dalle accuse di anti-patriottismo, causando una divisione interna tra coloro che sostengono le manifestazioni nelle strade e coloro che si oppongono ad esse. I politici aderirebbero lentamente perché non sarebbero in grado di vedere un’altra alternativa. In questo modo potrebbe nascere un movimento alternativo e contrario all’ordine corrente.

Ci potrebbe essere molta violenza da entrambe le parti. Un intervento americano non sarebbe da escludere, poiché i loro interessi sono globali, specialmente per quanto riguarda l’Amazzonia. Resta da vedere se la Russia e la Cina tollererebbero questo intervento. Il peggio che potrebbe accadere sarebbe creare una specie di Siria nel nostro territorio. Lo scenario è desolante ma non impossibile, si sa che ci sono falchi negli organi di sicurezza che non escludono tale possibilità.

Noi dobbiamo sostenere il percorso politico con i rischi che comporta. Non perdiamo l’opportunità di essere fiduciosi nelle nostre virtù, specialmente per quanto riguarda la ricchezza ecologica, e di essere importanti nel determinare il futuro dell’umanità e del pianeta vivente, la Terra.

La cosa più importante è presentare l’alternativa valida di un altro Brasile, indipendente e sovrano, con una giusta democrazia partecipativa, aperta al mondo e desiderosa, con il suo capitale di ricchezze naturali, di diventare la tavola imbandita per le carestie di tutto il mondo.

*Leonardo Boff è ecoteologo, filosofo e scrittore.

Traduzione di M. Gavito & S. Toppi

Paulo Guedes nos levará ao fundo do poço: Ivo Lesbaupin

Ivo Lesbaupin de Iser Assessoria é um conhecido deste blog, como sociólogo com excelentes e bem compreensíveis análises de conjutura. Publicamos esta pela sua clareza e por nos chamar a atenção das dramáticas políticas que estão sendo impostas ao país e principalmente aos trabalhadores e aos pobres. Não podemos largar a mão de um e de outro. Temos que resistir por um sentido humanitário, ético e patriótico. Lboff

*****************

Mas ele dizia isso para convencer os parlamentares de que é preciso aprovar a Reforma da Previdência proposta por ele. Se não, afundaremos mais ainda. E ele nada poderá fazer.

Anos atrás li um trabalho de Joseph Stiglitz, prêmio Nobel de economia, onde ele dizia que emprego e desemprego não são resultados fortuitos, imprevisíveis: o país gerará emprego (ou desemprego) dependendo da política econômica que adotar. Claro, tem de se levar em conta o contexto internacional, não há dúvida. Mas o que Stiglitz estava querendo dizer é que políticas de austeridade (ou de ajuste fiscal) produzem desemprego. E políticas anticíclicas, de investimento público, geram emprego.

Nós vimos isto ocorrer no governo FHC: políticas de ajuste fiscal que geraram enorme desemprego e, no período Lula, políticas de investimento público que produziram emprego, mesmo depois da crise internacional de 2008 (houve uma queda em 2009, mas depois retomou).

O país está à míngua?

Desculpem, como disse um sociólogo conhecido anos atrás, o Brasil não é um país pobre, é um país injusto. Temos, o Estado brasileiro tem, muitos recursos. Recolhe uma quantidade enorme de impostos, sobretudo dos pobres e da classe média e transfere a maior parte para os mais ricos.

Exemplo: 350 bilhões de reais, no mínimo, por ano, vão para o 1% mais rico, como pagamento de juros da dívida pública. Por que? Porque temos uma taxa de juros reais entre as mais altas do mundo: estamos em 7º lugar. Se tivéssemos uma taxa de 0% ou menos que zero, como Polônia, Estados Unidos, Japão, Grécia, não gastaríamos esta fortuna (só para os ricos). Quem decide estes juros altos recebidos pelos ricos? O governo. Então, primeira sugestão, ministro: reduza drasticamente a taxa de juros[i].

Assim, poderemos discutir a Reforma da Previdência sem medo de afundar.

A segunda coisa, segundo o economista Eduardo Fagnani, é que o Brasil abre mão de 350 a 400 bilhões por ano, em isenções fiscais. Quem decide isso? O governo. Neste caso, a sua pasta, Sr. Ministro.

Terceira coisa: ir atrás dos sonegadores. 500 bilhões por ano. A Receita Federal sabe quem são os maiores, quanto devem. É só querer cobrar.

E, por favor, taxem os juros e dividendos, que são recebidos apenas pelos mais ricos. A Estônia é o único país do mundo, além do Brasil, que comete esta injustiça (de não taxar os mais ricos). Por que o ministro não cobra do Congresso esta mudança?

Não esqueçamos: a economia de agora está ruim por causa da Dilma. “Errou tudo”. Errou, sim, alguma coisa, mas não tudo.

Errou, por exemplo, ao adotar, no segundo mandato, o ajuste fiscal. O desemprego voltou a crescer por causa disso (estava em 6,8% em 2014).

Mas, depois, a partir de meados de 2016, não foi ela: o governo Temer fez aprovar a PEC do Teto dos Gastos. Traduzindo: obrigou o Estado a reduzir investimentos em saúde e educação públicas – pelos próximos vinte anos -, o que aprofundou a recessão. Votou a Lei da Terceirização e, logo em seguida, a Reforma Trabalhista, que acabou com os direitos trabalhistas. A tal reforma, contrariamente ao que diziam, não gerou emprego, gerou mais desemprego.

O ministro Paulo Guedes interrompeu o ajuste fiscal? Interrompeu a política de austeridade? Não: está aprofundando o ajuste. Traduzindo: impedindo que o Estado invista mais, impedindo o crescimento econômico.

Se o Estado não investe, diria Stiglitz, não vai ter crescimento.

Sua política econômica, ministro, ao dar continuidade ao ajuste fiscal, está nos levando ao fundo do poço. Há cinco meses, só se fala em cortes. Não dos lucros dos banqueiros (que, este ano, já tiveram lucros maiores que no ano passado, no mesmo período). Cortes nas políticas públicas, na educação, na previdência. O desemprego está aumentando, o desalento também. E o governo nada faz para mudar esta direção. Sua única proposta até agora é fazer aprovar a reforma da previdência.

E todos sabemos que esta reforma não vai produzir crescimento. Se for aprovada este ano, só começará a ter efeitos no ano que vem. E, entre os efeitos, não haverá emprego. Haverá menos dinheiro nas mãos de muitas pessoas, que vão perder parte do que já ganhavam. Ou seja: o mercado interno vai ser reduzido, justamente um dos principais fatores da melhora da economia até 2014.

Sua outra proposta de política econômica é “privatizar tudo”. O Sr. quer deixar de receber os 70 bilhões de lucros produzidos por ano pelas nossas maiores empresas estatais e transferi-los para o setor privado. Que governo reclama que faltam recursos e joga fora os recursos que tem?

Ministro, todos sabemos o que deve ser feito para aumentar a receita da Previdência: crescimento econômico, aumento do emprego, aumento dos salários. Já vimos que há recursos para o Estado investir. Se houver emprego, haverá mais trabalhadores formais, mais gente pagando a Previdência. Vai ser muito bom.

Pare de destruir o país, por favor.

[i] Ver https://infinityasset.com.br/blog/wp-content/uploads/2019/05/rankingdejurosreais080519.pdf

La solución de la crisis no está en la alineación a los USA

El proceso actual de globalización revela, a mi modo de ver, dos tendencias básicas: la globalización monopolar hegemonizada por Estados Unidos, respaldados por las grandes corporaciones económico-financieras. Marcada por la homogeneización de todo. Dicho en un lenguaje pedestre, sería una hamburguerización del mundo: la misma hamburguer con la misma fórmula, consumida en USA, en Rusia, en Japón, en China y en Brasil.

La otra tendencia es multipolar, prevé varios polos de poder, con distintos centros decisorios pero todos dentro de la misma Casa Común, una, compleja, amenazada de ruina. China hegemoniza esta tendencia.

Predomina la monopolar. El “America first” de Trump significa “solo América”. Sólo ella, dicen, tiene intereses globales y se arroga el derecho de intervenir allí donde esos intereses están amenazados o pueden ser extendidos, ya sea mediante guerras directas o delegadas, como Trump pretendía con Brasil ante la crisis en Venezuela descondiderando contratos y leyes internacionales.

La estrategia de EEUU, radicalizada después del atentado a las Torres Gemelas, es garantizar su hegemonía mundial mediante los medios de destrucción masiva en primer lugar (pueden matar a todo el mundo) y después por la economía capitalista y por la ideología (Hollywood desempeña un gran papel en eso), que es una forma de guerra blanda (guerra híbrida) pero efectiva para conquistar mentes y corazones por la vía simbólica y por el imaginario, bajo el supuesto signo de la democracia y de los derechos humanos.

Pero el gran medio de dominación es la economía de carácter capitalista neoliberal. Esta tiene que ser impuesta a todo el mundo (China se dejó ganar por ella para fortalecerse económicamente). Esto se hace a través de las grandes corporaciones globalizadas y sus aliados nacionales. Esta es la gran arma, pues la otra, la bélica, funciona como disuasión y como un espantapájaros, pues puede destruir a todos, inclusive a quien la usa.

Quien gane la carrera de la innovación tecnológica, especialmente la militar pero también la económica, conseguirá la hegemonía mundial.

¿Qué tiene que ver todo esto con la actual situación política y económica de Brasil? Tiene todo que ver. Con el presidente Jair Bolsonaro se hizo una opción clara por la alineación irrestricta y sin contrapartida con las estrategias de hegemonía mundial de EEUU.

En los altos niveles militares y en las elites adineradas se esgrime el siguiente argumento: no tenemos ninguna posibilidad de ser una gran nación, aunque tengamos todas las condiciones objetivas para ello. Llegamos atrasados y no participamos del pequeño grupo que decide los caminos del mundo. Hemos sido colonia y se nos impone una recolonización para abastecer de materias primas naturales (commodities) a los países avanzados. Es forzoso incorporarse al más fuerte, en este caso los Estados Unidos, como socios agregados con las ventajas económicas concedidas al selecto grupo transnacionalizado que da sustentación a esta opción. Aqui faltó una inteligencia más soberana para buscar un camino propio en relación dialéctica con las grandes potencias actuales.

Las grandes mayorías pobres no cuentan. Son ceros económicos. Producen poco y no consumen casi nada. De la dependencia pasan a la prescindencia.

¿Cuál es el cambio que ha ocurrido en Brasil en los últimos años? La cúpula superior del ejército, los generales que tienen tropa a su mando (estos son los que cuentan) habrían abrazado esta tesis. Habrían dejado en segundo plano un proyecto de nación autónoma. La seguridad de la cual son responsables estaría garantizada ahora por EEUU con su aparato militar y sus más de 800 bases militares repartidas por todo el mundo. Esta adhesión implica también incorporar la economía de cariz liberal (entre nosotros ultraliberal) y la democracia representativa, aunque sea de baja intensidad.

Con el actual Presidente, Brasil ha sido ocupado por los militares. El ex capitán, hecho jefe de Estado, es la cabeza visible de este proyecto, implantado abruptamente en Brasil. Para esta diligencia se hace necesario debilitar todo lo que nos hace un país-nación: la industria debe entrar en un ritmo lento y ser sustituida por las importaciones; las instituciones con signos democráticos y nacionalistas, mantenidas, pero hechas ineficientes; las universidades públicas, desmontadas, para dar lugar a las privadas y asociadas a las grandes empresas, pues éstas necesitan cuadros formados en ellas para poder funcionar.

Las pequeñas peleas internas entre el astrólogo de Virginia y los militares son irrelevantes. Ambos tienen el mismo proyecto básico de adhesión a los Estados Unidos y al neoliberalismo pero con una diferencia. Los olavistas son toscos, rudos, con un lenguaje vulgar. Los militares acuden con aires de educación y de civismo queriendo inspirar confianza, pero tienen el mismo proyecto de base. Tambien son por la adhesión a los EEUU. Resignados, admiten que en la nueva guerra fría entre EEUU y China tenemos que optar por EEUU o ser tragados por China, renunciando así a un camino soberno en medio de las tensiones entre las grandes potencias.

Veo dos vías, entre otras, de enfrentamiento:

La vía ecológica: todos estamos dentro del antropoceno, era en la que el ser humano está desestabilizando aceleradamente todo el sistema-vida y el sistema-Tierra. Los sabios y científicos nos advierten que, si no cambiamos, podremos conocer un desastre ecológico social que puede destruir gran parte de la biosfera y de nuestra civilización. Así el propio sistema capitalista y su cultura perderían sus bases de sustentación. Los supervivientes tendrían que pensar en un plan Marshall global para rescatar lo que quedaría de la civilización y restaurar la vitalidad de la Madre

La vía política: una masiva manifestación popular, un tsunami de gente en las calles, protestando y rechazando ese modelo anti-pueblo y anti-vida. Los generales se sentirían atrapados por las acusaciones de anti-patriotismo, provocando una división interna entre los que apoyan a las calles y los que se resisten. Los políticos lentamente irían adhiriéndose porque no verían otra alternativa. De esta forma podría surgir un movimiento alternativo y contrario al orden vigente.

Podría haber mucha violencia en ambos lados. No sería descartable una intervención norteamericana, ya que sus intereses son globales, especialmente teniendo como objetivo la Amazonia. Queda por saber si Rusia y China tolerarían esta intervención. Lo peor que podría suceder sería crear una especie de Siria en nuestro territorio. El escenario es sombrío pero no imposible, se sabe que hay halcones en los órganos de seguridad que no descartan esa posibilidad.

A nosotros nos cabe secundar la vía política con los riesgos que implica. Hemos perdido la oportunidad de confist en nuestras virtualidades, especialmente en lo que concierne a la riqueza ecológica, de tener importancia en la determinación del futuro de la humanidad y del planeta vivo, la Tierra.

Lo más importante es presentar una alternativa viable de otro tipo de Brasil, soberano, con una democracia participativa, justo, abierto al mundo y dispuesto, por su capital natura, a ser la mesa puesta para las hambrunas del mundo entero.

*Leonardo Boff es ecoteólogo, filósofo y escritor.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Ecologia in frammenti: tutto è in relazione con tutto

L’ecologia è diventata il contesto generale di tutti i problemi, i progetti ufficiali e privati. Il futuro del nostro pianeta e della nostra civiltà è collegato ad esso. Da qui deriva la sua inevitabile importanza. O si cambia il nostro modo di abitare nella Casa Comune o possiamo affrontare drammatiche situazioni ecologiche e sociali, tra non molto. Qui ci sono frammenti di un discorso ecologico, parte di un Tutto più grande e ampio.

1. L’irrazionalità del nostro modo di vivere

Il modello della società e il significato della vita che gli esseri umani hanno progettato per se stessi, almeno negli ultimi 400 anni, sono in crisi.

Questo modello ci ha fatto credere che l’importante è accumulare un gran numero di mezzi di sostentamento, ricchezza materiale, beni e servizi per godere del nostro breve passaggio attraverso questo pianeta.

Per raggiungere questo scopo, siamo aiutati dalla scienza che conosce i meccanismi della natura e la tecnica che effettua interventi in essa per il benessere umano. Abbiamo provato a farlo con la massima velocità possibile.

In breve, si cerca il massimo beneficio con l’investimento minimo e nel minor tempo possibile.

L’essere umano, in questa pratica culturale, è inteso come un essere che domina sulle cose, disponendole a suo piacimento, mai come qualcuno che è con le cose, vivendo con loro come membro di una più ampia comunità planetaria e cosmica. L’effetto finale e triste, solo ora visibile in modo innegabile, è quello espresso in questa frase attribuita a Gandhi: “La Terra è sufficiente per tutti, ma non per i consumisti”.

Il nostro modello di civiltà è così assurdo che se i benefici accumulati dai paesi ricchi fossero generalizzati agli altri paesi, avremmo bisogno di altre quattro Terre uguali a quella che abbiamo.

Questo dimostra l’irrazionalità che questo modo di vivere implica. Ecco perché Papa Francesco nella sua enciclica “sulla cura della Casa Comune” richiede una radicale conversione ecologica e un consumo sobrio e solidale.

2. La natura è maestra

In tempi di crisi di civiltà come la nostra è imperativo consultare la fonte originale di tutto: la natura, la grande maestra. Cosa ci insegna? Lei ci insegna che la legge fondamentale della natura, dell’universo e della vita non è la competizione, che divide ed esclude, ma la cooperazione, che aggiunge e include.

Tutte le energie, tutti gli elementi, tutti gli esseri viventi, dai batteri e virus agli esseri più complessi, siamo tutti collegati tra loro e, quindi, siamo interdipendenti. Uno coopera con l’altro per vivere.

Una rete di connessioni ci avvolge su tutti i lati, rendendoci collaborativi e attenti. Piaccia o no, questa è la legge della natura e dell’universo. E grazie a questa rete di interdipendenze siamo arrivati fin qui.

Questa somma di energie e connessioni ci aiuta a uscire dalle crisi e a fondare un nuovo modello di civiltà. Ma ci chiediamo: siamo abbastanza saggi per affrontare situazioni critiche e rispondere a nuove sfide?

3. Tutto è in relazione con tutto

La realtà che ci circonda e di cui facciamo parte non dovrebbe essere pensata come una macchina ma come un organismo vivente, non come costituita da parti stagne, ma come sistemi aperti, che formano reti di relazioni.

In ogni essere e nell’intero universo prevalgono due tendenze fondamentali: l’una è affermarsi individualmente e l’altra è integrarsi in un tutto più grande. Se non ti auto-affermi, corri il rischio di sparire. Se non t’integri in un insieme più grande, si interrompe la fonte di energia, ti indebolisci e puoi anche scomparire”. È importante bilanciare queste due tendenze. Altrimenti, cadiamo nell’individualismo più feroce – l’autoaffermazione – o nel collettivismo più omogeneizzante –l’integrazione nel tutto.

Ecco perché dobbiamo sempre andare e venire dalle parti al tutto, dagli oggetti alle reti, dalle strutture ai processi, dalle posizioni alle relazioni.

La natura è, quindi, sempre co-creativa, co-partecipativa, collegata e ri-collegata a tutto e a tutti e principalmente alla Fonte Originale da cui tutti gli esseri hanno origine.

4. La fine è presente dall’inizio

La fine è già presente all’inizio. Quando i primi elementi materiali dopo il big bang iniziarono a formarsi e a vibrare insieme, fu già annunciata una fine: l’emergere dell’universo, uno e diversificato, ordinato e caotico, l’apparizione della vita e lo scoppio della coscienza.

Tutto si è mosso e interconnesso per iniziare la gestazione di un cielo futuro, che è stato iniziato qui sotto, come un piccolo seme, ed è cresciuto e cresciuto fino alla nascita alla fine dei tempi. Quel cielo, fin dall’inizio, è l’universo stesso e l’umanità che hanno raggiunto la loro pienezza e il loro compimento”.

Non c’è il cielo senza la Terra, né la Terra senza il cielo.

Se è così, invece di parlare della fine del mondo, dovremmo parlare di un futuro del mondo, della Terra e dell’Umanità che sarà poi il cielo di tutti e di tutto.

*Leonardo Boff, ecoteologo e filosofo, ha scritto: De onde vem? Mar de Ideias, Rio 2017.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi.