CRISI BRASILIANA E GEOPOLITICA MONDIALE

Non sarebbe corretto pensare la crisi brasiliana unicamente a partire dal Brasile, che sta inserito in equilibrio di forze mondiali all’interno di quella che è stata chiamata la nuova guerra fredda che coinvolge soprattutto gli Stati Uniti e la Cina. Lo spionaggio nordamericano, come ha rivelato Snowden, ha colpito la Petrobras e le riserve del Pré-sal e non ha risparmiato la presidentessa Dilma. Questo è parte della strategia del Pentagono di coprire tutti gli spazi secondo il motto: ”Un solo mondo, un solo impero”. Ecco alcuni punti da meditare.

Nel contesto globale c’è una crescita visibile della destra nel mondo intero, a partire dagli stessi Usa e dall’Europa. In America Latina si sta chiudendo un ciclo di governi progressisti che hanno alzato il livello sociale dei più poveri e hanno rafforzato la democrazia. Adesso sono travolti da una onda destrorsa che ha già trionfato in Argentina e sta facendo pressione su tutti i paesi sudamericani. Parlano, come noi, di democrazia ma, in realtà, vogliono renderla insignificante per dare spazio al mercato e all’internazionalizzazione dell’economia.

Il Brasile è il principale obiettivo e l’impeachment della presidentessa Dilma è soltanto un capitolo della strategia globale, soprattutto delle grandi corporazioni e del sistema finanziario articolato con i governi centrali. I grandi impresari nazionali vogliono tornare ai livelli di guadagno che avevano sotto le politiche neoliberali, anteriori a Lula. L’opposizione a Dilma e l’appoggio al suo impeachment esprime uno stile padronale. La Fiesp insieme con Skaf, la Firjan, le federazioni della Confcommercio di San Paolo, la Associazione Brasiliana dell’industria elettronica e elettrodomestici (Abinee), entità impresariali del Paranà, dello Spirito Santo, del Parà e molte altre reti impresariali stanno già in campagna aperta a favore dell’impeachment e a favore dell’interruzione del tipo di democrazia sociale impiantata da Lula – Dilma.

La strategia che ha fatto le prove contro la “primavera araba”, applicata nel Medio Oriente e adesso in Brasile e in America Latina in generale consiste nel destabilizzare i governi progressisti e allinearli alle strategie globali come soci esterni. E’ sintomatico che nel marzo del 2014 Emy Shay, un analista del JB Morgan abbia coordinato una tavola rotonda d’accordo con pubblicitari brasiliani legati alla macroeconomia neoliberale sul tema: “Come destabilizzare il governo Dilma”. Armimio Fraga, probabile ministro delle finanze in un eventuale governo post-Dilma viene da JB Morgan (cf. blog Juarez Guimarães “, perché i padroni vogliono il golpe”).

Noam Chomsky, Moniz Bandeira e altri ci hanno messi in guardia che gli Usa non tollerano che una potenza come il Brasile nell’atlantico sud abbia un progetto di autonomia, vincolato ai BRICS. Causa grande preoccupazione alla politica esterna nordamericana, la presenza crescente della Cina, il suo principale rivale, e paesi dell’America Latina e soprattutto il Brasile, uno dei suoi membri con una ricchezza ecologica senza pari.

Forse il nostro migliore analista di politica internazionale, Luiz Alberto Moniz Bandeira, autore del libro “La seconda guerra fredda-geopolitica e dimensione strategica degli Stati Uniti” (Civilização Brasileira 2013) e del libro di quest’anno “Il disordine internazionale” (della stessa editrice) ci aiuta a capire i fatti. Riporta particolari del comportamento USA: “non è solo la Cia… ma specialmente le ONG finanziate da denaro ufficiale e semiufficiale attraverso l’USAID, la National Endwoment for Democracy, attuano comprando giornalisti, allenando attivisti”. O “The Pentagon’s the new map for War & peace, denuncia le forme di destabilizzazione economica e sociale attraverso i mezzi di comunicazione, giornali, reti sociali, impresari e infiltrazioni di attivisti. Moniz Bandeira arriva ad affermare che “non esiste alcun dubbio che i giornali in Brasile, ricevono sussidi e che i giornalisti stanno al libro paga degli organi sopra citati e che molti poliziotti e commissari ricevono denaro dalla CIA direttamente sul loro conto“ (cf. Jornal GGN di Luis Nassif (09/03/2016). Non è difficile immaginar e quali siano questi giornali e i nomi di alcuni giornalisti totalmente allineati all’ideologia destabilizzatrice dei loro datori di lavoro.

Specialmente il Pre-sal, il secondo maggiore giacimento di petrolio e gas di tutto il mondo, è calcolato tra gli obiettivi globali. Il sociologo Adalberto Cardoso della USRJ, in intervista alla Fôlha di São Paulo del 26 aprile 2015 dice più esplicitamente: sarebbe ingenuità affermar che non vi sono interessi internazionali e geopolitici degli Usa, della Russia e dei Paesi Arabi. Si potrebbe avere un cambiamento nella Petrobras solo se ci fossero elezioni e il PSDB vincesse di nuovo. In questo caso la faremmo finita col monopolio dello sfruttamento, le regole cambierebbero. L’impeachment interessa solo le forze che vogliono cambiare la Petrobras, grandi compagnie del petrolio, agenti internazionali verrebbero a guadagnarci con l’uscita della Petrobras dallo sfruttamento del petrolio. Parte di questi agenti vuole buttar fuori Dilma.”

Non siamo davanti a un teoria di cospirazione, perché ormai sappiamo come agirono gli statunitensi nel golpe del 1964, infiltrandosi nei movimenti sociali e politici. Non è senza motivo che la Quarta Flotta Nordamericana nell’Atlantico Sud, è piazzata vicino alle nostre acque territoriali.

Dobbiamo arriva a renderci conto della nostra importanza nello scenario mondiale, resistere e lavorare a un rafforzamento della nostra democrazia, che rappresenti meno gl’interessi delle imprese e più le domande ormai scordate del nostro popolo nella costruzione, del nostro stesso cammino verso il futuro.

Leonardo Boff, scrittore e columnist JB on line.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

AMÉRICA LATINA: el final de un ciclo o el agotamiento del posneoliberalismo

AMÉRICA LATINA: el final de un ciclo o el agotamiento del posneoliberalismo de François Houtart. É um dos mais conhecidos sociólogos belgas vivendo no Equador. Por dezenas de anos acompanha a situação social e política da América Latina e formou um sem número de sociólogos latino-americanos e brasileiros. Em momentos de conturbação social em que as estrelas-guias se esconderam, é bom ouvir a voz de um sábio, já com mais de 90 anos sobre como compreender o rumo atual das coisas e para onde nos conduzem os caminhos da política no Continente e também no Brasil. Vale a pena meditar esse texto. Lboff

 **********************

América Latina fue el único continente donde las opciones neoliberales fueron adoptadas por varios países. Después de una serie de dictaduras militares, apoyadas por los Estados Unidos y portadoras del proyecto neoliberal, las reacciones no se hicieron esperar. La cumbre fue el rechazo en 2005 del Tratado de Libre Comercio con los Estados Unidos y Canadá, el resultado de la acción conjunta entre movimientos sociales, partidos políticos de izquierda, organizaciones no gubernamentales e iglesias cristianas.

Los gobiernos progresistas

Los nuevos gobiernos de Brasil, Argentina, Uruguay, Nicaragua, Venezuela, Ecuador, Paraguay y Bolivia, pusieron en marcha políticas restableciendo el Estado en sus funciones de redistribución de la riqueza, de la reorganización de los servicios públicos, en particular el acceso a la salud y a la educación y de inversiones en obras públicas. Se negoció una distribución más favorable del ingreso de las materias primas entre multinacionales y Estado nacional (petróleo, gas, minerales, productos agrícolas de exportación) y la coyuntura favorable, durante más de una década, permitió importantes ingresos para las naciones en cuestión.

Hablar sobre el final de un ciclo introduce la idea de un cierto determinismo histórico, lo que sugiere la inevitabilidad de alternancias de poder entre la izquierda y la derecha, concepto inadecuado si el objetivo es sustituir la hegemonía de una oligarquía por regímenes populares democráticos. Sin embargo, una serie de factores permiten sugerir un agotamiento de las experiencias post-neoliberales, partiendo de la hipótesis que los nuevos gobiernos fueron post-neoliberales y no poscapitalistas.

Obviamente, sería ilusorio pensar que en un mundo capitalista, en plena crisis sistémica y por lo tanto particularmente agresivo, el establecimiento de un socialismo “instantáneo ” es posible. Por cierto también existen referencias históricas sobre el tema. La NEP (Nueva Política Económica) en los años veinte en la URSS, es un ejemplo para estudiar de manera crítica. En China y en Vietnam, las reformas de Deng Xio Ping o del Doi Moi (renovación) expresan la convicción de la imposibilidad de desarrollar las fuerzas productivas, sin pasar por la ley del valor, es decir, por el mercado (que se supone el Estado debe regular). Cuba adopta, de forma lenta pero prudente a la vez, medidas para agilizar el funcionamiento de la economía, sin perder las referencias fundamentales a la justicia social y el respeto por el medio ambiente. Entonces se plantea la cuestión de las transiciones necesarias.

Un proyecto posneoliberal

El proyecto de los gobiernos “progresistas” de América Latina para reconstruir un sistema económico y político capaz de reparar los desastrosos efectos sociales del neoliberalismo, no fue una tarea fácil. La restauración de las funciones sociales del Estado supuso una reconfiguración de este último, siempre dominado por una administración conservadora poco capaz de constituir un instrumento de cambio. En el caso de Venezuela, es un Estado paralelo que se instituyó (las misiones) gracias a los ingresos del petróleo. En los demás casos, nuevos ministerios fueron creados y renovaron gradualmente a los funcionarios. La concepción del Estado que presidió al proceso fue generalmente centralizadora y jerarquizada (importancia de un líder carismático) con tendencias a instrumentalizar los movimientos sociales, el desarrollo de una burocracia a menudo paralizante y también la existencia de la corrupción (en algunos casos a gran escala).

La voluntad política por salir del neoliberalismo tuvo resultados positivos: una lucha efectiva contra la pobreza para decenas de millones de personas, un mejor acceso a la salud y la educación, inversiones públicas en infraestructura, en pocas palabras, una redistribución por lo menos parcial del producto nacional, considerablemente aumentado por el alza de los precios de las materias primas. Esto dio lugar a beneficios para los pobres sin afectar seriamente los ingresos de los ricos. Se añadieron a este panorama importantes esfuerzos a favor de la integración latinoamericana, creando o fortaleciendo organizaciones como el Mercosur, que reúne a unos diez países de América del Sur, UNASUR, para la integración del Sur del continente, la CELAC para el conjunto del mundo latino, más el Caribe y, finalmente, el ALBA, una iniciativa venezolana con unos diez países.

En este último caso, se trataba de una perspectiva de cooperación bastante novedosa, no de competencia, sino de complementariedad y de solidaridad, porque, de hecho, la economía interna de los países “progresistas” permaneció dominada por el capital privado, con su lógica de acumulación, especialmente en los sectores de la minería y el petróleo, las finanzas, las telecomunicaciones y el gran comercio y con su ignorancia de las “externalidades”, es decir los daños ambientales y sociales. Esto dio lugar a reacciones cada vez mayores por parte de varios movimientos sociales. Los medios de comunicación social (prensa, radio, televisión) se mantuvieron en gran medida en manos del gran capital nacional o internacional, a pesar de los esfuerzos hechos para rectificar una situación de desequilibrio comunicacional (Telesur y las leyes nacionales en materia de comunicaciones).

¿Qué tipo de desarrollo?

El modelo de desarrollo se inspiró en los años 60 del “desarrollismo”, cuando la Comisión Económica para América Latina de la ONU (CEPAL) propuso sustituir las importaciones por el aumento de la producción nacional. Su aplicación en el siglo XXI, en una coyuntura favorable de los precios de las materias primas, combinada con una perspectiva económica centrada sobre el aumento de la producción y una concepción de redistribución de la renta nacional sin transformación fundamental de las estructuras sociales (falta de reforma agraria por ejemplo) condujo a una “reprimarización” de las economías latinoamericanas y al aumento de la dependencia con respeto al capitalismo monopolista, yendo incluso hasta una desindustrialización relativa del continente.

El proyecto se transformó gradualmente en una modernización acrítica de las sociedades, con matices dependiendo del país, alguno, como Venezuela haciendo hincapié en la participación comunitaria. Esto dio lugar a una amplificación de consumidores de clase media de bienes del exterior. Se estimularon los megaproyectos y el sector agrícola tradicional fue abandonado a su suerte para favorecer la agricultura agroexportadora destructora de los ecosistemas y de la biodiversidad, incluso llegando a poner en peligro la soberanía alimentaria. Cero rastros de verdaderas reformas agrarias. La reducción de la pobreza en especial mediante medidas asistenciales (que también fue el caso de los países neo-liberales) apenas redujo la distancia social, siendo la más alta del mundo.

¿Se podría haber hecho de otra manera?

Uno puede preguntarse, por supuesto, si era posible haberlo hecho de otra manera. Una revolución radical hubiera provocado intervenciones armadas y los Estados Unidos disponen de todo el aparato necesario para ello: bases militares, aliados en la región, el despliegue de la quinta flota alrededor del continente, informaciones por satélites y aviones awak y han demostrado que intervenciones no estaban excluidas: Santo Domingo, bahía de cochinos en Cuba, Panamá, Granada.

Por otra parte, la fuerza del capital monopolista es de tal manera que los acuerdos hechos en los campos de petróleo, minería, agricultura, rápidamente se convierten en nuevas dependencias. Hay que añadir la dificultad de llevar a cabo políticas monetarias autónomas y las presiones de las instituciones financieras internacionales, sin hablar de la fuga de capitales hacia los paraísos fiscales, como lo demuestran los documentos de Panamá.

Por otra parte, el diseño de la formación de los líderes de los gobiernos “progresistas” y de sus consejeros era claramente el de una modernización de las sociedades, sin tener en cuenta logros contemporáneos, tales como la importancia de respetar el medio ambiente y asegurar la regeneración de la naturaleza, una visión holística de la realidad, base de una crítica de la modernidad absorbida por la lógica del mercado y finalmente la importancia del factor cultural. Curiosamente, las políticas reales se desarrollaron en contradicción con algunas constituciones bastante innovadoras en estas áreas (derecho de la naturaleza, “buen vivir”).

Los nuevos gobiernos fueron bien recibidos por las mayorías y sus líderes reelegidos en varias ocasiones con resultados electorales impresionantes. De hecho, la pobreza había disminuido notablemente y las clases medias se habían duplicado en peso en pocos años. Existía un verdadero apoyo popular. Por último, hay que añadir también que la ausencia de una referencia creíble “socialista”, después de la caída del muro de Berlín, no incitaba a presentar otro modelo que el post-neoliberal. El conjunto de estos factores sugieren que era difícil, objetiva y subjetivamente, esperar otro tipo diferente de orientación.

Las nuevas contradicciones

Sin embargo, esto explica una rápida evolución de las contradicciones internas y externas. El factor más dramático fue, obviamente, las consecuencias de la crisis del capitalismo mundial y, en particular, la caída, en parte planificadas, de los precios de las materias primas y en especial del petróleo. Brasil y Argentina fueron los primeros países en sufrir los efectos, pero rápidamente siguieron Venezuela y Ecuador, Bolivia resistiendo mejor, gracias a la existencia de importantes reservas de divisas. Esta situación afectó inmediatamente el empleo y las posibilidades consumistas de la clase media. Los conflictos latentes con algunos movimientos sociales y una parte de intelectuales de izquierda salieron a la luz. Las fallas del poder, hasta entonces soportadas como el precio del cambio y sobre todo en algunos países, la corrupción instalada como parte integrante de la cultura política, provocaron reacciones populares.

Obviamente la derecha se tomó esta situación para iniciar un proceso de recuperación de su poder y su hegemonía. Apelando a los valores democráticos que nunca había respetado, logró recuperar parte del electorado, sobre todo tomando el poder en Argentina, conquistando el parlamento en Venezuela, cuestionando el sistema democrático de Brasil, asegurándose la mayoría en las ciudades en Ecuador y en Bolivia. Trató de tomar ventaja de la decepción de algunos sectores, en particular de los indígenas y de las clases medias. También con el apoyo de muchas instancias norteamericanas y por los medios en su poder, trató de superar sus propias contradicciones, sobre todo entre las oligarquías tradicionales y los sectores modernos.

En respuesta a la crisis, los gobiernos “progresistas” adoptaron medidas cada vez más favorables a los mercados, hasta el punto de que la “restauración conservadora” que denuncian con regularidad, se introdujo subrepticiamente dentro de ellos mismos. Las transiciones se convierteron entonces en adaptaciones del capitalismo a las nuevas exigencias ecológicas y sociales (un capitalismo moderno) en vez de pasos hacia un nuevo paradigma poscapitalista (reforma agraria, apoyo a la agricultura campesina, tributación mejor adaptada, otra visión de desarrollo, etc.).

Todo esto no significa el final de las luchas sociales, al contrario. La solución radica, por una parte, en la agrupación de las fuerzas para el cambio, dentro y fuera de los gobiernos, para redefinir un proyecto y las formas de transición y por otra, en la reconstrucción de movimientos sociales autónomos con objetivos enfocados en el medio y largo plazo.

Quito, para Le Drapeau Rouge, Bruselas, No 56 (mayo-junio 2016)

Traducido por Pilar Castelano

La crise brésilienne et la géopolitique mondiale

RSS SyndicationTwitterFacebookFeedBurnerNetVibeseBuzz
La crise brésilienne et la géopolitique mondiale
Leonardo BOFF

Il serait erroné de penser la crise actuelle au Brésil uniquement à partir du Brésil. Cette crise s’intègre dans l’équilibre des forces mondiales qu’est la soi-disant nouvelle guerre froide impliquant principalement les Etats-Unis et la Chine. L’espionnage étasunien, comme l’a révélé Snowden, a atteint la Petrobras et les réserves du pré-sal et n’a pas épargné la présidente Dilma. Cela fait partie de la stratégie du Pentagone pour remplir tous les espaces sous le slogan « un monde, un empire ». Voici quelques points qui nous font réfléchir.

Dans le contexte général il y a une montée visible de la droite dans le monde, à partir des propres États-Unis et de l’Europe. En Amérique latine se clôt un cycle de gouvernements progressistes qui ont élevé le niveau social des plus pauvres et consolidé la démocratie. Ils sont maintenant en proie à une vague droitière qui a déjà triomphé en Argentine et qui met la pression sur tous les pays d’Amérique du Sud. Ils parlent, comme ici (au Brésil NdT), de la démocratie, mais veulent en réalité la rendre insignifiante pour faire régner le marché et l’internationalisation de l’économie.

Le Brésil en est la cible principale et l’impeachment de la présidente Dilma n’est qu’un épisode d’une stratégie globale, en particulier des grandes entreprises et du système financier, qu’articulent les gouvernements centraux. Les grands entrepreneurs nationaux veulent revenir au niveau des profits qu’ils avaient sous les politiques néolibérales, avant Lula. L’opposition à Dilma et le soutien à sa destitution est très clairement patronal. La Fiesp (Fédération des Insustries de São Paulo) avec Paulo Skaf, la Firjan (Fédération des Industries de Rio de Janeiro), la Fédération du Commerce de São Paulo, l’Association Brésilienne de l’Industrie Electronique et Appareils Electroménagers (Abinee), des entités commerciales des Etats du Paraná, de l’Espírito Santo, du Pará et de nombreux réseaux d’entreprises sont déjà en campagne ouverte pour l’impeachment et pour la fin de la démocratie sociale mise en place par les gouvernements Lula-Dilma.

La stratégie testée contre le « printemps arabe » et appliquée au Moyen-Orient et maintenant au Brésil et en Amérique latine en général est de déstabiliser les gouvernements progressistes afin de les aligner sur les stratégies globales en les transformant en partenaires. Il est symptomatique qu’en mars 2014, Emy Shayo, analyste chez JB Morgan, ait coordonné une table ronde avec des publicitaires brésiliens liés à la macroéconomie néolibérale sur le thème : « Comment déstabiliser le gouvernement Dilma ». Arminio Fraga, probable ministre des Finances dans un éventuel gouvernement post-Dilma, vient de JB Morgan (cf.blog Juarez Guimarães, « Pourquoi les employeurs veulent-ils le coup d’état ? »).

Noam Chomsky, Moniz Bandeira et d’autres ont averti que les Etats-Unis ne toléreraient pas une puissance comme le Brésil dans l’Atlantique Sud, ayant un projet d’autonomie, et liée aux BRICS. La grande préoccupation pour la politique étrangère américaine est la présence croissante de la Chine, son principal concurrent, dans les différents pays d’Amérique latine, et notamment au Brésil. Faire front au contre-pouvoir que représentent les BRICS implique d’attaquer et d’affaiblir le Brésil, l’un de ses membres détenteur d’une richesse écologique unique.

Notre meilleur analyste de la politique internationale, Luiz Alberto Moniz Bandeira, auteur de « La seconde guerre froide – géopolitique et dimension stratégique des Etats-Unis” (Civilização Brasileira 2013) et « Désordre international » (chez le même éditeur) peut nous aider à comprendre les faits. Il a apporté des détails sur la façon dont agissent les États-Unis : « Et pas seulement la CIA … spécialement les ONG financées par l’argent officiel et semi-officiel, tels l’USAID (National Endwoment for Democracy), qui achètent des journalistes et forment des militants ». La « Nouvelle Carte du Pentagone pour la Guerre & la Paix » définit les formes de déstabilisation économique et sociale à travers les médias, les journaux, les réseaux sociaux, les entrepreneurs et l’infiltration de militants. Moniz Bandeira en vient à dire : « Je ne doute pas qu’au Brésil les journaux sont soutenus financièrement … que des journalistes sont sur la liste des paiements des organismes ci-dessus et que de nombreux policiers et commissaires de police reçoivent de l’argent de la CIA directement sur leurs comptes bancaires » (cf Journal en ligne GGN Luis Nassif du 03/09/2016). Nous pourrions même imaginer facilement la liste de ces journaux et de certains journalistes, pleinement alignés sur l’idéologie déstabilisatrice de leurs patrons.

C’est surtout le pré-sal, le deuxième gisement de gaz et de pétrole au monde, qui est dans le collimateur des intérêts mondiaux. Adalberto Cardoso, Sociologue à l’UERJ (Université de l’État de Rio de Janeiro), dans un entretien à la Folha de São Paulo (26/04/2015), était explicite : « Il serait naïf d’imaginer qu’il n’y a pas d’intérêts internationaux et géopolitiques de la part des Américains, des Russes, des Vénézuéliens, des Arabes. Il n’y aura de changement à la Petrobras que dans le cas d’une nouvelle élection et si le PSDB gagne. Dans ce cas, il mettrait fin au monopole de l’exploitation et les règles changeraient. L’impeachment intéresse les forces qui veulent des changements à la Petrobras : les grandes compagnies pétrolières, les acteurs internationaux qui ont tout à gagner de la sortie de la Petrobras de l’exploration pétrolière. Une partie de ces acteurs veulent la destitution de Dilma ».

Nous ne sommes pas dans une pensée conspirationniste, parce que nous savons comment les Etasuniens ont agi durant le coup d’Etat militaire en 1964, comment ils ont infiltré les mouvements sociaux et politiques. Le fait que la quatrième flotte étasunienne dans l’Atlantique Sud soit proche de nos eaux territoriales n’est pas sans raison. Nous devons prendre conscience de notre importance sur la scène mondiale, résister et chercher à renforcer notre démocratie qui représentent moins les intérêts commerciaux que les exigences non-entendues de notre peuple dans la construction de notre propre chemin vers l’avenir.

Leonardo Boff est écrivain.

traduit par Marize de Melo Fourcher
http://www.legrandsoir.info/la-crise-bresilienne-et-la-geopolitique-mondiale.htm

GLI EREDI DELLA CASA GRANDE STAN TORNANDO

Tutte le crisi sgrossano il metallo e portano alla luce le scorie e quello che nascondevano, perché ancora attive alla base della nostra società. È lì che stanno le radici ultime della nostra crisi politica, mai superata storicamente; per questo, ogni tanto affiorano con virulenza: il disprezzo e l’umiliazione dei poveri. È l’altra faccia della cordialità brasiliana come ha spiegato magistralmente Sérgio Buarque De Hollanda. Dal cuore nasce la nostra benevolenza e il nostro comportamento informale, ma anche il nostro odio. Forse sarebbe meglio dire: il brasiliano più che cordiale, è un essere sentimentale. Si regge su sentimenti contraddittori e radicali.

Riconosciamolo: nel nostro paese regnano odio e profonde spaccature. Abbiamo bisogno di dare un nome a quest’odio. È l’odio contro i figli e le figlie della povertà, di coloro che sono venuti dal profondo della casa degli schiavi o delle immense periferie. Basta leggere gli storici che hanno tentato di leggere la nostra storia a partire dalle vittime, come l’accademico José Honório Rodriguez o il mulatto Capistrano de Abreu o ancora l’attuale direttore del IPEA il sociologo Jessé de Souza per renderci conto sopra quale strato sociale stiamo seduti. Le grandi maggioranze impoverite erano per le oligarchie economiche e per l’intellighenzia tradizionali e per lo Stato da loro controllato, peso morto. Non soltanto sono state emarginate, ma anche umiliate e disprezzate. Scrive José Honório Rodriguez:

“La maggioranza dominante è sempre stata alienata, antiprogressista, antinazionale e non contemporanea. La leadership mai si è riconciliata con il popolo. Mai ha visto in esso l’opera di Dio, mai lo ha riconosciuto, visto che vorrebbero che il popolo fosse quello che non è di fatto. Mai ne hanno scoperto le capacità né ammirato il servizio al paese, l’hanno chiamato con una infinità di nomi – caipira – gli hanno negato i diritti, hanno annientato la sua vita e non appena l’hanno visto crescere, a poco a poco gli hanno negato l’approvazione; hanno cospirato per cacciarlo di nuovo in periferia, nel luogo che appartiene al popolo, secondo il loro modo di pensare” (Reforma e conciliação no Brasil p.16).

Non si tratta di una descrizione del passato ma una verifica di quello che sta succedendo nel momento attuale. Per una congiunzione di forze, alcune provenienti dal basso, un sopravvissuto, Luiz Ignazio Lula da Silva, è riuscito a penetrare la stanza blindata dei potenti e arrivare alla Presidenza.

Questo è intollerabile per i poteri forti e per gli intellettuali che negano ogni rapporto con quelli del piano di sotto. Ma più intollerabile ancora è il fatto che con le politiche sociali mirate sono stati inclusi milioni che prima stavano fuori dalla cittadinanza. Questi hanno cominciato a occupare le poltrone prima riservate ai beneficiati del sistema discriminante. Hanno cominciato a consumare, entrare negli shopping e a prendere l’aereo. La loro presenza irrita quelli del piano di sopra e cominciano a odiarli.

Se c’è qualcosa da criticare è che si tratta di una inclusione incompleta. Ha creato consumatori ma pochi cittadini critici. Hanno cessato di essere affamati, ma l’essere umano non è soltanto un animale affamato. E’ un essere di molte virtualità, come tutti, un progetto infinito. E’ successo che non c’è stato uno sviluppo del capitale sociale consistente nei settori Educazione, la Sanità, trasporto, cultura e attività libere. Questa sarebbe un’altra tappa e più fondamentale ancora visto che stava istituita nelle scuole professionali e con l’accesso di migliaia di impoveriti all’università.

Il fatto è che quando questi diseredati hanno cominciato a sollevare la testa, vennero subito squalificati e demonizzati. Hanno attaccato il loro principale rappresentante e leader Lula. Il fatto di essere stato portato sotto scorta per un interrogatorio, atto sproporzionato e umiliante, mirava esattamente a questo: umiliare e distruggere la sua figura carismatica. Insieme con lui, liquidare, se mai possibile il suo partito e renderlo non idoneo a di disputare future elezioni.

In altre parole, gli eredi della Casa Grande stanno tornando. L’ondata di destra che devasta il Paese possiede questi profondi recessi. Cercare impeachment della Presidentessa Dilma è l’ultimo capitolo di questa battaglia per arrivare alla situazione precedente, dove loro, i dominatori (71 mila super ricchi con i loro alleati del sistema finanziario che rappresentano lo 0,05 della popolazione) tornerebbero a occupare lo Stato e a farlo funzionare a proprio beneficio, una volta escluse le maggioranze popolari. La loro alleanza con i grandi mèdia che formano un blocco storico ben articolato, sono riusciti a conquistare alla loro causa molti della classe media, progressisti nelle loro professioni, ma conservatori in politica. Costoro s’intendono poco e male di sfruttamento economico, a cui già stanno sottomessi dai ricchi come ha notato recentemente Jessé de Souza.

Ma la coscienza dei poveri, una volta svegliata, non c’è verso di frenarla. Trasformazioni ce ne sarà ancora e daranno un’altra direzione al Paese.

*Leonardo Boff, columnist del JB on line
Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato