URGENZA DI UNA ECOLOGIA INTEGRALE PENSANDO EN LA COP 21 EN PARIS

En considerazione della COP 21 sul calentamento globale nel novembre/dicembre  a Parigi se impone una reflexione più amplia, condizione per arrivare delle soluzioni veramente efficace. Tutto questo è inspirato nella enciclica del Papa Francesco sulla Cura della Casa Comune.

Una delle affermazioni fondanti il nuovo paradigma scientifico e di civiltà è il riconoscimento della inter-retro-relazione di tutti con tutti, fino a formare la grande rete terrestre e cosmica della realtà. Coerentemente, la Carta della Terra, uno dei documenti fondamentali di questa visione delle cose, afferma: “Le nostre sfide ambientali, economiche, politiche, sociali e spirituali sono correlate e insieme possiamo formulare soluzioni includenti (Preambolo, 3).

Il Papa Francesco nella sua Enciclica sulla cura della Casa Comune si associa a questa lettura e sostiene che “per il fatto che tutto sta intimamente relazionato e che i problemi attuali esigono una sguardo aperto a tutti gli aspetti della crisi mondiale (n. 137), si impone una riflessione sulla ecologia integrale perchè solo questa dà conto dei problemi dell’attuale situazione del mondo. Una tale interpretrazione integrale e olistica ottiene una spinta incalcolabile data l’autorità con cui siamo soliti investire la figura del Papa e la natura della sua Enciclica, indirizzata a tutta l’umanità e a ciascuno degli abitanti del globo. Non si tratta più soltanto della relazione dello sviluppo con la natura, ma dell’essere umano con la Terra intesa come un tutto e con beni e servizi naturali, gli unici che possono sostenere le condizioni fisiche, chimiche e biologiche della vita e garantire un futuro alla nostra civiltà.

Il tempo incalza e corre contro di noi. Per questo tutti i saperi devono essere ecologizzati, vale a dire, posti in relazione tra di loro e orientati per il bene della comunità di vita. Ugualmente tutte le tradizioni spirituali e religiose sono chiamate a svegliare la coscienza dell’umanità per la sua missione di essere curatrice di questa eredità sacra ricevuta dall’universo e dal Creatore, la Terra viva, l’unica Casa che abbiamo per abitare. Insieme con l’intelligenza intelletuale deve venire anche l’intelligenza sensibile e cordiale e più di tutto l’intelligenza spirituale, perchè è lei che ci mette in relazione direttamente con il Creatore e con Cristo risuscitato che stanno lievitando dentro la Creazione, portandola insieme con noi verso la sua pienezza in Dio (nn.100;243).

Il Papa cita il commovente finale della Carta della Terra, che riassume bene la speranza riposta in Dio e nell’impegno degli esseri umani: “Che il nostro tempo possa essere ricordato per il rinascimento di un nuovo rispetto della vita, per l’impegno forte di raggiungere la sostenibilità, per l’intensificarsi della lotta per la giustizia, per la pace, per l’allegria e per la celebrazione della vita” (n.207).

Un altro notevole contributo ci viene dal noto psicanalista Carlos Gustavo Jung (1875-1961) che nella sua psicologia analitica ha dato grande importanza alla sensibilità e che ha sottomesso a dure critiche lo scientimo moderno. Per lui la psicologia non possiede frontiere tra cosmo e vita, tra biologia e spirito, tra corpo e mente, tra cosciente e incosciente, tra individuale e collettivo. La psicologia ha a che fare con la vita nella sua totalità, nella sua dimensione razionale e irrazionale, simbolica e virtuosa, individuale e sociale, terrestre e cosmica e nei loro aspetti oscuri e luminosi.

Sapeva articolare tutti i saperi disponibili, scoprendo connessioni occulte che rivelano dimensioni sorprendenti della realtà. Noto è il dialogo del 1924-1925 che Jung ebbe con un indigeno della tribù Pueblo (nel nuovo Messico, Usa). Questo pensava che i bianchi erano pazzi. Jung gli domandò perchè i bianchi sarebbero pazzi? Al che l’indigeno rispose: “Loro dicono che pensano con la testa”. “Ma è chiaro che pensano con la testa” – ribatté Jung – Come fate a pensare, voi?”. E l’indigeno, sorpreso, rispose: “Noi pensiamo qui” e indicò il cuore. (Memorie, Sogni, Riflessioni, p.n. 233).

Questo fatto ha trasformato il pensiero di Jung. Lui comprese che l’uomo moderno aveva conquistato il mondo con il cervello ma che aveva perso la capacità di sentire e pensare con il cuore e di vivere attraverso l’anima. La stessa critica ha fatto il Papa quando è andato nell’isola italiana di Lampedusa dove centinaia di rifugiati erano annegati. “Non sappiamo più sentire e piangere”.

Logicamente non si tratta ad abdicare alla ragione – il che sarebbe una perdita per tutti – ma di rifiutare la diminuzione della sua capacità di comprendere. E’ necessario considerare il sensibile e il cordiale come elementi centrali nell’atto di conoscenza. Essi permettono di captare valori e sentimenti presenti nelle profondità del senso comune. La mente è sempre in un corpo, e pertanto sempre impregnata di sensibilità e non solo solo cerebralista.

Nelle sue memorie, scrive: “Esistono tante cose che mi riempiono di soddisfazione: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno, la notte e l’Eterno presente negli uomini. Quanto più mi sento incerto in me stesso, più cresce in me il sentimento del mio apparentamento con il tutto” (p.361).

Il dramma dell’uomo attuale è aver perso la capacità di vivere un sentimento di appartenenza, cosa che le religioni sempre garantivano. Quel che si oppone alla religione non è l’ateismo o negazione della Divinità. Quello che si oppone è l’incapacità di legarsi e di re-ligarsi con tutte le cose. Oggi le persone sono sradicate, disconnesse dalla Terra e dall’anima che è espressione della sensibilità e della spiritualità.

Se non riscatteremo oggi la ragione sensibile che è una dimensione essenziale dell’anima, difficilmente ci moveremo per rispettare il valore intrinseco di ogni essere, per amare la Madre Terra con tutti i suoi eco-sistemi e vivere la compassione verso chi soffre a causa della natura e dell’umanità. Questo spetiamo nella COP 21 a Parigi dove si trovano tutti i rapresentanti delle nazioni.

*Leonardo Boff, scrittore e ecoteologo della liberazione.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

La urgencia de una ecología integral en vista de la COP 21en Paris

Pensando en la COP 21 sobre el calentamiento global a realizarse en Paris en noviembre/diciembre de este año, se impone una reflexión más detenida sobre la cuestión ecológica, mirada desde una perspectiva global y integral. Eso puede abrir un camino de dialogo entre las Partes en función de una solución común, aceptada por todos, por que el problema es grave y de funestas consecuencias. Para eso valen las reflexiones que proponemos sobre la urgencia de una ecología integral.

Una de las afirmaciones básicas del nuevo paradigma científico y civilizatorio es el reconocimiento de la inter-retro-relación de todos con todos, para constituir la gran red terrenal y cósmica de la realidad. Coherentemente la Carta de la Tierra, uno de los documentos clave en esta visión de las cosas, afirma: «Nuestros retos ambientales, económicos, políticos, sociales y espirituales, están interrelacionados y juntos podemos forjar soluciones incluyentes» (Preámbulo, 3).

El Papa Francisco en su encíclica sobre el cuidado de la Casa Común se asocia a esta interpretación y sostiene que “por el hecho de que todo está estrechamente relacionado y que los problemas actuales requieren de una mirada que tenga en cuenta todos los aspectos de la crisis mundial” (n. 137), se impone una reflexión sobre la ecología integral, porque sólo ella da cuenta de la situación actual de los problemas del mundo. Esta interpretación integral y holística ha recibido un refuerzo inestimable dada la autoridad con la que se reviste la figura del Papa y la naturaleza de su encíclica, dirigida a toda la humanidad y a cada uno de sus habitantes. Ya no es sólo el desarrollo de la relación con la naturaleza, sino de los seres humanos con la Tierra como un todo y con los bienes y servicios naturales, los únicos que pueden mantener las condiciones físicas, químicas y biológicas de la vida y asegurar un futuro para nuestra civilización.

El tiempo urge y corre en contra de nosotros. Por lo tanto, todos los saberes deben ser ecologizados, es decir, puestos en relación unos con otros y orientados hacia el bien de la comunidad de vida. Igualmente todas las tradiciones espirituales y religiosas están llamadas a despertar la conciencia de la humanidad a su misión de ser la cuidadora de esta herencia sagrada recibida del universo y del Creador que es la Tierra viva, el único hogar que tenemos para vivir. Junto con la inteligencia intelectual debe venir la inteligencia sensible y cordial y sobre todo la inteligencia espiritual, porque es la que nos relaciona directamente con el Creador y con el Cristo resucitado que están fermentando dentro de la creación, llevándola con nosotros hacia su plenitud en Dios (nn.100; 243).

El Papa cita el conmovedor final de la Carta de la Tierra que resume bien la esperanza que deposita en Dios y en el empeño de los seres humanos: «Que nuestro tiempo se recuerde por el despertar de una nueva reverencia ante la vida, por la firme resolución de alcanzar la sostenibilidad; por la intensificación de la lucha por la justicia y la paz, y por la alegre celebración de la vida» (n. 207).

Otra notable contribución proviene del conocido psicoanalista Karl Gustav Jung (1875-1961) que en su psicología analítica concede gran importancia a la sensibilidad y sometió a duras críticas el cientificismo moderno. Para él, la psicología no tiene fronteras entre cosmos y vida, entre la biología y el espíritu, entre el cuerpo y la mente, entre lo consciente y lo inconsciente, entre individual y colectivo. La psicología tiene que ver con la vida en su totalidad, en su dimensión racional e irracional, simbólica y virtual, individual y social, terrenal y cósmica y con sus aspectos sombríos y luminosos.

Supo articular todos los saberes disponibles, descubriendo conexiones ocultas que revelaban dimensiones sorprendentes de la realidad. Es conocido el diálogo que Jung mantuvo 1924-1925 con un indígena de la tribu Pueblo en Nuevo México (EE.UU). Este indígena creía que los blancos estaban locos. Jung le preguntó por qué los blancos estarían locos. Y el indígena respondió: “Dicen que piensan con la cabeza.” “Pero, por supuesto que piensan con la cabeza”, respondió Jung. “¿Cómo piensan ustedes”? Y el indígena, sorprendido, respondió: “Nosotros pensamos aquí” y señaló el corazón (Recuerdos, sueños, pensamientos, página 233).

Este hecho transformó el pensamiento de Jung. Entendió que el hombre moderno había conquistado el mundo con la cabeza, pero había perdido la capacidad de pensar y de sentir con el corazón y de vivir a través del alma. Esta misma crítica la hizo el Papa cuando estuvo en la isla italiana de Lampedusa, donde cientos de refugiados se habían ahogado. “Desaprendimos a sentir y a llorar”.

Por supuesto que no se trata de abdicar de la razón –lo cual sería una pérdida para todos– sino de rechazar la limitación de su capacidad de comprender. Hay que tener en cuenta lo sensible y lo cordial como elementos centrales del acto de conocimiento. Permiten captar valores y sentidos presentes en la profundidad del sentido común. La mente siempre está incorporada, por lo tanto está siempre impregnada de sensibilidad y no sólo cerebralizada.

En sus Memorias, dice, “hay tantas cosas que me llenan: las plantas, los animales, las nubes, el día, la noche y el eterno presente en los hombres. Cuanto más inseguro de mí mismo me siento, más crece en mí el sentimiento de mi parentesco con el todo” (p. 361).

El drama del ser humano actual es haber perdido la capacidad de vivir un sentimiento de pertenencia, algo que las religiones siempre garantizaron. Lo que se opone a la religión no es el ateísmo o la negación de la divinidad. Lo que se opone es la incapacidad de ligarse y religarse con todas las cosas. Hoy las personas están desarraigadas, desconectadas de la Tierra y del ánima que es la expresión de la sensibilidad y de la espiritualidad.

Si no rescatamos hoy la razón sensible que es una dimensión esencial del alma, difícilmente nos encaminaremos a respetar el valor intrínseco de cada ser, a amar la Madre Tierra con todos sus ecosistemas y a vivir la compasión con los sufrimientos de la naturaleza y de la humanidad. Es esto que esperamos de los representantes de los gobiernos en la COP 21 a realizarse proximamente en Paris.

*Leonardo Boff, columnista del JB online, ecoteólogo y escritor,miembro de la Iniciativa  Carta de la Tierra

Traducción de MJ Gavito Milano

Transformar em sofrimento pessoal o que acontece no mundo

        Atualmente há uma fecunda discussão filosófica, também entre nós com Muniz Sodré (As estratégias sensíveis, 2006) e F. J. Duarte (O sentido dos sentidos, 2004) no sentido de resgatar a razão sensível como enriquecimento imprescindível da razão intelectual. Esta diligência é necessária, porque é através dela que nos comprometemos afetiva e efetivamente com a salvaguarda da vida no planeta e com a humanização das relações sociais. Curiosamente o Papa Francisco, neste ponto, em sua encíclica sobre o cuidado da Casa Comum (2015) nos trouxe valoriosa contribuição.     

      Ele analisa com espírito científico e crítico “o que está acontecendo com a nossa Casa”(nn.17-61). Logo adverte que, numa perspectiva da ecologia integral que é o tema fundamental de seu texto, estas categorias são insuficientes (n.11). Temos que abrir-nos “à admiração e ao encanto…. e falar a linguagem da fraternidade e da beleza na nossa relação para com o mundo”(n.11. Portanto, não nos podemos restringir à ecologia ambiental, pois ela atende apenas à relação do ser humano com a natureza, esquecendo que ele é parte dela. Essa relação unilateral constitui o vício do antropocentrismo, criticado em seu texto (nn.115-121).

Ocorre que o ser humano possui dimensões sociais, políticas, culturais e espirituais sobre as quais há parca preocupação e isuficiente reflexão, o que dificulta encontrar uma solução consistente à grave crise que assola a Casa Comum.

Considerando a amplitude destas dimensões, devemos ir além de uma análise meramente tecnico-científica. Devemos, sim, utilizar a pesquisa científica imprescindível, mas importa “deixar-nos tocar por ela em profunidade e dar uma base de concretude ao percurso ético e espiritual daí derivado”(n.15). Mais ainda “devemos transformar em sofrimento pessoal aquilo que acontece ao mundo”(n.19). Isso vale também com referência às vitimas dos atos terroristas acontecidos rcentemente em Paris sem esquecer também das vítimas feitas pelos pesados bombardeios de forças militares ocidentais, com dezenas de vítimas, sobre um hospital de médicos sem fronteiras e de uma escola cheia de crianças. A compaixão não pode ser seletiva. Ricos e pobres carregam a mesma dor que deve se transformar em nosso própria dor.

O Papa Francisco tem clara consciência de que por detrás das estatísticas há um mar de sofrimento humano e muitas feridas no corpo da Mâe Terra. Como somos parte da natureza e tudo está inter-relacionado (tema sempre recorrente na encíclica, nn. 70, 91,117, 120, 138,139 etc) e nós nunca estamos fora da “trama das relações”(n.240) que a todos envolve, participamos das dores da crise ecológica. Chega a advertir que “as previsões catastróficas já não se podem olhar com desprezo e ironia…o estilo de vida atual, por ser insustentável, só pode desembocar em catástrofes, como aliás estão acontecendo periodicamente em várias regiões”(n.161).

Mas o Papa não se deixa intimidar por esse cenário. Dá um voto de confiança no ser humano, em sua criatividade e em sua capacidade de regenerar-se e de regenerar a Terra (n. 205) e muito mais, confia no Deus que, segundo as palavras da tradição judeo-cristã,“ é o soberano amante da vida”(Sab 11, 24 e 26: nn. 77, 89). Ele não permitirá que nos afundemos totalmente (n.163). Ainda faremos “uma conversão ecológica”(n. 217) e introduziremos “a cultura do cuidado que permeará toda a sociedade”(n.231).

Disso nascerá um novo estilo de vida (alternatriva repetida 35 vezes na encíclica), fundado na cooperação, na solidariedade, na simplicidade voluntária e na sobriedade compartida que implicará um novo modo de produzir e de consumir e, por fim, nos dará “a consciência amorosa de não estarmos separados das outras criaturas mas que formamos com os outros seres do universo uma estupenda comunhão universal”(n.220).

Como se depreende, aqui não fala mais somente a inteligência intelectual, tecnico-científica, mas a inteligência emocional e cordial como o tenho detalhado nos meus dois livros Saber Cuidar e O Cuidado Necessário (Vozes). O Papa em suas palavras de afeto e de carinho para com todos, especialmente para com os pobres e os mais vulneráveis dá claro exemplo do exercício deste tipo de inteligência tão urgente e necessária para superarmos a profunda crise que recobre todos os âmbitos da vida.

Em razão desta inteligência emocional, pede que devemos “ouvir tanto o grito da Terra como o grito dos pobres”(49). As agressões sistemáticas, feitas nos últimos dois séculos, “provocam os gemidos da irmã Terra que se unem aos gemidos dos abandonados do mundo”(n.53). Por isso importa “cuidar da criação… e tratar com desvelo os outros seres vivos”(n. 211), pois todos possuem um valor intrínseco, independente do uso humano (n.69) e, a seu modo, até as ervas silvestres (n.12), louvam o Criador (n.33). Chega dizer que devemos “alimentar uma paixão pelo cuidado” por tudo o que existe e vive.

Enfatiza o fato de que “nós com todos os seres do universo, estamos unidos por laços invisíveis e formamos uma espécie de família universal, uma comunhão sublime que nos impele a um respeito sagrado, amoroso e humilde”(n. 89).

Somente quem tem desenvolvido em ato grau a inteligência sensível ou cordial poderia escrever: ”tudo está relacionado e todos nós, seres humanos, caminhamos juntos como irmãos e irmãs numa peregrinação maravilhosa, entrelaçados pelo amor que Deus tem a cada uma de suas criaturas e que nos une também, com terna afeição ao irmão Sol, à irmã Lua, ao irmão rio e à Mãe Terra”(n. 92).

Tais sentimentos e atitudes hoje constituem uma demanda geral, para afastar as tragédias ecológico-sociais que já se anunciam no horizonte de nosso tempo e também a violência das guerras no Norte da África e a resposta tresloucada do terrorismo islâmico.

Leonardo Boff é colunista do JB on line, eco-teólogo e escritor

Hospitality: everyone’s right and everyone’s duty

As always, the global refugee problem presents an ethical imperative of hospitality at both the national and international levels. We are witnessing a human migration much as occurred during the decay of the Roman Empire. Millions of people seek new homelands so as to survive, or simply to escape the wars and to find a modicum of peace. Hospitality is the right of all and the duty of all. Immanuel Kant, (1724-1804), clearly saw that the interdependence between the rights and duties and hospitality, were necessary in order to construct what he called “perpetual peace” (Zum ewigen Frieden, 1795; see Jacob Ginsburg, Perpetual Peace, La paz perpetua, 2004). Anticipating its time, Kant proposed a world republic (Weltrepublik), or a Country of the Peoples (Völkerstaat), founded on the rights of the world citizenry (Weltbürgerrecht). This, says Kant, is the first task of “general hospitality” (allgemeine Hospitalität: § 357).

Why hospitality? Kant himself says «because all human beings are on planet Earth and all, without exception, have the right to be on her and to visit her places and the peoples that inhabit her. The Earth belongs to all, in community» (§ 358).

This citizenry, created by general hospitality is governed by rights, and never by violence. Kant proposes dismantling all the machinery of war and abolishing all the armies, just as the Earth Charter does now. Because as long as such means of violence exist, there will be threats by the strong against the weak, and tensions between Countries, undermining the bases for a lasting peace.

The imperative of a state of rights and the spread of generalized hospitality should create a culture of rights that penetrated the minds and hearts of all the global citizens, creating a “community of the peoples” (Gemeinschaft der Völker). This community of the peoples, affirms Kant, can grow to the extent that there is an awareness that a violation of law in one place will be felt everywhere (§ 360), something that Che Guevara would later repeat of his own accord. The spirit of hospitality and solidarity, is such that the suffering of one is the suffering of all, and the advances of one are the advances of all. It is echoed by Pope Francis, who speaks of humans as beings of relationships, who participate in the suffering of others.

If we want a lasting peace, and not just a truce or a momentary pacification, we must live universal hospitality and respect for universal rights.

Peace, according to Kant, results from the prevalence of the law, from legally ordained cooperation, and from institutionalizing cooperation among Countries and peoples. For Kant, rights are “the apple of God’s eye” or “God’s most sacred gift to Earth”. Respect for rights allows for a community of peace that puts a definitive end to “the infamous war making”.

In our times, it has been Jacques Derrida, (1930-2004), who, with his book, Of Hospitality, (De l’hospitalité, Paris, 1977), has taken up the subject of hospitality giving it an unconditional character for everyone.

Nevertheless, it was Kant who gave it the best foundation. His basis is good will, that to him, is the only virtue that has no defects. In his book, Grounding for the Metaphysics of Morals, (Fundamentación para una metafísica de las costumbres) (1785), Kant makes a very important declaration: «One cannot think of anything, in any part of the world or even outside of the world, that without reservation can be considered to be as good as good will (der gute Wille)». Translating his difficult language: good will is the only good that is good in itself and which has no limitations. Good will is good, or it is not good will. If there is suspicion in the good will, then it is not good. Good will presupposes an opening to the other and unconditional trust. This is feasible for human beings. If we do not undertake good will in earnest, we will not find a way out of the desperate social crises that tear up the societies on the periphery, and causes the millions of refugees that are headed for Europe.

Good will is the last life boat that is left. The world situation is a disaster. We are living in a permanent state of siege or global civil war. No one, not even the two Holy Men, Pope Francis and the Dali Lama; not the intellectual or moral elites, nor techno-science, offers any clues for a global path. In fact, we depend solely on our good will. It is worth remembering what Dostoyevski wrote in his 1877 fantastic short story, The Dream of a Ridiculous Man, (El sueño de un hombre ridículo): «If everyone really wanted it, everything on Earth would change in an instant».

Brazil reflects in miniature the drama of the world. The social wound produced by five hundred years of neglecting the issues of the people has resulted in a bloodletting. The majority of our elites never thought about a solution for Brazil as a whole, but only for themselves. The elites are more concerned with defending their own privileges than in guaranteeing rights for all. Through thousands of political maneuverings, even threats of impeachment, they have managed to manipulate the democratically elected governments to adopt the agenda of their interests, and to avoid or slow down the necessary social changes. In contrast to the majority of the Brazilian people, who show immense good will, the greater part of the Brazilian elites refuse to pay the debt of good will that they owe the country.

Since good will is so decisive, it is urgent that it be summonsed in everyone. Everyone bears the responsibility of hospitality, and everyone has the right to be hosted, because we live in the one and only Common Home.

Free translation from the Spanish by
Servicios Koinonia, http://www.servicioskoinonia.org.
Done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.