Cortar la dependencia y refundar Brasil

Leonardo Boff*

El 7 de septiembre es el día de nuestra  “Independencia”. Desde que fue ocupado por las potencias extranjeras, Brasil fue una colonia, fundada en el cruel trabajo esclavo; aquí se creó la Empresa Brasil al servicio de los colonizadores.

El Estado no surgió como fruto de un contrato social con la población. Vino de afuera, impuesto de arriba abajo. Su función era abastecer de bienes naturales a las potencias dominadoras. Eso continúa hasta hoy, porque lo que exportamos son commodities: soja, maíz  frutas, minerales y otros bienes naturales en la misma lógica de la colonia.

Brasil fue mantenido siempre dependiente, socio menor del gran negocio mundial. Dado este hecho, debemos pensar qué tipo de Independencia tenemos y qué Independencia buscamos.

Nuestro desafío es romper con la dependencia y hacer todo el esfuerzo para “refundar” Brasil.

En este sentido, después de años de discusión con las bases y con Darcy Ribeiro escribí este libro Brasil: concluir la refundación o prolongar la dependencia (Vozes 2018).

En las bellas palabras del científico político Luiz Gonzaga de Souza Lima, recién fallecido, que pensó toda su  vida sobre “La refundación de Brasil: rumbo a una sociedad biocentrada” (2011): “Refundar es construir una organización social que busque y promueva la felicidad, la alegría, la solidaridad y el bien común, el vínculo y el compromiso con la vida de todos”.

Al refundarse, Brasil deja  atrás las amarras que lo mantienen dependiente de aquellas potencias que están llevando a la humanidad hacia el abismo.

Aquí podemos escapar de este peligro y hacer un ensayo nuevo de civilización, en la jovialidad de vivir todos juntos en la Casa Común. Es nuestra gran utopía viable.

Leonardo Boff

Il consumismo mette a rischio i limiti sostenibile della Terra

Leonardo Boff

Considerando la storia umana, scopriamo che la fame è stata, per secoli, un problema permanente. Poiché, a differenza degli animali, non disponiamo di alcun organo specializzato che garantisca la nostra sussistenza, fin dall’inizio ci fu l’urgenza di reperire il necessario per soddisfare la fame, sia estraendo il cibo direttamente dalla natura, sia conquistandolo attraverso il lavoro. La grande svolta avvenne circa 10 mila anni fa con l’introduzione dell’agricoltura irrigua. Lungo i grandi fiumi del Medio Oriente, dell’Egitto, dell’India e della Cina, l’irrigazione cominciò ad essere utilizzata per produrre più prodotti e per addomesticare animali come la gallina, il maiale, la pecora e la capra. Cosi si è prodotto il surplus che ha eliminato la fame. Contemporaneamente, va detto, è emersa la guerra, poiché gli eserciti trasportavano cibo sufficiente per affrontare il nemico, come ad esempio tra gli imperi mesopotamici e l’Egitto, le potenze politiche dell’epoca.

Tutto è cambiato con l’avvento dell’era industriale nei secoli XVII e XVIII in poi fino ai giorni nostri. Iniziò la produzione di massa con la possibilità di soddisfare le esigenze umane. Si dà il caso che questo sviluppo tecnico-scientifico abbia avuto luogo nel quadro del capitalismo. In esso, fin dal suo inizio, si stabilì  la divisione tra il proprietario, possessore della terra e dei mezzi di produzione e il lavoratore che possiede solo la sua forza lavoro. Questa divisione si è esacerbata nel tempo al punto che oggi i detentori della ricchezza naturale e tecnologica controllano il sistema economico globalizzato con immenso svantaggio per i salariati, lasciando milioni e milioni senza accesso ai beni fondamentali della vita.

Questa situazione è peggiorata con la cosiddetta “Grande Trasformazione”, con la quale un’economia di mercato si è trasformata in una società di solo mercato. Tutto è diventato una merce, dagli organi umani, alla conoscenza, alla verità, alle notizie, ecc.

La logica capitalista è quella di trarre profitto da tutto, attraverso lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi della natura, attraverso una concorrenza feroce, tra tutti coloro che stanno nel mercato, apparentemente libero, e un’accumulazione individuale o aziendale che compete con lo Stato nella gestione della cosa pubblica.

La produzione ovviamente cerca di soddisfare la domanda umana di cibo e di sussistenza, purché tale processo sia redditizio. La produzione stessa è portata sul mercato e guadagna il suo prezzo nel gioco della concorrenza, senza curarsi delle risorse naturali e della contaminazione ambientale (considerate un’esternalità che deve essere risolta dallo Stato). Poiché si tratta di generare ricchezza illimitata, si è cominciato a produrre prodotti che non sono necessari per la vita, ma importanti per fare soldi.

Così, insieme al consumo necessario, è nato il consumismo. Il consumismo si caratterizza dall’acquisizione di beni e servizi superflui, non necessari alla vita, in vista del guadagno economico. Gran parte della produzione è destinata alla produzione di tali beni superflui, generando il consumismo soprattutto delle classi ricche, ma anche della società stessa. Per stimolarlo si utilizzano la pubblicità, le immagini parlanti, le immagini seducenti, la musica, YouTube, i film ben orientati per incoraggiare le persone a consumare questo o quel prodotto. Non interessano i cittadini né il loro livello di coscienza, tantomeno i loro problemi esistenziali. Interessa che siano consumatori.

Il fatto è che si è creata la cultura del capitale. La maggior parte dei prodotti (tv, automobili, elettrodomestici, vestiti, scarpe da ginnastica e innumerevoli altri articoli) cadono in obsolescenza, fatti per durare per un determinato tempo, costringendo il consumatore a sostituirli, comprare e consumare.

Praticamente tutti noi siamo ostaggi della cultura del capitale, che ci costringe a cambiare di volta in volta i prodotti, sia perché sono diventati obsoleti come un computer, sia per l’obsolescenza generale. Siamo consapevoli della forza intrinseca di una cultura che ci penetra da tutti i pori e naturalizza lo stile di vita. Quanto è difficile e lungo il processo per superarla da parte di un altra. È la cultura consumistica che rinnova e prolunga continuamente la perpetuità del capitalismo.

Tuttavia, negli ultimi anni ci siamo confrontati con i limiti della Terra. Un pianeta limitato non tollera un consumismo illimitato. Già adesso, abbiamo bisogno di più di una Terra per soddisfare il consumo di 8 miliardi di persone e il consumismo di sfarzo e di lusso delle classi opulente.

Siamo venuti a conoscenza del cosiddetto Earth Overshoot Day. Ogni anno le organizzazioni che studiano la sostenibilità del pianeta ci forniscono dati. In questo anno 2023 è stato identificato il 2 agosto. Ciò significa che in questo giorno i beni e i servizi naturali, essenziali e rinnovabili per la nostra esistenza, hanno toccato il fondo. Logicamente, gli alberi, l’aria, il suolo e le acque sono lì. Ma tutte loro sempre più sminuite, inquinate e insostenibili.

La Terra, una Super Entità sistemica e vivente, non dandoci quello che gli chiediamo, risponde con più riscaldamento, con più eventi estremi, con più decimazioni della biodiversità e più virus dannosi e perfino letali. L’intera relazione si definisce nell’articolazione tra biocapacità e impronta ecologica. La bio-capacità significa la capacità della natura di essere resiliente e auto-rigenerarsi. L’impronta ecologica ci indica quanto di bio-capacità riscalda quella regione o paese. Più la regione è complessa, con città, popolazione e industrie, tanto più richiede risorse naturali.

In questo momento, altrettanto grave quanto l’aumento del riscaldamento globale, è il rapido Overshoot della Terra. Il nostro stile di vita sta esaurendo le scorte di beni e servizi necessari alla vita. È urgente cambiare il nostro stile di consumo rendendolo sobrio, solidale e auto-limitante. XI Jinping ha proposto per tutta la Cina l’ideale di una “società sufficientemente fornita”. Dobbiamo imparare a vivere con il sufficiente e il dignitoso, ridurre i consumi di energia e cercare mezzi di trasporto alternativi e meno inquinanti.

Se non facciamo questo accordo tra tutti, la nostra esistenza su questo pianeta sarà miserabile e persino impossibile.

Leonardo Boff ha scritto: Sustentabilidade: o que é e o que não é, Vozes 2012.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Teses sobre o decrescimento para a sobrevivência da humanidade

                      

Por MICHAEL LÖWY*é um dos pensadores que mais se preocupa pelo futuro de nossa civilização e da humanidade. Apresenta alternativas viáveis, caso quisermos realmente mudar o rumo de nossa história e sobreviver sobre este planeta. Vem sob o nome e ecosocialismo e decrescimento dos países  industrializados  e capitalistas, os mais responsáveis que aquecimento global e pela emissão de gases de efeito estufa e um crescimento sustentável e ecológico para os países pobres que precisam da infraestrutura para sobreviver. O tempo é urgente de devemos agir logo antes que entremos num caminho sem retorno. LBoff

Sem ilusões sobre um “capitalismo limpo”, é preciso tentar ganhar tempo, e impor, aos poderes constituídos, algumas medidas elementares de decrescimento

1.

A crise ecológica já é a questão social e política mais importante do século 21, e se tornará ainda mais importante nos próximos meses e anos. O futuro do planeta e, por conseguinte, da humanidade, será decidido nas próximas décadas. Como explica o IPCC, se a temperatura média ultrapassar a do período pré-industrial em 1,5°, há o risco de desencadear-se um processo de mudanças climáticas irreversível e catastrófico. Quais seriam as consequências disso?

Apenas alguns exemplos: a multiplicação de mega-incêndios que destruiriam a maior parte das florestas; o desaparecimento dos rios e o esgotamento das reservas subterrâneas de água; o aumento da seca e da desertificação das terras; o degelo e o deslocamento das placas polares e a elevação do nível do mar, que levaria à inundação das principais cidades da civilização humana – Hong Kong, Calcutá, Veneza, Amsterdã, Xangai, Londres, Nova Iorque, Rio.

Alguns destes eventos já estão acontecendo: a seca ameaça com a fome milhões de pessoas na África e na Ásia; o aumento da temperatura no verão atingiu níveis insuportáveis em algumas áreas do planeta; as florestas estão ardendo por todos os lugares em extensões cada vez maiores; poderíamos multiplicar os exemplos.

De certa forma, a catástrofe já começou – mas se tornará muito pior em poucas décadas, muito antes de 2100. Até que ponto a temperatura pode subir? A que temperatura a vida humana neste planeta estará ameaçada? Ninguém tem uma resposta para estas perguntas. Trata-se de riscos dramáticos sem precedentes na história da humanidade. Seria necessário voltar até o Plioceno, há alguns milhões de anos, para encontrar condições climáticas similares às que poderão tornar-se realidade no futuro, devido às alterações climáticas.

2.

Quem é responsável por esta situação? É a ação humana, respondem os cientistas. A resposta está correta, mas um pouco estreita: os seres humanos vivem na Terra há milhares de anos, mas a concentração de CO2 na atmosfera só começou a acumular-se após a Revolução Industrial, e apenas a partir de 1945 começou a tornar-se perigosa para a vida.

Como marxistas, a nossa resposta é: a culpa é do sistema capitalista. Sua lógica absurda e irracional de expansão e acumulação infinitas, seu produtivismo obcecado pela busca do lucro a qualquer preço são responsáveis por levar a humanidade à beira do abismo.

A responsabilidade do sistema capitalista na catástrofe iminente é amplamente reconhecida. O Papa Francisco, em sua encíclica Laudato Si, sem mencionar a palavra “capitalismo”, manifestou-se contra um sistema estruturalmente perverso de relações comerciais e de propriedade baseado exclusivamente no “princípio da maximização do lucro” como responsável tanto pela injustiça social como pela destruição de nossa casa comum, a natureza.

Uma palavra de ordem entoada universalmente em todo canto do mundo nas manifestações ecológicas é “Mudar o sistema, não o clima!”. A atitude dos principais representantes deste sistema, defensores dos negócios como de costume – bilionários, banqueiros, “especialistas”, oligarcas, políticos –, pode ser resumida pela frase atribuída a Luís XV: “Depois de mim, o dilúvio”. O fracasso total das dezenas de Conferências COP da ONU sobre mudanças climáticas em tomar as medidas mínimas necessárias para parar o processo ilustra a impossibilidade de uma solução para a crise nos limites do sistema vigente.

3.

O “capitalismo verde” pode ser uma solução? As empresas capitalistas e os governos podem estar interessados no desenvolvimento (lucrativo) de “energias sustentáveis”, mas o sistema é dependente das energias fósseis (carvão, petróleo, gás) nos últimos três séculos, e não mostra qualquer sinal de interesse em abandoná-las. O capitalismo não pode existir sem crescimento, expansão, acumulação de capital, mercadorias e lucros, e o crescimento não pode continuar sem uma utilização estendida das energias fósseis.

As pseudossoluções do capitalismo verde, como os “mercados de carbono”, os “mecanismos de compensação” e outras manipulações da chamada “economia de mercado sustentável” revelaram-se perfeitamente inúteis. Enquanto a “maquiagem verde” não para, as emissões de CO2 disparam e a catástrofe fica cada vez mais próxima. Não há solução para a crise ecológica no marco do capitalismo, um sistema inteiramente dedicado ao produtivismo, ao consumismo e à luta feroz por “fatias de mercado”. Sua lógica intrinsecamente perversa conduz inevitavelmente à ruptura do equilíbrio ecológico e à destruição dos ecossistemas. Como afirma Greta Thunberg, “é matematicamente impossível resolver a crise ecológica no marco do atual sistema econômico”.

A experiência soviética, independentemente de seus méritos ou limitações, também se baseou na lógica do crescimento, fundamentada nos mesmos recursos fósseis do Ocidente. E grande parte da esquerda, durante o século passado, compartilhou a ideologia do crescimento, em nome do “desenvolvimento das forças produtivas”. Um socialismo produtivista, que ignora a crise ecológica, é incapaz de responder aos desafios do século XXI.

4.

A reflexão sobre o decrescimento e o movimento que surgiu nas últimas décadas deram uma grande contribuição para uma ecologia radical, opondo-se ao mito de um “crescimento” ilimitado num planeta limitado. Mas o decrescimento em si não é uma perspectiva econômica e social alternativa: ele não define que tipo de sociedade substituirá o sistema atual. Alguns proponentes do decrescimento ignorariam a questão do capitalismo, concentrando-se apenas no produtivismo e no consumismo, e definindo o culpado como “O Ocidente”, “Iluminismo” ou “Prometeísmo”. Outros, que representam a esquerda do movimento anti-crescimento, designam claramente o sistema capitalista como responsável pela crise e reconhecem a impossibilidade de um “decrescimento capitalista”.

Nos últimos anos, tem havido uma aproximação crescente entre ecossocialismo e decrescimento: cada lado tem se apropriado dos argumentos do outro, e a proposta de um “decrescimento ecossocialista” começou a ser adotada como uma base comum.

5.

Os ecossocialistas aprenderam muito com o movimento do decrescimento. O ecossocialismo está, portanto, adotando cada vez mais a necessidade do decrescimento no processo de transição para uma nova sociedade socialista ecológica. Uma razão óbvia para isso é que a maioria das energias renováveis, como a eólica e a solar, (a) precisam de matérias-primas que não existem em escala ilimitada e (b) são intermitentes, dependendo das condições climáticas (vento, sol).

Por conseguinte, elas não podem substituir inteiramente as energias fósseis. Logo, é inevitável uma redução substancial do consumo de energia. Mas a questão tem um caráter mais geral: a produção da maioria dos bens é baseada na extração de matérias-primas, muitas das quais (i) estão se tornando cada vez mais limitadas e/ou (ii) criam sérios problemas ecológicos no processo de extração. Todos esses elementos apontam para a necessidade do decrescimento.

O decrescimento ecossocialista inclui a necessidade de redução substancial da produção e do consumo, mas não se limita a essa dimensão negativa. Ele inclui o programa positivo de uma sociedade socialista, baseada no planejamento democrático, na autogestão, na produção de valores de uso em vez de mercadorias, na gratuidade dos serviços básicos e no tempo livre para o desenvolvimento dos desejos e das capacidades humanas. Uma sociedade sem exploração, dominação de classe, patriarcado e todas as formas de exclusão social.

6.

O decrescimento ecossocialista não tem uma concepção puramente quantitativa do decrescimento como uma redução da produção e do consumo. Ele propõe distinções qualitativas. Algumas produções – por exemplo, energias fósseis, pesticidas, submarinos nucleares, publicidade – não devem ser reduzidas, mas suprimidas. Outras, como carros particulares, carne e aviões, devem ser substancialmente reduzidas. E outras, como alimentos orgânicos, meios de transporte públicos e moradias neutras em carbono, devem ser desenvolvidas.

A questão não é o “consumo excessivo” em abstrato, mas o modo de consumo predominante, baseado na aquisição conspícua, no desperdício em massa, na alienação mercantil, na acumulação obsessiva de bens e na compra compulsiva de pseudonovidades impostas pela “moda”. É preciso acabar com o monstruoso desperdício de recursos no capitalismo, baseado na produção, em larga escala, de produtos inúteis e/ou nocivos: a indústria de armamentos é um bom exemplo, mas grande parte dos “bens” produzidos no capitalismo – com sua obsolescência embutida – não tem outra utilidade a não ser gerar lucro para as grandes corporações.

Uma nova sociedade orientaria a produção para a satisfação de necessidades autênticas, começando por aquelas que poderiam ser descritas como “bíblicas” – água, comida, roupas, moradia – mas incluindo também os serviços básicos: saúde, educação, transporte, cultura.

Como distinguir as necessidades autênticas das artificiais, facciosas e provisórias? Estas últimas são induzidas pela manipulação mental, ou seja, pela publicidade. Embora a publicidade seja uma dimensão indispensável da economia de mercado capitalista, ela não teria lugar numa sociedade em transição para o ecossocialismo, em que seria substituída por informações sobre bens e serviços fornecidos por associações de consumidores.

O critério para distinguir uma necessidade autêntica de uma artificial é sua persistência após a supressão da publicidade (Coca Cola!). É claro que, durante alguns anos, os velhos hábitos de consumo persistiriam, e ninguém tem o direito de dizer às pessoas quais são suas necessidades. A mudança nos padrões de consumo é um processo histórico, bem como um desafio educacional.

7.

O principal esforço, num processo de decrescimento planetário, deve ser feito pelos países do Norte industrializado – América do Norte, Europa, Japão – responsáveis pela acumulação histórica de CO2 desde a Revolução Industrial. São também as áreas do mundo onde o nível de consumo – especialmente entre as classes privilegiadas – é claramente insustentável e perdulário. Os países “subdesenvolvidos” do Sul – Ásia, África, América Latina –, onde as necessidades básicas estão muito longe de serem satisfeitas, precisarão de um processo de “desenvolvimento” – construção de ferrovias, sistemas de água e esgoto, transporte público e outras infraestruturas.

Mas não há razão para que isso não possa ser feito com um sistema produtivo que não agrida o meio ambiente e seja baseado em energias renováveis. Esses países precisarão cultivar grandes quantidades de comida para alimentar sua população faminta, porém isso pode ser alcançado por uma forma melhor – como os movimentos camponeses organizados em todo o mundo na rede da Via Campesina vêm argumentando há anos –, através de uma agricultura biológica camponesa baseada em unidades familiares, cooperativas ou fazendas coletivistas, em vez dos métodos destrutivos e antissociais do agronegócio industrializado, baseados no uso intensivo de pesticidas, produtos químicos e OGMs.

Atualmente, a economia capitalista desses países baseia-se na produção de bens para suas classes privilegiadas – carros, aviões, artigos de luxo – e de commodities exportadas para o mercado mundial: soja, carne, petróleo. Um processo de transição ecológica no Sul, como argumentam os ecossocialistas do Tricontinental, reduziria e/ou suprimiria esse tipo de produção e, ao contrário, visaria a soberania alimentar e o desenvolvimento de serviços básicos, como saúde e educação, que precisam, acima de tudo, de trabalho humano em vez de mais mercadorias.

8.

Quem poderia ser o sujeito na luta por um decrescimento ecossocialista? O dogmatismo trabalhista/industrialista do século passado não é mais atual. As forças que agora estão na dianteira dos confrontos socioecológicos são os jovens, as mulheres, os povos indígenas e os camponeses. A resistência das comunidades indígenas no Canadá, EUA, América Latina, Nigéria e em outros lugares aos campos de petróleo, oleodutos ou minas de ouro capitalistas está bem documentada; ela decorre de sua experiência direta da dinâmica destrutiva do “progresso” capitalista e da contradição entre sua espiritualidade e cultura e o “espírito do capitalismo”.

As mulheres estão muito presentes na resistência indígena, bem como no formidável levante juvenil lançado pela convocação de Greta Thunberg – uma das grandes fontes de esperança para o futuro. Como explicam as ecofeministas, essa participação em massa das mulheres nas mobilizações deve-se ao fato de que elas são as primeiras vítimas dos danos causados pelo sistema ao meio ambiente.

Os sindicatos estão começando, aqui e ali, a se envolver também. Isso é importante, porque, em última análise, não podemos superar o sistema sem a participação ativa dos trabalhadores urbanos e rurais, que constituem a maioria da população. A primeira condição, em cada movimento, é associar metas ecológicas (fechamento de minas de carvão ou poços de petróleo, ou usinas elétricas movidas a carvão, etc.) com a garantia de emprego para os trabalhadores envolvidos. Os sindicalistas com mentalidade ecológica argumentaram que há milhões de “empregos verdes” que seriam criados num processo de transição ecológica.

9.

O decrescimento ecossocialista é, ao mesmo tempo, um projeto para o futuro e uma estratégia para a luta aqui e agora. Não se trata de esperar que “as condições estejam maduras”. É necessário provocar a convergência entre as lutas sociais e ecológicas e combater as iniciativas mais destrutivas dos poderes a serviço do “crescimento” capitalista. Propostas como o Green New Deal fazem parte dessa luta, em suas formas radicais, que exigem efetivamente a renúncia às energias fósseis, mas não naquelas limitadas à reciclagem do sistema.

Sem ilusões sobre um “capitalismo limpo”, é preciso tentar ganhar tempo, e impor, aos poderes constituídos, algumas medidas elementares de decrescimento, começando com uma redução drástica na emissão de gases de efeito estufa. Interromper um oleoduto XXL, uma mina de ouro poluente, uma usina a carvão, faz parte de um movimento de resistência maior chamado Blockadia por Naomi Klein. Igualmente significativas são as experiências locais de agricultura orgânica, energia solar cooperativa e gerenciamento comunitário de recursos.

Essas lutas em torno de questões concretas de “decrescimento” são importantes, não apenas porque as vitórias parciais são bem-vindas em si mesmas, mas também porque contribuem para aumentar a consciência ecológica e socialista e porque promovem a atividade e a auto-organização a partir de baixo: ambas são pré-condições decisivas e necessárias para uma transformação radical do mundo, ou seja, para a Grande Transição para uma nova sociedade e um novo modo de vida.

*Michae Löwy é diretor de pesquisa em sociologia no Centre nationale de la recherche scientifique (CNRS). Autor, entre outros livros, de O que é o ecossocialismo (Cortez).

Tradução: Fernando Lima das Neves.

Konsumismus gefährdet das Leben auf der Erde

Betrachtet man die Geschichte der Menschheit, so stellt man fest, dass der Hunger seit Jahrhunderten ein ständiges Problem ist.  Da wir im Gegensatz zu den Tieren kein spezialisiertes Organ haben (wir sind ein Mangelwesen, nach Gehen), das unseren Lebensunterhalt garantiert, bestand von Anfang an die dringende Notwendigkeit, das zu finden, was wir brauchten, um unseren Hunger zu stillen, indem wir die Nahrung entweder direkt aus der Natur gewannen oder sie durch Arbeit erwarben.

Der große Wendepunkt kam vor etwa 10.000 Jahren mit der Einführung der Bewässerungslandwirtschaft. Entlang der großen Flüsse des Nahen Ostens, Ägyptens, Indiens und Chinas wurde die Bewässerung genutzt, um mehr Produkte zu erzeugen, während Tiere wie Hühner, Schweine, Schafe und Ziegen domestiziert wurden. Es wurde ein Überschuss produziert, der den Hunger beseitigte. Gleichzeitig kam es zu Kriegen, da die Armeen genügend Nahrungsmittel mitbrachten, um dem Feind gegenüberzutreten, zum Beispiel zwischen den mesopotamischen Reichen und Ägypten, den politischen Mächten der damaligen Zeit.

Mit dem Aufkommen des Industriezeitalters im 17. und 18. Jahrhundert änderte sich alles bis zum heutigen Tag. Die Massenproduktion begann mit der Möglichkeit, den menschlichen Bedarf zu überdecken. Diese technisch-wissenschaftliche Entwicklung vollzog sich jedoch im Rahmen des Kapitalismus. Sie führte von Anfang an zu einer Trennung zwischen dem Eigentümer von Land und Produktionsmitteln einerseits und dem Arbeiter, der lediglich über seine Arbeitskraft verfügte, andererseits. Im Laufe der Zeit verschärfte sich diese Trennung bis zu dem Punkt, an dem heute die Eigentümer von natürlichem und technologischem Reichtum das globalisierte Wirtschaftssystem in wenigen Händen.  zum großen Nachteil der Lohnabhängigen kontrollieren und Millionen von Menschen ohne Zugang zu den grundlegenden Gütern des Lebens zurücklassen.

Diese Situation hat sich durch die so genannte “Große Transformation”(C. Polaniy) noch verschärft, in der sich die Marktwirtschaft in eine reine Marktgesellschaft verwandelt hat: Alles ist zur Ware geworden, von menschlichen Organen bis hin zu Wissen, Wahrheit, Nachrichten etc.

Die kapitalistische Logik besteht darin, aus allem Profit zu schlagen, und zwar durch die unbegrenzte Ausbeutung der Güter und Dienstleistungen der Natur, durch den erbitterten Wettbewerb zwischen allen auf dem angeblich freien Markt und durch die individuelle oder unternehmerische Akkumulation, die mit dem Staat bei der Verwaltung der öffentlichen Angelegenheiten konkurriert.

Die Produktion zielt offensichtlich darauf ab, den Bedarf der Menschen an Nahrung und Lebensunterhalt zu decken, solange dieser Prozess rentabel ist. Die Produktion selbst wird auf den Markt gebracht und verdient ihren Preis im Wettbewerb, ohne sich um die natürlichen Ressourcen und die Umweltverschmutzung zu kümmern (die als externe Effekte betrachtet werden, die vom Staat gelöst werden müssen). Da es darum geht, unbegrenzten Reichtum zu erzeugen, hat man begonnen, Produkte zu produzieren, die nicht lebensnotwendig sind, aber wichtig, um Geld zu verdienen.

Mit dem notwendigen Konsum kam also auch der Konsumismus. Der Konsumismus ist gekennzeichnet durch den Erwerb nicht lebensnotwendiger, überflüssiger Güter und Dienstleistungen, um wirtschaftlichen Gewinn zu erzielen.  Ein großer Teil der Produktion fließt in die Herstellung dieser überflüssigen Güter und erzeugt Konsumismus, insbesondere bei den Wohlhabenden, aber auch in der Gesellschaft selbst. Propaganda, sprechende Bilder, verführerische Bilder, Musik, YouTubes und gut inszenierte Filme werden eingesetzt, um die Menschen zu ermutigen, dieses oder jenes Produkt zu konsumieren. Die Bürger interessieren sich nicht für ihren Bewusstseinsstand oder gar ihre existenziellen Probleme. Was zählt, ist, dass sie Konsumenten sind.

Tatsache ist, dass eine Kultur des Kapitals geschaffen wurde. Die meisten Produkte (Fernseher, Autos, Haushaltsgeräte, Kleidung, Turnschuhe und zahllose andere Gegenstände) sind veraltet und nur für eine bestimmte Zeit haltbar, was den Verbraucher zwingt, sie zu ersetzen, zu kaufen und zu konsumieren.

Praktisch jeder von uns ist eine Geisel der Kultur des Kapitals, die uns zwingt, unsere Produkte von Zeit zu Zeit auszutauschen, sei es, weil sie veraltet sind wie ein Computer, sei es wegen der allgemeinen Obsoleszenz. Wir kennen die Macht einer Kultur, die durch jede Pore in uns eindringt und unseren Lebensstil naturalisiert. Wie schwierig und langwierig ist doch der Prozess ihrer Überwindung! Es ist die Konsumkultur, die den Kapitalismus ständig erneuert und verlängert.


In den letzten Jahren sind wir jedoch mit den Grenzen der Erde konfrontiert worden. Ein begrenzter Planet kann kein unbegrenztes Konsumverhalten verkraften. Wir brauchen jetzt mehr als eine Erde, um den Konsum von 8 Milliarden Menschen und den Luxuskonsum der üppigen Klassen zu bewältigen.


Jedes Jahr geben uns die Organisationen, die die Nachhaltigkeit unseres Planeten untersuchen, das Datum des Erdüberlastungstags (Earth Overshoot Day) bekannt. In diesem Jahr, 2023, wurde er am 2. August ermittelt, was bedeutet, dass an diesem Tag die natürlichen Güter und Dienstleistungen, die für unsere Existenz wesentlich und erneuerbar sind, den Tiefpunkt erreicht haben. Natürlich gibt es Bäume, Luft, Boden und Wasser. Aber sie alle werden zunehmend erschöpft, verschmutzt und sind nicht mehr nachhaltig.

Die Erde, ein systemisches und lebendiges Superwesen, gibt uns nicht, was wir verlangen, und antwortet mit mehr Erwärmung, mehr Extremereignissen, mehr Dezimierung der biologischen Vielfalt und mehr schädlichen und sogar tödlichen Viren. Die gesamte Beziehung wird durch die Verbindung von Biokapazität und ökologischem Fußabdruck definiert. Unter Biokapazität versteht man die Fähigkeit der Natur, sich selbst zu regenerieren. Der ökologische Fußabdruck gibt an, wie viel Biokapazität eine Region oder ein Land hat. Je komplexer die Region mit ihren Städten, ihrer Bevölkerung und ihrer Industrie ist, desto mehr natürliche Ressourcen benötigt sie.


Ebenso gravierend wie die zunehmende globale Erwärmung ist derzeit die rasche Überlastung der Erde. Unser Lebensstil erschöpft den Bestand an lebensnotwendigen Gütern und Dienstleistungen. Wir müssen unseren Konsumstil ändern, indem wir nüchtern, mitfühlend und selbstbegrenzend sind. XI Jinping hat das Ideal einer “ausreichend versorgten Gesellschaft” für ganz China vorgeschlagen. Wir müssen lernen, mit dem Genügenden und Anständigen zu leben, den Energieverbrauch zu senken und nach alternativen und weniger umweltschädlichen Transportmitteln zu suchen.

Wenn wir diese Vereinbarung nicht mit allen treffen, wird unsere Existenz auf diesem Planeten miserabel und sogar unmöglich sein.

Leonardo Boff Autor von: „Überlebenswichtig – Warum wir einen Kurswechsel zu echter Nachhaltigkeit brauchen
Grunewald Verlag, 2016