Popoli indigeni: nostri maestri e medici in ecologia

Con il recente assassinio dell’indigenista Bruno Pereira e quello del giornalista inglese Dom Phillips nella valle del Jari amazzonico e, soprattutto, per l’abbandono subito dall’attuale governo, con un orientamento genocida, per lungo tempo, durante la pandemia del Covid- 19 che, in tutto, deve essere costata la vita a migliaia d’indigeni, la questione dei popoli originari ha guadagnato i titoli dei media a livello nazionale e internazionale.

Sorprendenti, nonostante il ritardo, le scuse di Papa Francesco nella sua visita di luglio in Canada, alle famiglie dei bambini indigeni, strappati dal loro ambiente e internati nelle scuole cattoliche con molti morti. Loro non si sono accontentati di questa scusa papale. Uno dei leader ha detto coraggiosamente al Papa: smettetela di farci superare questa tragedia, vogliamo che ci capiate, che rispettiate la nostra saggezza ancestrale, che favorisca la nostra cura e ci lasci vivere secondo le nostre tradizioni. Qualcosa di simile hanno detto gli indigeni boliviani in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II: la Bibbia che ci date, datela agli europei, perché ne hanno bisogno più di noi perché sono stati loro che, in modo disumanizzante, ci hanno colonizzato e ci hanno quasi decimati.

Non abbiamo mai pagato il debito secolare che abbiamo con i popoli originari brasiliani, latino-americani e caraibici. Loro sono gli ospiti originari di queste terre che vengono invase e rubate a causa della voracità dei taglialegna, dei cercatori d’oro e dell’industria mineraria.

La cura di tutto ciò che esiste e vive

Ora che siamo sotto un allarme ecologico planetario, non sapendo quali soluzioni trovare di fronte all’aumento del riscaldamento globale, scopriamo, finalmente, come loro trattano la natura con saggezza, si prendono cura delle foreste e della Madre Terra. Loro sono i nostri maestri e medici nel sentimento di appartenenza, di fratellanza e rispetto per tutto ciò che esiste e vive. Nutrono una profonda concordia tra di loro e con la comunità della vita, qualcosa che noi abbiamo perso da secoli. Stiamo subendo il danno irreparabile della nostra devastazione. Non abbiamo ancora imparato le lezioni che Gaia, la Pacha Mama e la Madre Terra ci stanno dando con l’intrusione del Covid-19. Cerchiamo di tornare all’ordine precedente, proprio quello che ha portato allo scoppio di innumerevoli virus, l’ultimo, il vaiolo delle scimmie. Elenchiamo alcuni valori del loro modo di essere in questo mondo naturale.

Integrazione sinfonica con la natura.

L’indio si sente parte della natura e non un estraneo al suo interno. Pertanto, nei loro miti, gli esseri umani e gli altri esseri viventi convivono e si sposano. Hanno intuito ciò che sappiamo dalla scienza empirica che tutti noi formiamo una catena di vita unica e sacra. Loro sono esimi ecologisti. L’Amazzonia, ad esempio, non è terra intoccabile. In migliaia di anni, le decine di nazioni indigene che vi abitano hanno saggiamente interagito con essa. Quasi il 12% dell’intera foresta amazzonica di ‘terra ferma’ è stata gestita da loro, promuovendo “isole di risorse”, sviluppando specie vegetali utili o foreste ad alta densità di castanheiras e frutti di ogni tipo. Essi furono piantati e curati per se stessi e per coloro che, per avventura, passavano di lì.

Gli Yanomami sanno utilizzare il 78% delle specie di alberi presenti dei suoi territori, tenendo conto dell’immensa biodiversità della regione, nell’ordine di 1.200 specie per un’area delle dimensioni di un campo da calcio.

Per loro la Terra è la Madre dell’indio. Lei è viva e per questo produce tutti i tipi di esseri viventi. Dovrebbe essere trattata con la riverenza e il rispetto dovuti alle madri. Mai si dovrebbero abbattere animali, pesci o alberi per puro piacere, ma solo per soddisfare i bisogni umani. Anche così, quando si tagliano gli alberi o si pratica la caccia e la pesca, sono organizzati riti di scuse in modo da non violare l’alleanza di amicizia tra tutti gli esseri.

Questo rapporto sinfonico con la comunità della vita è imprescindibile per garantire il futuro comune della propria vita e della specie umana.

Saggezza ancestrale.

Conoscendo un po’ le diverse culture indigene, identifichiamo in esse una profonda capacità di osservare la natura con le sue forze e la vita con le sue vicissitudini. La loro saggezza è stata intessuta attraverso la sintonizzazione con l’universo e l’ascolto attento del linguaggio della Terra. Sanno meglio di noi, sposare il cielo con la terra, integrare vita e morte, conciliare lavoro e divertimento, fraternizzare l’essere umano con la natura. In questo senso sono altamente civilizzati sebbene la loro tecnologia sia molto raffinata, ma non contemporanea.

Intuitivamente, hanno capito la vocazione fondamentale del nostro effimero passaggio in questo mondo, che è catturare la maestosità dell’universo, assaporare la bellezza della Terra e togliere dall’anonimato quell’Essere che fa essere tutti gli esseri, chiamandolo con mille nomi Palop, Tupã, Ñmandu e altri. Tutto esiste per brillare. E l’essere umano esiste per ballare e festeggiare questo bagliore.

Questa saggezza ha bisogno di essere riscattata dalla nostra cultura secolarizzata e irrispettosa delle varie forme di vita. Senza di essa, difficilmente potremmo porre limiti al potere che potrebbe distruggere il nostro Pianeta vivo e ridente.

Attitudine di venerazione e rispetto.

Per i popoli indigeni, così come per alcuni contemporanei, come il compianto James Lovelock, l’ideatore della teoria della Terra come Gaia, tutto è vivo e tutto viene caricato di messaggi che devono essere decifrati. L’albero non è appena un albero. Lui comunica con i suoi profumi. Possiede braccia che sono i suoi rami, ha mille lingue che sono le sue foglie, unisce il Cielo con la Terra attraverso le sue radici e la sua chioma. Loro sono in grado, naturalmente, di cogliere il filo che collega e ricollega tutte le cose tra loro e con la Divinità. Quando ballano e bevono le bevande rituali, sperimentano un incontro con il Divino e con il mondo degli anziani e dei saggi che sono vivi dall’altra parte della vita. Per loro, l’invisibile fa parte del visibile. È importante imparare da loro questa lezione.

La libertà, l’essenza della vita indigena.

Attualmente la mancanza di libertà ci tormenta. La complessità della vita, la sofisticazione delle relazioni sociali generano sentimenti di prigionia e angoscia. I popoli indigeni ci danno testimonianza di una libertà incommensurabile. Ci basta la testimonianza dei grandi indigenisti, i fratelli Orlando e Cláudio Villas Boas: “L’indio è totalmente libero, senza bisogno di dare soddisfazione per le sue azioni a chiunque sia… Se una persona grida nel centro di São Paulo, una pattuglia della polizia potrebbe portarla in galera. Se un indio lancia un urlo tremendo in mezzo al villaggio, nessuno lo guarderà, né gli chiederà perché ha urlato. L’indio è un uomo libero». Questa libertà è talmente in mostra attraverso la straordinaria leadership Krenak e dai suoi scritti, Ailton Krenak.

La autorità, potere come servizio e spoliazione.

La libertà vissuta dai popoli indigeni conferisce un segno unico all’autorità dei loro capi. Questi non hanno mai potere di comando sugli altri. La loro funzione è di animazione e articolazione delle cose comuni, sempre nel rispetto del dono supremo della libertà individuale. Soprattutto, tra i Guarani si vive questo alto senso di autorità, il cui attributo essenziale è la generosità. Il capo deve dare tutto ciò che gli viene chiesto e non deve tenere nulla per sé. In alcune comunità indigene si può riconoscere il capo nella persona che indossa gli ornamenti più poveri, poiché il resto è stato tutto donato. Noi occidentali definiamo il potere nella sua forma autoritaria: “la capacità di conseguire che l’altro faccia quello che io voglio”. A causa di questa concezione, le società sono permanentemente dilaniate da conflitti di autorità.

Immaginiamo il seguente scenario: se il cristianesimo si fosse incarnato nella cultura sociale guarani e non in quella greco-romana, allora avremmo sacerdoti poveri, vescovi miserabili e il papa un vero mendicante. Ma il suo segno distintivo sarebbe la generosità e il servizio umile a tutti. Allora sì, potremmo essere testimoni di Colui che ha detto: “sono in mezzo a voi come uno che serve”. Gli indigeni avrebbero colto questo messaggio come connaturale alla loro cultura e, chissà, avrebbero aderito liberamente alla fede cristiana.

Come si vede, in tante cose, lo ripeto, gli indigeni possono essere nostri maestri e nostri medici, come si diceva dei poveri nella Chiesa primitiva.

*Ecoteologo ha scritto il Matrimonio fra il Cielo e la Terra.

Miti  dei indigeni brasiliani, Planeta, São Paulo 2022.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Povos indígenas: nossos mestres e doutores                                                                    

Com o assassinato recente do indigenista Bruno Pereira e o do jornalista  inglês Dom Phillips no vale do Jari amazônico e mais que tudo pelo abandono que sofreram por parte do atual governo, de viés genocida, por longo tempo, durante da pandemia do Covid-19 que, ao todo, deve ter custado a vida de cerca de mil indígenas, a questão dos povos originários ganhou as manchetes nacionais e internacionais.

Surpreendente, embora tardio, foi o pedido de desculpa do Papa Francisco em sua visita em julho ao Canadá, às famílias de crianças indígenas, arrancadas de seu meio e internadas em colégios católicos com muitas mortes. Eles não se contentaram com essa desculpa papal. Uma das lideranças corajosamente disse ao Papa:parem de nos fazer superar esta tragédia, queremos que nos entendam, que respeitem a nossa sabedoria ancestral, que favoreçam a nossa cura e nos deixem viver segundo as nossas tradições. Algo semelhante disseram indígenas bolivianos por ocasião da visita do Papa João Paulo II: a Bíblia que nos dão, entreguem-na aos europeus, pois eles precisam dela mais do que nós porque foram eles que de forma desumanizadora nos colonizaram e quase nos dizimaram.

Nunca pagamos a dívida centenária que temos para com os povos originários brasileiros, latino-americanos e caribenhos. Eles são os hóspedes originários destas terras que lhes estão sendo invadidas e roubadas em função da voracidade dos madeireiros, do ouro e da mineração.

O cuidado para com tudo o que existe e vive

Agora que estamos sob um alarme ecológico planetário, sem saber que soluções encontrar face ao crescente aquecimento do planeta, descobrimos, finalmente, como eles com sabedoria tratam a natureza, o cuidado para com as florestas e a Mãe Terra. Eles são nossos mestres e doutores no sentimento de pertença, de irmandade e de respeito por tudo o que existe e vive. Nutrem uma profunda concórdia entre eles e com a comunidade de vida, coisa que nós há séculos perdemos. Estamos sofrendo os danos irremissíveis de nossa devastação. Ainda não tiramos as lições que Gaia, a Pacha Mama e Mãe Terra nos está dando com a intrusão do Covid-19. Buscamos volver à ordem anterior, justamente aquela que propiciou a irrupção de inúmeros vírus, o último, a varíola do macaco. Elenquemos alguns valores de seu modo de estar neste mundo natural.

Integração sinfônica com a natureza.

O índio se sente parte da natureza e não um estranho dentro dela. Por isso, em seus mitos, seres humanos e outros seres vivos convivem,m e casam entre si. Intuíram o que sabemos pela ciência empírica que todos formamos uma cadeia única e sagrada de vida. Eles são exímios ecologistas. A Amazônia, por exemplo, não é terra intocável. Em milhares de anos, as dezenas de nações indígenas que ai vivem, interagiram sabiamente com ela. Quase 12% de toda floresta amazônica de terra firme foi manejada por eles, promovendo “ilhas de recursos”, desenvolvendo espécies vegetais úteis ou bosques com alta densidade de castanheiras e frutas de toda espécie. Elas foram plantadas e cuidadas para si e para aqueles que, por ventura, por ai passassem.

Os Yanomami sabem aproveitar 78% das espécies de árvores de seus territórios, tendo-se em conta a imensa biodiversidade da região, na ordem 1200 espécies por área do tamanho de um campo de futebol.

Para eles a Terra é Mãe do índio. Ela é viva e por isso produz todo tipo de seres vivos. Deve ser tratada com reverência e respeito que se deve às mães. Nunca se há de abater animais, peixes ou árvores por puro gosto, mas somente para atender necessidades humanas. Mesmo assim, quando se derrubam árvores ou se fazem caçadas e pescarias maiores, organizam-se ritos de desculpa para não violar a aliança de amizade entre todos os seres.

Essa relação sinfônica com a comunidade de vida é imprescindível para garantirmos o futuro comum da própria vida e o da espécie humana.

Sabedoria ancestral.

Conhecendo-se um pouco as diversas culturas indígenas, identificamos nelas profunda capacidade de observação da natureza com suas forças  e da vida com suas  vicissitude . A sabedoria deles se teceu  através da sintonia fina com o universo e  da escuta atenta da linguagem da Terra. Sabem melhor do que nós, casar céu com a terra, integrar vida e morte, compatibilizar trabalho e diversão, confraternizar ser humano com a  natureza. Nesse sentido eles são altamente civilizados embora sua tecnologia seja finíssima mas não contemporânea.

Intuitivamente, atinaram com a vocação fundamental de nossa efêmera passagem por esse mundo que é captar a majestade do universo, saborear a beleza da Terra e tirar do anonimato aquele Ser que faz ser todos os seres, chamando-o por mil nomes Palop, Tupã, Ñmandu e outros.  Tudo existe para brilhar. E o ser humano existe para dançar e festejar esse brilho.

Essa sabedoria precisa ser resgatada por nossa cultura secularista e desrespeitosa das várias formas de vida. Sem ela dificilmente pômos limites ao poder que poderá destruir o nosso ridente Planeta vivo

Atitude de veneração e de respeito.

Para os povos  indígenas, bem  como para alguns contemporâneos, como o recém falecido James Lovelock, o formulador da teoria da Terra como Gaia, tudo é vivo e tudo vem carregado de mensagens que importa decifrar. A árvore não é apenas uma árvore. Ela se comunica por seus odores. Possui braços que são seus ramos, tem mil línguas que são suas folhas, une o  Céu com a Terra por suas raízes e  pela copa. Eles conseguem, naturalmente, captar o fio que liga e re-liga todas as coisas entre si e com a Divindade. Quando  dançam e tomam as beberagens rituais fazem uma experiência de encontro como Divino e com o mundo dos anciãos e dos sábios que estão vivos no outro lado da vida. Para eles, o invisível é parte do visível. Essa lição importa aprender deles.

       A liberdade, a essência da vida indígena.

Nos dias atuais a falta de liberdade nos atormenta. A complexidade da vida, a sofisticação das relações sociais geram sentimento de prisão e de angústia. Os povos indígenas nos dão o testemunho de uma incomensurável liberdade. Baste-nos o depoimento dos grandes indigenistas, os irmãos Orlando e Cláudio Villas Boas: “O índio é totalmente livre, sem precisar de dar satisfação de seus atos a quem quer que seja… Se uma pessoa der um grito no centro de São Paulo, uma rádio-patrulha poderá levá-lo preso. Se um índio der um tremendo berro no meio da aldeia, ninguém olhará para ele, nem irá perguntar por que ele gritou. O índio é um homem livre”. Essa liberdade é tão apresentada pela extraordinária liderança Krenak e por seus escritos, Ailton Krenak.

       A autoridade, o poder como serviço e despojamento.

A liberdade vivida pelos indígenas confere uma  marca singular à  autoridade de seus caciques. Estes nunca têm poder de mando sobre os demais. Sua função é de animação e de articulação das coisas comuns, sempre respeitando o dom supremo da liberdade individual. Especialmente, entre os Guarani se vive esse alto sentido da autoridade, cujo atributo essencial é a generosidade. O cacique deve dar tudo o que lhe pedem e não deve guardar nada para si. Em algumas tabas se pode reconhecer o chefe na pessoa de quem traz ornamentos  mais pobres, pois, o resto foi tudo doado.  Nós ocidentais definimos o poder sob sua forma autoritária:“a capacidade de conseguir  com que o outro faça aquilo que eu quero”. Em razão desta concepção, as sociedades são dilaceradas permanentemente por conflitos de autoridade.      

Imaginemos o seguinte cenário: caso o cristianismo, se tivesse encarnado na cultura social guarani e não naquela greco-romana, teríamos então padres pobres, bispos miseráveis e o papa um verdadeiro mendigo. Mas sua marca registrada seria a generosidade e o serviço humilde a todos. Então, sim, poderiam ser testemunhas d’Aquele que disse:”estou entre vós como quem serve”. Os indígenas teriam captado essa mensagem como co-natural à sua cultura  e, quem sabe, livremente aderido à fé cristã.

 Como se depreende, em tantas coisas, reafirmo, os indígenas podem ser nossos mestres e nossos doutores, como se dizia dos pobres na Igreja dos primórdios.

Leonardo  Boff escreveu O casamento entre o Céu e a Terra,contos de indígenas brasileiros,(com um suplemento sobre dados atualizados do seu universo),Planeta 2022.

La confrontación bolsonarista de “el Bien contra el Mal”: un error filosófico, un antagonismo falso y una propuesta absurda

El enfrentamiento que el PL y el presidente a él afiliado proponen como estrategia política de campaña electoral, es un indiscutible error filosófico. Es maniqueísmo que imagina falsamente que hay un principio dualista: por un lado solamente el mal y por el otro solamente el bien en continuo enfrentamiento. Ellos, los fanatizados, se presentan como los portadores del bien. Los otros, del mal.

Reflexionemos: Toda realidad humana personal y social carga, mezcladas y juntas, con las dimensiones de bien y las dimensiones de mal. Esa es la condición concreta de la realidad histórica: la convivencia, junta y mezclada, de ambas dimensiones. Cada uno da primacía a una de estas dimensiones, al bien o al mal, aunque no consiga, como una sombra, liberarse de ella, pero puede mantenerla bajo vigilancia. Aquí surge el carácter ético de la opción y de sus prácticas, ya sea de la dimensión del bien o la del mal. 

Cuando un grupo fanatizado y su líder optan por el odio, por el espíritu de venganza, por la mentira, por la violencia, por la magnificación de la dictadura y de la tortura, usa fake news, estos decididamente no pueden reivindicar “nosotros somos hombres del bien”. Ellos optaron por el mal, admitamos, sin conseguir sofocar el bien que es inherente a nuestra naturaleza personal y social. Esto es sin lugar a dudas lo que está ocurriendo con el actual presidente y sus seguidores, ciegos de odio y llenos de rabia. Quieren el mal para sus adversarios pensando hacer bien al país. En realidad,invierten la realidad cometiendo un error filosófico. 

Los fanáticos bolsonaristas y su líder, con características de conducta desviada por su completa falta de empatía, por la brutalización de sus comunicaciones y la pérdida de la dignidad inherente al cargo que ocupa, proponen un falso antagonismo. ¿Cuál es el verdadero antagonismo: es entre la defensa de la vida, a partir de los más vulnerables o la completa falta de cuidado de ella, especialmente en este momento de la pandemia del Covid-19? ¿Es la transparencia en la cosa pública o un presupuesto secreto, sin criterios técnicos y falto de toda equidad en la distribución de los miles de millones de reales? ¿Es la búsqueda del equilibrio y de la paz social o el empeño en agudizar conflictos, destruir la reputación de autoridades y de políticos con falsas acusaciones y dossiers manipulados? ¿Es defender el pacto social codificado en la Constitución y en las leyes o atacarlo sistemáticamente incumpliendo toda y cualquier norma? ¿Es amenazar con una ruptura institucional, rompiendo el equilibrio de los tres poderes y difamando especialmente a uno de ellos, el STF? ¿Es armar al pueblo con todo tipo de armas (las armas son para matar, ya sea agrediendo o defendiendo) en vez de enseñar a amar, propiciar el diálogo, la conciliación y el gana-gana? Y podríamos aducir más datos del antagonismo, como la malévola destrucción del proceso educativo, el desmantelamiento de la cultura y la incentivación de la discriminación y el odio contra negros, indígenas, mujeres y personas de otra opción sexual en vez de propiciar la convivencia pacífica y la acogida de las diferencias? Pues el grupo fanatizado de los bolsonaristas y de su líder promueven y exaltan este falso y odioso antagonismo.

En toda política existe oposición pero no se puede transformar en una contraposición, transformando al adversario en enemigo. Y lo hacen cotidianamente.

Finalmente, nos encontramos ante con una propuesta absurda, desprovista de todo sentido humano. Ninguna sociedad históricamente conocida prosperó y se consolidó sobre la exclusión, el odio, la persecución, la injusticia, la mentira y la afirmación de la muerte. Formular tal propuesta repugna a la inteligencia que se rige por la búsqueda de la verdad y enfrenta la conciencia de los valores éticos y morales. Mediante la violencia y la represión ella puede ser impuesta durante cierto tempo pero no tiene salud interior para poder afirmarse.

Esta propuesta absurda del enfrentamiento entre el bien y el mal como lema electoral del PL y del presidente, buscando con tal estrategia la reelección, está destinada al más rotundo fracaso. En el fondo esta propuesta es suicida. Como decía un conocido escritor brasilero citando a Shakespeare: ellos toman el veneno pensando que el otro va a morir envenenado. Ellos se están envenenando.

Esta elección de 2022 tiene un claro carácter plebiscitario: o bien optamos por la vida de la naturaleza y por la vida de las grandes mayorías humilladas, ofendidas, con hambre y desempleadas o bien optamos por el poder que castiga, marginaliza cobardemente, destruye la democracia y el Estado democrático de derecho, destroza la naturaleza, desvía los bienes públicos y prolonga la dependencia para imponer un autoritarismo fascistoide, obtuso, anti-vida, anti-cultura y anti-pueblo y dependiente siempre de un poder mayor y extranjero. Después, esta segunda opción transformará nuestro país en paria, en el cual las grandes mayorías vivirán en exclusión, en la marginación y en la pobreza si no en miseria humillante.

Debemos reconstruir lo que fue destruido y aprovechar la ocasión para llevar a cabo el sueño de nuestros mejores de concluir la refundación de Brasil, expresión de una civilización biocentrada en los trópicos. Por su magnitud y abundancia de bienes de vida podrá ser la fuente de agua dulce para saciar la sed de millones de personas y la mesa para las hambres del mundo entero.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil: concluir la refundación o prolongar la dependencia, Vozes 2018.

Traducción de Mª José Gavito Milano

L’affrontement bolsonariste du « Bien » contre le « Mal » : erreur philosophique et faux antagonisme

Au Brésil, les fanatisés bolsonaristes se présentent en porteurs du bien. Si toute réalité humaine porte, mélangées ensemble, les dimensions de bien et de mal, lorsqu’un groupe fanatique et son chef optent pour la haine, l’esprit de vengeance, le mensonge, la violence, la magnification de la dictature et la torture à l’aide de fake news, ils ne peuvent pas prétendre « nous sommes des hommes bons ».

.

La confrontation que le PL (Parti Libéral) et le président qui lui est affilié proposent comme stratégie politique de la campagne électorale représente une erreur philosophique irrémissible. C’est le manichéisme qui imagine à tort qu’il existe un principe dualiste, d’un côté uniquement le mal et de l’autre uniquement le bien et qui s’affrontent toujours. Eux, les fanatisés, se présentent comme les porteurs du bien. Les autres sont mauvais.

Réfléchissons : Toute réalité humaine, personnelle et sociale porte, mélangées et ensemble, les dimensions du bien et les dimensions du mal. C’est la condition concrète de la réalité historique : la coexistence, ensemble et mêlée, des deux dimensions. Chacun donne le primat à l’une de ces dimensions, bonne ou mauvaise, bien que je ne puisse pas, comme une ombre, m’en dégager, mais je peux toujours la garder sous surveillance. Ici se pose le caractère éthique de l’option et de ses pratiques, qu’elles soient en bien ou en mal.

Lorsqu’un groupe fanatique et son chef optent pour la haine, l’esprit de vengeance, le mensonge, la violence, la magnification de la dictature et la torture à l’aide de fake news, ils ne peuvent pas prétendre “nous sommes des hommes bons”. Ils ont choisi le mal, nous l’admettons, sans pouvoir étouffer le bien inhérent à notre nature personnelle et sociale. Car c’est ce qui arrive, sans équivoque, à l’actuel président et à ses partisans, rouges de haine et en proie à la rage. Ils veulent du mal à leurs adversaires pensant faire du bien au pays. En fait, ils inversent la réalité en commettant une erreur philosophique.

Les fanatiques bolsonaristes et leur chef, aux caractéristiques déviantes dues à leur absence totale d’empathie, à la brutalisation de leurs communications et à la perte de la dignité inhérente à la position qu’ils occupent, proposent un faux antagonisme. Quel est le véritable antagonisme : est-il entre la défense de la vie, de la part des plus vulnérables ou l’absence totale de prise en charge de celle-ci, surtout en ce moment avec la pandémie de Covid-19 ? Est-ce la transparence des affaires publiques ou un budget secret, sans critères techniques et dépourvu de toute équité dans la répartition des milliards de réais ?

Est-ce la recherche de l’équilibre et de la paix sociale ou l’effort d’intensifier les conflits, de détruire la réputation des autorités et des politiciens avec de fausses accusations, des dossiers falsifiés ? Il s’agit soit de défendre le pacte social codifié dans la Constitution et les lois, soit de l’attaquer systématiquement et de ne respecter aucune règle. Menace-t-elle d’une rupture institutionnelle, rompant l’équilibre des trois pouvoirs et diffamant l’un d’entre eux en particulier, la STF (la Cour Suprême du Brésil) ? Est-ce armer le peuple de toutes sortes d’armes (les armes sont pour tuer, attaquer ou se défendre) au lieu de lui apprendre à aimer, favoriser le dialogue, la conciliation et le gagnant-gagnant ?

Et nous pourrions ajouter plus de données sur l’antagonisme, telles que la destruction malveillante du processus éducatif, le démantèlement de la culture et l’encouragement de la discrimination et de la haine contre les Noirs, les peuples autochtones, les femmes et les personnes d’une autre option sexuelle au lieu de promouvoir la coexistence pacifique et acceptation des différences ? Parce que le groupe fanatique des bolsonaristes et leur chef promeuvent cet antagonisme faux et haineux. L’opposition existe dans toute politique, mais elle ne peut devenir un contre-pouvoir si elle est considérée comme un ennemi, c’est ce qu’ils font quotidiennement.

Enfin, il s’agit d’une proposition absurde, dénuée de tout sens humain et humaniste. Aucune société historiquement connue n’a prospéré et s’est consolidée sur l’exclusion, la haine, la persécution, l’injustice, le mensonge et l’affirmation de la mort. Formuler une telle proposition répugne à l’intelligence gouvernée par la recherche de la vérité et heurte la conscience des valeurs éthiques et morales. Elle peut être imposée par la violence et la répression pendant un certain temps, mais elle n’a pas la raison intérieure de pouvoir s’établir.

Cette proposition absurde de l’affrontement entre le bien et le mal comme devise électorale par son Parti Libéral et le président, à la recherche d’une telle stratégie pour sa réélection, est vouée à un franc échec. En substance, cette proposition est suicidaire. Comme un écrivain brésilien bien connu citait Shakespeare : ils prennent le poison en pensant que l’autre va mourir empoisonné. Ils s’empoisonnent.

Cette élection de 2022 a un caractère clairement plébiscitaire : soit on choisit la vie de la nature et la vie des majorités humiliées, offensées, affamées et sans emploi, soit on choisit le pouvoir qui punit, marginalise lâchement, détruit la démocratie et l’État de droit démocratique, s’attaque à la nature, aliène les biens publics et prolonge la dépendance pour imposer un autoritarisme fasciste, obtus, anti-vie, anti-culture et anti-peuple et toujours dépendant d’un pouvoir supérieur et extérieur. Suivre cette voie transformera notre pays en un paria, dans lequel la grande majorité vivra dans l’exclusion, la marginalisation et la pauvreté, sinon dans une misère dégradante.

Il faut reconstruire ce qui a été détruit et profiter de l’occasion pour, en fait, réaliser notre grand rêve d’achever la refondation du Brésil, expression d’une civilisation basée sur le « biocentrisme » sous les tropiques (qui s’oppose au chauvinisme humain). En raison de son ampleur et de l’abondance des biens de la vie, il pourrait être la source d’eau douce pour étancher la soif de millions de personnes et dresser la table pour les faims du monde entier.

Fonte MEDIAPART Paris 28/7/2022

Leonardo Boff a écrit Brasil : conclure la refondation ou prolonger la dépendance, Vozes 2018.