Possiamo sorridere in mezzo allo spavento e alla paura della nostra epoca?

Nella mia lunga traiettoria teologica, due temi per me sono rimasti centrali fin dall’inizio, a partire dagli anni ’60 del secolo passato, perché rappresentano singolarità proprie del cristianesimo: la concezione societaria di Dio (Trinità) e l’idea della risurrezione da morte. Se non tenessimo conto di questi due temi, non cambierebbe quasi nulla rispetto al cristianesimo tradizionale. Questo predica fondamentalmente il monoteismo (un solo Dio) come se fossimo ebrei o musulmani. Al posto della risurrezione ha preferito il tema platonico dell’immortalità dell’anima. Lamentevole perdita perché cessiamo di professare qualcosa di singolare, direi, quasi esclusivo del cristianesimo, carico di giovialità, di speranza e di senso innovatore della vita.

Dio non è la solitudine di uno, terrore di filosofi e teologi. Lui è la comunione di tre unici che appunto perché unici, non sono numeri ma un movimento dinamico di relazioni tra diversi ugualmente eterni e infiniti, relazioni così intime e intrecciate che impediscono che ci siano tre dei ma un solo Dio-amore-comunione-inter-retro-comunicazione. Abbiamo a che vedere con un monoteismo trinitario e non atrinitario o pretriniario. In questo ci distinguiamo dagli ebrei e dai musulmani e dalle altre tradizioni monoteiste.

Dire che Dio è comunione di amore infinito e che da lui derivano tutte le cose significa permetterci di capire quello che la fisica quantica da quasi un secolo viene affermando: tutto l’universo è relazione, intreccio di tutti con tutti, fino a costituire una rete intricatissima di connessioni che formano l’unico e medesimo universo. Questo, effettivamente, è a immagine e somiglianza del Creatore, fonte di interrelazioni infinite tra diversi che vengono presentati come Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa concezione toglie i fondamenti di ogni e qualsiasi centralismo, monarchismo, autoritarismo e patriarcalismo che trovava nell’unico Dio e unico Signore la sua giustificazione, come alcuni teologi critici già hanno osservato. Il Dio societario, fornisce, invece, supporto metafisico a qualsiasi tipo di socialità, di partecipazione e di democrazia.

Ma siccome i predicatori di solito non si riferiscono alla Trinità, ma solamente a Dio (solitario e unico) viene perduta una fonte di critica, di creatività e di trasformazioni sociali nella linea della democrazia e della partecipazione aperta e senza fine.

Qualcosa di simile succede con il tema della risurrezione. Questo costituisce il nucleo centrale del cristianesimo, il suo point d’honneur. Quello che riunì la comunità degli apostoli dopo l’esecuzione di Gesù di Nazaret in croce (tutti stavano tornando, perduta ogni speranza, alle loro case) è stata la testimonianza delle donne che affermavano: quel Gesù che è stato ucciso e sepolto, è risuscitato e vivo”. La risurrezione non è una specie di rianimazione di un cadavere come quello di Lazzaro che finì, alla fine, per morire come tutti, ma la rivelazione del nuovissimo Adamo nell’espressione felice di San Paolo: l’irruzione dell’Adamo definitivo, del nuovo essere umano, come se avesse anticipato la fine buona di tutto il processo di antropogenesi e di cosmogenesi. Pertanto, una rivoluzione nell’evoluzione.

Il cristianesimo primitivo viveva questa fede nella resurrezione riassunta da San Paolo con le parole: “Se Cristo non è risuscitato la nostra predicazione è vana e vana è la vostra fede” (1 Co, 15,14). Faremmo meglio allora pensare: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (15,22). Ma Gesù è risuscitato, tutto cambia. Anche noi risorgeremo, poiché lui è il primo tra molti fratelli e sorelle, “La primizia di quelli che sono morti” (1Co 15,20). In altre parole e questo vale contro tutti coloro che ci dicono che siamo esseri-per-la-morte, che noi moriremo sì, ma moriremo per risuscitare, per spiccare un salto fino al termine dell’evoluzione e anticiparla qui adesso nella nostra fase temporale.

Non conosco nessun messaggio più carico di speranze di questo. I cristiani dovrebbero annunciarlo e viverlo in tutti i suoi aspetti. Ma la trascurano e rimangono con il principio platonico dell’immortalità dell’anima. Altri come già osserva ironicamente Nietzsche, sono tristi e imbronciati come se non ci fosse né redenzione né risurrezione. Il Papa Francesco dice che sono “cristiani di quaresima senza resurrezione”, con “faccia da funerale”, tanto tristi come se fossero al loro stesso funerale.

Quando uno muore, per lui è la fine del mondo. È in questo momento, nella morte, che avviene la resurrezione: inaugura il tempo senza tempo, la beata eternità.

In un’epoca come la nostra, di disaggregazione generale delle relazioni sociali e di minacce di devastazione della vita nelle sue differenti forme fino al rischio di sparizione della nostra specie umana, vale scommettere questi due flash: Dio è comunione di tre che sono relazione e amore e che la vita non è destinata alla morte personale e collettiva ma a più vita ancora. I cristiani additano una anticipazione della scommessa: il Crocifisso che era stato Trasfigurato. Conserva i segni del suo passaggio doloroso in mezzo a noi, il marchio della tortura della crocifissione, ma adesso trasfigurato in colui nel quale le potenzialità nascoste dell’umano sono realizzate pienamente. Per questo lo annunciamo come l’essere nuovo tra noi.

La Pasqua non vuole celebrare altra cosa se non questa ridente realtà che ci concede di sorridere e guardare al futuro senza paura o pessimismo.

Leonardo Boff ha scritto A nossa ressurreição na morte, Vozes 2004.
Traduzione di Romano e Lidia Baraglia.

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Wenn die Große Drangsal einsetzt, wird die Erde endlich zur wohlverdienten Ruhe kommen

 

Die Überlegungen von Waldemar Boff*, der mit Kleinbauern in der Nähe des Flusses Surui in Baixade Fluminense (Brasilien) ökologische Landwirtschaft betreibt, erscheinen mir sehr passend.

Er schreibt:

“Niemand kennt mit Gewissheit den Tag noch die Stunde. Das liegt daran, dass wir uns, fast ohne es zu bemerken, schon mitten darin befinden. Doch es nähert sich mit wachsender Intensität und Klarheit. Wenn die große Katastrophe geschieht, wird sie uns wie ein unerwartetes Ereignis erscheinen.

Obwohl es sichere Daten gibt, die hinweisen auf die unvermeidlichen globalen Veränderungen infolge des Klimawandels mit Konsequenzen, die die Wissenschaftler noch zu erfassen versuchen und die sich sicherlich noch verschlimmern werden, lassen sich die Industrienationen und ihre Regierungen durch ihre wirtschaftlichen Interessen und ihre mangelnde Weitsicht davon abhalten, die notwendigen Maßnahmen zu ergreifen, um die Auswirkungen zu lindern und ihren Lebensstil an den fieberhaften Zustand der Erde anzupassen.

Wir können uns ein plausibles Szenario vorstellen, in dem Orkane ganze Regionen auslöschen werden. Gigantische Wellen werden Städte und Zivilisationen überschwemmen und sie an den Füßen von Bergen ihrem Tod überlassen. Ausgedehnte Dürreperioden werden dazu führen, dass alle Reichtümer der Welt gegen ein Glas schmutziges Wasser getauscht werden. Extreme Hitze und Kälte werden uns sehnsüchtig an die Erzählungen unserer Großmütter über nachmittägliche Brisen und abendliche Herdfeuer im Winter denken lassen, die stets vorhersehbar waren, sowie über Früchte, die in der Sommersonne heranreifen konnten. Die Menschen werden dann nur noch essen, um überleben zu können, und ihre Speisen werden von zweifelhaftem Geschmack sein.

Doch das wird noch nicht das Schlimmste sein. Die spindeldürre Mutter wird nicht in der Lage sein, ihre Tochter zu begraben, und der Enkel wird seinen Großvater für eine Brotkrume umbringen. Hunde und Katzen, des Menschen Freunde, werden überall als letzte Möglichkeit, den Hunger zu stillen, begehrt sein. Die Lebenden werden die Toten beneiden, und niemand mehr wird über den Tod von Kindern klagen. Hunger wird sich so weit ausgebreitet haben, dass, wie im besetzten Jerusalem, die Hungernden auf das nächste Hungertodopfer warten, um dessen schlaffes Fleisch zu essen.

„Euer Land wird zur Wüste und eure Städte werden zu Ruinen. … Dann hat das Land Ruhe und erhält Ersatz für seine Sabbate. Während der ganzen Zeit der Verwüstung hat es Sabbatruhe, die es an euren Sabbaten nicht hatte, als ihr noch darin wohntet.“ (Lev. 26,33-35)

Doch wird dies das Ende der ganzen Biosphäre sein? Nein. Für die Gerechten und Besonnenen wird Gott diese Tage abkürzen und nicht alles Leben auf Erden zerstören und damit sein Versprechen halten, das er unserem Vater Noah einst gab. Doch es ist notwendig, dass der Mensch durch diese Drangsal geht, um von seinem Egoismus zu erwachen und um zu erkennen, dass er Teil der Lebensgemeinschaft ist und deren hauptverantwortlicher Hüter.

Was können wir tun, um uns auf solche Zeiten vorzubereiten? Zuerst einmal müssen wir erkennen, dass wir bereits in diesen Zeiten leben. Wir wissen schon nicht mehr, wann Frühling und Herbst beginnen. Noch weniger können wir uns darauf verlassen, dass es warme und kalte Monate gibt. Wir wissen nicht mehr, wann es Regen oder Sonne gibt. Ebenso ist es wichtig, still zu werden, wachsam und aufmerksam und nach den Zeichen Ausschau zu halten, die die Beschleunigung des Wandlungsprozesses angeben. Und vor allem müssen wir umkehren, unsere Lebensgewohnheiten ändern, uns einer persönlichen Veränderung unterziehen, und zwar zutiefst und endgültig. Nur so werden wir die moralischen Bedingungen erfüllen, dies auch von anderen verlangen zu können. Doch wie schon zu Zeiten der Propheten werden nur wenige darauf hören, einige werden sich darüber lustig machen, und die meisten werden gleichgültig bleiben und sich alle Arten von Freiheiten wie zu Noahs Zeiten herausnehmen.

Wir sollten auch zu unseren Wurzeln zurückkehren, um einen Neubeginn zu machen, wie es die reuevolle Menschheit so oft getan hat, und erkennen, dass wir nur Geschöpfe sind, nicht die Schöpfer, dass wir untereinander Kameraden sind, nicht die Herren der Natur; dass wir uns notwendigerweise den großen Gesetzen des Lebens unterwerfen und aufmerksam auf die Stimme unseres Gewissens hören müssen, um glücklich zu sein. Wenn wir diese wesentlichen Gesetze befolgen, werden wir die Früchte der Erde ernten sowie die Freude unserer Seele. Befolgen wir sie jedoch nicht, so werden wir eine Zivilisation erben wie diese, in der wir gerade leben, voll Gier, Krieg und Trauer.

Für die kommenden, von Knappheit geprägten Zeiten müssen wir die althergebrachten Künste und Techniken wiedererlangen: pflanzen, aufbewahren, essen; für die Tiere sorgen und ihnen mit Respekt begegnen; Geräte und Eisenwaren mithilfe von lokaler Kunst und örtlichem Handwerk herstellen; Heilkräuter und nahrhafte Körner sammeln und pflanzen; Material zum Weben aufbewahren; Wasserquellen schützen, die richtigen Orte finden, um Brunnen zu graben, und lernen, wie man Regenwasser aufbewahrt. Wir müssen zu einer Ökonomie der Knappheit, der gemeinsamen Genügsamkeit und der blanken Schönheit kommen. Aus diesem zurückerlangten und bereicherten Wissen wird eine Zivilisation der Zufriedenheit erwachsen, eine Bio-Zivilisation der Erde guter Hoffnung.

Nach dieser tränenreichen und hoffnungsvollen Zeit werden wir die dummen Religionskriege, diese unerträglichen Streitereien um Götter, überwunden haben. Jenseits von Propheten und Traditionen, über Moralvorstellungen und Liturgien hinaus werden wir vielleicht wieder darauf zurückkommen, unter den vielfältigen Namen und Formen den einen, einzigen Schöpfer aller Dinge und Vater/Mutter allen Lebens in dem großen Geist verehren, der uns alle vereint und inspiriert, uns liebend in einer einzigen universellen Geschwisterlichkeit miteinander verbindet. Und wir werden schließlich in der Lage sein, alle Völker der Welt zu vereinen und ein wahres Parlament aller Religionen zu organisieren.“

*Waldemar Boff, in den USA diplomierter Philosoph und Soziologe, arbeitet mit dem SEOP (Servicio de Educación y Organización Popular = Bildungs- und Organisationsservice für das Volk) in La Baixada Fluminense zusammen.
übersetzt von Bettina Gold-Hartnack

 

 

La paz perenne con la naturaleza y la Madre Tierra

Uno de los legados más fecundos de Francisco de Asís, actualizado por Francisco de Roma, es la oración por la paz, tan urgente en los días actuales. El primer saludo que San Francisco dirigía a los que encontraba era desearles “Paz y Bien” que corresponde al Shalom bíblico. La paz que ansiaba no se restringía a las relaciones interpersonales y sociales. Buscaba una paz perenne con todos los elementos de la naturaleza, tratándolos con el dulce nombre de hermanos y hermanas.

Especialmente la “hermana y Madre Tierra”, como la llamaba, debería ser abrazada por el abrazo de la paz. Su primer biógrafo Tomás de Celano resume maravillosamente el sentimiento fraterno del mundo que lo invadía al testimoniar: «Se llenaba de inefable gozo todas las veces que miraba al sol, contemplaba la luna y dirigía la vista hacia el firmamento y las estrellas. Cuando se encontraba con las flores, les predicaba como si estuviesen dotadas de inteligencia y las invitaba a alabar a Dios. Lo hacía con tiernísimo y conmovedor candor: exhortaba a la gratitud a los viñedos y a los trigales, a las piedras y a las selvas, a las plantaciones de los campos y a las corrientes de los ríos, a la hermosura de las huertas, a la tierra, al fuego, al aire y al viento”.

Esta actitud de reverencia y de ternura lo llevaba a recoger las babosas de los caminos para que no las pisaran. En el invierno daba miel a las abejas para que no muriesen de escasez y de frío. Pedía a los hermanos que no cortasen los árboles de raíz, en la esperanza de que pudiesen regenerarse. Hasta las malas hierbas debían tener un lugar reservado en las huertas para que pudiesen sobrevivir, pues ellas también anuncian al “hermosísimo Padre de todos los seres”.

Solamente puede vivir esta intimidad con todos los seres quien ha escuchado su resonancia simbólica dentro del alma, uniendo la ecología ambiental con la ecología profunda. Jamás se situó por encima de las cosas, sino al pie de ellas, como quien convive verdaderamente como hermano y hermana, descubriendo los lazos de parentesco que unen a todos.

El universo franciscano y ecológico nunca es inerte ni las cosas están colocadas ahí al alcance de la mano posesora del ser humano ni yuxtapuestas una al lado de la otra sin conexiones entre ellas. Todo compone una grandiosa sinfonía cuyo maestro es el propio Creador; todas las cosas están animadas y personalizadas. Francisco descubrió por intuición lo que sabemos actualmente por vía científica (Crick y Dawson, que descifraron el DNA): que todos los vivientes somos parientes, primos, hermanos y hermanas, porque poseemos el mismo código genético de base. Francisco experimentó espiritualmente esta consanguinidad.

De esta actitud nació una paz imperturbable, sin miedo y sin amenazas, paz de quien se siente siempre en casa, con los padres, los hermanos y las hermanas. San Francisco realizó plenamente la espléndida definición que la Carta de la Tierra encontró para la paz: «es la plenitud creada por relaciones correctas consigo mismo, con las otras personas, otras culturas, otras vidas, con la Tierra y con el Todo mayor del cual somos parte» (n.16

La suprema expresión de la paz, hecha de convivencia fraterna y de acogida cálida de todas las personas y cosas está simbolizada en el conocido relato de la perfecta alegría. A través de un artificio de la imaginación, Francisco presenta todo tipo de injurias y violencias contra dos cofrades (uno de ellos es el propio Francisco). Empapados de lluvia y de barro, llegan exhaustos al convento. Allí son rechazados a bastonazos (“golpeados con un palo de nudo en nudo”) por el fraile portero. Aunque han sido reconocidos como cofrades, son vilipendiados moralmente y rechazados como gente de mala fama.

En el relato de la perfecta alegría, que encuentra paralelos en la tradición budista, Francisco va, paso a paso, desmontando los mecanismos que generan la cultura de la violencia. La verdadera alegría no está en la autoestima, ni en la necesidad de reconocimiento, ni en hacer milagros o hablar en lenguas. En su lugar coloca los fundamentos de la cultura de la paz: el amor, la capacidad de soportar las contradicciones, el perdón y la reconciliación más allá de cualquier presupuesto o exigencia previa. Vivida esta actitud, irrumpe la paz que es una paz interior inalterable, capaz de convivir jovialmente con las más duras oposiciones, paz como fruto de un completo despojamiento. ¿No son esas las primicias de un Reino de justicia, de paz y de amor que tanto deseamos?

Esta visión de la paz de San Francisco representa otro modo de ser-en el-mundo, una alternativa al modo de ser de la modernidad y de la posmodernidad, asentado sobre la posesión y el uso irrespetuoso de las cosas para el disfrute humano sin ninguna otra consideración.
Aunque haya vivido hace más de ochocientos años, el nuevo es él, no nosotros. Nosotros somos viejos y estamos envejecidos porque con nuestra voracidad estamos destruyendo las bases que sustentan la vida en nuestro planeta y poniendo en peligro nuestro futuro como especie. El descubrimiento de la hermandad cósmica nos ayudará a salir de la crisis y nos devolverá la inocencia perdida que es la claridad infantil de la edad adulta.

Leonardo Boff es autor de La oración de San Francisco: un mensaje de paz para el mundo de hoy, Sal Terrae 32012.

Traducción de Mª José Gavito Milano

La pace perenne con la natura e la Madre Terra

Uno dei lasciti più fecondi di San Francesco di Assisi attualizzato da Francesco di Roma è la predicazione della pace, tanto urgente al giorno d’oggi. Il primo saluto che San Francesco dirigeva a coloro che incontrava era augurare loro “Pace e Bene” saluto che corrisponde allo Shalom biblico. La pace che desiderava non si limitava alle relazioni interpersonali e sociali. Cercava una pace perenne con tutti gli elementi della natura, rivolgendosi ad essi con il dolce nome di fratelli e sorelle.

Specialmente la “Sorella e Madre Terra”, come la chiamava, dovrebbe essere abbracciata con l’amplesso di pace. Il suo primo biografo Tommaso da Celano riassume meravigliosamente il sentimento fraterno del mondo che lo invadeva quando testimoniava: “Si riempiva di ineffabile godimento tutte le volte che guardava il sole o contemplava la luna o dirigeva lo sguardo alle stelle o al firmamento. Quando vedeva dei fiori, faceva loro raccomandazioni come a persone dotate di intelligenza e li invitava a lodare Dio. Lo faceva con tenerissimo e commovente candore: esortava alla gratitudine i campi di grano i vigneti le pietre e le selve, i frutteti dei campi, le correnti dei fiumi la bellezza degli orti, la terra, il fuoco, l’aria e il vento”.

Quest’atteggiamento di riverenza e di tenerezza lo portava a raccogliere i vermi nel suo cammino perché non finissero schiacciati. D’inverno dava miele alle api perché non morissero per mancanza di cibo e per il freddo. Chiedeva ai fratelli di non tagliare gli alberi alla radice nella speranza che potessero ributtare. Persino le erbe che dannose dovrebbero aver luogo riservato negli orti, perché potessero sopravvivere, dato che “anche loro annunciano il bellissimo Padre di tutti gli esseri”.

Soltanto chi ha ascoltato la loro risonanza simbolica dentro l’anima può vivere in questa intimità con tutti gli esseri, unendo l’ecologia ambientale con l’ecologia profonda; mai lui si è messo in cima alle cose ma ai loro piedi, proprio come chi convive con un fratello e una sorella scoprendo i lacci di parentela che ci uniscono tutti.

Mai l’universo francescano e ecologico è inerte e le cose non stanno buttate lì, alla portata di una mano che arraffa o giustapposte fianco a fianco, senza interconnessioni tra di loro. Tutto compone una grandiosa sinfonia il cui maestro è il creatore stesso. Tutte sono esaminate e personalizzate; per intuito ha scoperto quello che sappiamo attualmente per via scientifica (Crick e Dawson, i due che hanno decifrato il DNA) vale a dire che noi tutti viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle si perché possediamo il medesimo codice genetico di base. Francesco ha sperimentato spiritualmente questa consanguineità.

Da quest’atteggiamento è nata un’imperturbabile pace, senza paure senza minacce, pace di chi si sente sempre in casa con il papà di fratelli e sorelle. San Francesco ha realizzato pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “è quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone altre culture, altre vite, con la Terra e con il tutto più grande del quale siamo parte” (n.16f).

La suprema espressione della pace, fatta di convivenza fraterna e di accoglienza calorosa di tutte le persone e cose è simbolizzata attraverso la conosciuta relazione della perfetta allegria. Attraverso un artificio dell’immaginazione, Francesco descrive qualsiasi tipo di ingiuria e violenza contro due confratelli (uno di loro è lo stesso Francesco). Bagnati zuppi di pioggia e di fango, arrivano, esausti, al convento. Lì sono cacciati a bastonate (“picchiati con un randello nocchieruto”) dal frate portinaio. Anche riconosciuti come confratelli, sono oltraggiati moralmente e registrati come gente di cattiva fama.

Nella racconto della perfetta allegria, che incontra paralleli nella tradizione buddista, Francesco va passo a passo smontando i meccanismi che generano la cultura della violenza. La vera allegria non sta nell’ autostima, e nemmeno nella necessità di essere riconosciuti, neanche nel fare miracoli né nel parlare tante lingue. Al suo posto, mette i fondamenti della cultura della pace: l’amore, la capacità di sopportare le contraddizioni, il perdono, la riconciliazione al di là di qualsiasi presupposto o esigenza previa. Quando uno ha vissuto quest’atteggiamento irrompe la pace che è una pace interiore inalterabile capace di convivere allegramente con la più dura delle opposizioni, pace come frutto di una completa spoliazione . Non sono queste le primizie del regno di giustizia, di pace di amore che tanto desideriamo?

Questa visione di pace di San Francesco rappresenta un altro modo di essere-nel-mondo, una alternativa al modo di essere della modernità e della postmodernità, sistemato sopra il possesso e l’uso sfacciato delle cose per lo sfruttamento umano senza nessun’altra considerazione.

Anche se vissuto più di ottocento anni fa, lui è il nuovo e non noi. Noi siamo vecchi e invecchiati con la nostra voracità stiamo distruggendo la base che sostiene la vita del nostro pianeta e mettendo a rischio il nostro futuro come specie. La scoperta della fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi e ci restituirà l’innocenza perduta che è il chiarore infantile dell’età adulta.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia