Tempi apocalittici, i nostri?

Leonardo Boff

Non sono apocalittico. Ad essere apocalittici sono i nostri tempi. L’accumulo di tragedie che accadono nella natura, le guerre di grande devastazione con il genocidio di migliaia di bambini innocenti, il collasso dell’etica, il soffocamento della decenza nelle relazioni politiche, l’asfissia dei valori umani fondamentali, l’ufficializzazione della menzogna nei mezzi di comunicazione virtuale, la dittatura della cultura materialista del capitale con il conseguente esilio della dimensione spirituale, insita nell’essere umano, ci inducono a pensare: sarà che i profeti biblici abbiano ragione quando scrivono di tempi apocalittici? Sappiamo esegeticamente che le profezie non pretendono anticipare le disgrazie future. Mirano a evidenziare le tendenze che, se non fermate, porteranno alle disgrazie annunciate.

Sono sempre rimasto impressionato da un testo spaventoso, incluso nella Bibbia giudaico-cristiana. Che tipo di esperienza ha portato il suo autore a scrivere ciò che ha scritto? Credo che qualcosa di simile stia attraversando la mente di molte persone oggi. Il testo dice: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti» (Genesi 6, 5-8). Il male che imperversa nel vasto mondo non giustificherebbe questa considerazione?

Aggiungerei anche il testo apocalittico raccolto dall’evangelista San Matteo: «E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori» (Vangelo di Matteo 24, 6-8). Fenomeni simili non si verificano attualmente a livello planetario?

Sembra che i quattro cavalieri dell’Apocalisse, con le loro iene distruttrici, siano sciolti: Il primo cavallo bianco assume la figura di Cristo per ingannare il maggior numero di persone. «Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno» (Vangelo di Matteo 24, 4-5). San Giovanni nella sua Prima Epistola sostiene che ci sono «[…] di fatto molti anticristi […] Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi […]» (Vangelo di Giovanni 2,18-19). Oggi, in mezzo a noi, pullulano quelli che annunciano Cristo, radunano moltitudini nei loro templi e predicano il contrario di ciò che Cristo ha predicato: l’odio, la diffamazione e la satanizzazione del prossimo.

L’altro cavallo di fuoco simboleggia la guerra, nella quale si tagliavano la gola a vicenda. Oggi ci sono circa 18 luoghi di guerra con grande decimazione di vite umane.

Il terzo cavallo nero simboleggia la carestia e la peste. Siamo stati visitati dalla peste del coronavirus, ora dal dengue, dall’influenza che porta malattie a milioni di persone.

Infine il cavallo verdastro, il cui colore simboleggia la morte (il colore di un cadavere) che oggi miete milioni e milioni di persone in innumerevoli modi diversi (Apocalisse 6, 1-8).

Oggi non abbiamo bisogno dell’intervento di Dio per porre fine a questa storia sinistra. Noi stessi abbiamo creato il principio dell’autodistruzione con armi chimiche, biologiche e nucleari che decimano tutta l’umanità e anche la natura con i suoi animali, rettili e uccelli del cielo. E non rimarrà nessuno a raccontare la storia.

Questo lo disse una volta Michail Gorbachev, e l’ho sentito di persona insieme alla grande cantante argentina Mercedes Soza (la Negra) in occasione di un incontro sulla Carta della Terra, che lui stava coordinando. Un discorso così spaventoso da parte di un capo di Stato, con centinaia di testate nucleari e ogni tipo di arma letale, mi ricorda quello che confessò uno dei più grandi storici del secolo scorso, come reazione allo sgancio della bomba atomica su Hiroshima, Arnold Toynbee nella sua autobiografia: “[…] ho vissuto fino a vedere la fine della storia umana diventare una possibilità reale che può essere tradotta in fatti non da un atto di Dio ma dell’essere umano” (Experiência, Vozes 1970, p.422). Sì, il destino della vita è nelle nostre mani. Se si verificasse un’escalation e si utilizzassero testate nucleari strategiche, ciò significherebbe la fine della specie umana e della vita.

Oltre alla minaccia nucleare che alcuni considerano imminente, vista la guerra della Russia contro l’Ucraina, con la minaccia di Putin di utilizzare armi nucleari tattiche, c’è tuttora anche l’emergenza dei cambiamenti climatici. Tra noi [in Brasile] nel Rio Grande do Sul, in Europa, in Afghanistan e altrove, si sono verificate inondazioni devastanti, oltre a spazzare via dalla mappa intere città. Osserva uno scienziato neozelandese, James Renwick, dell’Università di Victoria: “Il cambiamento climatico è la più grande minaccia che lumanità abbia mai dovuto affrontare, con il potenziale di rovinare il nostro tessuto sociale e il nostro stile di vita. Ha il potenziale di uccidere miliardi di persone, attraverso la fame, la guerra per le risorse e per lo sfollamento delle persone colpite”.

Cosa possiamo aspettarci? Tutto. La nostra scomparsa, per colpa della nostra inerzia o l’irruzione di una nuova coscienza che sceglie la sopravvivenza, con cura e un legame emotivo con la Madre Terra. Il noto economista-ecologista Nicolas Georgescu-Roegen sospettava che “forse il destino dellessere umano è quello di avere una vita breve ma febbrile, eccitante e stravagante piuttosto che una vita lunga, vegetativa e monotona. In questo caso, altre specie, prive di pretese spirituali, come ad esempio le amebe [parassiti], erediteranno una Terra che continuerà a essere bagnata per lungo tempo dalla pienezza della luce solare” (The Promethean Destiny, N. York: Pinquin Books 1987, pag.103).

I cristiani sono ottimisti: credono a questo messaggio dell’Apocalisse: «E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21, 1-4).

Dobbiamo essere come Abramo che «contro ogni speranza ebbe fede nella speranza» (San Paolo ai Romani, 4,18), perché «la speranza non delude» (San Paolo ai Romani, 5,4). È quello che ci resta: la speranza fiduciosa e, positivamente, il continuare a sperare [o esperançar].

Leonardo Boff ha scritto: O homem: Satã ou Anjo bom, Record 2008; Sol da esperança, Mar de Ideias, Rio 2007.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

¿Es posible superar la actual crisis sistémica?

Leonardo Boff*

Retomo el tema “Vectores de la crisis sistémica: erosión de la ética y asfixia de la espiritualidad”, que están en la raíz de la actual crisis. Interrumpimos para reflexionar sobre la clara manifestación clara del cambio climático en curso, que ha causado devastadoras inundaciones en Rïo Grande del Sur. Es una de las señales que Gaia, la Madre Tierra nos está dando de que ya no soporta más el modo capitalista de habitar el planeta. Cerca de dos billones de toneladas de gases de efecto invernadero se mantienen suspendidos en la atmósfera y permanecen en ella cerca de cien años. ¿Cómo va a poder digerir la Tierra toda esta inmundicia?

El modo capitalista de producción se caracteriza fundamentalmente por considerar la Tierra no como algo vivo y sistémico, sino como un baúl lleno de recursos a ser explotados para beneficio humano, en especial para beneficio de aquellos que se adueñan del tener, del saber y del poder sobre tales recursos y sobre el curso de la historia. Ese sistema se impone sin ningún sentido del límite, del respeto y del cuidado hacia los ecosistemas. Encuentra su expresión política en el neoliberalismo, dominante en casi todas las sociedades, pero no entre los pueblos  originarios que se sienten naturaleza y la cuidan.

Además del eclipse de la ética y de la asfixia de la espiritualidad en el mundo actual, quisiera añadir algunos otros datos. El primero, en las palabras del Papa Francisco en la Laudato Sì: “Nadie puede ignorar el hecho de que en los últimos años hemos presenciado fenómenos meteorológicos extremos, periodos frecuentes de calor anormal, sequías severas”. Igual que ha ocurrido este mayo en el Sur del país, ocurrieron simúltaneamente inudaciones enormes en Alemania, en Francia, en Bélgica y en Afganistán.

Otro punto es la Sobrecarga de la Tierra (Earth Overshoot): necesitamos más de una Tierra y media para atender el consumo, especialmente el de las clases opulentas del Norte Global. Pretenden sacar de la Tierra aquello que ella ya no puede dar. En respuesta, por ser un Superorganismo vivo, reacciona con más calentamiento, con el envío de una gama de virus y con los referidos eventos extremos.

A petición de la ONU, un grupo de científicos definió las nueve fronteras planetarias (planetary boundaries) que deben mantenerse para garantizar la estabilidad y la resiliencia del planeta: cambio climático, integridad de la biosfera, cambio en el uso del suelo, disponibilidad de agua dulce, flujos biogeoquímicos, representados por los ciclos de nitrogéno y fósforo, acidificación de los océanos, carga de aerosoles en la atmósfera, agotamiento de la capa de ozono y las llamadas “nuevas entidades” (partículas que no existían en la naturaleza y han sido introducidas por la acción humana, como microplásticos, transgénicos y residuos nucleares). Se ha comprobado que seis de las nuevas fronteras ya han sido cruzadas. Como están articuladas sistémicamente puede darse el efecto dominó: que todas caigan. Entonces la civilización colapsaría.

Es cierto lo que muchos científicos han atestiguado: la ciencia y la técnica no consiguen detener el cambio climático, solo pueden advertirnos de su llegada y disminuir los efectos dañinos. Así y todo cabe la pregunta: ¿tenemos la oportunidad de salir de la crisis sistémica?

Depende de nosotros, si aceptamos cambiar o continuar en el mismo camino. Como bien señaló Edgar Morin: “La historia ha mostrado varias veces que el surgimiento de lo inesperado y la aparición de lo improbable son plausibles y pueden cambiar el rumbo de los acontecimientos”. El ser humano puede concientizarse y trazar otro rumbo. Por ser un proyecto infinito y habitado por el principio esperanza, dentro de él hay virtualidades que, desentrañadas, podrán instaurar una salida salvadora. Pero antes debemos decir enfáticamente: tenemos que inviabilizar el proyecto capitalista, ya sea mediante la rebelión de las víctimas o de la naturaleza, pues es un proyecto suicida: en su lógica de acumulación infinita dentro de un planeta finito puede seguir con su locura hasta volver la Tierra inhabitable. Pero si comenzó un día, también puede desaparecer un día. Nada es perpetuo.

Las grandes narrativas del pasado no nos van a sacar de la crisis.  Tenemos que auscultar nuestra propia naturaleza. En ella están los principios y valores que, activados, incluso en grandes dificultades, nos pueden salvar.

En primer lugar, tenemos que definir el punto de partida. Es el territorio, el biorregionalismo. En la región, así como la diseñó la naturaleza, podemos construir sociedades sostenibles y más igualitarias. Enumeremos los valores que hay en nosotros

Como los bioantropólogos han mostrado el amor pertenece al ADN humano. Amar significa establecer una relación de comunión, de reciprocidad, de entrega desinteresada y de sacrificio de sí en función del otro. Amar la Tierra y la naturaleza implica crear un lazo de cariño con ellas: sentirse unido a ellas. Sabemos cada vez más que todos los seres vivos poseen el mismo código genético de base (20 aminoácidos y 4 bases nitrogenadas). Somos de hecho hermanos y hermanas, entre nosotros y con todos los demás seres. Pero no basta saberlo, hay que sentirlo y vivenciar el lazo de comunión. Además, el estudio de la evolución del ser humano (que tiene 7-8 millones de años y como sapiens/demens unos 200 mil años) reveló que fue la solidaridad al buscar y consumir alimentos juntos, creando la comensalidad, lo que permitió el salto de la animalidad a la humanidad. Somos seres naturalmente solidarios, como lo han mostrado los millones de ayudas a los damnificados y afectados por las inundaciones en el Sur del país. Somos también seres de compasión: podemos ponernos en el lugar del otro, llorar con él, compartir sus angustias y no dejarlo nunca solo. Somos también seres de cultura, de creación de lo bello, en las artes, la música, la pintura, la arquitectura. Podemos hacer aquello que la naturaleza por sí misma no haría jamás, como una música de Villalobos o una pintura de Portinari. Como dijo Dostoievski: “la belleza salvará al mundo”. No la belleza como mera estética, sino la belleza como actitud de estar junto a un moribundo dándole la mano y diciéndole palabras de consuelo: “si tu corazón te acusa, sabe que Dios es mayor que tu corazón”. Somos, desde la más remota antigüedad, cuando emergió el cerebro límbico hace 200 millones de años, seres de afecto y de sensibilidad. En el corazón sensible reside la ternura, la ética y el mundo de las excelencias. Ya lo escribí en el artículo anterior: somos, en lo más profundo de nuestra humanidad, seres espirituales. Somos capaces de identificar aquella Energía vigorosa y amorosa que se esconde dentro de cada criatura y en nuestro interior (entusiasmo) y la hace continuamente existir y co-evolucionar. Como seres espirituales vivimos el amor incondicional, el cuidado hacia todo lo que existe y vive y alimentamos la esperanza de una vida que va más allá de esta vida. Nos acompañan también sombras que pueden revertir el amor en indiferencia y la solidaridad en insensibilidad. Pero disponemos de una fuerza interior, no para negarlas sino para mantenerlas bajo control y hacer que sean energías para el bien.

Una biocivilización, fundada sobre tales valores y principios, puede abrir una senda inicial, capaz de transformarse en un largo camino, marcar hitos en el caminar y vislumbrar una luz al final del túnel. Todo eso puede ser conquistado con mucho sudor y lucha contra aquello que fuimos un día (enemigos de la Tierra) y a favor de una nueva forma de habitar amigablemente este pequeño y único planeta que tenemos, nuestra Casa Común, la generosa Madre Tierra.

O CAVALO PENSANTE DO SUL

 (Filosofia de Telhado: reflexões Caramelo) por Padre Gegê,tributo ao ecoteólogo Leonardo Boff

Há quatro dias pensando em cima desse telhado

Digo

Penso , logo existo

Prefiro ser um cavalo

A me igualar ao ser humano

Bicho velhaco arruinado

Que desmata

Que destrói

Por onde passa corrói

Deixa o mundo devastado

Será que a culpa é do rio

Que vem cobrar o que é seu?

Ou a culpa é do ser humano que a natureza ofendeu

Destruindo rio e mata

Cachoeira e cascata

Se achando maior que Deus

Dizem que sou só Cavalo

Não passo de animal

Sem alma

Sem pensamento

Sem manejo racional

Mas não fui eu que me curvei ao poder do capital

Não fui que produzi o aquecimento global

Não fui eu que não pensei

Nas consequências do mal

Não fui eu que descuidei da minha terra natal

Não fui eu que não investi numa cidade florestal

Não fui eu que produzi

O desastre ambiental

Agora fiquei famoso

De pé aqui no telhado

Vivendo na corda bamba

É lama pra todo lado

É gente perdendo tudo

Corpo vivo soterrado

Parece que humanidade

Escolheu o caminho errado

Eu que sou pobre Cavalo

Nunca acumulei capim

Só como o que preciso

O que serve para mim

Não penso a Mãe natureza como um recurso sem fim

Nunca fiz do semelhante

Objeto ou trampolim

Por que é que o ser humano não vive também assim?

Ouça Ailton krenak

O alerta que ele faz

Chico Mendes

Boff e

Francisco

Os mensageiros da paz

Da África ouça os mais velhos

As vozes dos ancestrais

Senão o apocalipse

Chegará cedo demais

Terá arca de Noé ?

Vejo o mundo arruinado

O amanhã está incerto

O futuro ameaçado

Não sei se teremos tempo

O alerta já está ligado

Será que haverá uma arca pelo Agro construída?

Ou será que o pobre Noé também já foi arrastado pelas águas do Guaíba?

E você aí assistindo

Com o olho esbugalhado

Que se diz inteligente

Um ser informatizado

Autor da selva de pedra

No mundo globalizado

Grudado ao celular

Feito um cão acorrentado

Destruindo a embarcação

E sucumbindo afogado

Indago a você irmão

Surfando nesse telhado

Olhe a minha situação e a dos rios revoltados

Hoje o grito vem do sul

Amanhã vem do outro lado

Não há espaço nesta Terra

Que não esteja ameaçado

Onde o homem pôs as mãos

Fez-se um mal-aventurado

Tratou a mãe natureza

Sem ternura e sem cuidado

O fim deste belo mundo

Pode estar do nosso lado

Colhemos o que plantamos

Conforme ensina o ditado

Que nunca escuta conselho

Um dia ouve “coitado”

Tudo isso eu refleti

Em cima de um telhado

Responda então a pergunta de um Caramelo assustado:

Que bicho pensa melhor

O ser humano ou o Cavalo?

Il conto è arrivato: la tragedia climatica nel Rio Grande do Sul

            Leonardo Boff

Interrompo la mia riflessione sui vettori dell’attuale crisi sistemica e sulle possibili vie d’uscita a causa della tragedia ambientale del Rio Grande do Sul. Le forti piogge e le catastrofiche inondazioni, con le acque che hanno invaso intere città, distruggendole in parte, costringendo centinaia di famiglie a lasciare la loro casa, provocando migliaia di sfollati, dispersi e morti, ci devono far riflettere.

Esprimiamo innanzitutto la nostra profonda solidarietà alle persone colpite da questa calamità di proporzioni bibliche; esprimiamo la nostra compassione perché, come insegnava San Tommaso nella Somma Teologica, «di per sé la compassione è la più grande delle virtù, perché appartiene alla compassione che uno si doni all’altro e, per di più, vada incontro alla debolezza dell’altro». Tutto il Paese si è mobilitato. Il popolo brasiliano ha mostrato il meglio di sé, la sua capacità di solidarietà e la sua disponibilità ad aiutare, al di là dei malvagi che sfruttano le disgrazie per i propri fini e attraverso menzogne e calunnie.

Sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una semplice catastrofe naturale solo perché fenomeni simili si verificano di tanto in tanto. Questa volta, la natura della tragedia ha un’origine diversa. Ha a che fare con la nuova fase in cui è entrato il pianeta Terra: l’avvio di un nuovo stadio caratterizzato da un aumento del riscaldamento globale. Tutto di origine antropica, cioè prodotto dall’essere umano, ma più precisamente dal capitalismo anglosassone devastatore degli equilibri naturali.

Ci sono negazionisti in tutti gli ambiti, soprattutto tra gli amministratori delegati delle grandi aziende e tra coloro che si sentono a proprio agio nella loro posizione di privilegio. Ma la valanga di sconvolgimenti climatici, l’irruzione di eventi estremi, le ondate di calore intenso e di gravi siccità, i grandi incendi, i tornado e le terribili alluvioni sono fenomeni innegabili che investono anche i più recalcitranti, pure loro costretti a riflettere.

Considerando la storia del pianeta, che esiste già da oltre 4 miliardi di anni, constatiamo che il riscaldamento globale è parte dell’evoluzione e della dinamica dell’universo, il quale è sempre in movimento adattandosi ai cambiamenti energetici che si verificano durante il processo cosmogenico. Così, il pianeta Terra ha vissuto molte fasi, alcune di freddo estremo e altre di caldo estremo come avvenuto 14 milioni di anni fa. In questo periodo di estremo calore, l’essere umano non esisteva ancora, essendo comparso in Africa solo 7-8 milioni di anni fa, mentre l’attuale Homo sapiens solo 200.000 anni fa.

Gli stessi esseri umani hanno attraversato varie fasi nel loro dialogo con la natura: inizialmente predominava un’interazione pacifica con essa; poi si è passati a intervenire attivamente sui suoi ritmi, deviando i corsi dei fiumi per l’irrigazione e tagliando territori per le strade; infine si è proceduto a una vera  aggressione della natura, esattamente a partire dal processo industrialista che ha sfruttato le risorse naturali per la ricchezza di pochi a scapito della povertà delle grandi maggioranze: un’aggressione che attraverso tecnologie estremamente efficienti ha condotto a una vera distruzione della natura, alla devastazione di interi ecosistemi, attraverso la deforestazione per la produzione di materie prime, l’uso improprio del suolo a causa dei pesticidi, la contaminazione dell’acqua e dell’aria. Siamo nel bel mezzo di una fase di distruzione delle basi naturali che sostengono la nostra vita. Chiamiamola con il suo nome: il modello di produzione/devastazione del sistema capitalista anglosassone oggi globalizzato, con il suo mantra la massimizzazione del profitto attraverso lo sfruttamento eccessivo dei beni e dei servizi naturali, in un quadro di spietata concorrenza senza alcun accenno di collaborazione.

Questo processo ha avuto un costo pesante, che non è stato nemmeno preso in considerazione dagli operatori di tale sistema. I danni naturali e sociali erano considerati un effetto collaterale che non rientrava nei conti delle imprese. Spettava allo Stato, non a loro, occuparsi di questi tassi di iniquità.

La Terra vivente ha cominciato a reagire inviando virus, batteri, malattie di ogni tipo, tifoni, tempeste rovinose e un aumento della sua temperatura naturale. È entrata in ebollizione. Abbiamo imboccato una strada senza ritorno. Si tratta dei gas serra: CO2, metano (28 volte più dannoso della CO2), protossido di azoto e zolfo, tra altri. 40,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica sono state rilasciate nell’atmosfera solo nel 2023, secondo il rapporto della COP 28 svoltasi a Dubai.

Diamo un’occhiata ai livelli di crescita di questo gas: nel 1950 le emissioni erano pari a 6 miliardi di tonnellate; nel 2000 a 25 miliardi; nel 2015 sono salite a 35,6 miliardi; nel 2022 a 37,5 miliardi e infine nel 2023, come abbiamo detto, a 40,9 miliardi di tonnellate. Questo volume di gas funziona come una serra, impedendo ai raggi del sole di ritornare nell’universo e così creando uno strato caldo che provoca il riscaldamento dell’intero pianeta. Senza contare che l’anidride carbonica (CO2) rimane nell’atmosfera per circa 100-110 anni.

Come può la Terra digerire un tale inquinamento? L’accordo di Parigi della COP 2015 aveva stabilito delle quote per la riduzione di questi gas attraverso la creazione di energie alternative (eolica, solare, mareomotrice). Non è stato fatto nulla di concreto. Ora è arrivato il conto da pagare per tutta l’umanità: un riscaldamento irreversibile che renderà inabitabili alcune regioni del pianeta in Africa, Asia e anche tra di noi.

Quello a cui stiamo assistendo nel Rio Grande do Sul è solo l’inizio di un processo che, se manteniamo l’attuale tipo di civiltà distruttrice della natura, non potrà che peggiorare. Gli stessi climatologi hanno lanciato l’allarme: la scienza e la tecnologia si sono svegliate troppo tardi rispetto al cambiamento climatico. Ora non si può più evitarlo, si può solo avvisare dell’arrivo di eventi estremi e mitigarne gli effetti dannosi.

La Terra e l’umanità dovranno adattarsi a questo cambiamento climatico. Anziani, bambini e molti organismi viventi avranno difficoltà ad adattarsi e andranno incontro a grandi sofferenze, persino alla morte. La Madre Terra vivrà d’ora in poi trasformazioni mai viste prima. Alcune di esse potrebbero decimare la vita di migliaia di persone. Se non facciamo attenzione, l’intero pianeta potrebbe diventare ostile alla vita della natura e alla nostra vita. Alla fine, potremmo persino scomparire. Sarebbe il prezzo della nostra irresponsabilità, disumanità e negligenza nei confronti della natura che ci dà tutto per vivere. Non riusciremo a pagare il conto.

Tradução: Claudia Fanti